sabato 13 maggio 2017

Firenze-Perugia andata e ritorno (2)

Segue dalla prima parte

L’estetista. Abbiamo visto che in un giorno non ben precisato, ma non troppo precedente la sua audizione del 6 novembre 2001, Maria Alves aveva cercato di Giuttari, con lo scopo di reiterargli i propri sospetti sull’ex amante Giuseppe Jommi e sulla sua presunta amicizia con Francesco Narducci. “Ha cercato varie volte di contattarmi lasciando detto in Questura che aveva notizie sulla vicenda del “mostro di Firenze” e che voleva incontrarmi. L'accontento appena posso.”; così si legge ne Il Mostro. Fino a prova contraria dobbiamo credere alla versione dell’ex superpoliziotto, del resto confermata dal verbale riassuntivo controfirmato dalla stessa Alves, ma questo ci costringe nel contempo anche ad accettare una coincidenza davvero sorprendente: quando, dopo tanti anni, la rancorosa signora brasiliana aveva deciso di sottoporre ancora una volta la chiacchierata figura del medico umbro all’attenzione delle forze dell’ordine, da qualche giorno, forse da una, due, tre settimane al massimo, a Perugia erano state riaperte le indagini su di lui!
Per quale motivo una storia vecchia di ben sedici anni – fonte sì di fascinose suggestioni nella vicenda del Mostro ma sempre scartata dagli inquirenti come effettiva ipotesi di lavoro – era stata riaperta? L’appassionato che ha letto Il Mostro, e quindi il colorito resoconto di Giuttari sull’argomento, sa il perché, o almeno è convinto di saperlo.

Squilla il telefono nell'istituto di Foligno dove lavora Dora. Lei solleva la cornetta e prima ancora di salutare il cliente riconosce il fiato corto, affaticato.
«Tu e la tua famiglia dovete morire... tuo figlio, con quella bella testolina tutta rossa... per il nostro signore Satana, verrà sacrificato sulle colline del Mugello... maledetta puttana...»
La voce dell'uomo è roca, artefatta, vagamente metallica. Scandisce le parole come se gli costasse.
Non è la prima volta che Dora riceve quelle telefonate. Si alternano un uomo e una o due donne, difficile dirlo perché le voci sono sempre camuffate, quelle femminili con un timbro falsamente infantile. Non cambiano le offese e le minacce.
«Ancora li? Ci vai dal tuo ciarlatano? Sì, noi ti aspettiamo, siamo già lì, dal tuo ciarlatano. Farà una brutta fine. Anche tu. Ti prenderemo il sangue, il tuo e il suo. La sua testa sarà portata e seppellita nelle colline di Firenze... dove c'è anche quel bastardo di Pacciani... Puttana, sei finita!»
Dora non si perde d'animo, tiene testa agli interlocutori, li deride: « È una vita che me lo dici... che paura! Che paura, tremo tutta!», [voce di donna] «Tuo figlio... lo vogliamo...» [lei] «Cos'è, non sei capace a farne?» [voce di donna] «Farà la fine di Pacciani... era un nostro servo ma ha tradito.» [voce di uomo] «Ricorda il dottore amico di Pacciani... traditori di Satana... I traditori Pacciani e il grande medico... Narducci... finito nel lago strangolato.»
[voce di uomo] «Presto per te arriveranno le tenebre di Satana. Come l'amico di Pacciani, nel lago Trasimeno.»
[voce di uomo] «La polizia a noi non ci fa niente... tu morirai. È importante che qualcuno di noi, e siamo tanti, lo faccia... puttana... scimmia... gallina!»
Le telefonate si susseguono. Dora li fa parlare. E registra tutto.

Si sarebbe scoperto poi che dietro il nome camuffato di “Dora” c’era la titolare di un istituto di bellezza di Foligno, tale Dorotea Falso, una normalissima signora di quasi quarant’anni del tutto priva di legami sia con il mondo dell’occulto sia con quello dei servizi segreti e, per quanto se ne sa, anche fuori da qualsiasi altra organizzazione criminosa o comunque nascosta. Il perché una sedicente setta satanica l’avrebbe minacciata addirittura di morte risulta del tutto incomprensibile. Ma vediamo quel che successe poi, sempre secondo Giuttari.

Ora è davanti a un ispettore della Squadra Mobile della Questura di Perugia, che ascolta incredulo il nastro, la prova della denuncia per le minacce di morte che è venuta a sporgere. È una denuncia circostanziata: oltre alle telefonate aveva ricevuto lettere anonime sempre con minacce di morte, era stata avvertita che le avrebbero bruciato il fienile, cosa che poi avvenne, aveva subito danni alla propria auto (quattro ruote squarciate e sfregi sulla carrozzeria), tutti fatti che aveva regolarmente denunciato alle forze dell'ordine del paese in cui abitava.
«Adesso hanno iniziato a minacciare di morte anche mio figlio che ha tre anni.»
Ma questa volta Dora è fortunata: l'ispettore avvisa subito il PM che sta coordinando l'indagine su un caso in cui è coinvolto un parente di lei, che è il motivo per cui quel giorno è stata convocata in Questura.
Il PM è Giuliano Mignini. Un uomo integro e coraggioso, che va dritto per la sua strada, non si piega alle pressioni e non si lascia intimidire da nessuno. Uno di quei tutori dell'ordine al servizio dei cittadini che mi piace raccontare nei miei romanzi. La stessa tempra di Vigna, che sempre più rimpiango.

