sabato 6 maggio 2017

Firenze-Perugia andata e ritorno (1)

Nell’articolo Ville, messe nere, servizi segreti si è raccontato del tentativo di trovare i presunti mandanti dei delitti attribuiti ai Compagni di merende in una setta satanica, protetta da servizi segreti o comunque poteri forti, dalla quale le parti di donna escisse, i cosiddetti “feticci”, sarebbero state utilizzate nell’ambito di ipotetiche cerimonie esoteriche. Dopo un anno di strenue indagini, e tre precedenti in cui queste erano comunque andate avanti pur a singhiozzo, il bilancio era da giudicarsi fallimentare: da una parte nessun mandante neppure intravisto, dall’altra persone innocenti perseguitate e chissà quanti soldi dei contribuenti gettati al vento. Alla fine l’inchiesta era tornata al punto di partenza, potendo ancora contare soltanto sui deboli presupposti dell’eccessivo “patrimonio” di Pacciani e del “dottore” di Lotti, oltre alla fantasiosità di un investigatore che stava procedendo a grandi passi verso una fortunata carriera di scrittore di gialli.
A quel punto l’inutile e crudele perquisizione di villa C. poteva essere considerata alla stregua di una pietra tombale da posarsi senza rimpianti sulla ormai asfittica pista satanica. E invece no: forse per un incredibile colpo di fortuna, forse per qualcosa d'altro, improvvisamente le carte in tavola cambiarono.

Indagini a tutti i costi. A mettere la parola fine all’inchiesta, o perlomeno a mettere in opera un suo opportuno ripensamento, avrebbe dovuto essere la Procura che l’aveva in carico, quella di Firenze, la quale però, in quei mesi di autunno del 2001, era priva di una guida “forte”. Proprio nei giorni della fallita perquisizione alla villa dei C. il procuratore capo Antonino Guttadauro era andato in pensione, ostentando un atteggiamento grottescamente ottimistico sulle indagini: “La direzione è quella giusta. Alcuni tasselli stanno andando in ordine. Non so se arriveremo finalmente alla verità, perché sono passati troppi anni. Ma abbiamo chiesto rinforzi per le indagini”. D’altra parte per quattro anni aveva lasciato fare, delegando ogni decisione al sostituto Canessa. Il suo successore, Ubaldo Nannucci, aveva davanti a sé alcuni mesi di reggenza, quindi forse era impossibilitato a prendere drastiche decisioni immediate, con le quali comunque sarebbe stato il caso di andare cauti, se non altro per una questione d’immagine.
In seguito anche in Procura la musica sarebbe cambiata; nel frattempo a chiedere un freno alle indagini di Giuttari fu un prestigioso funzionario del Ministero dell’Interno, il prefetto Achille Serra, poliziotto di lunga esperienza con anche recenti trascorsi parlamentari. Lo fece attraverso un’intervista pubblicata il 27 ottobre da un quotidiano locale, “Il Giornale della Toscana”, di cui chi scrive non ha trovato copia. In ogni caso la notizia fu ripresa da vari quotidiani a più larga diffusione, come “La Repubblica” del 28, dove il suo pensiero fu così sintetizzato: “La squadra mobile non può lavorare solo sul mostro, deve puntare di più sulle investigazioni contro furti e rapine”. Il medesimo articolo riporta la risposta di Nannucci: “Non ho notizia che la squadra mobile non corrisponda alle altre esigenze investigative oltre all’inchiesta sul mostro; e poi nessuno dei miei colleghi mi ha segnalato cadute di impegno o di efficienza della squadra mobile”.
Non fu invece registrata alcuna reazione dal superiore diretto di Giuttari, il questore Giuseppe De Donno, che scelse il silenzio. In realtà De Donno non era affatto contento, come si sarebbe scoperto qualche anno dopo leggendo la sentenza di condanna a Giuttari e Mignini emessa dal giudice Maradei, poi annullata per incompetenza territoriale. Eccone un passo molto significativo:

De Donno ha precisato di essere stato Questore di Firenze dal luglio 2001 al luglio 2003. All'epoca Giuttari era capo della Squadra Mobile. De Donno non era contento di come Giuttari dirigeva la Squadra Mobile (verbale 29.1.2007):
«Io ero abituato ogni mattina alle ore 08:45 che avevo il briefing con tutti i funzionari e molto spesso ai fatti avvenuti nella notte alle mie domande non dava risposte immediate» perché si dedicava esclusivamente alle indagini sul mostro di Firenze. «Lui era totalizzato dalle indagini sul cosiddetto “mostro di Firenze”», trascurando le altre importanti competenze della Squadra Mobile: ad esempio, capitò che Giuttari, contrariamente a quanto De Donno riteneva spettare al capo della Squadra Mobile, non si recò sul luogo di un omicidio appena accaduto; o, ancora, Giuttari non organizzò alcuna operazione per fronteggiare “il problema dei vu' cumprà”, che in quel periodo teneva banco a Firenze.
Le stesse rappresentanze sindacali interne «si lamentavano di questa mancanza di colloquio con il dirigente e di questa mancanza di indirizzi nell'ambito della gestione, riferiti alla conduzione della Squadra Mobile».

D’altra parte che Giuttari fosse fin troppo interessato alle indagini sul Mostro sarebbe divenuto evidente qualche tempo dopo con la costituzione del G.I.De.S., uno strano organo di polizia, del tutto sui generis, istituito apposta per lui e dedicato soltanto a quelle. L’argomento non è di poca importanza; è lecito infatti domandarsi se e quali disturbi potrebbe aver arrecato questo eccessivo interesse a certe discutibili scelte di strategia investigativa, come l’avventata ricerca di fantomatiche cappelle nella villa dei C. riguardo la quale si devono evidenziare alcune significative condizioni al contorno.
Sulla presenza di Giuttari al salotto di Bruno Vespa proprio nel bel mezzo della perquisizione si può innanzitutto osservare che fu quantomeno inopportuna. Tra l’altro non c’era nulla di certo da comunicare agli italiani, poiché quella sulle sette sataniche era un’ipotesi del tutto in divenire e priva di reali pezze d’appoggio. La stessa perquisizione era per sua natura un terno al lotto, nonostante Giuttari dovesse sentirsi molto sicuro di trovare qualcosa se non aveva esitato a rischiare di perdere la faccia davanti a milioni di telespettatori. Una sicurezza manifestata anche in precedenza, risultando chiaro che la RAI era stata avvertita già da qualche giorno dell’ingresso degli agenti nella villa, e aveva avuto il tempo di prepararsi. Lo dimostrano le preventive registrazione delle interviste ad A. e a C.F., realizzate, soprattutto la seconda, certamente non all’insaputa del capo della Squadra Mobile.
Ma perché Giuttari aveva sentito il bisogno di favorire la trasmissione di Vespa e poi di parteciparvi? È ineliminabile il sospetto che dietro ci fossero le sue ambizioni letterarie, come conferma anche il gustoso episodio, già evidenziato, nel quale trovò il modo d’indurre Vespa a tirar su Compagni di sangue dal proprio tavolo per mostrarlo ai telespettatori. Si trattava però di un libro vecchio ormai di tre anni, di per sé poco appetibile come oggetto da pubblicizzare. In effetti dietro c’era ben altro, come sarebbe apparso chiaro neppure tre mesi dopo.

Operazione Panorama. Nel numero 50 datato 13 dicembre 2001 il settimanale Panorama pubblicò un articolo di cinque pagine dal titolo “Mostro di Firenze, l’ultimo mistero”, con in chiusura un riquadro contenente una foto di Giuttari seduto nel salotto di Bruno Vespa e il seguente trafiletto:

Poliziotto con la penna. Un thriller di Giuttari arriva in edicola. Con Panorama.
Nell’aprile del 2000 arriva in Mondadori un libro firmato da Michele Giuttari, all’epoca ex capo della squadra mobile di Firenze perché il ministero dell’Interno, dal luglio del ’99, lo ha trasferito all’Ufficio stranieri di Firenze. È un momento difficile per Giuttari, che otterrà dal Tar di tornare al suo posto nell’agosto del 2000. Nell’anno di riposo forzato, il poliziotto, ormai lontano dalle indagini, ha scritto il libro “Accadde a Firenze”, un giallo appassionato che Panorama, alla luce dei nuovi sviluppi sul mostro, distribuirà con il prossimo numero. Il libro racconta di strani delitti, tutti a sfondo sessuale, avvenuti nel capoluogo toscano negli anni Ottanta. Ogni riferimento al mostro è puramente casuale, si dovrebbe dire. Ma così non è: l’anima del Cacciatore dei compagni di merende, infatti, riaffiora in ogni pagina a ricordarci chi è, veramente, l’uomo che sta lottando per incastrare killer e mandanti.


Il romanzo fu in effetti distribuito, la settimana successiva, con il titolo un po’ diverso di Assassini a Firenze, ancor più ammiccante ai delitti del Mostro, che in verità con la trama nulla c’entravano. Naturalmente non c’è da scandalizzarsi se la rivista, alla ricerca del massimo profitto, cercò di sfruttare al meglio l’immagine del “poliziotto che dà la caccia al Mostro”. C’è però da domandarsi se vale anche il contrario, quanto cioè fosse stato opportuno che il responsabile operativo di una difficile indagine in corso avesse potuto ricevere pubblicità dalla stessa per la propria nascente carriera di scrittore.
Come dichiarato nel trafiletto di Panorama e come ripetuto in prefazione, il romanzo era stato proposto a Mondadori già più di un anno e mezzo prima. Senz’altro l’agenzia cui si era rivolto Giuttari, la Bernabò oggi non più in attività, aveva offerto il manoscritto anche ad altri editori, nessuno dei quali si era mostrato interessato. In effetti il romanzo è pessimo – qualcuno lo definì argutamente “un mattinale di questura” – basti pensare che non è mai stato ristampato, nonostante la successiva fulgida carriera del suo autore, al quale va comunque riconosciuto il merito di aver poi affinato il proprio stile molto in fretta, magari con un piccolo aiuto degli editor che, come si sa, riescono a fare miracoli. Oggi è diventato quasi introvabile, neppure ne esiste copia scannerizzata, ma chi vuole rendersi conto di che cosa si sta parlando può leggersi inizio e conclusione qui.
È evidente che in Mondadori furono allertati dalla nascita della nuova pista satanica e dal clamore mediatico conseguente, quindi riconsiderarono il manoscritto da un punto di vista molto diverso. L’opera rimaneva priva di valore, ed era del tutto inidonea a uscire sul mercato nei classici formati di hard cover o paperback, mentre usata come regalo per un’operazione di traino della rivista Panorama andava benissimo. Possibilmente abbinata a un servizio esclusivo, magari poggiato su informazioni di prima mano che l’autore non poteva negare.
In effetti proprio così andò, anche se l’imprevisto fallimento della perquisizione alla villa con il conseguente traballare della pista satanica costrinse gli attori in gioco a correggere alquanto il loro tiro.

