giovedì 18 maggio 2017

Firenze-Perugia andata e ritorno (3)

Segue dalla seconda parte

Entra Narducci. Dopo la trasmissione alla Procura di un riassunto dei fatti riguardanti le minacce telefoniche a Dorotea Falso (1° ottobre 2001), con la conseguente apertura del procedimento penale 9144/01, il cui codice risulta scritto a penna sul documento stesso, il 9 ottobre il capo della Mobile Piero Angeloni scrisse ancora a Mignini (vedi, il pdf contiene anche la successiva lettera di invio a Firenze, che verrà comoda in seguito). Questa volta venne indicato il codice del procedimento nuovo, seguito dalla sigla 21 a significare contro persone note, tra le quali c’era senz’altro Francesco B., il cognato della donna offesa, e probabilmente anche la moglie. È qui che compare, per la prima volta, il nome di Francesco Narducci.

OGGETTO: procedimento penale nr. 9144/01 R.G.N.R. (Mod.21)
ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI PERUGIA
(C.A. Dr. Giuliano Mignini)
Con riferimento al procedimento penale indicato in oggetto, nel proseguo delle attività di indagine inerente le telefonate minatorie e quant’altro esposto nel verbale di sommarie informazioni già trasmesso, si comunica quanto segue:
al fine di stabilire se le persone autrici del reato, allo stato degli atti ancora non identificate, facciano parte o meno della setta satanica a cui fanno riferimento nelle conversazioni telefoniche, nonché siano interessate o coinvolte nella morte di Pacciani e/o comunque legate all’attività della persona che fu definita “il mostro di Firenze”, si ritiene opportuno chiedere all’Autorità giudiziaria in indirizzo di volere valutare l’opportunità di concedere le seguenti deleghe di indagine:
1)      acquisizione del fascicolo processuale inerente la persona del dr. Narducci Francesco, perito a seguito di probabile suicidio;
2)      delega all’acquisizione di sommarie informazioni da parte della professoressa Barone, impiegata quale medico legale presso l’istituto di Medicina legale di Perugia.
Le richieste sono motivate dai seguenti motivi:
per quanto riguarda il cap sub a), come è ormai noto, voci insistenti avevano indicato il Dr. Narducci quale materiale esecutore dei “tagli” di parti del corpo, effettuati dal mostro di Firenze, e che per di più avrebbe conservato in modo e luoghi adatti; non solo, la “famosa” moto che venne vista sul posto dell’ultimo omicidio sarebbe stata uguale a quella in possesso del Dottore. Detto mezzo non fu mai ritrovato.
Per quanto invece concerne il capo sub b), ossia l’escussione a verbale del medico legale intervenuto, sembra che la Professoressa Barone sia al corrente di diversi particolari inerenti chiaramente la morte del Narducci, ma anche fatti specifici sulla sua vita, forse in considerazione anche del fatto che erano comunque colleghi.

Dunque, vediamo di puntualizzare, riprendendo peraltro una riflessione già fatta. Il documento parla di persone “ancora non identificate”, riguardo le quali si vorrebbe stabilire la veridicità della loro millantata appartenenza a una setta satanica coinvolta nella morte di Pacciani. Ma invece di identificare prima queste persone, condizione necessaria, altrimenti non si comprende come l’obiettivo possa essere raggiunto, attraverso un percorso logico difficile da capire e condividere viene già chiesta delega per indagare sulla morte di Francesco Narducci.
Va innanzitutto osservato che ancora non si parla della presenza del nome di Narducci nelle minacce dei misteriosi telefonisti, il che ingigantisce il sospetto che quel nome non ci fosse affatto. Quella eventuale presenza, da sola, sarebbe comunque stata una giustificazione assai debole per inserire nelle indagini l’immediata riapertura di un caso vecchio di 16 anni – tanto più che due sospettati da cui partire c’erano già, i cognati della Falso – ma almeno sarebbe stato qualcosa. Qui, invece, la giustificazione è grottesca: “voci insistenti avevano indicato il Dr. Narducci quale materiale esecutore dei tagli…”. In sostanza vengono invocate le chiacchiere della gente. Lasciamo perdere poi la storia della moto, ignota a chi scrive, probabilmente nient’altro più di una chiacchiera ulteriore.
Proviamo adesso a dare un’occhiata a quello che succedeva a Firenze negli stessi giorni. Il 3 ottobre era terminata anche la seconda fase della perquisizione nella villa dei C., con la conseguente perdita di ogni speranza residua. Il giorno dopo c’era stata una riunione in Procura, presieduta dal procuratore capo Ubaldo Nannucci fresco di nomina, nella quale avevano prevalso scoramento e confusione, come venne poi dimostrato dalle patetiche dichiarazioni del giorno dopo sui cerchi di pietra di Monte Morello e dall’asportazione della scritta sul muro di via dei Serragli. Sembrava insomma che per le fortissimamente volute indagini sui mandanti stesse rintoccando la campana a morto.
Angeloni non poteva immaginarlo – altrimenti si potrebbe pensar male – ma con la sua richiesta di acquisire il fascicolo di Narducci stava per offrire al collega Giuttari, a capo come lui di una Squadra Mobile, una insperata via d’uscita per le moribonde indagini sui mandanti, con l’indubbio effetto collaterale di fargli anche un regalo grande come una promettente carriera di scrittore di gialli di successo. Quello stesso 9 ottobre, infatti, il suo documento dette origine a un fascicolo provvisorio – il 5202/01, iscritto a modello 45, quindi per atti che non costituiscono notizia di reato – dedicato proprio al medico scomparso nel lago Trasimeno e ai collegamenti della sua morte con la vicenda del Mostro.

Perugia chiama Firenze. Riguardo il nuovo procedimento sulle minacce telefoniche, per prima cosa Mignini volle ascoltare Dorotea Falso (16 ottobre). Ecco le parti più significative del relativo verbale.

Mi riporto alle denunce da me presentate in relazione alle gravi minacce che mi sono state rivolte da persone sconosciute nell’arco di tempo che va dal 14/7/2000 al 28/9/2001.
Le persone che mi minacciano sono una o due donne e un uomo che parlano con voce alterata e che fanno riferimento ad una setta satanica e hanno rivendicato la paternità dell'uccisione di Pacciani, perchè a loro dire avrebbe tradito questa setta. Sempre gli anonimi interlocutori mi parlano di una sorte di gran sacerdote della setta che risiede a Firenze e che a loro dire sarebbe presto venuto a Foligno, anzi a Sassovivo dove si svolgono i loro riti e dove, sempre secondo loro io dovrei essere sacrificata insieme a mio figlio e poi seppellita a Firenze. Talvolta invece mi parlano del loro proposito di far diventare mio figlio adepto della setta e mi avvertono che, se non li seguirà, venderanno i suoi pezzi. Mi hanno anche detto che io non posso far niente perchè i miei amici poliziotti sono tutti corrotti e fanno parte della setta. […]
Qualche vago sospetto ce l’ho sui miei cognati che si chiamano B. Francesco e C. Nadia. Ricordo di aver visto una lettera contenente minacce di morte e posta davanti al finestrone di casa mia e questo mi fa pensare che gli autori sono a conoscenza del fatto che io apro tutte le mattine quella finestra. Ci sono anche altre coincidenze come ad esempio una telefonata in cui mi si chiedeva di salutare i medici che io avrei visto alle tre del pomeriggio. Di  questa notizia era a conoscenza la baby-sitter che si chiama Tania […] e mia suocera […]. Tra febbraio e marzo del 2001 mi è stato incendiato il fienile e mia cognata disse a mia suocera che era stato incendiato anche il fienile di una famiglia vicina, cosa che non era vera.
Aggiungo che nella mia professione di estetista mi è capitato di sentire da una mia cliente che i carabinieri avevano trovato dietro casa sua a Perugia i resti di un rito di magia nera con bruciature di volatili. Per quanto mi riguarda però non mi sono mai interessata di queste cose nè comunque di fatti di cronaca nera.
Non ho mai parlato con i miei cognati. Ricordo solo di aver parlato con loro in occasione delle prime telefonate quando mi sfogai con mia suocera e rimasi sorpresa nel constatare l'assoluta indifferenza di mia cognata.

Correndo il rischio di annoiare il lettore, si deve ancora una volta mettere in evidenza che nel documento si parla di Pacciani ma non di Narducci, mentre la Falso segnala nei due cognati delle persone sospette. Alla poveretta interessava far cessare le minacce che la stavano tormentando da più di un anno, ma ormai era entrata in un gioco molto più grande di lei, e non poteva immaginare che i suoi problemi sarebbero andati avanti per almeno altri tre anni. È inevitabile chiedersi allora con quale faccia tosta potè poi Giuttari scrivere su Il Mostroquesta volta Dora è fortunata”, intendendo per l’intervento di Mignini!
Vedremo più avanti, per quanto risulterà possibile attraverso la scarna documentazione in possesso di chi scrive, come proseguirono le indagini sui misteriosi telefonisti. Per il momento concentriamoci sulla vicenda Narducci, e prendiamo in esame il seguente documento, datato 22 ottobre:

Alla cortese attenzione del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di FIRENZE.
Oggetto: Procedimento n. 5202/01 R.G. Mod. 45
Per unione agli atti in possesso di codesto Ufficio, si trasmette copia dell'informativa in data 09.10.2001 della Squadra Mobile della Questura di Perugia.
Si fa presente che questo Ufficio procede in ordine alle circostanze relative alla scomparsa e al rinvenimento del Dr. Francesco  Narducci.
Manda alla Segreteria per quanto di competenza.
Perugia, 22.10.2001
IL PUBBLICO MINISTERO (Dr. Giuliano Mignini sost.)