Come? Giuttari rimpiangeva il medesimo Vigna che di lì a un paio di mesi, grazie proprio alle sue stesse confidenze, sarebbe stato presentato su Panorama come depistatore? Ma non è questo ciò che interessa qui, qui interessa Mignini, e soprattutto le sue mosse di fronte alle stranezze degli eventi dei quali fu messo a parte.

Quando giunge nell'ufficio della Mobile il magistrato non si toglie neppure l'impermeabile beige, ma si mette subito la cuffia e ascolta le telefonate. Vuole sentire bene le voci, studiare le frasi una per una. Lo colpisce soprattutto il riferimento al “grande medico”, Narducci, perché anche lui, che è di Perugia, sa che si tratta del medico che la “voce pubblica” in passato aveva collegato alla vicenda del “mostro di Firenze” e che ancora persiste.
Vuole vederci più chiaro e senza perdere tempo emette una serie di autorizzazioni per approfondire le indagini, tramite la Squadra Mobile di Perugia, sul medico e la sua morte.

E così, almeno a dire di Giuttari, invece di accertarsi prima di chi ci poteva essere dietro le ridicole minacce telefoniche – si trattasse di mitomani oppure anche della fantomatica setta che a Firenze avrebbe commissionato i delitti del Mostro – Mignini partì in quarta a indagare su una storia vecchia di sedici anni. Proviamo a leggere il resoconto diretto del magistrato, come risulta dalla sentenza Micheli.

Nel settembre – ottobre 2001, la Squadra Mobile della Questura di Perugia sta seguendo un caso stranissimo, che tutt’oggi, nonostante un’intervenuta condanna patteggiata, presenta degli aspetti oscuri e torbidi. È il caso delle quotidiane minacce telefoniche dal contenuto e dalle modalità espressive degne di un film horror, che una estetista di Foligno, certa Falso Dorotea, riceve da mesi, da più persone (un uomo certamente e, forse, una o più donne) che, con voce alterata, si affermano appartenenti ad una congrega di tipo satanista. […]
Ad un certo punto, attorno alla metà di ottobre 01, il contenuto delle minacce, dapprima piuttosto generico, assume, via via, dei riferimenti, sempre più precisi, alla tragica vicenda fiorentina e, in particolare, dapprima alla figura di Pietro Pacciani, poi, anche a quella di un medico, identificato esplicitamente in Francesco Narducci. […]
La stessa Squadra Mobile di Perugia non se ne sta inerte e, in una delle note che accompagnano la strana evoluzione della vicenda Falso Dorotea, richiama la morte del gastroenterologo e i suoi ipotetici rapporti con la tragica sequenza omicidaria fiorentina.
Alla luce di tale nota, sempre nell’ambito del procedimento sulle minacce telefoniche, riprende, anzi, questo PM prende per la prima volta, lo scarno fascicoletto “Atti relativi alla morte di Francesco Narducci”, esistente in Tribunale (ve ne è anche uno della Procura) e si comincia ad assumere a informazioni alcuni soggetti che possono fornire indicazioni su quella morte e, su indicazione della Mobile, la Prof.ssa Francesca Barone, appartenente all’epoca all’Istituto di Medicina legale di Perugia, di turno, ma stranamente non chiamata in occasione del rinvenimento del cadavere attribuito al Narducci.

Sembra proprio che Giuttari avesse raccontato il vero sulla partenza immediata delle nuove indagini sulla morte del medico umbro. L’interrogatorio di Francesca Barone, infatti, è del 22 ottobre, un lunedì, quindi di appena una settimana successivo alla metà del mese, quando, afferma Mignini, nelle telefonate a Dorotea Falso sarebbero comparsi i nomi prima di Pacciani poi anche di Narducci. Quella stessa settimana venivano sentiti almeno altri sei testimoni chiave, per proseguire alla medesima velocità nelle settimane successive. Una partenza sprint, insomma, nemmeno si fosse cercato un serial killer che minacciava di uccidere ancora da un momento all’altro. Il giudice Micheli pare non far caso a questa incredibile fretta, e non approfondisce per nulla i possibili retroscena delle strane telefonate, le quali vengono liquidate in poche righe come prodotto dell’umana idiozia.

A proposito delle telefonate di molestia e minaccia che costituirono l’occasione per tornare a indagare sulla morte del Narducci, nulla quaestio: che un qualunque mentecatto potesse mirare a spaventare una donna usando argomenti di quel tipo, non può destare sorpresa. I passi riportati dal P.M. sembrano peraltro, nella gran parte, avere un “normale” contenuto di ingiuria ai danni della signora Falso, con solo occasionali riferimenti ai personaggi che qui rilevano: in quel contesto, l’abbinamento del Narducci al Pacciani non rivelava necessariamente che chi lo operava sapesse chissà cosa sul conto del primo. Nel 2001, facendo un minimo conteggio, erano ormai sedici anni che circolava la chiacchiera sul fatto che il medico umbro avesse avuto a che fare con i delitti del “mostro di Firenze”, ed è – questo sì – fatto notorio che nell’immaginario collettivo dire “mostro” significasse dire Pietro Pacciani; aggiungendo poi il particolare che anche il Pacciani risultava deceduto in circostanze, per taluno, ancora misteriose, ecco un mix perfetto per dare corso a sfoghi di idiozia. E che l’autore di quelle telefonate fosse appunto un povero idiota risulta con palese evidenza dai riferimenti ai limiti estetici od alle infedeltà coniugali che affliggevano la malcapitata destinataria delle contumelie: chi vuole seriamente minacciare la persona a cui si rivolge non si mette a dire cose del genere.