Le accuse a Vigna. Proviamo adesso a dare un’occhiata al contenuto dell’articolo di Panorama dove si annunciava la distribuzione di Assassini a Firenze. Il sommario è questo:

Piero Luigi Vigna, oggi procuratore antimafia, avrebbe depistato le indagini. Lo dice un testimone che racconta di aver visto oltre dieci anni fa il magistrato trattare con una banda di sardi. È credibile? Oppure è una calunnia? Dovranno accertarlo gli inquirenti. Alle prese anche con un nuovo scenario su assassini e mandanti.

Viene poi raccontata la vicenda di un misterioso personaggio che si sarebbe deciso a raccontare la propria verità stimolato dalla trasmissione di Vespa sul Mostro.

Non ha un nome la gola profonda che irrompe nel giallo dei gialli. La sua identità è ovviamente tenuta top secret. Ha già parlato con gli inquirenti, ha consegnato il suo “segreto”. Quale? Piero Luigi Vigna, mentre era pubblico ministero presso la procura di Firenze, avrebbe deviato le indagini per coprire alcuni responsabili dei delitti.
È una novità clamorosa nell’infinita storia del mostro che fa il paio con un nuovo scenario delineato dagli investigatori in un corposo dossier depositato in procura: una nuova ricostruzione di almeno due dei delitti delle coppiette che apre ipotesi inedite su assassini e mandanti.
Secondo quanto risulta a Panorama, la procura di Firenze ha già in almeno un verbale il nome di Vigna nel quale viene indicato come presunto depistatore. […]
Pur essendo praticamente blindata, dalla procura trapelano alcune indiscrezioni. In questi giorni ci sarebbero stati diversi summit tra il procuratore Ubaldo Nannucci e il pubblico ministero Paolo Canessa. Insieme stanno valutando le dichiarazioni e l’attendibilità della gola profonda. Questo segmento dell’inchiesta sta vivendo un momento delicatissimo. E così si spiega l’eccezionale riserbo che lo circonda.

È comprensibile che la testimonianza fosse stata tenuta segreta, se non altro in attesa delle opportune verifiche sull’attendibilità della persona. E infatti nulla fu comunicato ai giornali, se non a Panorama, al quale, facile immaginarlo, le informazioni arrivarono proprio attraverso Giuttari. Verso la fine dell’articolo compaiono le sue personali ipotesi sulla doppia pistola e sulla mano diversa per le prime due escissioni, innanzitutto. C’è poi un passo della sentenza Maradei dove, descrivendo i contrasti di Giuttari con De Donno, il giudice scrive:

[…] nondimeno, non mancarono scontri, come, a esempio, quando, verso la fine del 2001, De Donno, dinanzi alle proteste di giornalisti locali, che si dolevano del fatto che Giuttari avesse rilasciato in esclusiva a Panorama (che una settimana dopo allegò al numero del settimanale un libro scritto da Giuttari) dichiarazioni in merito all'indagine sul "mostro", giudicò scorretto il comportamento di Giuttari, questi all'indomani «[...] minacciò sulla stampa querele perché non mi dovevo permettere di fare valutazioni sulla sua cosa».

Dunque i giornalisti che frequentavano assiduamente Questura e Procura, e ai quali era stata celata la clamorosa testimonianza, protestarono per le informazioni sulla stessa fornite da Giuttari soltanto a Panorama. A capir meglio come andarono i fatti ci aiuta un articolo de “La Repubblica” di qualche tempo dopo (27 marzo 2002), quando la gola profonda che aveva accusato Vigna fu arrestata per calunnia e venne fuori il suo nome.

Calunnia nei confronti di Pier Luigi Vigna, ex procuratore di Firenze, oggi procuratore nazionale antimafia. È  l’accusa che ha portato in carcere il pittore bolognese Franco Mandelli, 60 anni, l'uomo che sostiene che il procuratore Vigna avrebbe depistato le indagini sugli omicidi dei fidanzati, e che afferma di conoscere molti segreti sui delitti del mostro, ed in particolare il luogo in cui sarebbero nascoste la Beretta calibro 22 e il coltello usati per uccidere e mutilare le vittime. Franco Mandelli è stato arrestato la notte scorsa a Monzuno dagli investigatori della squadra mobile di Firenze guidata da Michele Giuttari, su ordine del presidente della sezione Gip Francesco Carvisiglia, che ha accolto la richiesta del Pm Paolo Canessa. […]
Mandelli sostiene di aver avuto accesso, attraverso i suoi parenti sardi e le loro frequentazioni, a molti segreti sui sequestri di persona, sui delitti del mostro, nonché sui rapporti fra criminali ed inquirenti, anche i più inconfessabili. Il 26 settembre 2001, assistendo ad una trasmissione di Porta a Porta sui misteri del mostro di Firenze, decide di raccontare ciò che sa (o sostiene di sapere). Chiama la Rai, entra in contatto con altri giornalisti. Su Panorama del 13 dicembre 2001 esce un servizio sulle sue presunte «rivelazioni». Nel frattempo, il 23 novembre, Franco Mandelli le aveva raccontate a verbale davanti al capo della Mobile di Firenze Michele Giuttari.

In questa sede la storia di Mandelli poco interessa. Per pura curiosità si può accennare al fatto che, poco prima dell’arresto, l’individuo aveva incontrato Gabriella Carlizzi per altre importanti rivelazioni, su pistola e pista sarda, ma la donna aveva prontamente avvertito sia Giuttari sia Canessa, e forse proprio per questo si era proceduto a metterlo dove doveva stare, in galera. Qui interessa dare una valutazione sul comportamento poco limpido di Giuttari, che aveva passato a Panorama informazioni tanto infamanti e tutte da verificare su un magistrato prestigioso come Vigna, tra l’altro proprio colui che aveva fatto la sua fortuna. Evidentemente si era trattato di un ripiego; sia Panorama sia Giuttari contavano su un esito positivo della perquisizione nella villa dei C., e su quello avrebbero ben più volentieri imbastito l’articolo.
Il lettore può tirare da sé le proprie conclusioni. A chi scrive sembra ampiamente giustificato il già espresso sospetto di una inopportuna interazione, nella figura di Giuttari, tra interessi dello scrittore e doveri dell’investigatore. Il che rende ancora più discutibili delle indagini prive di risultati e condotte senza riguardo alcuno per il destino di persone rimaste o risultate innocenti.

La straniera. È nato prima l’uovo o la gallina? Come anche il lettore constaterà, è inevitabile pensare al famosissimo paradosso quando si percorre la storia che sta per essere raccontata nei prossimi paragrafi.
Abbiamo visto che nel mese di ottobre 2001 le indagini sui mandanti avevano alquanto traballato, dopo il colpo della perquisizione fallita nella villa dei C.. Dal patetico recupero della vecchia storia dei cerchi di pietra al ridicolo prelievo del pezzo di muro in via dei Serragli, dalla grottesca perquisizione del casolare addobbato per la festa di Halloween ai roboanti quanto fasulli annunci sull’accertato omicidio di Pacciani, era tutto un pencolare di qua e di là; in poche parole: non si sapeva che pesci prendere. Fino ai primi di novembre. Da Il Mostro:

Maria ha 70 anni portati bene. Il taglio degli occhi e la carnagione denunciano la sua provenienza dai mari del Sud.
Ha cercato varie volte di contattarmi lasciando detto in Questura che aveva notizie sulla vicenda del “mostro di Firenze” e che voleva incontrarmi. L'accontento appena posso. La ricevo insieme al commissario Vinci il 6 di novembre.
Dice di essere criminologa. E di aver già reso anni prima dichiarazioni alla SAM su alcuni fatti che adesso, dopo aver letto sui giornali che l'indagine sta andando avanti, vuole ripetere e precisare.
Lo sappiamo: agli atti ci sono due verbali, redatti il 4 luglio e il 17 novembre del 1990. Il commissario Vinci glieli legge e lei conferma tutto. Ma vuole che si sappia che durante la sua convivenza con un noto professionista fiorentino di cui era stata l'amante, citato negli atti, era arrivata a sospettare che l'uomo avesse rapporti con qualcuno direttamente implicato nei delitti del “mostro”.
Ci parla in particolare di un “Francesco di Foligno”, amico dell'amante e che a Perugia, per quanto aveva potuto appurare, era indicato come il “mostro di Firenze”. Spinta da naturale curiosità aveva incaricato un'agenzia di investigazioni privata di scoprire chi fosse in realtà il chiacchierato amico.
Scoprì che si trattava di un medico, di ottima famiglia, professore all'università di Harvard, annegato nel lago Trasimeno un mese dopo l'ultimo delitto del “mostro”.
All'epoca delle prime dichiarazioni Maria aveva suggerito al dottor Canessa di indagare dove fosse Francesco nelle date dei duplici omicidi, ma non sa se le verifiche fossero poi state fatte e quali ne fossero eventualmente gli esiti.
Faccio immediatamente ricercare negli archivi dell'ex SAM tutto quello che risulta sull'amante della donna e sul medico di Foligno.