Si tratta di una lettera di accompagnamento della nota con cui Angeloni aveva chiesto a Mignini delega per acquisire il fascicolo Narducci e interrogare la Barone. Con questa lettera Mignini avvertì i colleghi di Firenze che stava indagando sulla morte di Narducci e i suoi possibili legami con la vicenda del Mostro (proprio quel 22 ottobre aveva sentito anche lui la Barone, raccogliendo, a dire il vero, più che altro le solite voci - vedi la sentenza Micheli). In effetti tre giorni dopo, 25 ottobre, sarebbe stato iscritto a modello 44 – notizie di reato a carico di ignoti – un nuovo fascicolo, il famoso 17869/01, padre di tutta la gigantesca inchiesta sulla morte del medico umbro.
Ci si può immaginare l’entusiamo degli inquirenti fiorentini quando ricevettero la lettera, considerando la bruttissima situazione in cui si trovavano riguardo le traballanti indagini sui mandanti. Avvertito da una telefonata anonima, quello stesso 22 ottobre Giuttari era andato a controllare il famoso casolare nella proprietà dei Corsini, rinvenendovi pipistrelli di plastica e materiale analogo: un “depistaggio”, secondo le sue dichiarazioni ai giornali, in realtà una burla atroce e nient’altro. All’orizzonte rimaneva soltanto la debole speranza di ricevere buone notizie dalla perizia tossicologica sulla morte di Pacciani, il cui risultato avrebbe comunque portato poco lontano, vista la totale mancanza di qualsiasi soggetto da indagare.
Di fatto l’iniziativa di Giuliano Mignini portava dentro la moribonda inchiesta fiorentina un elemento di assoluta novità e interesse. Si trattava ancora una volta di una vecchia storia, ma di grandissima suggestione e soprattutto non più condizionata dall’ostacolo che aveva sempre impedito di approfondirla, l’alibi di Narducci per il delitto di Calenzano, che nella nuova ottica del Mostro multiplo non contava più nulla.
Adesso forse parrà più chiaro il perché chi scrive non crede troppo alle affermazioni di Giuttari riguardo la spontaneità dell’iniziativa di Jorge Maria Alves, che in quei giorni lo avrebbe cercato per parlargli  proprio di Narducci. Insomma, può succedere che ogni tanto qualcosa cada a fagiolo, soprattutto per le persone fortunate, ma qui la coincidenza sarebbe oltremodo straordinaria! È molto più facile che Giuttari, una volta venuto a conoscenza tramite la comunicazione di Mignini di quel che bolliva in pentola a Perugia, fosse andato a recuperare il fascicolo Narducci rinvenendovi le vecchie dichiarazioni della Alves e che quindi l’avesse contattata. Resta incomprensibile il perché della sua decisione di non dichiararlo. O forse non tanto, poiché in tutta questa storia si avverte una onnipresente sensazione di artificiosità.

Le cassette. A questo punto il lettore davvero interessato sarà molto curioso di sapere se il nome di Francesco Narducci c’era o non c’era nelle registrazioni delle minacce telefoniche dei sedicenti satanisti. Abbiamo visto che nei documenti fin qui esaminati non se ne fa menzione, ma questo non basta a concludere che quel nome non c’era, servirebbe ascoltare le telefonate. Ebbene, per fortuna chi scrive ha la disponibilità delle relative trascrizioni effettuate dagli uomini della Questura di Perugia.
Il 29 settembre Dorotea Falso aveva consegnato le prime due audiocassette, che furono trascritte in un verbale datato 23 ottobre, quindi con un lavoro durato poco meno di un mese (il dato ha una certa rilevanza, lo vedremo). Dal documento risultano 58 conversazioni, purtroppo non collocate nel tempo, con l’ultima che doveva essere avvenuta appena prima della consegna delle cassette, visto che il lato B della numero due risultava vuoto. A parlare, oltre alla Falso, un uomo e una donna, con il breve intervento in un solo caso di un’altra voce maschile, quasi sicuramente il marito della stessa Falso.
Cominciamo col dire che il nome di Pacciani risulta pronunciato in tre telefonate, queste:

Telefonata 11, parla la donna:
… Mi fai ridere…
… il tuo bambino è più brutto di…
… Bocchinara, lo sai noi sappiamo tutto… tutti i bambini con la testa rossa come tuo figlio ci piacciono, farà la fine di Pacciani per un nostro servo maleficio (?), puttana… la puttana la farai… con nostro signore satana e tuo figlio ce lo prendiamo noi. …
Non sai quello che dici......
… Puttana tuo figlio ce lo prendiamo noi.

Telefonata 12, parla l’uomo:
… Fai bene perchè siamo qui ad aspettarti, mica hai paura?
Hai molta paura ehh tuo figlio lo riconosciamo anche se lo dipingi di nero, è rosso, tuo figlio è rosso, satana lo vuole, non capisci proprio un cazzo, non capisci un cazzo.
Ehh ehh, finirà come Pacciani che ha tradito ahh.
Ahh siamo qui ad aspettarti dai esci magari con il tuo amichetto così lo uccidiamo anche lui brutta buttana.
… Fa male a morire per te.

Telefonata 32, parla la donna:
… Non parli? ci vai dal tuo ciarlatano? sii, noi ti aspettiamo, siamo già lì.
Il tuo ciarlatano è un sacrilego, farà una brutta fine, anche tu, vi preleveremo il sangue il tuo e il suo, di quel ciarlatano la tua testa sarà portata e seppellita nelle colline di Firenze dove c’è anche quel bastardo di Pacciani.
Puttana sei finita…
Non crederai che questo sia uno scherzo, siamo molti e potenti.
Tu verrai uccisa in nome di satana, verrai uccisa e tuo figlio lo prenderemo.
Ahh ahh vedrai, vedrai, vedrai puttana, uccisa per niente puttanaccia maledetta.

Come c’era da aspettarsi, il nome di Narducci non compare mai, e neppure parole che in qualche modo potevano richiamarlo, tipo “dottore” o “lago”.
Nelle settimane e nei mesi successivi Dorotea Falso consegnò altre cassette, nelle cui trascrizioni la numerazione delle telefonate andò avanti con un unico progressivo (quindi la prima della cassetta 3 prese il numero 59). A complicare le cose va segnalata la presenza di doppioni e di telefonate non pertinenti. In ogni caso il primo riferimento a Narducci si trova nella telefonata 166, presente nella cassetta numero 7. Il nastro risulta registrato soltanto in piccola parte, cinque telefonate sul lato A e nessuna sul lato B, come se la donna avesse avuto fretta di consegnarlo, o più probabilmente gli inquirenti di ascoltarlo. Si tenga anche conto del fatto che nelle tre occasioni precedenti le cassette erano state consegnate sempre a coppie. Questo ci autorizza a presumere che la data del relativo verbale di trascrizione, 22 maggio 2002, sia posteriore a quella di registrazione soltanto di qualche giorno. Un riferimento a Narducci forse si trova anche nella telefonata successiva.

Telefonata 166, parla un uomo:
Uomo: Ah. perchè dici buonasera? Eh? Presto per te arriveranno le tenebre di satana. Hai capito?
Verrai uccisa e seppellita come l'amico di Pacciani… del lago Trasimeno.
Falso: Ma scusa ma chi è l'amico di Pacciani? Dimmelo?
Uomo: Ah, guarda bene.
[…]
Falso: Scusa scusami ma io che c'entro con Pacciani? Mi spieghi? Che c’entro io? Io so’ una semplice mortale.
Uomo: Guarda il tuo bambino e finirai nel lago uccisa. Le tenebre sono vicine per te maledetta pottana, ahh, ahh, ahh, ahh, ahh. Tu maledetta, ahh, ahh, ahh

Telefonata 167, frammento, parla un uomo:
[…]
Uomo: Stai zitta, fà silenzio. Tu ricorda il dottore amico di Pacciani.
Falso: Ma chi lo conosce? Che c’entro?
Uomo: È la tua fine.

Come si vede ci sono dei riferimenti a Narducci ma non ancora il suo nome (per inciso, si deve presumere che le notizie arrivate nel 2004 a Pino Rinaldi per il suo servizio su Puletti si fossero fermate qui). Per leggere la parola “Narducci” si deve aspettare la cassetta 9, contenente 30 telefonate, progressivi 180-209, il cui verbale di trascrizione riporta la data del 15 luglio 2002. Ecco qui le quattro conversazioni interessate:

Telefonata 180, frammento, parla un uomo:
Lo conosciamo molto bene il tuo bambino che prenderemo.
Sì è inutile brutta puttana che gli tagli i capelli, puttana.
No, non è il tuo. perchè tu sei puttana e tuo figlio ce lo prendiamo noi in nome di satana e sempre in nome di satana maledetta sarai uccisa come i traditori Pacciani e il grande medico.
Hai capito? Maledetta?

Telefonata 183, frammento, parla un uomo:
Sei una bestia, il demone di satana è in te, sei sempre piu brutta, fai schifo, flaccida, guardati bene ogni giorno diventi più brutta.
Il demone ti corrode la tua anima e presto la tua anima e la tua vita, sarà nostra, verrai uccisa, uccisa maledetta.
Il tempo nostro è infinito, è il tuo che finisce pottana, pottana.
Ahh, ahh, ahh, ahh
Finirai come i traditori di Firenze Pacciani e il grande dottore.

Telefonata 192, frammento, parla un uomo:
Ma dimmi i giornali li leggi?
Noi abbiamo parlato molte volte del grande dottore del lago ucciso.
Non li leggi i giornali?
Il dottore, il grande dottore Narducci…
Lui è un traditore come Pacciani di satana ed è morto, morto.
E tu farai la stessa fine pottana

Telefonata 194, frammento, parla un uomo:
Sei puttana e cornuta.
No, la tua morte non è fantasia, è realtà.
Sarai sacrificata in nome di satana come il grande dottor Narducci, come tutti gli amici di Pacciani traditori di satana.
Povera puttana deficiente, fai schifo.
Sei brutta, è la tua fine.

Le registrazioni di Dorotea Falso proseguirono. Dal verbale di ricerca dei termini significativi, redatto il 16 giugno 2004, si scopre che in totale le cassette furono almeno 18, in 8 delle quali c’erano riferimenti alla vicenda del Mostro. In particolare, dopo la 9, Narducci compare nelle cassette 11 e 13. La figura sottostante ne mostra le prime tre pagine.


Qui sotto si possono vedere invece le date di trascrizione delle cassette 1, 2, 7 e 9.


Il quadro è (quasi) completo, e consente di affermare una verità tanto clamorosa quanto inconfutabile: non è vero che le indagini sulla morte di Francesco Narducci furono riaperte dietro lo stimolo delle telefonate minatorie a Dorotea Falso, poiché in quelle telefonate il primo riferimento alla persona, sotto forma di “amico di Pacciani del lago Trasimeno”, è successivo di ben 7 mesi, da ottobre 2001 a maggio 2002. Il lettore tragga da solo le conseguenze che ritiene opportuno trarre, senza però ignorare il fatto che un’indagine dal costo di decine e decine di milioni di euro e dal risultato nullo era partita sulla base di semplici voci di popolo. L’aver poi cercato di camuffare questa imbarazzante verità è stato un gravissimo inganno, sul quale farebbe bene a riflettere chi ancor oggi rimane emotivamente legato a un’inchiesta la quale, sottoposta a serene e attente analisi, potrebbe rivelare chissà quali altri aspetti di inquietante artificiosità.