Per Micheli, quindi, “nulla quaestio”, niente da dire. Qualche considerazione in più invece s’impone, non tanto su chi telefonava quanto sul peso delle stesse telefonate nell'inchiesta. Chi scrive non sa nulla di diritto penale, però si presume che anch’esso, come tutte le attività disciplinate dalle leggi dello stato, debba ispirarsi quantomeno a una logica di base condivisibile da tutti, al buonsenso, insomma. Un pubblico ministero che riceve una notizia di reato – in questo caso l’ipotetico omicidio di Narducci legato ai delitti del Mostro di Firenze – certamente ha sia il diritto sia il dovere d’indagare, ma si presume che decida di esercitarli soltanto dopo essersi accertato che la notizia abbia un minimo di consistenza. In fin dei conti ogni procedimento penale comporta un’allocazione di risorse e un costo per la collettività, quindi, considerando per di più la cronica carenza di mezzi della nostra magistratura, un filtro attento s’impone. Ora ci si chiede quale credito poteva esser dato a chi si professava appartenente alla misteriosissima setta satanica che avrebbe ucciso Pacciani e poi tormentava una povera donna chiamandola puttana, scimmia e gallina! Per caratterizzare uno scenario del genere il termine più adatto non può che essere: “ridicolo”. Ma se anche, malgrado tutto, si fossero davvero ritenuti possibili i legami satanici millantati dai telefonisti, la prima cosa da fare era individuare chi li millantava, con il che si sarebbe forse potuto aprire uno spiraglio di immense potenzialità nelle indagini sulla ricerca dei mandanti. O no?

I telefonisti. Sono stati chiariti, almeno in seguito, i retroscena delle strane telefonate, e soprattutto, sono stati individuati i misteriosi telefonisti? Nel frammento precedente Mignini accenna a una condanna patteggiata, ammettendo però che nella vicenda rimanevano ancora degli aspetti da chiarire. Le notizie sull’argomento sono molto scarse e anche contraddittorie. In ambito giornalistico per anni si è ritenuto che le telefonate all’estetista fossero state opera di usurai che cercavano di recuperare i loro soldi, e prima dell’uscita della sentenza Micheli non si era neppure sicuri che in esse vi fossero espliciti riferimenti a Francesco Narducci o si parlasse invece di un generico “grande medico”. Si ricorda un servizio di “Chi l’ha visto” (20 marzo 2004) dove il giornalista Pino Rinaldi proponeva in alternativa a Narducci un altro medico, tale Alessio Puletti, caduto in un giro di usura e morto suicida vicino al lago Trasimeno nel 1995. Secondo Rinaldi nelle telefonate si sarebbe fatto riferimento a lui, e non a Narducci, quindi le indagini su quest’ultimo si sarebbero avviate partendo da presupposti sbagliati. Si trattava di una falsa pista che sarebbe costata allo stesso Rinaldi l’iscrizione nel registro degli indagati per ostacolo alle indagini. A suo dire l’equivoco era nato per alcune risposte sibilline ricevute da Piero Angeloni, il commissario che aveva sottoposto il caso dell’estetista all’attenzione di Mignini.
Da quanto riporta la sentenza Micheli sull’argomento, ben poco a dire il vero, sembra di capire che l’usura non c’entri, o meglio, che riguardasse non Dorotea Falso, ma un suo parente, non si sa in quale ruolo, se d’indagato o di parte lesa. La seguente frase, tratta dalla requisitoria di Mignini, parla di due procedimenti: “il fascicolo relativo alle telefonate n. 9144/01/21 era nato, a sua volta, per motivi puramente occasionali, dal fascicolo 11674/00/21 in materia di usura”. Sembra quindi che le indagini sulle minacce telefoniche si fossero innestate su una vicenda di usura preesistente, dal cui originario fascicolo, aperto contro persone note nel 2000 (11674/00/21), ne era stato stralciato uno apposito nel 2001, anch’esso contro persone note (9144/01/21).
Ma insomma, chi erano gli autori delle ridicole telefonate e quali i loro obiettivi? Alcune preziose informazioni ci vengono offerte dalle pagine umbre de “La Nazione” del 30 marzo 2006:

Sembrerebbe un processo come tanti. Minacce telefoniche e ingiurie nei confronti di un’estetista: reati da poco, puniti con pene miti. Ma la prima udienza del processo “Brozzi+altri”, ieri mattina davanti al giudice monocratico di Foligno, Ombretta Paini, è la genesi dell’inchiesta sull’omicidio di Francesco Narducci. Un mistero lungo 20 anni. Perché per la prima volta qualcuno, in quelle chiamate con voce artefatta, accostò i nomi di Pietro Pacciani e del medico trovato cadavere nel lago Trasimeno nell’ottobre del 1985.
E secondo la Procura di Perugia furono i quattro imputati: Pietro B. (49 anni), Roberto F. (33 anni) e i coniugi Francesco B. (47 anni) e Nadia C. (37), cognati dell’estetista. Lo fecero, dice il decreto di citazione a giudizio firmato dal pubblico ministero Giuliano Mignini, “valendosi della forza intimidatrice derivante da un’associazione segreta dedita a pratiche sataniche, coinvolta nelle morti di Pietro Pacciani e Francesco Narducci, associazione di cui gli anonimi interlocutori dell’estetista affermavano di far parte…”. Ma dall’inchiesta madre non sarebbe ancora emerso il perché di quel binomio inquietante (Pacciani-Narducci), né l’eventuale ruolo degli imputati.
Restano quelle frasi terrificanti che l’estetista registrò e il perito della procura ha puntualmente trascritto.
Ieri però il processo ha subito la prima battuta d’arresto. Il giudice infatti ha respinto la richiesta di patteggiamento avanzata dall’avvocato Marco Baldassarri per conto di Pietro B. La pena, concordata con il pubblico ministero Mignini, era di un mese e venti giorni ma, al termine della camera di consiglio, il giudice ha ritenuto la pena “non congrua” per la gravità del reato. Dopo la decisione il giudice si è dichiarata incompatibile a proseguire il giudizio per gli altri imputati e ha rimesso gli atti al presidente del tribunale di Perugia che dovrà designare un nuovo giudice. […]