La storia potrebbe sembrare sempre la stessa: tramite il pretesto di una nuova audizione si era andati a recuperare un fascicolo vecchio e sepolto da anni. Qualcosa di simile a quello che era successo con Rontini e Calamandrei, insomma, di cui si è già trattato qui. In questo caso, però, dalle parole di Giuttari parrebbe di capire che la testimone si fosse fatta avanti di propria iniziativa. E in effetti si legge sul verbale corrispondente:

Nei giorni scorsi mi sono messa in contatto con l’ufficio della Squadra Mobile allo scopo di poter parlare con il dott. Giuttari e riferire fatti relativi alla vicenda del “Mostro di Firenze”, già in passato raccontati agli inquirenti e nel contempo puntualizzare alcuni dettagli ed episodi, all’epoca appena accennati e non da me approfonditi; dettagli ed episodi che oggi alla luce delle novità investigative che ho avuto modo di seguire sulla stampa, potrebbero essere rilevanti e comunque utili per chi sta indagando. È proprio per questi motivi, ritenendo mio dovere civico offrire il mio contributo alla causa della Giustizia, che ho cercato il contatto con il dott. Giuttari e, oggi, invitata dall’Ufficio, mi sono presentata.

La donna si chiamava Jorge Maria Alves, brasiliana, l’amante Giuseppe Jommi, avvocato fiorentino, e il medico morto nel lago Trasimeno Francesco Narducci. Quando nel 1990 Maria Alves era andata alla SAM a raccontare i propri sospetti sull’amante, la loro quasi ventennale relazione, iniziata negli anni ’60, era già finita da tempo, e male, con anche una dura battaglia giudiziaria intrapresa su tutti i fronti della quale la stessa denuncia alla SAM faceva parte. Chi scrive non ha la disponibilità dei due verbali di cui parla Giuttari, ma un’idea del loro contenuto può trarsi da un paio di annotazioni della questura, invece disponibili, che riguardano quello del 4 luglio. La prima, datata 5, accompagna la trasmissione del verbale in Procura. Vi si legge:

Nel corso del colloquio, iniziato alle ore 11.45 e terminato alle ore 14.00, la Alves Jorge, molto sicura di sé e loquace sino alla logorrea, ha evidenziato alcuni episodi a suo dire estremamente significativi.
In particolare, ha raccontato che la sera dell’8 settembre 1985, quando ancora non si sapeva nulla del duplice omicidio avvenuto a Scopeti, lo Jommi, incontrato dalla donna in questa piazza Davanzati le avrebbe detto che non aveva alibi e le avrebbe anche chiesto se era a conoscenza del delitto. La donna nella circostanza non avrebbe dato alcun peso alle dichiarazioni dell’uomo.
Molto tempo dopo, tuttavia, e precisamente nel dicembre del 1989, la Alves Jorge, leggendo il libro di M. Spezi “Delitti in Toscana”, aveva saputo che il delitto in argomento era stato scoperto da un cercatore di funghi alle ore 15.00 del lunedì successivo.
La donna ha altresì riferito sul conto del suo ex amante alcune considerazioni secondo le quali lo Jommi non è il cd. “mostro di Firenze”, anche se psicologicamente potrebbe esserlo, in quanto il vero “mostro” è un suo amico di Perugia, tale Narducci Francesco, suicidatosi qualche anno fa nel lago Trasimeno.
Si fa riserva, infine, di comunicare con la massima tempestività l’esito degli accertamenti tuttora in corso

Con la seconda annotazione, firmata da Ruggero Perugini e datata 18 settembre 1990, viene comunicato alla Procura l’esito degli accertamenti nel frattempo espletati. Vi viene innanzitutto precisato che “Agli atti di quest’Ufficio lo Jommi risulta: immune da pregiudizi penali e psicopatologici; non ha mai posseduto armi da sparo; di buona condotta morale e civile”. Viene poi descritta la sua famiglia, una moglie e due figli, e le sue discrete proprietà immobiliari, tra cui un appartamento in Firenze dove aveva vissuto in affitto la famiglia di Susanna Cambi, vittima del Mostro a Calenzano (la qual cosa sarebbe stata fonte di future e ingiustificate illazioni).
Infine il documento riprende e commenta le dichiarazioni della Alves.

Per quanto concerne, inoltre, l’incontro avuto dalla Alves con lo Jommi in questa piazza Davanzati la domenica 8 settembre 1985, si significa che sempre nel corso del colloquio del 5.5.90 [è un errore: 4.7.90] la Alves spontaneamente aveva mostrato agli scriventi un’agenda del 1985, nella quale, alla pagina relativa alla citata domenica, vi era annotato un appunto manoscritto che riguardava l’incontro avuto con il suo amante.
Lo Jommi, secondo la Alves, nella circostanza avrebbe dichiarato che vi era stato in provincia di Firenze un altro duplice omicidio a danno di giovane coppia.
A specifica domanda posta dagli scriventi, la donna precisava che la prima parte dell’annotazione, e cioè quella concernente l’incontro, era stata scritta immediatamente dopo che aveva visto lo Jommi, mentre quella relativa alla frase pronunciata dal legale fiorentino (il duplice omicidio) era stata scritta quando era venuta a conoscenza (nel dicembre del 1989 leggendo il libro di Spezi “Delitti in Toscana”) che l’omicidio in argomento era stato consumato il sabato.
È doveroso sottolineare che la vicenda così come raccontata dalla teste suscita qualche perplessità in quanto la Alves si è ricordata del particolare sopra menzionato a distanza di circa quattro anni dall’incontro con lo Jommi Giuseppe.
Per quanto riguarda, infine, il suicidio del medico di Perugia, asseritamente amico dello Jommi, si segnala che la Procura della Repubblica di Firenze a suo tempo fu dettagliatamente informata sul caso.

Negli anni successivi la donna aveva cercato altre volte di coinvolgere l’ex amante nelle indagini sul Mostro, rivolgendosi anche ai magistrati della Procura, tra cui Fleury e lo stesso Vigna. A livello di pura curiosità, si rifletta sulla frase, tratta dal libro di Perugini, già evidenziata in altro articolo: “Per non parlare delle Marielle, delle Marie, delle Margherite e di tutte le donne, fra i quindici e i settantacinque anni, il cui nome cominciava per M, che persero e ci fecero perdere il sonno con le loro continue telefonate”. Ebbene, se tra le Marielle c’era senz’altro la Ciulli, è ragionevole ritenere che tra le Marie ci fosse la Alves, mentre chi scrive non ha notizia di alcuna Margherita (qualche lettore forse potrebbe svelare il mistero).
L’argomento sarà oggetto di un futuro articolo, possiamo però anticipare che sia Giuttari sia Mignini sarebbero stati molto più disponibili ad ascoltare le accuse, di livello sempre crescente, di Jorge Maria Alves, tantoché l’avvocato Jommi avrebbe corso il serio rischio di finire nelle peste come Francesco Calamandrei, del quale però, per sua fortuna, non aveva l’aggravio di una moglie schizofrenica. In ogni caso, per il momento, lasciamo perdere Jommi, e occupiamoci del secondo personaggio tirato in ballo dalla signora brasiliana.

Voci di popolo a Perugia. Come è ben noto, gli archivi della SAM erano pieni di lettere anonime con le quali le forze dell’ordine venivano invitate a indagare su mille possibili “mostri”; tra di esse la più famosa è senz’altro quella del settembre 1985 riguardante Pacciani (senza per questo poter generalizzare, si tenga però presente che dietro c’era soltanto un vicino astioso, anni dopo scoperto). Anche Francesco Narducci, il medico di Perugia indicato dalla Alves come il vero Mostro, era stato oggetto di lettere anonime, ben più numerose dell’unica su Pacciani. Anzi, sulla sua identificazione come Mostro di Firenze si era diffusa nel Perugino un’insistente voce popolare.
Chi era Francesco Narducci? Non è questa la sede per tracciare un ritratto del personaggio, del resto ben noto agli appassionati, basti ricordare che si trattava di un giovane gastroenterologo di ottima famiglia morto durante un’escursione solitaria sul lago Trasimeno l’8 ottobre 1985, un mese dopo il delitto degli Scopeti. Per avere un’idea “incontaminata” di quali erano i sospetti su di lui poco prima della sua “riscoperta” si legga questa interessante lettera scritta a Oreste del Buono da un lettore de “La Stampa” e pubblicata il 7 settembre 2001:

Egr. Sig. Oreste del Buono, ho letto in questi giorni su tutti i maggiori quotidiani, La Stampa in primis, la possibilità della riapertura delle indagini sul caso (sembrava risolto con gli arresti di Pacciani, Vanni e Lotti) del “mostro di Firenze”. Per la verità la notizia non mi ha sorpreso in quanto un paio di anni addietro, trovandomi in vacanza sul Lago Trasimeno e facendo una lunga chiacchierata con un simpatico proprietario di un ristorantino sul lago, avevo sentito parlare di strani fatti “sfuggiti” agli inquirenti (?) e riguardanti il suicidio di un medico chirurgo inizialmente indagato, personaggio legato da parentela a facoltosi industriali del luogo. Il fatto era avvenuto molto prima della morte di Pacciani, il corpo del medico suicida era stato rinvenuto vicino all’Isola Polvese dove aveva lasciato il suo motoscafo prima di gettarsi in acqua. La gente del posto aveva raccontato che la polizia, indagando sul caso, sarebbe venuta in possesso di una misteriosa lettera-confessione.