La causa diventa l’effetto. A questo punto si deve notare la sorprendente inversione dei fenomeni di causa ed effetto. Se non fu la comparsa del nome di Narducci nelle minacce telefoniche a far partire le indagini sulla sua morte, fu quasi sicuramente la partenza delle indagini sulla sua morte a far comparire il suo nome nelle minacce telefoniche. Altrimenti, al solito, dovremmo accettare una casualità poco plausibile. La spiegazione più ovvia di tale fenomeno potrebbe essere la comparsa sui mass media delle notizie relative alle indagini, dalle quali i molestatori sarebbero stati stimolati all’utilizzo della figura di Narducci accanto a quella di Pacciani. Ma non sembra così.
Durante i primi mesi d'indagine le bocche degli inquirenti erano cucite. A quanto risulta a chi scrive l’unica fuga di notizie avvenne in concomitanza con l’audizione, il 22 gennaio 2002, di Gabriella Carlizzi da parte di Mignini. Fu quasi certamente la teste stessa a parlare, nonostante la secretazione del verbale. Da “Il Tirreno” del 25:

L'inchiesta avviata a Perugia, dopo l'interrogatorio di dieci ore di Gabriella Carlizzi, sembra un po' come il capo di un filo: a tirarlo si dipana la matassa. E infatti il procuratore capo Giuliano Mignini pare aver iniziato proprio dal principio. Dal 1985, precisamente l'8 ottobre, quando un giovane medico, figlio del primario di ginecologia dell'ospedale di Foligno, scomparve nelle acque del lago Trasimeno. Secondo la procura di Perugia che avrebbe ricevuto alcune carte da quella di Firenze, la morte di Francesco Narducci, all'epoca 36 anni, potrebbe essere collegata con le vicende giudiziarie che vedono implicata la schola di esoterismo e magia che secondo gli inquirenti fiorentini avrebbe ordinato i delitti delle coppiette. Gli incartamenti sono stati ripresi dagli scaffali ma il filo che ne esce sembra avvolgersi sempre attorno alla rosa rossa. Il nome della congrega con base in Francia e a Firenze che firmerebbe i delitti più efferati lasciando il suo simbolo: la rosa. Solo ipotesi, naturalmente.
Narducci scomparve dalla sua barca un pomeriggio di ottobre. Il corpo fu ripescato qualche giorno dopo. L'indagine fu presto chiusa col suicidio. Ma che ragioni avrebbe avuto Narducci di suicidarsi? La storia non l'ha mai raccontato. Il nome del medico e docente universitario arrivò a Firenze già diciassette anni fa. Attraverso alcune lettere anonime che lo avrebbero indicato come implicato nella terribile vicenda dei duplici omicidi. La procura di Firenze svolse degli accertamenti – a quel tempo capitava con frequenza che anonimi indicassero personaggi anche i più stravaganti – non trovò nulla – anche perché il medico in occasione di uno dei delitti sarebbe stato all'estero – e chiuse le indagini. Ma di un medico morto affogato parlò anche Pietro Pacciani in uno dei suoi innumerevoli memoriali. Indicava nomi e personaggi, il «Vampa», per difendersi. E su alcuni gli inquirenti fiorentini, successivamente, avrebbero anche trovato riscontri. Come nel caso del medico perugino, se è vero che l'input a riaprire le indagini è partito da Firenze. Narducci potrebbe aver fatto parte della schola? E se avesse semplicemente visto ciò che non avrebbe dovuto vedere?

Un articolo analogo comparve su “La Repubblica”. Per i telefonisti satanici gli stimoli erano molti, tra notizie vere e notizie fasulle tutte orientate verso ipotesi settarie ed esoteriche, eppure non ne approfittarono, quasi avessero voluto rispettare la secretazione del verbale della Carlizzi.
Prima di leggere ancora di Narducci si dovette aspettare i primi di giugno, quando filtrarono le notizie relative alla prossima esumazione della salma. A conoscenza di chi scrive il primo articolo è questo de “Il Corriere dell’Umbria” uscito il 1° giugno.

Verrà effettuata nella sala settoria dell'Istituto di medicina legale in via del Giochetto la perizia autoptìca sui miseri resti di Francesco Narducci il medico perugino specialista in gastroenterologia, la cui riesumazione è fissata per il 4 giugno con provvedimento a firma del. sostituto procuratore Giuliano Mignini. Il magistrato perugino, che aveva chiesto lumi ad alcuni esperti tra cui il professor Aristide Morelli, sulla efficacia di un esame autoptico a 17 anni dalla morte della vittima, ha nominato quale perito un luminare di Pavia, il professor Giovanni Pierucci. Anche la famiglia, i cui interessi morali e materiali sono tutelati dagli avvocati Antonio e Alfredo Brizioli, ha nominato i propri consulenti che sono Rino Froldi di Macerata, Giuseppe Fortuni di Bologna e Valter Patumi di Perugia.
Le operazioni inizieranno di buon mattino con l’apertura del loculo al cimitero monumentale di Perugia ed il trasporto della bara nell’Istituto. Qui la cassa verrà aperta ed inizieranno gli esami tecnici dei resti. La parte più importante del lavoro dovrebbe riguardare gli esami istologici e tossicologici. Il magistrato si è convinto, sulla scorta degli atti raccolti in questi cinque intensi mesi di indagini e di interrogatori, che il clinico, che aveva appena 36 anni ed era un provetto nuotatore, sia stato ucciso. […]
I tre elementi che hanno riportato l’attenzione su Narducci in questi ultimi mesi sono, da un lato, un’intercettazione telefonica nel quadro di un'inchiesta sull'usura svolta dalla squadra mobile perugina (in cui un estorsore minacciava, in maniera oggettivamente inquietante, la vittima di farle fare la fine del medico ritrovato nel lago Trasimeno), il fatto che nel giro dell'usura ci fossero soggetti legati a sette sataniche (umbro-toscane) e, infine, il particolare che agli» inizi degli anni ‘80 il giovane clinico era stato in qualche modo sospettato dalla squadra antimostro anche se poi prosciolto e completamente scagionato (all'epoca dei delitti si trovava addirittura, per motivi di studio, negli Stati Uniti).

L’accenno all’intercettazione telefonica dà ragione delle notizie imprecise che si sarebbero perpetrate per anni sull’argomento. In ogni caso, lo abbiamo visto e lo dice l’articolo stesso, l’ingresso del “medico ritrovato nel lago Trasimeno” nelle minacce telefoniche c’era già stato, più o meno una paio di settimane prima. Quali stimoli potevano, allora, aver smosso i molestatori proprio in quei giorni? La risposta più logica è: il medesimo che poi avrebbe provocato i successivi articoli di giornale, e cioè il deposito della perizia effettuata sui vecchi documenti dal professor Giovanni Pierucci, nella quale venivano evidenziate le inquietanti anomalie nelle procedure inerenti recupero e inumazione del cadavere ritrovato nel lago.
Il parere dell’esperto medico legale aveva costituito il vero punto di svolta di un’inchiesta che fino a quel momento si era nutrita più che altro di vaghi sospetti e voci di popolo. Si può a ragione immaginare che, grazie a essa, Mignini si fosse tranquillizzato sulla bontà della pista e quindi avesse deciso di abbandonare ogni esitazione e prudenza, tanto da mettere in programma la riesumazione del cadavere, un fatto clamoroso presto filtrato all’esterno. Guarda caso quello fu anche il momento esatto in cui nelle telefonate a Dora Falso fu introdotto “l'amico di Pacciani… del lago Trasimeno”. Le date, anche se incerte, sono compatibili. Quella ufficiale del deposito della perizia è il 20 maggio, ma si può presumere che il documento fosse arrivato sulla scrivania di Mignini già un po’ prima. Riguardo la telefonata, abbiamo visto che la relativa trascrizione era datata 22 maggio, per una cassetta che ne conteneva poche e che fu consegnata quasi subito, quindi non doveva risalire a troppi giorni prima.
A questo punto è giocoforza presumere che i molestatori avessero potuto contare su qualche aggancio nell’ambito delle forze dell’ordine. Sulle motivazioni del loro agire non è il caso di lanciarsi in ipotesi inverificabili, è meglio che ognuno si faccia la propria.

Le indagini sui telefonisti. Quali indagini furono effettuate per individuare gli autori delle minacce telefoniche? Abbiamo visto che alla fine, a quanto risulta dalle notizie emerse, l’unico condannato fu un certo Pietro Bini, mentre altre tre persone, tra cui i cognati di Dorotea Falso, sarebbero state assolte. Buio totale però su come si arrivò a questo risultato. I pochi documenti pervenuti nella disponibilità di chi scrive non aiutano molto, anche se possono offrire utili motivi di riflessione. Prima di proseguire è opportuna una premessa: è opinione personale non dimostrabile che le molestie telefoniche siano da dividersi in due fasi ben distinte, legate ad autori e motivazioni differenti. Nella prima fase agirono soltanto i due cognati, spinti da ignoti rancori di presumibile origine familiare. Nella seconda subentrarono altri soggetti, forse affiancandosi ai primi due ma più probabilmente sostituendoli. Le nuove motivazioni sono difficili da immaginare, in ogni caso appaiono torbide, e in qualche modo legate alle indagini di Firenze sui mandanti. L’ingresso della figura di Pacciani potrebbe rappresentare il punto di giunzione tra le due fasi.
Ecco alcuni elementi desumibili dalla documentazione in possesso di chi scrive, tutti riferiti alla seconda fase delle minacce:

  • la lettura dei tabulati Telecom relativi all’utenza Falso permise di appurare che venivano sempre usate schede telefoniche in cabine pubbliche;
  • soltanto in un caso e per un motivo fortuito si arrivò a un numero di cellulare con prefisso 335 (contratto Tim business) che però, almeno a un primo controllo, risultò inesistente, poi non si sa; era forse quell’utenza in uso a un poliziotto di cui parla il libro Setta di stato?
  • vennero usate almeno 42 cabine telefoniche, quasi tutte dislocate in paesi poco lontani dalla statale che conduce da Foligno al lago Trasimeno: Foligno (11), Spello (5), Bastia Umbra (2), Santa Maria degli Angeli (8), Assisi (6), Ospedalicchio (1), Casaglia (1), Collestrada (1), Ponte San Giovanni (2), Perugia (1), Sant’Andrea delle Fratte (1), San Feliciano (dove scomparve Narducci, 1). Paesi un po’ discosti: Ponterio (1) e Bevagna (1);
  • con le stesse schede telefoniche furono chiamati altri numeri, tra i cui intestatari la Questura evidenziò: a Vicchio “Il Forteto” e l’abitazione di un parroco, a Firenze l’istituto “Pio X” nella ben nota via dei Serragli e due società di taxi, infine a San Casciano la “Cooperativa di Solidarietà Lautari”;
  • alcune schede vennero usate anche da Firenze per chiamare una casa di ritiri spirituali, “Oasi del Sacro Cuore”, situata in Assisi.
Se si pensa che il soggetto delle minacce era un’anonima estetista, non si può fare a meno di domandarsi che cosa ci fosse sotto per mettere in piedi questa gigantesca rappresentazione. È anche strano che non risultino intercettazioni realizzate dalle forze dell’ordine, ma soltanto un tardivo suggerimento di Angeloni a Mignini in data 28 febbraio 2002 che non sembra aver avuto seguito.