Quindi, secondo lo stesso Mignini, i quattro presunti telefonisti non facevano parte di alcuna setta satanica, ma lo avevano millantato per intimidire l’estetista. Il che porta inevitabilmente a concludere che la pista Narducci sarebbe partita da invenzioni di semplici molestatori telefonici: di certo, una verità quantomeno imbarazzante. A pensar male diventa allora comprensibile la voglia di Mignini di chiudere la faccenda alla svelta, tanto da accordarsi con uno dei responsabili per una pena irrisoria rifiutata dal giudice.
Notizie sull’evoluzione del caso, dopo il passaggio di competenze al tribunale di Perugia, arrivano dal libro di Alvaro Fiorucci (2012), giornalista sempre informatissimo sulle vicende giudiziarie di quella città. Rispetto all’articolo precedente, forse per un errore di Fiorucci o forse no, i tre uomini e una donna diventano però due uomini e due donne.

È gennaio 2012 quando tre dei presunti autori delle minacce che coniugano Narducci e Pacciani, Satana e il mostro, bambini da sacrificare e il lago Trasimeno, vengono assolti. Il giudice Cecilia Bellucci stabilisce che quell’uomo e quelle due donne che stanno sul banco degli imputati non hanno commesso reati. Non fanno parte di questa storia. Del resto, uno che ha ammesso di aver commesso il fatto c’è stato. Scoperto, ha patteggiato una pena di qualche mese spiegando: l’ho fatto perché ero invaghito dell’estetista che non ci stava. Insomma, un corteggiamento che partiva da una cabina pubblica di Cannara, il paese delle cipolle, dove, ad un passo dalla città della Quintana, abitava il satanista telefonico.
Quello che diceva su Narducci e Pacciani l’aveva letto sui giornali o visto alla televisione. Ha azzeccato alla cieca qualche inedito e questo l’ha portato sulla graticola della giustizia. Ancora oggi non si è reso conto che con quelle quattro stronzate che dovevano sapere di zolfo, inavvertitamente e sicuramente non volendo, ha fatto riaprire un caso che doveva restare chiuso per sempre.

Si può intanto osservare che quelle “quattro stronzate che dovevano sapere di zolfo” hanno consumato qualche decina di milioni di euro di noi contribuenti, che di sicuro sarebbe stato meglio spendere in altri modi. A parte questo, il frammento di Fiorucci ci dice che soltanto uno tra quattro sospettati sarebbe stato giudicato colpevole. Si trattava di Pietro Bini, come risulta dalla sentenza Micheli. E allora i suoi complici – visto che telefonavano più persone, anche se Mignini usa un ingiustificato forse – chi erano? Il condannato si sarebbe tenuto i nomi per sé e nonostante ciò il giudice avrebbe accettato il patteggiamento? C’è qualcosa che non torna.
Le ultime notizie note a chi scrive si resero disponibili nel 2015 nel libro Setta di stato, di Francesco Pini e Duccio Tronci, dove viene rievocata la vicenda del Forteto. Gli autori avevano potuto consultare documenti non ancora diffusi, dai quali era emersa una circostanza sorprendente: con le medesime schede telefoniche con le quali si minacciava Dorotea Falso chiamandola da varie cabine pubbliche, poco prima o poco dopo venivano chiamati anche altri numeri, tra cui quello del Forteto, una comunità di recupero che qualche anno dopo si sarebbe cercato di coinvolgere nelle indagini tramite il “dossier Rizzuto”. Il libro svela inoltre un dato ancora più sorprendente: le minacce telefoniche, iniziate nel luglio 2000, erano andate avanti per quasi cinque anni, quindi fino al 2005. Questo vuol dire che nel momento in cui tutti i giornali scrivevano di Narducci e “Chi l’ha visto” proponeva clamorosi servizi televisivi, i misteriosi telefonisti ancora minacciavano la Falso senza alcuna paura di essere individuati.
Infine, sempre nello stesso libro, si legge: “Una telefonata di minacce proviene addirittura dal commissariato di Foligno, un’altra da un’utenza riconducibile ad un poliziotto”. A lasciarsi prendere dal complottismo, si potrebbe dunque sospettare che dietro le telefonate ci fosse qualcuno non estraneo all’ambiente delle forze dell’ordine, ne avesse fatto parte oppure no. Ci si chiede comunque come sia stato possibile che fino a oggi notizie quali la provenienza di una chiamata dal telefono di un poliziotto e di un’altra dal Commissariato di Foligno non siano mai trapelate. Tutto porta a credere che non si sia voluto andare fino in fondo nella strana vicenda, almeno non davanti all’opinione pubblica, probabilmente per timore che emergessero circostanze imbarazzanti.
In effetti questa storia nasconde un gigantesco inganno perpetrato verso tutti noi. Lo dimostrano alcuni documenti entrati di recente nella disponibilità di chi scrive, attraverso i quali si riesce a capire in alcuni casi e a intuire in altri – ma questo dipende dalla sensibilità di ognuno – come andarono davvero le cose. Ampie e forse noiose citazioni si rendono per questo necessarie, il lettore davvero interessato ad approfondire non dovrà saltarle.