A favorire i sospetti su Francesco Narducci erano stati molti fattori combinati, tra i quali:
  • il mistero della sua morte, un sospetto suicidio privo di apparenti motivazioni che si cercò di far passare poco verosimilmente per disgrazia; 
  • la frettolosità con cui il cadavere, recuperato dal lago dopo cinque giorni, fu sepolto, senza neppure un’autopsia, come se la famiglia avesse temuto l’emergere di qualche circostanza imbarazzante;
  • la sua professione di medico, come si sa da sempre associata nell’immaginario popolare alla figura di un assassino che mutilava le proprie vittime femminili;
  • la sua notorietà in ambito locale, che enfatizzò ogni altro elemento di sospetto.
I fattori sopra elencati, più magari altri di secondaria importanza, vanno considerati alla stregua dei componenti di una bomba pronta per ricevere l’innesco e poi deflagrare. Il che avvenne nell’autunno del 1986, non appena risultò evidente che per quell’anno il Mostro non avrebbe ucciso, mentre nei cinque precedenti lo aveva sempre fatto. Naturalmente tutti si chiesero il perché, e molti pensarono e sperarono che fosse morto. Qualcuno, compresi alcuni autorevoli commentatori tra i quali Giorgio Abraham, presero anche in esame la possibilità del suicidio per rimorso o paura di essere scoperto. Ecco quindi che i Perugini cominciarono a sentirsi autorizzati a credere che il vero Mostro fosse proprio il loro, quel Francesco Narducci del quale forse già in vita qualche malalingua aveva spettegolato, ma soprattutto morto suicida appena un mese dopo l’ultimo delitto, lasciando, si diceva, una confessione scritta che la famiglia aveva fatto sparire. In effetti le indagini espletate dalle forze dell’ordine di Firenze partirono a inizio 1987 e non prima. 
Dalla sentenza Micheli, dove si riporta un passo della requisitoria di Mignini:

Vi è l’Appunto del M.llo Salvatore Oggianu, delle ore 10 circa del 3.02.1987, con cui il Maresciallo riferisce della telefonata dell’Ispettore Sirico della Squadra Mobile di Firenze che voleva sapere se i CC di Firenze fossero informati sul suicidio avvenuto “pochi giorni orsono nel Lago Trasimeno” (ma è il 1987….). I CC di Firenze rispondono di non saperne nulla e si rivolgono al Nucleo Operativo CC di Perugia e in particolare al Brig. Fringuello che li informava del suicidio avvenuto l’8.10.1985, al Trasimeno, del Prof. Francesco Narducci, coniugato con Francesca Spagnoli.
Il Fringuello riferisce anche che, alcuni giorni prima, era stato contattato da un familiare del medico che gli aveva riferito che lo stesso aveva uno studio medico in Firenze e che, negli ultimi tempi prima del suicidio, si era comportato in modo molto strano.

A conoscenza di chi scrive si tratta del primo interessamento certo a Narducci da parte della SAM e dei carabinieri di Firenze, nonostante si sia parlato su libri e forum – ma soprattutto nella requisitoria di Mignini – anche di fantomatiche indagini precedenti, riguardo le quali non esiste però alcuna documentazione affidabile (delle indagini perugine si tratterà più avanti). Passò poco più di un mese e gli esiti degli accertamenti dei carabinieri furono comunicati a Vigna, come risulta da questa annotazione datata 19 marzo 1987:

Oggetto: Notizie segnalate a Perugia e Foligno su Narducci Francesco in relazione ai noti “duplici omicidi” attribuiti al cosiddetto “mostro di Firenze”.
Poiché lo stesso Narducci è stato dalla voce pubblica delle due citate città indicato come “interessato ai noti omicidi attribuiti al cosiddetto mostro di Firenze”, se ne dà doverosa notizia alla S.V. per ogni valutazione e per i conseguenti accertamenti che riterrà di dover far svolgere.
Per una più completa visione dei fatti si trasmettono:
  • Rapporto giudiziario nr. 200/1 redatto dall’Arma di Magione (PG) il 19.10.1985 in relazione al decesso di Narducci Francesco;
  • Referto richiesto alla Conservatoria dei registri immobiliari di Firenze circa la possidenza di appartamenti in questa provincia, risultato, contrariamente a quanto era stato riferito per vie brevi, del tutto negativo.
Nel documento si parla di “voce pubblica” di Perugia e Foligno, che quindi, forse tramite lettere anonime forse per altre vie, doveva essere giunta anche all’orecchio della SAM, peraltro in modo parziale o comunque deformato, visto che Sirico riteneva che il presunto suicidio fosse un fatto di appena pochi giorni prima. E se gli accertamenti richiesti dai carabinieri di Firenze a quelli di Perugia erano stati indotti dalla voce pubblica, la stessa voce pubblica ricevette da quegli accertamenti ulteriore vigore. La notizia arrivò infatti alla stampa e venne pubblicata in alcuni articoli usciti in occasione dell’arrivo di una lettera di un falso mostro a Silvia Della Monica.
Così il 12 aprile 1987 “Il Corriere dell’Umbria”, quotidiano di Perugia (questo e i due trafiletti successivi vengono ripresi da 48 small di Alvaro Fiorucci):

I cacciatori del mostro hanno indagato sulla morte di Francesco Narducci. Un accostamento, nonostante l’esplicita ammissione di magistrati e polizia, che ha fatto ipocritamente inorridire anche quelli che con gli stessi argomenti imperversavano nei bar, nei salotti e nelle redazioni dei giornali appena due ore dopo il ritrovamento del corpo di Francesco Narducci. […] Da quel giorno non si è smesso di parlare di quella morte misteriosa perché legata ad una scomparsa misteriosa. Accanto a testimonianze più o meno fasulle arrivano le voci incontrollate. E la spiegazione di questi funerali frettolosi: hanno nascosto le prove del suicidio, la famiglia sapeva tutto, Narducci aveva lasciato un messaggio. Poteva bastare. Il resto serviva solo alla fantasia che rimane tale anche dopo la sortita di magistrati e polizia che indagano sul mostro di Firenze, i quali fanno intendere soltanto ora di aver investigato inutilmente sulla morte (anzi si parla esplicitamente per la prima volta di suicidio) di Francesco Narducci.

Dal medesimo quotidiano del giorno successivo:

Una ridda di illazioni e dicerie ha coinvolto il medico perugino morto nel Trasimeno nel giallo del maniaco di Firenze. […] L’insistente vociare sulla sua morte è persino arrivato a solleticare la curiosità e l’interesse della speciale squadra anti mostro insediata a Firenze. Gli inquirenti toscani hanno voluto vederci chiaro, sulle rive del Trasimeno e a Perugia ha indagato anche Paolo Canessa, uno dei magistrati che indaga sul maniaco, ma non ha raccolto un solo elemento che lo convincesse a proseguire il soggiorno investigativo. Di Francesco Narducci era stata chiacchierata una sua vita privata fiorentina. Che anzi dalle parti di Lastra a Signa, alla periferia di Firenze, avesse affittato un appartamento in cui la polizia dopo la sua morte avrebbe rinvenuto alcune sezioni di tessuto umano conservate in teche colme di paraffina e c’era chi trovava il tempo per elettrizzare il simposio rivelando che il dottor Narducci prima di uccidersi aveva lasciato un messaggio in cui si autoaccusava dei delitti attribuiti al cosiddetto mostro.
Ma la lettera, inutile dirlo, non è stata mai trovata e questo, grottescamente, ha contribuito ad alimentare fandonie prodotte oltre i confini della farneticazione.

Nonostante che nei due articoli si fossero criticate le voci malevoli e si fosse riportato l’esito negativo delle indagini, la loro uscita sul principale quotidiano di Perugia non dovette far altro che amplificare i sospetti della gente. I quali ricevettero ulteriore impulso dall’intervento minaccioso di Narducci  padre sul medesimo quotidiano del 14 aprile:

Leggo vostra corrispondenza del 12 e del 13 aprile. Protesto con sdegno contro il contenuto e la forma delle notizie da voi divulgate. È falsa e assurda ogni correlazione tra la morte di mio figlio e i fatti di Firenze, così come è falso che mio figlio si sia suicidato. Faccio espressa riserva del diritto di querela.

È bene comunque precisare che le indagini fiorentine sul possibile coinvolgimento di Narducci nei delitti del Mostro non si erano chiuse in quei giorni dell'aprile 1987. La parola fine arrivò il 4 luglio 1988, con una nota inviata a Vigna dal colonnello dei carabinieri Vittorio Rotellini, dove si riportava l’esito di un accertamento secondo il quale, al momento del delitto di Calenzano, il gastroenterologo si trovava negli Stati Uniti. Nella stessa nota si dichiarava che nessun automezzo o motomezzo a lui appartenuto era mai stato soggetto a controlli durante i servizi preventivi anti mostro. Pertanto questa era la conclusione: “Dalle risultanze di cui sopra si può escludere che il Narducci Francesco possa essere responsabile dei duplici omicidi avvenuti in provincia di Firenze”.
Prima dell'arrivo della nota di cui sopra, il nome di Francesco Narducci era emerso in una lista di 256 nominativi, compilata dai carabinieri, dal titolo “Elenco di tutte le persone segnalate da anonimi e non dopo il duplice omicidio Stefanacci-Rontini del 29.7.1984, trattate da questo ufficio, escluse quelle segnalate con elenco compilato in data 17.6.1987”. Si è fantasticato sin troppo su questa circostanza, cercando di approfittarne per retrocedere ad appena dopo il delitto di Vicchio l'ingresso di Narducci sotto le attenzioni delle forze dell'ordine fiorentine. Non è così. Non esiste alcun motivo per non ritenere che Narducci fosse in elenco causa le indagini effettuate su di lui in quello stesso 1987.
Negli anni successivi altre segnalazioni e altre lettere anonime avrebbero continuato a sottoporre la figura di Narducci all'attenzione degli inquirenti fiorentini, peraltro sempre più orientati a cercare la soluzione del caso in un soggetto di caratteristiche alle sue del tutto opposte, Pietro Pacciani. E sempre, sulla base di quel documento del 1988, la loro reazione sarebbe stata negativa. Di Jorge Maria Alves abbiamo visto. È di tre anni dopo, 28 ottobre 1993, la consegna di un dossier in Procura da parte di Valerio Pasquini, un investigatore privato che aveva approfondito la vicenda Narducci con ricerche in loco. La sua speranza, andata delusa, era stata quella di ricavarne un utile tramite pubblicazione su qualche rivista.
Si ritiene di fare cosa gradita ai numerosi appassionati alla figura di Narducci la messa a disposizione di tale documento, scaricabile qui assieme a varia altra documentazione al contorno. Il parere di chi scrive è che si tratti nella sostanza di una raccolta di chiacchiere, in ogni caso il lettore potrà giudicare da sé. Molto probabilmente fu proprio dalla lettura del dossier Pasquini che Giuttari trasse le maggiori informazioni sulla vicenda Narducci, lo avesse letto dopo l’audizione della Alves, come lui afferma, oppure ben prima, come sembra logico sospettare.