In considerazione di quanto sopra e della gravità dei fatti esposti nei vari verbali resi dalla Falso Dorotea, nonchè dalle minacce di morte, sia nei confronti della Falso che del figlio in tenera età, evinte dai primi verbali di trascrizione delle telefonate avvenute, è modesto parere di questo ufficio ritenere necessario di richiedere all’Autorità Giudiziaria in indirizzo di voler valutare l’opportunità di concedere l’autorizzazione a procedere ad intercettazione dell’utenza telefonica dell’utenza […] intestata a […] di Falso Dorotea, in uso alla stessa, per una durata di quindici giorni, senza blocco, da effettuare presso la sala intercettazioni di questa Questura, Divisione Squadra Mobile. Si fa altresì presente di voler valutare l’opportunità di fare acquisire anche il tracciamento telefonico in entrata ed in uscita dell’utenza interessata per tutto il periodo che verrà effettuata l’eventuale intercettazione telefonica.

Se si pensa all’enorme uso, per non dire abuso, delle intercettazioni telefoniche in moltissimi altri alvei dell’inchiesta, riesce davvero difficile capire il perché nel caso dei sedicenti satanisti esse non furono attuate.
Come ulteriore motivo di riflessione, si riporta parte del contenuto di un’informativa della Questura, datata 25 febbraio 2003, nella quale viene preso in esame un individuo sospetto, quel Pietro Bini che sappiamo essere l’unico condannato attraverso patteggiamento.

L’estrapolazione delle schede telefoniche interessate, grazie alla possibilità di evincerne il codice che lascia traccia della chiamata effettuata, ha permesso di focalizzare l’attenzione su alcuni elementi che potrebbero essere gli autori del reato; nello specifico è giusto segnalare che uno di loro, tale Bini Pietro, nato a Cannara […] ivi residente […], soprannominato “Tenente Kenne”, vista la sua passione e magalomania per le armi e tutto ciò che attiene l’esercito, anche se riformato, ha già precedenti specifici per aver ossessionato con telefonate anonime una donna, tale C. Luciana, minacciandola ed usando termini scurrili come viene fatto per la Falso. È anche da sottolineare che le sue fisime lo vedono come un fervido partecipante alle gare di “Soft air”, sia nella provincia di Perugia che in quella di Firenze e in quella di Reggio Emilia.
Oltremodo, una delle tante schede telefoniche usate per effettuare le minacce, viene usata diverse volte, anche in orari particolarmente tardi, anche per chiamare la C. Romina, sorella della C. Luciana. È evidente che la Romina C. non è ancora stata escussa a verbale, come la sorella (vedasi verbale allegato), perché sussistono validi elementi per ritenerla facente parte del sodalizio in parola, cosi come altri personaggi non sono stati chiamati, fino a che non esisterà la certezza della loro estraneità all’attività criminosa, onde non pregiudicare le indagini che si stanno effettuando. Si segnala anche che è la stessa Luciana C., che in sede di escussione a verbale, dichiara che il Bini è in possesso di tutti i numeri telefonici della sua famiglia e conosce i vari componenti.
Oltremodo si evidenzia che il Bini è stato indicato da più persone come un fervido praticante di messe nere e che, stranamente, le zone frequentate per le gare della “soft air” coincidono con i luoghi dove vengono praticati i riti satanici. Non è da sottovalutare neppure la tecnica che il Bini usò con la C.; infatti, durante le sue telefonate minatorie usava un distorsore vocale, necessario per non far riconoscere la propria voce, visto che la persona offesa e l’autore erano colleghi di lavoro e quindi perfettamente conoscenti l’una dell’altro. Tale metodo ha permesso al Bini di operare nella sua attività minatoria e denigratoria per ben due anni, senza che venisse scoperto e senza lasciare tracce particolari. L’elemento scatenante nel Bini questa perseveranza maniacale è da ricercare in un netto rifiuto, da parte della C., ad intraprendere una relazione sentimentale, stante le dichiaraziani  rilasciate dalla stessa.

È davvero tutto molto strano. L’informativa racconta i precedenti del soggetto nel campo delle molestie telefoniche, ma non fornisce alcun elemento che possa collegarlo a Dorotea Falso. La quale a sua volta mai lo aveva chiamato in causa. Eppure sappiamo che tre anni dopo Bini avrebbe ammesso le molestie, concordando con Mignini una pena rifiutata peraltro dal giudice per la sua eccessiva esiguità. E infine nel 2012, secondo Fiorucci, avrebbe “patteggiato una pena di qualche mese spiegando: l’ho fatto perché ero invaghito dell’estetista che non ci stava”. È chiaro che i conti non tornano, ma nell’impossibilità di farli tornare tramite le sole informazioni disponibili forse è meglio lasciar perdere e passare oltre.

Firenze risponde. Nello stesso giorno dell’audizione di Jorge Maria Alves, 9 novembre 2001, partì la richiesta di Canessa a Mignini per collegare le rispettive inchieste. Tempo neppure un mese che Giuttari preparò una nota per la Procura dove chiedeva nuove deleghe a effettuare interrogatori e intercettazioni sulla base dei nuovi sviluppi dovuti all’inchiesta perugina. Tra l’altro con la Alves aveva già trovato nella figura dell’avvocato Jommi il primo possibile legame di Narducci con l’ambiente fiorentino.
Quelle deleghe le avrebbe attese a lungo, però, poiché il nuovo procuratore capo, Ubaldo Nannucci, non si fidava troppo di lui, quindi, di lì a poco, sarebbero state scintille.

34 commenti:

  1. faccio veramente fatica a credere , non saro' ne' il primo ne' l'ultimo del resto, che tutto cio' possa essere accaduto veramente..sembra la sceneggiatura di un film dove gli inquirenti giocano a fare gli acchiappafantasmi

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  2. Ciao Antonio, mi fa piacere vedere riportato in questi articoli, le dinamiche, la verità tramite atti di un inchiesta che mai sarebbe dovuta partire e che ha rovinato la vita a tante famiglie...
    Con oggi, 21 maggio sono 9 anni dall'assoluzione ... era il 2008 ma
    il dolore rimane immenso !

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  3. Dopo diverse letture del tuo articolo, due domande.
    Attraverso quali passaggi le (eventuali) responsabilità del capo della mobile perugina Piero Angeloni in merito alle "telefonate a Dora" ricadrebbero invece su Michele Giuttari?

    Su cosa ti basi per affermare che la "vox populi" (a cui si aggiungeva quella di medici, aristocratici e borghesi) non fosse una ragione, di per sè sufficiente, per avviare indagini di verifica?
    Lo stesso Micheli non obietta sulla liceità.

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    1. Per rispondere alla prima domanda una persona più maliziosa di me potrebbe farti notare la sorprendente coincidenza della nascita della pista Narducci proprio nel momento in cui si era evidenziato il clamoroso fallimento di quella della villa e del pittore. Senza Narducci è chiaro che le indagini sui mandanti si sarebbero fermate. Quindi, nei fatti, avvenne che un capo della mobile offrì una insperata via d'uscita a un altro capo della mobile. Ma io non sono una persona maliziosa.
      Alla seconda domanda rispondo con una domanda: perchè i protagonisti della partenza delle indagini hanno sentito il bisogno di montare la commedia delle telefonate all'estetista?

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  4. Mi sembra che sia la Alves che il capo della mobile perugina fossero informati, come tutti dai giornali, sul fatto che Giuttari stesse indagando e con determinazione sui mandanti. Questo semplice fatto potrebbe rendere meno clamorosa la coincidenza. Ancora di più se, come è possibile, i due (ognuno per proprio conto) avessero colto il momento di difficoltà, la stasi dell'indagine. Quale momento migliore per proporre (ognuno a suo modo) i propri "candidati"?
    Voglio dire che, sulla base di ciò che sappiamo, non è scontato ritenere che Giuttari, anche in presenza di irregolarità, fosse in qualche modo coinvolto o responsabile. Ma ancora prima di ipotizzare le responsabilità di chiunque (Giuttari o Angeloni) bisognerebbe accertare che il nome di Narducci fu aggiunto arbitrariamente alle dichiarazioni di Dora (col suo consenso ovviamente). Il nome potrebbe essere stato invece semplicemente omesso per proteggere l'indagine dai poteri che già l'avevano soffocata sul nascere e per attirare Pino Rinaldi, Spezi e compagnia nella trappola in cui, di fatto, Angeloni li fece cadere. Pensavano di dare il colpo di grazia a Giuttari e alla sua inchiesta grazie ad Angeloni e si trovarono invece intercettati ed indagati. A mali estremi, estremi rimedi. Si può ritenere, come si evince dalla sentenza Micheli, che a Perugia non fossero tutti soddisfatti di come fossero andate le cose nell'ottobre del 1985. Non lo erano poliziotti, carabinieri, medici legali, magistrati. Avranno preso contromisure "anti furbi"? Non lo escluderei affatto.

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    1. Sulla caduta a fagiolo della riapertura delle indagini su Narducci preferisco non discutere troppo, poichè ognuno può dare la propria valutazione. Solo un paio di considerazioni. Innanzitutto va bene la coincidenza, ogni tanto ci può stare, ma qui è addirittura quasi al giorno: 4 ottobre (giovedì) riunione in Procura a Firenze dove si prese atto del fallimento della perquisa e 9 ottobre (martedì) lettera di Angeloni a Mignini con richiesta di riesumare la vicenda Narducci. Ora, tu ipotizzi che il capo della mobile di Perugia avesse colto il momento buono facendo tutto all'insaputa di Giuttari, e va bene. Ma chi lo aveva avvertito che era il momento buono? C'era un canale speciale tra le due Questure non noto a Giuttari? Forse sì. In più ipotizzi che anche la Alves avesse riesumato proprio in quel periodo i propri sospetti su Jommi, e va bene.
      Dove dissento completamente è su come tenti di giustificare la comparsa tardiva del nome di Narducci nelle telefonate all'estetista. Ho dimostrato, trascrizioni alla mano, che al momento della riapertura delle indagini su Narducci nelle telefonate all'estetista il suo nome non c'era, che cosa vuoi di più per convincerti? Perchè vai a costruire questa contorta ipotesi di un tranello teso a Rinaldi e Spezi?
      Non te la prendere, ma tu e alcuni tuoi compagni di discussione del forum dei mostri mi sembrate come quei bambini che difendono a tutti i costi i genitori che abusano di loro.