Le prime minacce. È del 10 agosto 2000 la prima denuncia contro ignoti sporta da Dorotea Falso davanti a un ufficiale di polizia giudiziaria del Commissariato di Foligno. Vi si legge:

In data 14.07.2000, intorno alle ore 20.30 circa, giungeva […] una telefonata, andava a rispondere il consorte ma nessuno rispondeva, alle ore 00.30 del 15.07 rispondevo io, l’interlocutore uomo, con una voce bassa, mi chiedeva se fossi io DOROTI, alla mia risposta affermativa questi abbassava la voce tanto da venire alterata, ma con tono calmo e cupo, mi profferiva le seguenti parole: PUTTANA; TROIA, a questo punto riattaccavo il ricevitore. Analoghe telefonate sempre fatte dallo stesso uomo continuavano presso la mia abitazione, sia il mattino che di pomeriggio e anche in ore notturne, costringendomi a staccare il telefono. Preciso sono la proprietaria del centro […], in detto centro dove peraltro lavoro da sola, in data 29.07 corrente anno, intorno alle ore 10/10.30 circa giungeva sull’utenza […] a me intestata, ma che ancora non si trova in elenco perché è stata attivata da soli due mesi circa, una telefonata di una donna, con voce giovanile, senza inflessioni di sorta, la quale mi chiedeva se ero DOROTI, alla mia affermazione mi diceva di attendere un attimo e mi passava un uomo che ho riconosciuto essere lo stesso, in questo caso ho ricevuto cinque o sei telefonate nella mattinata del seguente tenore: PUTTANA; TROIA; chiaramente riattaccavo sempre subito. Da quel momento le telefonate sono avvenute metodicamente sia al laboratorio che a casa, in certi casi quando ha parlato di più, se la prendeva con mio figlio di due anni e mezzo e mio marito dicendomi oltre che: TROIA PUTTANA; QUEL PAPPONE DI TUO MARITO DOVE STÀ; e con tono sempre più minaccioso chiedeva: DOVE STÀ TUO FIGLIO?; come se mi volesse far capire che era a conoscenza di tutta la mia vita privata.
Come solito ieri mattina 9 c.m. intorno alle ore 08.00 parcheggiavo la mia autovettura vicino ad altre vetture […], intorno alle ore 18.00 circa mio marito nel transitare si avvedeva che le gomme della vettura […] erano state tagliate con un coltello. Sono convinta che il danno arrecatomi è opera del telefonista anonimo.

Questo dunque fu l’inizio della vicenda delle minacce telefoniche che avrebbero portato alla riapertura del caso Narducci. Come si vede non c’è traccia alcuna di sette sataniche, sembra piuttosto che dietro le frasi scurrili ci fosse soltanto qualcuno – un uomo e una donna in combutta tra loro – che ce l’aveva con l’estetista; in ogni caso qualcuno che la conosceva piuttosto bene, tanto da essere al corrente di alcuni particolari non secondari della sua vita privata, come il numero di telefono non ancora in elenco del centro di estetica dove lavorava.
Le telefonate continuarono, e le denunce anche – 18 settembre, 10 novembre, 2 febbraio 2001 – nelle quali la donna, oltre alle minacce telefoniche, lamentò anche il ritrovamento nel proprio giardino di un foglio con su scritto “TU PUTTANA TE PRESTO MORIRE”. Nella notte del 23 febbraio le fu incendiato il fienile, con conseguente intervento dei Carabinieri. Dell’ultima denuncia, risalente al 25 maggio, conviene leggere il testo.