39 commenti:

  1. È pazzesco qualsiasi persona che si presentasse nelle sale della questura per riferire notizie sul mostro veniva subito presa in considerazione senza verificarne un minimo di attendibilità..i soldatini partivano in pompa magna senza tener conto del danno che potevano arrecare a persone e cose qualora tali "dritte' si fossero rivelate infondate.. triste per chi ci capita in certe situazioni

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  2. Valerio Pasquini, secondo alcuni, sarebbe appartenuto alle forze dell'ordine. Prenderei per buona la tua versione (investigatore privato) ma ti chiedo conferma.
    Grazie per il dossier.

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    1. Io ho preso per buona la versione di Mignini, che così scrive nella sua requisitoria, come viene riportato dalla sentenza Micheli. E non ho motivo di dubitarne, considerati gli eventi noti.

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  3. Posso commentare o vige ancora l'embargo su Narducci? Ho molte obiezioni che ho potuto sintetizzare in quasi tre pagine (Times New Roman 12)...

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    1. I commenti dovrebbero riguardare l'argomento trattato dall'articolo, sia per me che dovrei rispondere in merito, sia per il lettore che si aspetta di rimanere sul tema. Non è questa la sede per esporre le tue convinzioni circa la colpevolezza di Narducci nell'ambito dei delitti del Mostro, poichè non si parla di quella.
      In particolare qui si è affrontato il tema specifico della partenza delle nuove indagini, sulla quale ho evidenziato delle evidenti forzature. Ogni osservazione in merito è la benvenuta, va bene anche qualche limitata digressione, ma per discutere a 360 gradi ci sono i forum appositi.

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    2. Sono tutte obiezioni alla tesi, da te qui sostenuta, che le dicerie e le indagini sul conto di Narducci risalgano solo al 1987, nonché alla maggiore attendibilità degli accertamenti di Vigna rispetto alle indagini di Giuttari e Mignini. I riferimenti e le precisazioni (ad esempio a integrazione di quanto riferito per intero da Fringuello) sono molti (e ho dovuto riportarli con una certa puntualità), perché tutti (documenti e testimonianze anche al di sopra d'ogni sospetto) contribuiscono a dimostrare (almeno secondo me) che sospetti e indagini sul conto di Narducci risalgono almeno al 1985.

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    3. Non so quando la prima malalingua disse a un malaorecchio che Narducci poteva essere o essere stato il Mostro, a quanto mi risulta nessuno lo sa e nessuno può saperlo.In questo articolo affermo quello che risulta dai documenti noti, e cioè che la SAM se ne interessò nel 1987.
      La mia valutazione di quando le dicerie assunsero consistenza è, appunto, una valutazione, suffragata dal buonsenso. E' chiaro che se qualcuno sospettava già da prima, nel momento in cui si constatò che dopo cinque anni di estati con delitti ce n'era una senza, la prima cosa che disse o pensò non può che essere stata: "Hai visto? Io l'avevo detto". E il ruscello diventò un fiume.

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    4. Qui riporti solo parzialmente i documenti noti, perché non li citi tutti e tronchi(sicuramente in buona fede o per motivi che ignoro) l’annotazione di servizio depositata in Procura dal brigadiere Fringuello che, se le mie informazioni sono corrette, dimostra ben altro...
      La tua valutazione è decisamente smentita anche da una miriade di testimoni, compresi amici, familiari del medico e UN IMPUTATO di notevole caratura istituzionale (ho cercato di essere sintetico nei limiti della precisione), nonché suffragata da un buonsenso che, come ho potuto facilmente argomentare in base alle mie premesse, vacilla pure in base alle tue. Preferirei pubblicare il commento per intero, ovviamente con il tuo permesso, anche se mi rendo conto (e me ne scuso in anticipo) che occuperebbe molto spazio. Comunque ti assicuro che è tutto funzionale solo a suffragare la mia "antitesi" alla tesi che qui tu esponi (magari ne emergerà una sintesi...). Su altre questioni, come le frequentazioni fiorentine di Narducci, i cardini della sentenza Micheli o dell'inchiesta sui compagni di merende, mi riservo di esprimere (se vorrai) pareri (spero molto più concisi) là dove le hai affrontate. Fammi sapere e grazie comunque!

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    5. Riguardo Fringuello, quello che ho riportato dalla sentenza Micheli mi pare sufficiente. I fatti risalivano al 1987, e testimoniano del primo interessamento noto della SAM a Narducci. Si tratta della citazione della requisitoria di Mignini, che prosegue per un bel po' riportando i ricordi del Fringuello e di altri sulla missione perugina dei carabinieri di Firenze. Quando? Vi si legge "dopo la morte di Narducci" e nessuna data, quindi, fino a prova contraria, si tratta ancora del 1987. Del resto la telefonata di Sirico a Fringuello, questa datata 3 febbraio 1987, dimostra che in SAM prima di allora nulla di Narducci si sapeva.
      Se hai documenti di diverso tenore citali. Spero però che non siano le solite testimonianze basate sui "si diceva", oppure di qualcuno che aveva sentito da qualcun altro che a sua volta aveva raccolto una voce, di cui questa vicenda è piena.

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    6. Riguardo le frequentazioni fiorentine di Narducci, ho scritto un apposito articolo, "L'ombra nera", intervieni pure lì se hai qualche osservazione da fare. Però è chiaro che se si tratta di valutazioni sul valore delle parole di Pucci, Nesi e Vanni, ci sarà poco da discutere.

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    7. Non è che materialmente abbia questi documenti. Ciò che ne leggo in due libri ("La strana morte del dr. Narducci" di Luca Cardinalini e Piero Licciardi; e 48 SMALL di Alvaro Fiorucci) fa esplicito riferimento (con tanto di date) a un periodo anteriore all'estate del '86. In più riporto testimonianze dirette su indagini svolte nel '85, testimonianze ovviamente indirette sulle voci (mi interessa il loro contenuto, come quello di alcune lettere anonime), e un documento collegato a entrambe. Tutto mi serve per dimostrare come le une e le altre risalgono al '85 e riguardano particolari che non possono essere spiegati con l'associazione di idee che qui ipotizzi, nonché decisamente contrastanti con i luoghi comuni sul "mostro"...

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    8. Ormai è possibile risalire alle stesse fonti, almeno ad alcune, alle quali hanno attinto sia Cardinalini e Licciardi sia Fiorucci. I loro due libri, soprattutto "La strana morte...", offrono una visione direi "interessata" degli eventi. Quindi leggiti la sentenza Micheli e le due note di Mignini e Giuttari presenti nella pagina di download di questo mio blog. La sentenza Micheli, per quanto scomoda per i fans di Narducci, è un documento ufficiale, che riporta una miriade di passi tratti dalla requisitoria di Mignini e dalle varie testimonianze, quindi di assoluta importanza.
      Discutiamo comunque di Fringuello, ricordando prima qual'è l'oggetto del contendere. In questo mio articolo si sostiene che le forze dell'ordine di Firenze si interessarono a Narducci soltanto nel 1987, il che va in appoggio allo scenario che ho descritto, quello di un personaggio di cui forse si era già vociferato in vita, come di tanti altri del resto, per il quale la "strana morte" dopo Scopeti combinata con il silenzio del Mostro all'estate successiva provocarono un'enorme amplificazione e diffusione locale dei sospetti, a inizio 1987 arrivati anche a Firenze tramite lettere anonime, probabilmente.
      Immagino che il passo che più ti abbia fatto pensare sia quello relativo alle indagini sul rinvenimento della cartuccia nell'ospedale di Ponte a Niccheri, avvenuta il giorno dopo la scoperta dei cadaveri dei francesi. Nel Cardinalini si legge:

      È il brigadiere Fringuello a riferire che, alcuni giorni prima, era stato avvicinato da un familiare del medico che gli aveva confidato: Narducci aveva uno studio a Firenze e negli ultimi tempi si comportava in modo strano. Particolari che Fringuello decide di non approfondire, anche per la paura di essere intercettato, ma che scrive nell’annotazione di servizio depositata in Procura. Vi si racconta che, poco dopo la morte di Narducci, si presentarono al reparto operativo di Perugia due marescialli provenienti da Firenze - uno è forse Oggianu e l’altro è originario dell’Umbria settentrionale - che stavano accertando alcuni fatti in merito al ritrovamento di bossoli o munizioni calibro 22 presso una clinica fiorentina, dove aveva operato il Narducci.