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    2. Giusto per farti notare la presa in giro, ecco cosa scrive Giuttari nel suo "Confesso che ho indagato":

      La donna non ne può più e si presenta alla polizia, dove fa ascoltare le chiamate. La sua denuncia è ben circostanziata e contiene anche le lettere anonime che ha ricevuto: ci sono sempre minacce di morte e la promessa, presto mantenuta, che il fienile di sua proprietà andrà a fuoco.
      La denuncia arriva sulla scrivania del sostituto procuratore Giuliano Mignini, il quale, dopo aver ascoltato le registrazioni, rimane colpito in particolare dal riferimento a Francesco Narducci. Lui, che è di Perugia, dove ha sempre vissuto, sa che la voce pubblica lo collega al caso del Mostro di Firenze e che è una voce ancora insistente, nonostante i lunghi anni ormai trascorsi.
      Ricorda perfettamente che il suo cadavere è stato ripescato nelle acque del lago Trasimeno ad alcuni giorni dalla scomparsa. Vuole vederci chiaro e, come primo atto, interroga personalmente Dorotea Falso.

      Qui di falso c'è molto altro, oltre al cognome della donna, poichè in quelle registrazioni il nome di Narducci non c'era. A te piace farti prendere in giro? A me no.

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    3. Non ho dubbi sul fatto che il nome di Narducci compaia, nelle registrazioni poste agli atti, sette mesi dopo l'apertura delle indagini. L'hai dimostrato e documentato - per quanto mi riguarda - in modo inconfutabile. Sono "affamato" di riscontri esatti e dimostrabili come questo. Il quadro complessivo in cui inserisco il dato esatto però è diverso da quello che tu immagini e suggerisci. Mi pare che tu non consideri la capacità di influenzare e persino di fermare le indagini di coloro che furono poi indagati e "variegatamente" assolti e prescritti. Eppure diedero ampia dimostrazione delle loro capacità nel 1985 e nel 1987 (blocco di autopsia e indagini oltre alle sottrazioni di documenti da vari uffici pubblici). Angeloni e Mignini giurerei sapessero che ogni iniziativa individuale, pure se legittima, sarebbe stata avversata e soppressa. Le strategiche contro-misure prese per arrivare alla riapertura delle indagini in un caso che "gridava giustizia" per come era stato chiuso, non posso conoscerle nel dettaglio ma posso dire che furono efficaci nel senso della ricerca della verità. Per cui non vedo la presa in giro. Vedo piuttosto la reazione della parte sana dello Stato all'abuso dei potentati locali.
      Nel caso, per me poco probabile, che Dora fosse d'accordo con Angeloni e Mignini ed il nome Narducci comparve dal nulla mi chiedo: lei cosa ci guadagnò? Loro come potevano fidarsi? Ed è una strana coincidenza che il nome compaia 7 mesi dopo se prima fu inventato.
      Perché escludere la possibilità più semplice e fluida? Il nome di Narducci potrebbe essere stato fatto in una delle prime telefonate non registrate e, sette mesi dopo, ci sarebbe stata una semplice riproposizione. Nei verbali non lo fecero comparire perché erano circondati da spie e ruffiani. Ma ovviamente compariva sugli atti di apertura e accorpamento indagine. Quando Rinaldi chiese ad Angeloni se il nome compariva Angeloni comprese che qualcuno ci aveva "gettato l'occhio" e tese la trappola in cui cadde Rinaldi, Spezi e compagnia depistante.
      Giuttari testimonia "de relato" di quegli eventi e soprattutto narrativamente. Non è una fonte equiparabile ad altri riscontri inerenti le telefonate. Potrebbe essergli stata raccontata una frottola o potrebbe essersi creato la sua idea di come fossero andate le cose.

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    4. Ti confesso che di fronte a questo tuo intervento mi trovo spiazzato. Veramente il paragone che ho fatto con i bambini violentati che giustificano a tutti i costi i loro genitori è quantomai calzante. La tua capacità di interpretare gli eventi per farli aderire a una visione precostituita credo sia qualcosa di unico e inimitabile. Me ne ero già reso conto ai tempi delle discussioni su Baccaiano, quando difendevi a tutti i costi l'assurda ricostruzione del commissario Colombo, ma qui raggiungi il massimo (per ora). Definire poi "semplice e fluida" la contorta ipotesi di falsificazione dei verbali per fronteggiare chissà quali poteri forti è quasi comico.
      Onestamente non so che altro dire, spero non te la sia presa, mi dispiacerebbe perchè riconosco la tua buona fede e la tua buona educazione, ma siamo su due universi paralleli che non possono comunicare.

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    5. ma questo è niente... rispetto alle affermazioni su Pucci "non oligofrenico" e Lotti "non collaboratore"

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    6. Non mi pare proprio il caso, Omar Quatar, di essere così scortesi con chi ci ospita da riaprire qui una questione che, tra l'altro, è già risolta nel merito.

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    7. hai ragione, avresti potuto rispondere ai miei articoli direttamente sul mio blog, invece che cercare la claque altrove.
      Il mio commento era rivolto all'atteggiamento generale, sottolineato dal proprietario del blog nel suo intervento, non certo al merito, che sarebbe O.T.
      E comunque, come dicevano gli antichi, quando ci vuole ci vuole...
      Ringrazio Antonio per l'ospitalità (e soprattutto per mettere a disposizione di tutti la documentazione di cui è in possesso - e prometto di chiuderla qui. Qui.

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  5. Specifico che difendo ancora -con convinzione- l'ipotesi Accent su Baccaiano. Considero la tua ricostruzione come la migliore tra quelle che prevedono Mainardi alla guida.
    Tornando brevemente all'argomento: gli abusi di potere dei "compagni di pontile" sono agli atti, insieme ai salti mortali di Micheli per declassarli da reati a marachelle. L'interesse di Rinaldi e Brizioli per le telefonate a Dora è quanto di più sospetto si possa immaginare poiché quegli atti non erano pubblici: come sapevano che quel nome non compariva nelle registrazioni? Qualcuno li aveva informati ma evidentemente non gli fornì riscontri e per questo Rinaldi si rivolse ad Angeloni, che lo ingannò. Se non hai preso visione del servizio di "Chi l'ha visto?" te lo consiglio vivamente. Sprizza malafede oltre al chiaro intento di confondere e sminuire il lavoro degli inquirenti. In barba a tutto questo (indagini bloccate, fascicoli assottigliati, autopsie evitate, "marchette" in rai) dovrei convincermi che i depistatori e gli abusivi fossero Angeloni, Dora, Giuttari e Mignini?
    Ecco, non è "semplice e fluido" ritenere che "i malvagi" fossero gli inquirenti invece della combricola che ne combinò più di "Bertoldo alla corte del re".
    Non me la prendo, anzi apprezzo la schiettezza.

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    1. Ho ampiamente dimostrato, documenti alla mano, che dietro la storia delle telefonate all'estetista c'è stato un grande inganno. Ora non sono certo le tue fantasiose e contorte ipotesi che possono smontare il mio lavoro.
      In sostanza pretendi di ritenere "semplice e fluido" il fatto che il documento ufficiale (trascritto in testa a questa parte di articolo e disponibile in download) dove Angeloni chiese il permesso a Mignini di riesumare il fascicolo Narducci fu poi falsificato per eliminare la testimonianza dell'estetista sull'aver sentito il nome dello stesso al telefono. Se la donna gli avesse raccontato tale fatto non si capisce infatti il perchè Angeloni non avrebbe dovuto avvalersene come giustificativo, oltre a quello debole delle "voci di popolo". Il che avrebbe come conseguenza che chi, a caro prezzo, in seguito si fece consegnare gli atti per difendersi avrebbe ricevuto un documento fasullo. Ti rendi conto della gravità del reato, falsificazione di documenti, che la tua ipotesi comporta?
      In alternativa dovremmo pensare che già all'inizio di tutta la storia Angeloni e Mignini avrebbero previsto l'entrata in campo dei fantomatici "poteri forti" ai quali tendere un tranello. Il che dovrebbe essere oggetto di un'indagine sul paranormale.

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  6. Tu hai dimostrato che, nelle registrazioni agli atti, il nome di Narducci compare mesi dopo la riapertura delle indagini. Questo è il dato certo e lo ritengo un risultato importante. Oltre questo dato, le ipotesi e le conclusioni che avanzi, non sono univoche nè oggettive. Lo sarebbero, per fare un esempio pratico, se Dora si fosse sottratta in qualche modo all'ipotetico "grande inganno" o se ne avesse ricevuto benefici dimostrabili dalla falsa testimonianza. Voglio dire che non possiamo ragionare come se le registrazioni fossero l'unico mezzo per acquisire la prova e Dora fosse un "pupazzo da ventriloquo". Non possiamo neppure assumere come normale che un fascicolo sia passato di mano in mano (da Angeloni a Mignini e da questi a Canessa e Giuttari) senza che nessuno obiettasse: "ma qui, il nome di Narducci, dove sta?". Non trovano l'anomalia neppure Micheli e gli altri giudici che seguirono il caso. Come escludi che questo possa significare semplicemente che il nome ci fosse e fosse stato riferito da Dora a voce?
    Da notare che Rinaldi prende atto del suo "errore" e cita Angeloni come fonte "infedele": eppure aveva in mano gli stessi documenti che hai messo a disposizione tu (oltre a tanti altri). Nonostante la sua esperienza giornalistica e la consulenza degli amici Spezi e Brizioli, non vede l'inghippo e non smaschera "il grande inganno". Come escludere quindi che altri documenti, prima riservati, rendessero poi impossibile a Rinaldi il percorrere quella strada difensiva?
    Non ipotizzo la falsificazione (neppure a fin di bene) della richiesta ufficiale di Angeloni a Mignini nè di nessun altro documento. Ipotizzo che, per evitare fughe di notizie (verificatesi, oppure non si spiega come Rinaldi avesse saputo che il nome non c'era), secretarono fino all'ultimo il nome riferito da Dora. L'occasione di far scattare la trappola la fornisce Rinaldi stesso, esponendosi incautamente con Angeloni.
    Voglio dire che poteva anche succedere che nessuno bussasse alla porta di Angeloni senza che questi ci perdesse il sonno.
    Angeloni e Mignini conoscevano "i loro polli", nessuna indagine paranormale era necessaria. Era prevedibile che gli alti funzionari ed i notabili coinvolti nella mancata autopsia di Narducci avrebbero usato tutta il loro potere per tenere il tappo su quel pentolone. Non è scontato dire che il proseguo diede, in questa ipotesi, ragione ad Angeloni e Mignini sulle eventuali cautele.
    Ad ulteriore supporto delle infiltrazioni in essere alla squadra mobile ed in procura c'è l'intercettazione in cui il questore Trio spiega alla moglie che, quanto rivelato dal servizio di "Chi l'ha visto?", era già a loro conoscenza da tempo (usa lui il plurale).