[…] preciso che in questi ultimi mesi solitamente nel tardo pomeriggio ricevo nell’utenza telefonica installata nei locali dove svolgo l’attività di estetista […] continue telefonate da parte del medesimo ignoto interlocutore che dopo aver proferito nei miei riguardi le più svariate ingiurie e minacce dello stesso tenore di quelle già oggetto di denunce passa il ricevitore ad una donna che, a sua volta rincara la dose con frasi della stessa specie.
Nel giorno [non si legge] ho ricevuto alle ore 17.53 una telefonata sempre sulla medesima utenza da parte di una donna che mi insultava dicendomi: “NON CI SEI STATA QUESTI GIORNI MAI A FARE LE MARCHETTE TE LO SENTI TRA LE GAMBE E IN BOCCA” con altro e poi ha passato il ricevitore a un uomo e tra l’altro mi diceva “VEDRAI IL FUOCO DI SATANA BRUCERAI INSIEME A TUTTI I TUOI CAVALLI ABBIAMO FATTO UN GIRO E ABBIAMO VISTO TUO FIGLIO VEDRAI ANCHE LA SUA MORTE”.
Alle ore 17.58 richiamavano ma riattaccavo.
Questa sera alle ore 18.48 il solo ignoto richiamava al medesimo numero telefonico e mi diceva “PUTTANA TROIA” passavo la cornetta a mia cognata B. Ines ed aveva modo di ricevere per parte mia le seguenti minacce “MALEDETTA NEL NOME DI SATANA VEDRAI DOMENICA NOTTE LE FIAMME LA MORTE DEI TUOI CAVALLI E DISTRUGGO I TUOI CAVALLI E LA CASA VECCHIA MALEDETTA VEDRAI LA MORTE DI TUO FIGLIO”.
Faccio presente che per questo riguardo alle ultime telefonate la notte del 24 febbraio 2001 ignoti hanno incendiato [non si legge] presente all’interno del fienile causando danni anche alla struttura muraria, per questo episodio, nello stesso giorno, ho sporto denuncia presso il Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Foligno, intervenuti per i rilievi.
Sono sicura che l’uomo e la donna che hanno fatto queste telefonate sono gli stessi che mi chiamano da diversi mesi.
Il giorno 29 marzo 2001 una voce maschile mi disse che oltre a mio figlio sarebbe morta anche la baby sitter, facendomi capire che loro conoscono bene la mia famiglia e le nostre abitudini anche se nella realtà non si sono avuti episodi di riscontro a quanto minacciato.
Ho continuato a prendere nota dei giorni e gli orari delle citate telefonate che ho ricevuto dopo l’ultima querela presentata il giorno 02.02.2001, di cui vi consegno copia.

Lungo l’arco di quasi un anno il livello delle minacce era via via aumentato, con anche intimidazioni fisiche oltre che verbali. Queste ultime avevano visto l’ingresso di Satana in persona, non di una setta, però, mentre di Pacciani e Narducci ancora neppure l’ombra. Vanno puntualizzati anche altri elementi. Uno non di poco conto è che a telefonare era sempre la stessa coppia, composta da un uomo e da una donna. Un altro è l’assenza di registrazioni. Infine è importante notare che al momento tutte le denunce e si presume anche le relative indagini, se vi furono, avevano interessato soltanto le forze dell’ordine di Foligno, Commissariato e Carabinieri. Nessun intervento della Questura di Perugia, insomma, quella Questura attraverso la quale si sarebbe poi arrivati a interessare Mignini allo “stranissimo caso”.

Il telefonista in Questura. In una annotazione della Questura di Perugia, datata 18 settembre 2001, quindi a distanza di neppure un mese dalla prossima riapertura del caso Narducci, si legge:

L’anno 2001, addì 18 del mese di settembre, negli uffici della Divisione Squadra Mobile della Questura di Perugia, i scriventi Isp. FANTAUZZI Furio, V. Sov. SAVELLI Stefano ed Ass. C. EMILI Salvatore, riferiscono a chi di dovere quanto segue:
Nella mattinata odierna venivamo contattati da una persona di nostra conoscenza degna della massima fiducia, come già dimostrato in passato in svariate occasioni, la quale ci chiedeva di mantenere l’anonimato per quanto ci stava per riferire in quanto minacciato dalla paura. Lo stesso ci iniziava a parlare di una persona di Foligno, tale B. Francesco, persona sposata e nullafacente, in merito ci diceva che lo stesso traffica ingenti quantitativi di sostanza stupefacente del tipo cocaina sia nel perugino che in qualche zona della Toscana. Il B. oltre che come spacciatore di droga ci veniva indicato anche come persona facente parte di una setta satanica operante sia nella zona di Foligno e della Toscana, e che fosse lui il fornitore della droga che consumerebbero durante lo svolgimento del rito a cui prenderebbero parte diverse persone provenienti anche dal fiorentino. In merito a ciò riferiva anche che il B. userebbe questi riti satanici contro una persona a lui prossima come parente per poter ottenere un non meglio specificato guadagno.
Sempre al dire del confidente, il B. è un frequentatore delle bische locali e un assiduo frequentatore del Casinò di Venezia che userebbe per ripulire i soldi provento della vendita dello stupefacente. Lo stesso sembra che conduca una vita lussuosa, macchine di grossa cilindrata che vengono cambiate con una frequenza di pochi mesi e come già detto non abbia mai svolto nessuna attività lavorativa.

Quattro giorni dopo segue un’altra annotazione riguardante il medesimo individuo, al quale la Questura di Perugia, attraverso il Commissariato di Foligno, aveva mandato un invito a presentarsi:

L’anno 2001, addì 22 del mese di Settembre, negli Uffici della Divisione Squadra Mobile della Questura di Perugia, il sottoscritto Assistente Capo EMILI Salvatore, riferisce a chi di dovere che nella mattinata odierna riceveva una telefonata da parte del Dr. Bruno ANTONINI, dirigente del Commissariato di PS. di Foligno, il quale in relazione ad un fax da me inviato presso il suddetto Commissariato mi chiedeva se la persona da invitare era B. Stefano oppure il fratello B. Francesco, entrambi menzionati nel fax. Spiegai al Dr. ANTONINI che erano stati scritti entrambi i nomi erroneamente, che la persona da invitare era B. Francesco e che essendomi reso conto dell’errore commesso già avevo chiarito il tutto con l’Isp. Sup. MAZZOLI Alberto in servizio presso il Commissariato interessato e che lui avrebbe provveduto a notificare tale invito.
Chiarito il tutto, il Dr. ANTONINI mi riferiva che in questo periodo stava facendo degli accertamenti sul conto di B. Francesco in quanto si sospetta che lo stesso unitamente ad altre persone fosse l’artefice di “strane telefonate minacciose” fatte in orari diversi della giornata alla cognata, moglie del di lui fratello Stefano, riferiva anche che lo stesso ha un alto tenore di vita, macchine lussuose, è un assiduo frequentatore di case da gioco e cosa alquanto strana è che lo stesso è disoccupato e non risulta essere un benestante. È da precisare che il B. Francesco veniva invitato presso questi uffici in quanto ci era stato segnalato, anche, come un grande frequentatore di Casinò e bische locali, quindi si riteneva utile verbalizzare le sue eventuali dichiarazioni.