      Ebbene, il passo è fuorviante, poichè il "poco dopo la morte di Narducci" ha un "poco" che è una falsissima aggiunta degli autori. Oggianu è proprio colui che, a inizio febbraio 1987, aveva risposto a Sirico di non sapere nulla di Narducci, e che in seguito era andato a Perugia ad assumere notizie. Quindi è nel 1987 che Oggianu si interessò di Narducci e dei suoi eventuali legami, mai dimostrati, quindi solo chiacchiere, con l'ospedale di Ponte a Niccheri.
      Leggiamo la fonte di Cardinalini e Licciardi, le parole di Mignini, rintracciabili sia nella sentenza Micheli sia nella sua nota del 2004, entrambe scaricabili da questo blog:

      Ciò corrisponde all’annotazione di servizio, depositata il 24.01.2004 e redatta dal Lgt. CC. Mario Fringuello, ora in forza alla Sezione di PG (Aliquota CC.) sede, trasmessa recentemente a codesta Procura, in cui si riferisce che dopo la morte del Narducci, si presentarono al R.O. del Gruppo CC. due Marescialli provenienti dal R.O. CC. di Firenze, tra cui, forse, l’Oggianu e altro non identificato, di origine umbro - settentrionale, che riferirono al Fringuello che stavano procedendo ad accertamenti, nell’ambito delle indagini sui delitti del "Mostro di Firenze", in merito al rinvenimento di bossoli o munizioni calibro 22 presso una Clinica fiorentina, dove aveva operato il Narducci.

      Come si vede il "poco dopo" è soltanto un "dopo".

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    9. A chiarire ancora di più le idee è una testimonianza del 2005, non presente nella nota di cui sopra che è del 2004 ma riportata da Micheli, dove Donato Luisi della Sam afferma:

      Ricordo che, in relazione ad un esposto anonimo riguardante un medico perugino che mi sembra si chiamasse FRANCESCO NARDUCCI e che si sarebbe suicidato nel Lago Trasimeno, io svolsi degli accertamenti. Secondo l’anonimo, il medico era il mostro di Firenze e vi sarebbero stati dei dubbi sul suicidio, nel senso che veniva ipotizzato l’omicidio del personaggio, senza ulteriori precisazioni. Per effettuare i necessari riscontri, ricordo che insieme a qualcun altro, sicuramente di grado superiore al mio, forse il Maresciallo OGGIANU, mi portai alla Stazione Carabinieri di Magione.

      Quindi una lettera anonima, per indagini svolte assieme a Oggianu a inizio 1987, quindi dopo l’estate del 1986, la prima senza delitti, il che conferma la mia tesi.

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    10. Per finire, sul fatto che la missione perugina delle forze dell'ordine di Firenze fosse stata proprio quella di Oggianu, quindi a inizio 1987, c'è la testimonianza del Maresciallo Francesco Di Leo, della SAM:

      Sì, ricordo che il maresciallo OGGIANU si recò a Perugia per svolgere indagini sul NARDUCCI e, siccome operava spesso con il brigadiere LUISI, è possibile che quest’ultimo possa averlo accompagnato. Circa la missione a Perugia del M.llo OGGIANU per indagini sul NARDUCCI, la ricordo perfettamente.

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    11. Nel libro di Fiorucci leggo che le indagini sui proiettili nella clinica dove aveva operato Narducci sono documentate DAL 3O MAGGIO 1986 (dunque PRIMA DELLA FATIDICA ESTATE) al 13 marzo successivo. Dove sta scritto che l'esposto e le relative indagini che, come ricorda Luisi, riguardavano il sospetto OMICIDIO DI NARDUCCI (mica il suicidio del mostro solitario!), e non i proiettili, sono del '87? Può darsi che il brigadiere e il maresciallo Oggianu non fossero "i due marescialli" che menziona Fringuello (o Oggianu avrebbe fatto lo gnorri), ma proprio seguendo il tuo ragionamento non vedo come l’anonimo e gli inquirenti possano aver collegato Narducci ai delitti solo dopo l’estate del ‘86, sapendolo suicidatosi da pochi giorni nel ‘87. Forse l’Ispettore Sirico riferiva alla lettera il contenuto di una segnalazione molto risalente di cui chiedeva informazioni ai Carabinieri di Firenze, e non direttamente a Perugia, supponendo che fosse già in loro possesso. Peraltro Narducci è menzionato in una cronistoria dei delitti datata 30 Aprile 1986, mentre un appunto stilato a Perugia da un certo Maglionico e registrato il 5 febbraio del ‘87 dal nucleo di polizia giudiziaria di Firenze, Borgo Ognisanti, riferisce di sapere già dalla fine del ‘85 dei sospetti gravanti sul medico prima ancora della sua morte e, se non ho capito male, di un appartamento in suo uso a Fiesole. C'è dell'altro, ma dovrei pubblicarlo a pezzi perché non entrano i caratteri...

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    12. Riguardo al familiare che ha avvicinato Fringuello, non mi stupirebbe se fosse Massimo Spagnoli (http://insufficienzadiprove.blogspot.it/2010/02/massimo-spagnoli.html) o Gianni Spagnoli (http://insufficienzadiprove.blogspot.it/2010/06/gianni-spagnoli.html), o Bona Franchini (conferma che il genero aveva in uso un appartamento a Firenze), o il professor Mario Bellucci (testimone di nozze di Francesca): “Mi sono convinto che Francesco potesse avere dei legami con un gruppo fiorentino ben determinato e potente, coinvolto in attività criminose. QUESTO L’HO SENTITO DIRE ANCHE PRIMA DELLA SCOMPARSA, IN PARTICOLARE NEL SUO ULTIMO MESE DI VITA”. Si noti come la vox populi perugina, e non pochi anonimi tra quelli conservati nell’apposito fascicolo, parlassero già allora del “mostro” al plurale e di un Narducci ucciso (anche Pacciani che lo associava all’omicidio di Corsini e non poteva saperne nulla dai giornali!). A tal proposito potrei citare l’avvocato Claudio Caparvi e lo stesso Ferruccio Ferroni, ma soprattutto il colonnello Antonio Colletti: “ricordo che qualcuno nel corso delle indagini [?] me lo indicò come capo d’un gruppo di persone coinvolte nella vicenda del mostro. Non ricordo se mi venne detto che era proprio il capo, oppure se era colui che materialmente eseguiva le mutilazioni. La cosa mi fu detta a livello di diceria popolare da una fonte confidenziale, perché avevo una buona rete di informatori. Potrebbe essere stato anche un militare a darmi la notizia che comunque mi sembrò degna di essere verificata ed approfondita tanto che interessai, mi sembra, il maresciallo Maglionico [sarà quello del citato appunto?]”. Tornando a Bellucci, dell’appartamento fiorentino con i feticci di cui parla anche l’articolo ha dichiarato: “Ho saputo che la proprietaria sarebbe andata a denunciare alla locale caserma dei Carabinieri la scomparsa dell’inquilino che non pagava più il canone [vedi anche la testimonianza dell’autista Sante Beccaccioli sulla confidenza ricevuta dal presidente Raffaele Zampa, del maresciallo Antonio de Blasi su quella del vice-brigadiere Salvatore De Mattia, durante la battuta all’isola Polvese, e della Suor Elisabetta di Pacciani che cita una certa Maridea].Si tratta di voci troppo strutturate (l’appartamento fiorentino con i feticci ecc...) e singolari (Narducci ucciso dalla compagnia del mostro, da quelli che non si fidavano più o che lo scandalo li avrebbe travolti...) rispetto al luogo comune del maniaco solitario, probabilmente misogino e ovviamente di Firenze (quando il perugino era notoriamente un playboy e le invidiose malelingue, ricorda la moglie, invece tipicamente insinuavano che fosse gay e aveva contratto l’AIDS come Rock Hudson), per originare solo dalla generica associazione “medico (peraltro il solo gastroenterologo in una famiglia di ginecologi) misteriosamente morto (forse suicida) dopo l’ultimo delitto”...

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    13. Né si vede come, a distanza di così poco tempo, lo scettico cronista che intendeva minimizzarle possa essersi confuso al punto da scrivere che “imperversavano nei bar, nei salotti e nelle redazioni dei giornali appena due ore dopo il ritrovamento del corpo di Francesco Narducci”. Proprio un giornalista del “Corriere dell’Umbria”, Mino de Masi, racconta che nell’ottobre del 1985 il suo direttore piombò in redazione ordinando di fermare le rotative, perché una fonte gli aveva detto che da Firenze stavano per arrestare un dottore perugino. Il capo cronista Mauro Avellini scrisse un articolo sulle confidenze di un vigile del fuoco che, intervenuto nel recupero della salma a San Feliciano (il 9 ottobre, come ricorda anche il comandante Gianfranco Eugeni?), avrebbe visto nello scantinato della villa un barattolo di vetro con resti umani. Un pezzo previsto per la prima pagina, con tanto di strillo sulle locandine (le copie del giornale divennero subito introvabili e il giornalista ricevette delle minacce di morte) che ricorda anche Peppino Pifferotti, infermiere di gastroenterologia. Lui e un collega, Sandro Paciola, raccontano pure che nei giorni della sua scomparsa l’ambulatorio in ospedale di Narducci venne perquisito da carabinieri fiorentini in borghese. Sono testimoni incontrati dall’investigatore privato Valerio Pasquini, su cui si può nutrire qualche scetticismo, come l’impiegata dell’anagrafe che parla di indagini compiute su Narducci dai Carabinieri perugini già prima dell’ultimo delitto, nonché dall’ispettore Napoleoni fin dal 1981-82 (ma diffiderei delle sue smentite più che della Cataluffi), e a detta di tutti loro (lei ricorda l’appuntato Cecchi, il maresciallo Maglionico! e pure il dirigente Speroni) “bloccate da ordini superiori” poco dopo la morte del medico. Però anche il maresciallo Lorenzo Bruni ricorda di aver rinnovato le sue rimostranze al capitano di Carlo (punto sull’inadeguatezza degli accertamenti esperiti) un mese dopo la morte del medico, sottolineando che sui giornali erano uscite (e subito rientrate, secondo Masi e Avellini) notizie che lo collegavano ai delitti fiorentini. Anche Ferruccio Ferroni, collega e amico intimo di Narducci, ricorda che “DIECI O QUINDICI GIORNI DOPO IL RITROVAMENTO DELLA SALMA [che con Morelli ha “riconosciuto”] VENNE DEL PERSONALE DELLA SAM e si portò PRESSO L’UFFICIO CENTRALE DELL’UNIVERSITÀ DI PERUGIA [e “alla stazione dei Carabinieri di Castiglione del Lago” secondo il maresciallo della Polizia Provinciale, Piero Bricca) PER ACQUISIRE IL SUO FASCICOLO PERSONALE”. Gi stessi che gli impiegati hanno visto piombare all’ufficio personale dell’Università, CIRCA UN MESE DOPO LA SCOMPARSA DI NARDUCCI, ESIBENDO UN MAZZETTO DI SCONTRINI AUTOSTRADALI e chiedendo tutta la documentazione relativa alle assenze, alle entrate e alle uscite del medico (tre giorni molto concitati, ricorda un’impiegata, durante i quali più volte hanno sentito alzarsi il tono della voce dalla stanza del capoufficio). Forse per questo si trovava NEL FALDONE DEL 1985 INERENTE LE AUTO TRANSITATE L’8 E IL 9 SETTEMBRE IN PROVINCIA DI FIRENZE, non nel suo fascicolo personale formato il 21 marzo 1987, l’annotazione vergata a mano su un foglio ingiallito: “dottor Narducci Francesco – medico – Perugia via (omissis) – ED ERA PROPRIETARIO DI UN APPARTAMENTO A FIRENZE OVE AVREBBERO TROVATO DEI BISTURI E FETICCI” (il condizionale viene usato solo per il ritrovamento dei feticci!).