    Omar, la discussione che iniziai sul forum "imostri" precedeva i tuoi articoli. Al di là di questo, qualsiasi articolo sul mdf può essere oggetto di discussione o critica in altri luoghi, forum o blog. Mi pare anche augurabile non passare inosservati.

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    1. Tu hai dimostrato che, nelle registrazioni agli atti, il nome di Narducci compare mesi dopo la riapertura delle indagini. Questo è il dato certo e lo ritengo un risultato importante. Oltre questo dato, le ipotesi e le conclusioni che avanzi, non sono univoche né oggettive. Lo sarebbero, per fare un esempio pratico, se Dora si fosse sottratta in qualche modo all'ipotetico "grande inganno" o se ne avesse ricevuto benefici dimostrabili dalla falsa testimonianza. Voglio dire che non possiamo ragionare come se le registrazioni fossero l'unico mezzo per acquisire la prova e Dora fosse un "pupazzo da ventriloquo".
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      Che cosa c’entra Dora nel “grande inganno”? Non mi pare che sia attribuibile a lei una qualsiasi dichiarazione che faccia discendere dalla presenza del nome di Narducci nelle minacce ricevute la riapertura delle indagini. Da quanto ricostruisce il mio articolo la donna semplicemente portò all’attenzione degli inquirenti un suo problema, quello delle minacce telefoniche ricevute, lei presumeva dai cognati, per poi effettuare registrazioni delle telefonate successive, sulle quali evidentemente si innestò il piano di chi voleva aprire un nuove fronte della ricerca dei mandanti. Quindi nessuna falsa testimonianza per una persona del tutto inconsapevole di essere stata usata per qualcosa in cui lei nulla aveva a che fare.

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    2. Non possiamo neppure assumere come normale che un fascicolo sia passato di mano in mano (da Angeloni a Mignini e da questi a Canessa e Giuttari) senza che nessuno obiettasse: "ma qui, il nome di Narducci, dove sta?". Non trovano l'anomalia neppure Micheli e gli altri giudici che seguirono il caso. Come escludi che questo possa significare semplicemente che il nome ci fosse e fosse stato riferito da Dora a voce?
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      Questa ipotesi è puramente una tua fantasia, che confligge con gli atti esistenti. Ho riportato la trascrizione della prima (10 agosto 2000) e dell’ultima (25 maggio 2001) denuncia fatta dalla donna ai carabinieri di Foligno dove non c’è traccia né del nome di Narducci né di quello di Pacciani. Mi pare evidente che dietro le telefonate e gli atti intimidatori denunciati fino a quel momento c’era qualcuno che con le indagini sui mandanti non aveva nulla a che fare e non aveva alcuna ragione di tirare in ballo i due personaggi. Il bello è venuto dopo, ma, ripeto, nulla fa pensare che la donna sarebbe diventata complice, anche perché non ce n’era alcun bisogno.
      Significativi sono anche tutti i documenti successivi, sia i due verbali delle dichiarazioni della donna in questura (29 settembre 2001) sia in procura (16 ottobre) sia gli scambi tra questura e procura che quelle dichiarazioni riguardano. Si tratta di documenti dei quali ho la fotocopia dell’originale, dove non compare mai il nome di Narducci e neppure quello di Pacciani.
      Il perché Micheli non avesse rilevato l’anomalia non lo so, presumo che non se ne fosse neppure accorto, vista la poca importanza che assegnò all’argomento. In fin dei conti a lui come erano state riaperte le indagini non interessava, interessavano i risultati di quelle indagini, poichè su quelli doveva sentenziare.

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    3. Da notare che Rinaldi prende atto del suo "errore" e cita Angeloni come fonte "infedele": eppure aveva in mano gli stessi documenti che hai messo a disposizione tu (oltre a tanti altri). Nonostante la sua esperienza giornalistica e la consulenza degli amici Spezi e Brizioli, non vede l'inghippo e non smaschera "il grande inganno". Come escludere quindi che altri documenti, prima riservati, rendessero poi impossibile a Rinaldi il percorrere quella strada difensiva?
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      Perché mai Rinaldi avrebbe dovuto aver letto i documenti oggi in mio possesso? A parte che tali documenti non sarebbero potuti entrare nelle sue disponibilità se non attraverso vie illegali, ma se li avesse avuti per quale motivo avrebbe proposto Puletti come medico morto al lago? Non sarebbe stato più semplice e più logico percorrere invece la strada che ho fatto io dimostrando che di medici morti al lago nelle telefonate non c’era alcuna traccia al momento della riapertura delle indagini?

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    4. Non ipotizzo la falsificazione (neppure a fin di bene) della richiesta ufficiale di Angeloni a Mignini né di nessun altro documento. Ipotizzo che, per evitare fughe di notizie (verificatesi, oppure non si spiega come Rinaldi avesse saputo che il nome non c'era), secretarono fino all'ultimo il nome riferito da Dora. L'occasione di far scattare la trappola la fornisce Rinaldi stesso, esponendosi incautamente con Angeloni.
      Voglio dire che poteva anche succedere che nessuno bussasse alla porta di Angeloni senza che questi ci perdesse il sonno.
      Angeloni e Mignini conoscevano "i loro polli", nessuna indagine paranormale era necessaria. Era prevedibile che gli alti funzionari ed i notabili coinvolti nella mancata autopsia di Narducci avrebbero usato tutta il loro potere per tenere il tappo su quel pentolone. Non è scontato dire che il proseguo diede, in questa ipotesi, ragione ad Angeloni e Mignini sulle eventuali cautele.
      Ad ulteriore supporto delle infiltrazioni in essere alla squadra mobile ed in procura c'è l'intercettazione in cui il questore Trio spiega alla moglie che, quanto rivelato dal servizio di "Chi l'ha visto?", era già a loro conoscenza da tempo (usa lui il plurale).
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      Ecco finalmente la tua contorta spiegazione: i documenti non sarebbero stati falsificati, ma fin dal momento in cui l’estetista si presentò in questura facendo (secondo te) il nome di Narducci tutti si sarebbero adoperati per non farlo comparire mai, in nessun atto.
      È una spiegazione priva di senso. Esiste la trascrizione ufficiale, parola per parola, delle telefonate consegnate dalla donna alla questura con le prime due cassette e della quale ho copia. Per quale motivo vi sarebbe stato tolto il nome di Narducci? Per tenere segreta la ripartenza delle indagini su di lui temendo l’intervento dei poteri forti? E allora perché nella richiesta di Angeloni a Mignini il nome invece c’era? I poteri forti temevano soltanto la presenza di quel nome nelle telefonate dei millantatori?
      In realtà questa tua ricostruzione è illogica e non ha lasciato alcuna traccia in alcun atto ufficiale. Non si comprende infatti il perché Mignini non avrebbe dovuto riferirne nella sua requisitoria, e Micheli prenderne atto. Si tratta di fantasie di una persona che cerca a ogni costo di non guardare in faccia la triste realtà, per confutare le quali non ho alcuna intenzione di sprecare altre energie. Quindi non intervenire più, a meno che non hai qualcosa di veramente significativo da aggiungere, poiché non lo pubblicherò.

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  7. Sono d'accordo: proseguire oltre non sarebbe produttivo. Per il resto è stata -a mio parere- una discussione ricca di spunti e "parole chiave" utili a chi volesse ulteriormente approfondire l'argomento. Buon lavoro.

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  8. Nella nuova ottica dei "mandanti", bastavano le denunce reiterate dalla "brasiliana" per "riesumare" un evergreen come Narducci.
    Perché anteporre le molestie telefoniche a Dora, quando:
    1.il reo confesso si sarebbe rivelato un banale stalker;
    2.le indagini su Narducci erano già belle che incardinate su elementi che le avevano giustificate a giudizio dello stesso Micheli;
    3.avrebbero commesso un falso tanto penalmente rilevante quanto solo pregiudizievole per l’inchiesta?
    L'arcano potrebbe facilmente risolversi interpellando o, salvo intercorsa prescrizione, formalmente denunciando Mignini (anche uno storico non si limiterebbe a speculare sul De bello gallico se Cesare e tutti i protagonisti fossero ancora in grado di fornire spiegazioni).
    Ma ammesso e non concesso che Giuttari e complici dovessero trovare a tutti i costi un mandante per i "compagni di merende", definitivamente condannati in tempi record (con tanto di promozione a vicequestore in tasca all'encomiato superpoliziotto), bisognerebbe anche ammettere che "meglio" di Narducci non s'è trovato.
    Ora i casi sono:
    1. Tutti i giudici sono stati facilmente raggirati dal reo confesso Lotti e da altri astutissimi testimoni come Pucci, perché non ci sono esecutori né mandanti;
    2 Ci sono solo gli esecutori, senza mandanti;
    3 Tra i mandanti il più sospetto era figlio d'una famiglia troppo ammanicata per trovare dopo 17 anni le prove già prontamente sepolte con lui (tranne quelle riesumate col cadavere e che solo un giudice, di tutti quelli espressisi a riguardo, ha liquidato come altrettante sfortunate coincidenze), posto che tra gli indizi che avevano giustificato le indagini c'era punto il "moncone insensato" (fatto di certificati sbianchettati, una ricognizione cadaverica fittizia e false notifiche all'autorità giudiziaria) di tutti i rilievi (compresi quelli fotografici) a detta di Trio "misteriosamente scomparsi" (sarà stato Mignini a cancellarli pure dalla memoria dei fotografi?).
    "Io non sono un matematico", per dirla col principe De Curtis, ma a rischio di apparire più comico del miope chirurgo di Totò Diabolicus, direi che il calcolo delle probabilità pende decisamente a favore dell'ultima ipotesi.