L’individuo era il fratello del marito di Dorotea Falso, in seguito indagato assieme alla moglie Nadia C. per le telefonate minatorie. I conti tornano bene, poiché nessuno meglio della coppia di cognati poteva conoscere la vita privata della Falso, compreso il numero, non ancora in elenco, del centro dove lavorava. Poco importa se i due, secondo le notizie fornite da Fiorucci, alla fine potrebbero essere stati assolti, per una ragionevole ricostruzione storica possiamo dare per certo che erano proprio loro a tormentare l’estetista. Almeno fino al 24 settembre, quando Francesco B. fu convocato in Questura a Perugia. Giusto per inquadrare correttamente l’evento nella vicenda delle indagini sui mandanti, che poi sono quelle che qui interessano, lo stesso giorno iniziava la perquisizione nella villa dei C. a San Casciano.
Questo lo scarnissimo verbale delle dichiarazioni dell’individuo.

OGGETTO: verbale di sommarie informazioni rese da: B. Francesco […]
Il 24.09.2001 alle ore 10,00 negli uffici della Divisione Squadra Mobile della Questura di Perugia. Di fronte ai sottoscritti Ufficiali ed Agenti di PG. Ispettore Fantauzzi Furio, Assistente Capo Emili Salvatore, in forza all'Ufficio indicato in epigrafe, è presente il nominato in oggetto, il quale sentito in merito ai fatti su cui si indaga, inerente il procedimento penale nr. 11674/00, riferisce quanto segue:
Domanda: con che cadenza frequenta il Casinò di Venezia?
Risposta: non ho una grande frequenza con il Casinò di Venezia; ultimamente ci sarò andato un paio di volte. Non ho mai pagato con titoli bancari ma sempre in contanti e per questo motivo non ho mai avuto contati con il personale interno al casinò stesso. Generalmente porto al seguito una cifra massima di due milioni, mai di più.
Vado quasi sempre da solo e, a volta viene un mio amico, molto sporadicamente […]
Domanda: di che cosa si occupa, come attività lavorativa?
Risposta: nessuna, sono disoccupato.
Di quanto sopra è stato redatto il presente verbale che, previa lettura e conferma, viene sottoscritto dai redigenti e dal dichiarante.

Il verbale chiarisce il mistero della filiazione, dichiarata da Mignini, del procedimento per le minacce a Dorotea Falso (9144/01/21) da un precedente procedimento in materia d’usura (11674/00/21), che era proprio quello per il quale, formalmente, era stato interrogato Francesco B., che però con l’usura non sembra affatto aver avuto a che fare. Si deve pensare piuttosto che l’individuo fosse stato sentito in merito alle telefonate all’estetista, della quale era cognato e delle quali era sospettato, lo abbiamo appena visto. Ma dal documento la questione non risulta toccata, quindi si deve presumere che quanto gliene fu chiesto e quanto ne fu ottenuto non venne messo a verbale. Perché?

L’estetista in Questura. Che la Squadra Mobile di Perugia fosse interessata a Francesco B. in quanto sospetto autore delle minacce a Dorotea Falso – la quale, ancora più di lui, con la storia dell’usura nulla aveva a che fare – è dimostrato anche dalla convocazione della donna appena cinque giorni dopo, il 29 settembre 2001. In questo caso sul verbale non viene indicato alcun procedimento. Sempre per inquadrare correttamente l’evento nella vicenda delle indagini sui mandanti, nelle quali poi sarebbe confluito, è bene tener presente che a Firenze la prima fase della perquisizione nella villa dei C. era terminata da tre giorni con un nulla di fatto, e le poche speranze residue degli inquirenti erano affidate al disperato tentativo, preventivato per due giorni dopo, di trovare una stanza segreta tramite sofisticatissime apparecchiature che vedevano attraverso i muri.
Ma leggiamo il verbale delle dichiarazioni della Falso.

Sono più di quattordici mesi che ricevo telefonate minatorie ed offensive; sino ad oggi ho sporto una denuncia e quattro seguiti di denuncia inerenti i fatti accaduti. In sede di denuncia ho anche consegnata una lettera anonima, recante minacce di morte nei miei confronti, che trovai sopra una seggiola del giardino di casa mia. Mi hanno minacciato di dare fuoco al fienile, ed è stato fatto perché nella nottata tra il 23.02.2001 ed il 24.02.2001 il fienile è stato bruciato. Ho dovuto subire danni alla mia autovettura tipo lo squarciamento delle quattro ruote o scalfitture sulla carrozzeria; tutti questi atti, peraltro annunciati dalle telefonate anonime, mi hanno portato ad uno stato di stress nervoso molto alto, soprattutto da quando hanno iniziato a minacciare di morte anche mio figlio che adesso ha tre anni.
Delle telefonate ricevute posso fornire due cassette audio da me registrate per dimostrare che quanto dichiarato corrisponde a realtà e dichiaro sin da ora di dare la mia autorizzazione a richiedere ed acquisire i tabulati delle telefonate in entrata sia all’utenza della mia attività […] sia a quella di casa […]

Ecco la prima clamorosa novità rispetto al passato: la registrazione delle telefonate su cassetta, effettuata dalla stessa Falso. Il verbale prosegue riportando un episodio mediante il quale la donna si convinse che tra i suoi molestatori dovesse esserci il cognato, Francesco B., con il quale aveva cattivi rapporti.