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    14. Last but not least, c'è la difesa dell’ex vicequestore aggiunto Luigi De Feo davanti al giudice Micheli: “dissi che A CAUSA DEI FATTI NOTI, IL RITROVAMENTO DEL CORPO [DI NARDUCCI], C’ERA STATO MOLTO DA FARE IN QUESTURA per cui io avevo tardato. Per essere più persuasivo mi riferì a UN FATTO REALMENTE ACCADUTO, cioè dissi che AVEVAMO DOVUTO ASSISTERE PROPRIO IN QUEI GIORNI DEGLI INVESTIGATORI VENUTI DA FIRENZE PER ACCERTAMENTI IN RELAZIONE AI DELITTI DI FIRENZE. Dissi questo perché EFFETTIVAMENTE DIVERSE VOLTE QUESTI INVESTIGATORI ERANO VENUTI ED ERANO STATI ASSISTITI DALLA SQUADRA MOBILE, non da me o dal mio ufficio (…) Soltanto alla fine, sul pianerottolo, HO DETTO ALLA SIGNORA QUELLA STORIA DEI FETICCI CHE AVEVO SENTITO DIRE”. La signora è Gianangela Agostinucci, moglie di un presidente del tribunale di Perugia, e viceversa ricordava che De Feo le aveva detto di essersi dovuto recare a Firenze per ispezionare l’appartamento di Narducci, dove avevano rinvenuto “reperti umani femminili raccapriccianti (…) in una specie di ambulatorio”, e che “VISTO LO STRAZIO DEI GENITORI, AVREBBERO COPERTO TUTTO”. Forse De Feo ricorda meglio dell’Agostinucci (o mente come, in un modo o nell’altro, ha mentito Napoleoni), ma in questo caso sarebbero stati gli investigatori fiorentini, “assistiti dalla squadra mobile perugina”, a ricoprire tutto. Altrimenti di quelle indagini non rimarrebbero solo tracce sparse e diverse testimonianze anche sulla “storia dei feticci” che, già all’epoca, non solo De Feo aveva “sentito dire”...

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    15. Poi Vigna non s’è nemmeno accorto delle macroscopiche irritualità che, per stessa ammissione del giudice Micheli, hanno pienamente giustificato (17 anni dopo!) la riesumazione e l’autopsia richieste da Mignini (che non aveva alcun bisogno di retrodatare particolari di quelle telefonate per giustificare la genesi di indagini ormai belle che incardinate!). Forse del “voluminoso e specifico rapporto” che, a detta di Trio, la Squadra Mobile redasse all’epoca, con tanto di rilievi effettuati dalla Scientifica (saranno quelli temuti da Giovanna Ceccarelli, cognata di Narducci, che in una intercettazione telefonica racconta all’amica di essersi recata nell’appartamento perugino, tra l’8 e il 13 ottobre, per far sparire una foto) e fotografie del cadavere (scomparse pure dalla memoria di chi avrebbe dovuto scattarle), non era ancora misteriosamente rimasto, parole dell’ex questore, “un moncone senza alcun senso” (tra certificati sbanchettati, una “ispezione cadaverica” indegna persino delle inadeguate competenze della Seppoloni e false notifiche all’autorità giudiziaria sulla disponibilità della salma in obitorio). Dietrologia per dietrologia, mi sembra più semplice supporre che quei rilievi non furono mai fatti (come ricorda persino Napoleoni) per la stessa ragione per cui andavano distrutte anche le prove (tipo lo scontrino autostradale, i documenti dell’appartamento fiorentino e i feticci) che Vigna non ha più trovato nemmeno a carico del suo ripetutamente perquisito “mostro” solitario. Fosse per lui, staremmo ancora al “mezzo indizio più mezzo indizio” uguale a Pacciani assolto in appello. Viceversa è stato proprio Giuttari a smascherare l’autore della lettera attribuita al “Vampa” (bastava leggerla per capire che non poteva essersi attribuito l’omicidio della correa Miranda Bugli), quando il tempo stringeva e non serviva certo a sostenere l’accusa, e solo il superpoliziotto non aveva alcun bisogno di trovare a tutti i costi un mandante, con i “compagni di merende” già definitivamente condannati in tempi record e una promozione a vicequestore in tasca. L’ha rifiutata, invece, per cimentarsi in un’indagine tanto prevedibilmente difficile quanto straordinariamente accidentata (tra effrazioni, tentativi di spionaggio, minacce e attentati che non ha subito nemmeno indagando alla DIA sulle stragi di mafia) soprattutto, guarda caso, quando il medico perugino è riaffiorato dalle acque del Trasimeno. Coraggio, ambizione, eccesso di zelo da parte d’un funzionario persuaso d’essere tra i pochi interpreti d’una giustizia che non guarda in faccia a nessuno e combatte contro i mulini a vento, o davvero “di Narducci non si può parlare, altrimenti cade il governo”? In questo caso, penso che le due cose non si escludano vicendevolmente...

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  4. Forse non ci siamo capiti. Scordati che io mi legga tutto quello che hai scritto su Narducci, lo pubblico per chi vuole leggerselo. Qui si discuteva della partenza delle indagini della SAM, o comunque delle forze dell'ordine fiorentine, su di lui, a mio parere non prima dell'inizio 1987, e che per fortuna affronti subito. Tu citi un passo del libro di Fiorucci, che è questo:

    E si recupera altra memoria tra i documenti ammassati nella cantina di una vecchia caserma. Si scopre così che dal 30 maggio 1986 al 13 marzo 1987 c’è un forte interessamento dei carabinieri toscani che chiedono atti e notizie ai carabinieri umbri. Fibrillazioni forti in relazione al ritrovamento del bossolo calibro 22
    all’ospedale.

    Si deve credere a Fiorucci sulla parola? Eppure ti ho già dimostrato la falsità del Cardinalini. Perchè Fiorucci non riporta su quale documento dei carabinieri di Firenze, datato 30 maggio 1986, si nomina Narducci? Per quale motivo ci sarebbero state "fibrillazioni forti" per la storia della cartuccia di Ponte a Niccheri quando il fatto era accaduto ben otto mesi prima e si era già abbondantemente indagato? Senza il documento, le sue sono soltanto parole. Nella sentenza Micheli vengono riportate frasi della requisitoria di Mignini dove si parla di questa cartuccia, ma non si dice nulla che possa comprovare l'affermazione di Fiorucci.
    In realtà subito dopo le frasi citate Forucci riprende la solita missione di Oggianu e Luisi, che avvenne a inizio 1987, e che sia produsse l'annotazione per il PM, si presume Vigna, in data 19 marzo 1987, da me citata, sia stimolò gli articoli del successivo aprile sul "Corriere dell'Umbria". Missione nata da una lettera anonima inviata DOPO LA FINE DELL'ESTATE 1986, quando i sospetti di chi la mandò si erano alimentati del silenzio del Mostro.
    Infine, lavorare di fantasia sull'ignoranza di Sirico mi pare che porti poco lontano. Il contesto data abbondantemente quella telefonata al 1987, quindi la chiuderei qui.

    Sul resto non ho alcuna voglia di discutere adesso.

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  5. Grazie mille e speriamo che qualcuno abbia la pazienza di confrontare le nostre opinioni.
    Ciò detto, non vedo perché bisognerebbe dubitare delle pubblicazioni di un Fiorucci (che per altro apre e chiude il suo libro, in modo evidentemente simpatetico, con la sentenza Micheli), più di quanto si potrebbe di quelle più apertamente schierate, come le tue (hai sottomano la lettera anonima datata: Perugia, DOPO LA FINE DELL'ESTATE 1986?) o le mie (ma almeno mi limito a esprimere un opinione sulle informazioni divulgate e mai formalmente smentite).
    Comunque non prendo per oro colato nemmeno le condanne che hanno superato tre gradi di giudizio (come quella dei “compagni di merende”). Figuriamoci una sentenza annullata per aver macroscopicamente esorbitato dalle sue competenze - un GUP dovrebbe limitarsi a valutare se esistono indizi sufficienti per poter sostenere le imputazioni in un processo (come l’associazione a delinquere che, concordo, in questo caso sarebbe stato difficilissimo provare), non sentenziare che l’autopsia, due perizie antropometriche e tutti i testimoni (compresi gli addetti alle pompe funebri che sono addirittura categorici, confortati dalla tanatoprassi, sul telo di lino) sicuramente sbagliano, perché forse Narducci ha sbattuto il collo cadendo in acqua (?) e i pantaloni si sono infeltriti insieme alla taglia sull’etichetta (proprio quella del medico, conferma la moglie).
    Ma se per te esiste solo ciò che “san Micheli arcangelo” ha ritenuto di dover scrivere nella motivazione della sua sentenza, scusa, fai prima a pubblicarla per intero e a commentare: Questo è tutto!