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  9. La Alves fu sentita da Giuttari a distanza di un mese dalla riapertura delle indagini, quindi la sua reiterata denuncia non ne fu certo la causa. D'altra parte che cosa disse la donna che non era già compreso nel fascicolo esistente? Nulla. Ripropose le solite voci di popolo su Narducci e rilanciò le proprie vecchie insinuazioni sull'ex amante.
    In realtà le indagini furono riaperte per il semplice motivo addotto da Angeloni nella nota per Mignini:

    come è ormai noto, voci insistenti avevano indicato il Dr. Narducci quale materiale esecutore dei “tagli” di parti del corpo, effettuati dal mostro di Firenze, e che per di più avrebbe conservato in modo e luoghi adatti; non solo, la “famosa” moto che venne vista sul posto dell’ultimo omicidio sarebbe stata uguale a quella in possesso del Dottore. Detto mezzo non fu mai ritrovato.

    Dunque le solite voci, con in più la storia di una moto vista a Scopeti che non si sa da dove arrivi. Si tratta di motivi sufficienti per imbarcarsi in un'indagine che sarebbe costata decine di milioni di euro alla collettività? Nella nuova ottica dei mandanti qualcuno potrebbe anche pensare di sì. Ma la nuova ottica dei mandanti da dove nasceva? In realtà, come ho dimostrato nell’articolo “Dal dottore alla setta satanica”, nasceva dal nulla, anzi, nasceva dalle ambizioni di un investigatore che voleva tanto fare lo scrittore, e che sognava scenari inesistenti nei quali scatenare a briglia sciolta le proprie fantasie. In sostanza c'erano soltanto le sibilline e oltremodo tardive dichiarazioni del gran bugiardo Lotti sul fantomatico "dottore" che si era fermato in piazza a chiedere indicazioni a Vanni sull'abitazione di Pacciani, uno scenario cui aggettivi come "ridicolo", "grottesco", "inverosimile" calzano a pennello. E poi i calcoli del tutto sbagliati e interessati sul supposto patrimonio ingiustificato di Pacciani.
    Va anche ridimensionata la sollecitazione a indagare dei giudici di primo grado, della quale Giuttari si è sempre fatto scudo, quei giudici che scrissero un obbrobrio di sentenza nella quale, tanto per dirne una, Pucci venne ritenuto un "testimone pienamente affidabile", nonostante una deposizione scandalosa. Giuttari infatti dimentica che i giudici di secondo grado, in una sentenza comunque anch'essa di infimo livello, di quelle indagini esclusero qualsiasi necessità, poiché, secondo loro, i delitti erano maturati nell'ambito dei compagni di merende e basta.

    In ogni caso la complessa vicenda delle telefonate all'estetista non può essere ignorata. Una lettura appena un po' maliziosa degli elementi da me raccolti ci dice che qualcuno la mise in piedi, innestandosi su una "normale" vicenda di stalking, con lo scopo di creare i presupposti per indurre gli inquirenti ad aprire un nuovo fronte di indagini in Umbria su sette sataniche e affini collegate a Pacciani. Inizialmente Narducci non ne faceva parte, entrò dopo, in particolare una volta che la consulenza di Pierucci fornì gli elementi per disporre la riesumazione della salma. Ecco allora comparire nei messaggi minacciosi anche "il grande medico".
    Non sta certo a me proporre un'ipotesi sugli artefici di questo inganno, ogni lettore può farsi le proprie idee da solo, gli elementi ce l'ha.
    Infine le anomalie sulla sepoltura. Oltre alle dicerie della gente, che cosa le poteva collegare ai delitti del Mostro? Nulla, e in effetti proprio nulla fu trovato, nonostante il gigantesco sperpero di danaro pubblico.

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    1. Non occorreva che la Alves aggiungesse alcunché, perché nell'ottica dei mandanti Narducci perdeva l'alibi che aveva dissuaso Vigna dall'approfondire.
      Fosse per lui, ripeto, staremmo ancora al "mezzo indizio più mezzo indizio" uguale Pacciani assolto in appello, mentre è stato proprio Giuttari a smascherare l'autore dell'anonimo stupidamente attribuito al "Vampa" (che di sicuro sapeva di non aver ucciso la semmai correa Miranda Bugli), quando non serviva certo a sostenere la già vacillante accusa.
      Però, secondo te, l'aspirante scrittore sarebbe stato un poliziotto così disonesto da propiziarsi venturi successi editoriali a scapito della propria onorata carriera, quando gli sarebbe convenuto mettere il risultato in cassaforte, con la promozione a vice questore, e scrivere comodamente sul mostro di Firenze (o romanzi gialli che in filigrana alludessero ai suoi sospetti) lasciando ad altri il rischio di cimentarsi in ulteriori indagini (posto che, con o senza mandanti, i "compagni di merende" erano già stati condannati).
      Sai dirmi perché Lotti avrebbe dovuto inventarsi il fantomatico dottore committente, quando un falso testimone (magari furbo e interessato come i pentiti di mafia e non scemo e reo confesso come "catanga"!) si sarebbe limitato a fornire particolari più utili a incastrare solo Pacciani per tutti i delitti? Funzionari e collaboratori disonesti non avrebbero avuto alcun motivo di complicarsi tanto la vita per incastrare un povero contadino e vincere pure in appello. Qualunque errore abbia commesso Giuttari, è più logico supporre che fosse in buona fede o solo troppo zelante nel farsi interprete (vero o presunto) di una giustizia che non guarda in faccia a nessuno.
      Chi ha sicuramente barato sono il questore Trio e la famiglia Narducci!!!
      Per non "mettere in piazza la loro dolorosa vicenda", dici tu.
      Ma in questo caso, invece di trattare il cadavere del figlio come la carogna d'un animale spiaggiato (ispezionato impropriamente sul pontile!) per poi saltare macroscopicamente tutte le procedure (tanto da alimentare i sospetti che viceversa la prudenza avrebbe suggerito di fugare minuziosamente), avrebbero sollecitato i rilievi fotografici per trasportare subito il caro estinto in obitorio dove, dopo aver esibito con la massima discrezione la lettera che comprovava il suicidio, una normale ispezione cadaverica sarebbe potuta anche bastare (forse).
      Invece questa lettera non è uscita persino quando sarebbe servita a fugare sospetti peggiori, come non s'è mai fatto vivo l'autore della telefonata che, ipotizzano i famigliari, avrebbe comunicato a Francesco una diagnosi infausta, quando allora sarebbe servito anche a orientare le ricerche.
      Se invece ipotizziamo che la lettera dicesse altro e che anche l'autore della telefonata avesse qualcosa da nascondere, si spiegherebbe pure quella piccola frattura che solo facendo i salti mortali può essere liquidata come l'insulto finale d'una sorte incredibilmente avversa:
      1) Francesco non ha nulla del luogo comune sul "mostro di Firenze" (non è un chirurgo, un ginecologo - come il padre o il fratello, un misogino e nemmeno fiorentino... ), ma la vox populi addita proprio lui e in modo tanto originale quanto profetico (più che "il mostro", sarebbe il custode dei feticci ucciso dai complici);
      2) muore, e il mostro che aveva spedito lettere fino al giorno prima scompare con lui;
      3) nulla di sospetto nella sua morte, ma tutti si comportano in modo tanto sospetto da giustificare le future indagini;
      4) è morto annegato, ma l'autopsia trova solo una lesione da asfissia meccanica...
      5) ce ne sono altre di sfortunate coincidenze, tipo le frequentazioni fiorentine di cui parleremo altrove.
      Quanto alla falsificazione di Mignini sarebbe stata tanto inutile, quanto penalmente rilevante.
      Chi ci crede veramente, lo denunci!!!

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    2. Sulla carriera giallistica di Giuttari in assenza delle indagini sui mandanti basta leggersi "Assassini a Firenze" per avere un'idea di quella che sarebbe stata: zero. Come ho già scritto, si trattava di un libro pessimo, non per niente mai ristampato e per un anno e mezzo del tutto ignorato dagli editori, salvo riprenderlo in vista della scoperta del fantomatico sancta sanctorum nella villa di San Casciano. Quindi le tue considerazioni sul vicequestore che con tutta tranquillità scrive romanzi di successo lasciano il tempo che trovano. D'altra parte basta osservare la straordinaria concomitanza dell'uscita di Scarabeo con la perquisizione a Calamandrei per farsi un'idea delle correlazioni tra indagini sui mandanti e carriera dello scrittore.
      In ogni caso si tratta di un argomento sul quale non voglio discutere, quindi in un eventuale tuo nuovo intervento lascialo perdere pena la non pubblicazione.
      Sulla storia di Narducci e del doppio cadavere non è questa la sede per parlarne. Più avanti scriverò qualcosa, intanto posso dire che mi meraviglia sempre leggere interventi di persone in apparenza dotate di una certa capacità logica che ancora ci credono. Come si fa a immaginare uno scenario così contorto dove qualcuno, temendo che l'esame del cadavere di Narducci facesse scoprire chissà cosa, invece di farlo semplicemente sparire avrebbe messo in piedi un'incredibile commedia come quella di far recuperare un altro cadavere per poi sostituirlo di nuovo? Per quale motivo la famiglia Narducci avrebbe corso i rischi connessi con un percorso così difficile da organizzare e così denso di possibili intoppi, quando la sparizione del loro congiunto, dopo qualche giorno di ricerche, sarebbe stata dimenticata come quella di mille altre persone prima e dopo di lui?

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    3. Che Trio e i famigliari di Narducci si sono comportati in modo tanto rischioso quanto "irrituale" è un dato di fatto.
      Rischi simili possono essere giustificati solo da un rischio più grave, non certo dalla discrezione.
      Se Francesco fosse scomparso nel nulla, vere e proprie indagini (magari anche private da parte della moglie) avrebbero dovuto seguire alle infruttuose ricerche, ed è proprio quello che si voleva evitare.
      Viceversa è alquanto probabile che il "doppio cadavere" fosse di uno di cui nessuno avrebbe notato la scomparsa.
      Senza nemmeno bisogno di cercarlo in obitorio, forse era un clandestino (non somigliava a un africano?), perché no?, ingaggiato per uccidere Narducci e a sua volta scoperto e ucciso da chi aveva letto la lettera (non è curioso che Luigi Stefanelli lavorasse sull'Isola Polvese - http://insufficienzadiprove.blogspot.it/2009/11/cesare-agabitini.html, e che ufficialmente le ricerche siano cominciate solo alle 23,15?).
      Si possono fare diverse ipotesi a riguardo e, per "contorte" che appaiano, sono meno illogiche del supporre che abbiano fatto tutto quel casino davvero per nulla.

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    4. L'argomento non si può esaurire in un botta e risposta. A tempo debito dimostrerò, almeno agli occhi dei non schierati in modo pregiudizievole, tutte le assurdità dell'ipotesi del doppio cadavere, e anche quanto fragili siano le "prove" a sostegno.