Un particolare inquietante, molto più degli altri, è quello che è capitato in data 26.06.2001; in quella giornata mio figlio Filiberto era malato e quindi rimase in casa con la baby-sitter fino alle ore 12.00 circa, e poi rimase con mia suocera, in attesa che io rientrassi a casa per poi portare il bambino dal medico. Alle ore 12.28 ricevetti una delle solite telefonate fatta da una delle solite persone che mi diceva di salutare i medici quando sarei andata a portare il bambino. Rimasi sconvolta perché era impossibile che sapessero questo particolare; sapendo che mia suocera più di tanto non mi parla, chiesi alla baby-sitter, tale Tania […], di chiedere se mia suocera avesse parlato con qualcuno. Il giorno dopo seppi che mio cognato, tale B. Francesco, con cui non abbiamo un buon rapporto, chiese a mia suocera, sua madre, perché il bambino si trovasse a casa e lei gli rispose che era malato e che doveva andare dal medico, chiaramente accompagnato da me. A questo punto posso affermare che del fatto specifico ne eravamo a conoscenza in poche persone: io, mio marito, Tania la baby-sitter, mia suocera, mio cognato e chiaramente, il medico con cui avevo appuntamento, presso l’ospedale.
Più volte questi due uomini e questa donna che effettuano le telefonate minatorie hanno dimostrato di conoscere bene le abitudini della mia famiglia, i nostri spostamenti, sia che siano per motivi personali che per motivi professionali.

Si noti il fatto che, rispetto alle denunce passate, la Falso parlò di due uomini e una donna, e non di un solo uomo e una donna, il che parrebbe accordarsi con la presenza tra i molestatori anche di Pietro Bini, oltre al cognato. Ma sul numero delle persone che chiamavano c'è comunque una certa confusione.
A questo punto del verbale entrano Pietro Pacciani e i riferimenti a una “confraternita degli adepti di Satana”, responsabile della sua uccisione, della quale i molestatori avrebbero fatto parte.

Voglio fare presente che su diverse telefonate hanno fatto riferimento a Pacciani e che io farò la sua stessa fine; hanno specificato che loro hanno ucciso Pacciani perché aveva tradito la confraternita degli adepti di Satana. Infatti spesso e volentieri hanno fatto riferimento alle messe sataniche ed al fatto che vogliono sacrificare mio figlio in onore di satana perché il malvagio tornerà a governare in terra; su una telefonata in particolare hanno fatto riferimento anche alla messa nera che avevano fatto a Sassovivo e che era stata interrotta per il sopravvenire di problemi. In altre telefonate hanno anche detto che quando verrà il grande maestro da Firenze avrebbero organizzato un festino per divertirsi prima con me, credo facendo riferimento ad eventuali violenze carnali, e poi per tagliarmi la testa e seppellirla a Firenze accanto a Pacciani.
Per tutto il resto mi rimetto a quanto già dichiarato nelle altre denunce, specificando che continuerò a registrare altre cassette delle telefonate che mi giungeranno.

Le due audiocassette – “marca Emtec mod. Sound da 60 minuti”, specifica il verbale di acquisizione – furono trattenute dalla Questura. Due giorni dopo, il primo ottobre 2001, il capo della mobile Piero Angeloni inviava a Giuliano Mignini una nota in cui riassumeva gli eventi, chiedendo l’autorizzazione a mettere sotto controllo il telefono della Falso. Il procedimento penale relativo è quello per usura (11674/00), ma sotto il nome di Mignini compare la scritta a penna “P.P. 9144/01 ”, il numero del nuovo appositamente aperto per le minacce telefoniche. Nella nota risultano ben evidenziati i riferimenti a Pacciani e ai riti satanici.

La FALSO in merito alle telefonate ricevute riferiva particolari inquietanti, come l’uccisione di PACCIANI ad opera della loro setta, adepti di satana, in quanto lo stesso li aveva traditi; avrebbero inoltre sacrificato suo figlio Filiberto in onore di satana; che tali riti si svolgono anche a Sassovivo di Foligno e nel corso di uno di questi, effettuato dal Grande Maestro di Firenze l’avrebbero decapitata e avrebbero seppellito la sua testa a Firenze accanto a PACCIANI. La Falso in merito a quanto riferito ci consegnava due audiocassette ove aveva registrato le telefonate ricevute negli ultimi tempi.
Da un breve e sommario ascolto delle stesse si aveva conferma di quanto narrato in sede di denuncia, peraltro confermato dalle varie denunce che la stessa aveva già presentato, anche per atti poi realmente commessi. Si dà atto che l’Ufficio momentaneamente trattiene le due audiocassette acquisite agli atti, al fine di trascrivere le conversazioni in esse contenute e di trasmetterle unitamente ai predetti verbali non appena ultimate.

Come si vede, non si parla ancora di Narducci.

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