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  10. Ci si può fermare alla constatazione che non si è trovato nulla che colleghi Narducci al mdf . Oppure si possono approfondire le ragioni per cui non si è trovato nulla. Nel nostro caso le ragioni sono tanto peculiari e abusive da rappresentare, di per sè, un atto d'accusa.
    L'indagine venne bloccata sino dalle prime ore: niente foto, niente autopsia. Padre, fratello e compagnia rastrellano tutto: dai veicoli, alle armi; dagli scritti alle foto e agli abiti. Non si salvano neppure i registri delle presenze in ospedale e persino il fascicolo (già scarno) subisce cancellazioni e sottrazioni.
    So bene che attribuisci (non solo tu) le anomalie alla necessità di proteggere la privacy di una "famiglia in vista" in un momento difficile come quello (ipotetico) di un suicidio. Ma questo non si è potuto appurare per l'atteggiamento assunto dai parenti nei confronti degli inquirenti. Atteggiamento che è poco definire reticente: una diffidenza, un'arroganza, un'aggressività che si riscontra di solito nelle famiglie mafiose da generazioni. Voglio dire che nessuna nebbia è stata fugata perché nessuno in famiglia ha voluto mai chiarire nulla. Non credo di sbagliarmi se affermo che un padre che non vuole sapere dagli inquirenti come è morto il figlio, evidentemente lo sa già. Sono dubbi intollerabili per qualunque genitore, parente stretto, amico. Questa verità non hanno voluto rivelarla, innoqua o terribile che fosse. Perché pensare bene? Su quali basi e soprattutto su quali precedenti?

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    1. Certo che il padre sapeva come era morto il figlio, si era suicidato, come ancor oggi qualsiasi persona non ossessivamente orientata può supporre, in base agli elementi noti. La mia meravigliosa (mi si lasci dire) intuizione riguardo la piccola frattura al collo riscontrata in sede autoptica toglie di mezzo l'unico dubbio, mettendo anche una pietra tombale sulle sciocchezze del doppio cadavere, emblema di fin dove si è giunti nel tentativo di dimostrare l'indimostrabile sperperando soldi pubblici.
      Stupirsi che la famiglia non avesse avuto alcuna voglia di mettere in piazza la loro dolorosa vicenda è chiudere gli occhi di fronte a una semplicissima realtà.

      Pensare bene è nella logica dei fatti, visto che è colui che pensa male a dover dimostrare la fondatezza dei propri cattivi pensieri, come secoli e secoli di civiltà giuridica hanno stabilito. Una lettura serena della documetazione esistente ci dice che l'accostamento della tragedia Narducci alla vicenda del Mostro di Firenze fu in origine frutto di una delle tante malignità della gente, le cui basi non risultano in nulla più solide di quelle che colpirono tanti altri sfortunati personaggi. La storia fu riesumata in modo poco limpido quando c'era bisogno di indagare sulla ricerca dei fantomatici mandanti, un'ipotesi basata sul nulla (il dottore di Lotti e i risparmi di Pacciani). Questa è la triste realtà che rifiuti di vedere, con la tua astrusa ipotesi sulle telefonate di minaccia.

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  11. Il paragone tra Narducci e gli altri sospettati o indagati eccellenti è improponibile. Se su costoro è stato possibile per gli inquirenti effettuare indagini, pur con le difficoltà e le ingerenze note, su Narducci no: un "muro di gomma" prevenne e respinse ogni tentativo all'origine. Questa dato non si può ignorare poiché si incastra in uno scenario complessivo che, più che sospetto, appare criminogeno. Ampi mezzi e conoscenze hanno consentito ai "compagni di pontile" di evitare condanne penali. La peculiare sentenza Micheli (oggettivamente anomala ed esondante come sancito dalla cassazione) è però un'arma a doppio taglio: proprio mentre assolveva gli imputati giuridicamente, li condannava storicamente offrendo ampia documentazione sui loro abusi e manovre.
    Micheli, è evidente, "spacchetta" gli elementi a carico degli imputati e li "smonta" (non sempre lucidamente) uno per volta, evitando accuratamente ogn visione d'insieme.
    L'argomento è ampio 900 pagine ma c'è un aspetto, semplice e più significativo di altri, che riguarda il medico perugino: intratteneva rapporti di collaborazione e consulenza scientifica con la Menarini Farmaceutica di Firenze e contestualmente con un'ospedale lì vicino. Di ciò si trova riscontro nella sentenza Micheli che però gli dedica giusto due righe e poi lascia cadere per trattare ampiamente delle voci diffuse tra i vicini dei Narducci/Spagnoli riguardo la frequentazione di Firenze dello stesso.
    Ora, come si lega il fatto acclarato che il dottore avesse un contratto con la Menarini con la negazione assoluta che frequentasse Firenze? Dobbiamo supporre che la Menarini avesse inventato il "telelavoro" "ante litteram"? Ovviamente è più logico ritenere che frequentasse Firenze. Perché tanto accanimento a negare le frequentazioni fiorentine di Narducci, anche le più innocenti e persino quelle lavorative?
    Ricordiamo che la prima versione dei familiari fu quella dell'incidentale annegamento, della disgrazia. Solo in sub-ordine, funzionalmente per non negare l'evidenza, accolsero l'ipotesi del suicidio. Dovettero ripiegare perché l'emersione di tante anomalie, abusi e rischi corsi, non era congruente col semplice intento di evitare lo "scempio dell'autopsia". Abbiamo assistito ad un "tira e molla" che aveva l'unico scopo di celare la verità sulla morte del medico e non possiamo relegarlo al "tradizionale" (e comunque aberrante) scambio di favori e cortesie tra notabili. Voglio dire che tutto possiamo ritenere tranne che gli imputati ci abbiano detto la verità. Ergo siamo autorizzati a cercarla.
    Infine, a collegare Narducci al caso mdf c'è la sparizione dei registri ospedalieri: quelli che avrebbero potuto fornire un alibi inconfutabile a Narducci qualora fosse stata certificata la sua presenza altrove da Firenze. Qualora invece i registri non avessero fornito un alibi, non avrebbero neppure rappresentato una prova di colpevolezza. Eppure sono spariti.
    Mi pare che alla mia "ossessione" a "pensare male" ne corrisponda una tua a "pensare bene" sempre e comunque.

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    1. Purtroppo ho erroneamente cancellato la mia risposta, che cercherò di ripetere ricordando.
      Secondo me parti sempre e comunque dal presupposto che Narducci fosse implicato nella vicenda del Mostro, e in questa chiave leggi tutti gli eventi. In sostanza dai per scontati ciò che invece dovresti dimostrare. E' infatti chi pensa male ad avere l'onere di dimostare il perchè, non il contrario. La nostra civiltà giuridica ci insegna infatti che è la colpevolezza a dover essere provata.
      Non c'è niente che leghi Narducci alla vicenda del Mostro, nessuna prova, soltanto chiacchiere. Per di più l'opera della famiglia nell'evitare autopsia e quant'altro è perfettamente spiegabile con il tentativo di nascondere quello che appariva come un suicidio, e che lo stesso Narducci aveva goffamente tentato di camuffare da disgrazia. Tutto nell'ottica di un ambiente di persone in vista dove un suicidio avrebbe portato chiacchiere e scandali.
      Certo, con il senno di poi i Narducci avrebbero certo preferito quelli. Con il senno di poi.

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    2. Concordo in pieno con Antonio. Non c'è stata mai nessuna prova, addirittura indizio di frequentazioni di Narducci a Firenze, che oltretutto mai ha lavorato per la menarini o in un ospedale di firenze .... solo voci di popolo, che mai hanno trovato riscontro nel processo a mio padre. Io NON l'ho mai visto e conosciuto e mai a avuto ambulatorio a sancasciano ... con certa che i genitori di Narducci si siano maledetti per non aver fato fare l'autopsia allora, come mio padre di aver denunciato mia mamma .... ma siccome erano solo delle brave persone con dei grossi problemi familiari, pensarono solo a far la cosa che meno danneggiava la famiglia in un momento di estremo dolore, i Narducci per la perdita di un figlio, mio padre invece pensò di tutelare i suoi figli e la sua ex moglie che aveva un grave disturbo psichico

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    3. Purtroppo chi disquisisce su questa bruttissima vicenda di malagiustizia (che non ha dato un colpevole ai familiari delle vittime e ha perseguitato persone innocenti) dimentica che dietro ogno nome c'è una persona, con tutti i suoi affetti, con tutti i suoi familiari che hanno sofferto e ancora soffrono. Non vedono magari dei figli o dei nipoti che ancora devono affrontare le malignità della gente, dei compagni. Ecco allora che dopo che anni di indagini non hanno dimostrato un bel niente ancora si dilettano con i sospetti privi di prove.
      Sono con te, Francesca, contro ogni malvagità di chi ci ha guadagnato e contro ogni faciloneria di chi ancor oggi quella malvagità non riesce a vedere.

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    4. In base al principio (sacrosanto dal punto di vista giuridico!!!) che tutti sono innocenti fino a prova del contrario, dovremmo considerare colpevoli solo i "compagni di merende" (ma anche Al Capone solo di evasione fiscale!) e soltanto calunniate (ulteriormente qui) anche le persone che stanno dietro i nomi di Giuttari e Mignini (che peraltro la stampa ha trattato molto peggio di altri imputati!).
      Io dico che chiunque, senza falsificare i fatti, è libero di confrontare opinioni diverse, e non credo di offendere nessuno se (bene o male) argomento civilmente i miei dubbi sull'estraneità ai fatti in questione di persone non certo indifese (come i Narducci), o già passate, sperabilmente (da "pecora smarrita" quale certamente sono, augurerei il paradiso pure ad Al Capone), a miglior vita (come Pietro Pacciani e Francesco Narducci).
      Se il prezzo che devo pagare per questo è essere annoverato tra i "cattivi" e prevenuti dai buoni che più imparzialmente considerano tutti innocenti, tranne Giuttari e Mignini, lo accetto volentieri, anche perché mi conferma nell'impressione di non essere il più acritico...

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  12. Ho avuto anche io una cancellazione accidentale. Sarà l'occasione per essere più sintetico.
    A mio parere i Narducci non erano degli stolti: se hanno scelto di lasciare aleggiare per sempre il dubbio che il figlio fosse coinvolto nei delitto non posso certo escludere che, tale difficile decisione, fosse un male minore rispetto alla certezza. Tu ipotizzi che col senno di poi si siano pentiti, io suppongo che non poterono fare altrimenti. Mi sembra infatti ingenuo e controproducente da parte dei familiari, agire in quel modo massivo, "post mortem", per salvare da semplici voci un figlio innocente ed estraneo.

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