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    1. Ti ho già dimostrato come sia facile per un autore di libri far pendere la bilancia da una parte piuttosto che da un'altra. Quell'arbitraria aggiunta dell'aggettivo "poco" nel Cardinalini cambia alquanto le carte in tavola, poichè fa sembrare che nell'ambito delle indagini sulla cartuccia ritrovata nell'ospedale di Ponte a Niccheri, nel settembre 1985, si fosse indagato su Narducci. Il che non risulta da alcun documento ufficiale.
      Riguardo Fiorucci, fino a prova contraria sono convinto che anche lui abbia scritto, se non una falsità, almeno una notizia priva di supporto documentale affermando che quelle indagini sarebbero partite nel marzo 1986 per almeno due semplici motivi.
      Il primo: in un documento ufficiale come la sentenza Micheli, in cui vengono riportati ampi brani della requisitoria di Mignini riguardante proprio quella cartuccia, non se ne fa alcuna menzione. Anche nella nota di Mignini scaricabile da questo sito non c'è alcun cenno. In questo caso si potrebbe pensare che la caserma di Fiorucci potrebbe essere stata frugata dopo, poichè il documento è del 2004
      Il secondo: per quale motivo un evento accaduto nel settembre 1985 sarebbe stato riesumato a livello di indagini a marzo 1986 coinvolgendovi Narducci? Che cosa era accaduto nel frattempo per giustificarlo? Possibile che di tutto questo nulla sia emerso?

      Il pervenimento di una lettera anonima che innescò la spedizione di Oggianu e Luisi, avvenuta nel marzo 1987, è testimoniata da una dichiarazione dello stesso Luisi a Mignini, che ho già citato e che ricito:

      Ricordo che, in relazione ad un esposto anonimo riguardante un medico perugino che mi sembra si chiamasse FRANCESCO NARDUCCI e che si sarebbe suicidato nel Lago Trasimeno, io svolsi degli accertamenti. Secondo l’anonimo, il medico era il mostro di Firenze e vi sarebbero stati dei dubbi sul suicidio, nel senso che veniva ipotizzato l’omicidio del personaggio, senza ulteriori precisazioni. Per effettuare i necessari riscontri, ricordo che insieme a qualcun altro, sicuramente di grado superiore al mio, forse il Maresciallo OGGIANU, mi portai alla Stazione Carabinieri di Magione.

      Ora, che quella lettera anonima fosse arrivata un anno prima è possibile, ma estrememante improbabile, direi anzi che la ragione dice che era arrivata poco prima, e aveva fatto prendere in mano il telefono a Sirico. Uno storico, come io mi illudo di essere anche solo in piccola parte, deve integrare i documenti con delle interpretazioni ragionevoli.

      Alla fine la mia ricostruzione sulla partenza delle indagini fiorentine su Narducci è ragionevole, è non la metto certo in crisi per un'affermazione di Fiorucci priva di qualsiasi pezza d'appoggio. Non è che una frase arbitraria può diventare vera solo perchè viene stampata su un libro. Quale sarebbe stata la "vecchia caserma" di cui parla Fiorucci? Perchè la notizia compare soltanto sul suo libro? Da chi l'avrebbe raccolta?

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    2. Altre due cose prima di chiudere.
      Nella requisitoria di Mignini riportata da Micheli gli interessamenti precoci delle forze dell'ordine fiorentine a Narducci sono suddivisi in 11 paragrafi, numerati progressivamente e senza salti. Dunque non c'è stata alcuna omissione da parte di Micheli. E questa storia della cartuccia di Ponte a Niccheri semplicemente NON C'E'.
      Infine ti consiglio di dare un'occhiata qui.

      http://mostrodifirenzevolumei.blogspot.it/2015/01/gerarchia-delle-fonti-per-lo-studio-del.html

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    3. Poco o non poco dopo la morte del medico (comunque, si presume, in un arco temporale più prossimo a quella che alle confidenze del familiare), è Fringuello a collegare, nell’apposita annotazione di servizio, le indagini dei carabinieri toscani (altrimenti che ci sarebbero andati a fare a Perugia?) sul proiettile nella clinica fiorentina (forse non cita esplicitamente Ponte a Niccheri, ma il riferimento è ovvio) a Narducci. Dai documenti della vecchia caserma (forse frugata dopo la nota del 2004) menzionata da Fiorucci (48 SMALL è in effetti più recente e presumibilmente aggiornato dell’altro libro), quel dopo risulta non dopo il 30 maggio del 86. Logicamente non farebbe una piega, ma tu aggiungi che “nella requisitoria di Mignini riportata da Micheli” - sarebbe forse il caso di chiedere anche a Mignini - “questa storia della cartuccia di Ponte a Niccheri semplicemente NON C'E'”. Cioè non c’è neanche l’annotazione di Fringuello (ma in questo caso Licciardi e Cardinalini non avrebbero aggiunto solo un “poco”), o solo il 30 maggio?

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    4. Penso ti convenga leggerla questa sentenza, se vuoi continuare a discutere. Per quanto mi riguarda le affermazioni di Alvaro Fiorucci, in mancanza di documenti che le comprovino, rimangono affermazioni di un giornalista, anche se sono scritte su un libro. Se mettessimo assieme tutti gli sfondoni scritti dai giornalisti in questa vicenda servirebbero anni per leggerli.
      In questo caso non soltanto manca un qualsivoglia riferimento a un documento, ma di tale documento non esiste alcun accenno in una requisitoria, quella di Mignini, che è la summa di tutte le indagini effettuate sulla vicenda.
      Quindi la chiuderei qui.

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  6. Quanto alla lettera anonima citata da Luisi, se è quella di cui Sirico chiede ai Carabinieri fiorentini, probabilmente è stata scritta a pochi giorni dalla morte di Narducci per le ragioni che ho già esposto. Trovo molto interessante, ripeto, anche il fatto che alludesse all'omicidio del medico, come altri anonimi che lo volevano ucciso dai sodali fiorentini, in un epoca (87, più o meno) in cui il luogo comune era quello del maniaco solitario...

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    1. Non capisco proprio come puoi collocare quella lettera anonima cui fa cenno Luisi a un anno e mezzo prima delle relative indagini. Che poi trovi interessante quello che c'è scritto lo capisco ancora meno. Come se le lettere anonime costituissero prova di chissà cosa.
      Credo siamo su lunghezze d'onda del tutto differenti, chiudiamola qui, chi legge ha già quanto gli seve per farsi le proprie idee.

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    2. Giusto per concludere, è il caso di esaminare questo passo della requisitoria di Mignini:

      La giornalista fiorentina di “Repubblica”, FRANCA SELVATICI, sentita il 30.05.06, ha fornito utili indicazioni sull’impatto che il personaggio NARDUCCI ebbe nell’ambiente giudiziario e giornalistico fiorentino, negli anni ’80 e ’90 e sul ruolo che gli veniva attribuito ed ha sottolineato testualmente:

      “grosso modo nel 1987 e 1988 giunsero alle Forze dell’Ordine due o tre anonimi provenienti da Perugia che indicavano FRANCESCO NARDUCCI come il mostro di Firenze. Ricordo anche che prima del processo PACCIANI giunsero alle Forze dell’Ordine e forse anche ai giornali altri anonimi in numero maggiore sul NARDUCCI. In pratica in questi anonimi si diceva che gli inquirenti stavano sbagliando tutto in quanto il mostro non era PACCIANI ma NARDUCCI. Si parlava appunto di questo medico, il NARDUCCI, di cui si diceva si fosse suicidato perché oppresso dai rimorsi. Credo che nel 1987 – 1988 il colonnello ROTELLINI, capo del Nucleo di Polizia Giudiziaria di Firenze, svolse degli accertamenti su ordine della Procura, all’esito dei quali accertò che, in occasione di uno dei delitti, quello di Calenzano, il Narducci si trovava negli Stati Uniti, e per questo fu immediatamente escluso dalla lista dei sospetti perché all’epoca imperava la teoria del killer solitario. Ricordo anche che tutti noi rimanemmo colpiti dal fatto che il NARDUCCI fosse morto un mese dopo l’ultimo dei duplici omicidi”.

      Anche qui si parla del 1987, dopo la prima estate in cui il Mostro non aveva colpito.

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    3. a me più che la sostanza impressiona il "metodo investigativo". Ossia, per quale ragione Mignini nella sua requisitoria cita la testimonianza della giornalista? Quale valenza ha? cosa vuole dimostrare? qual è la presunta utilità delle sue dichiarazioni? gli anonimi diventano fonti di prova?
      in altre parole, chi se ne frega di quello che pensava all'epoca la Selvatici? e di quello che disse il 30.05.2006? e di quello che telefonavano gli anonimi nel 1994?
      ma veramente facciamo... meglio che mi fermi qui...

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    4. Prendiamo per buono anche quanto scrivono i cronisti del 1987, prima di concludere che tutto si riduca a ciò che ricorda Franca Selvatici nel 2006.
      Gli inquirenti stavano allora prendendo in considerazione quelle che tra tutte le persone già additate (e LE VOCI SU NARDUCCI addirittura "IMPERVERSAVANO" PRIMA ANCORA CHE FOSSE CHIUSA LA SUA BARA) fossero morte (pervenuti solo il medico perugino e il macellaio di Montecatini).
      Poniamo che, riscartabellando gli anonimi, Sirico si fosse imbattuto in quello di cui ha chiesto ai CC fiorentini, presumendo che potessero già saperne qualcosa (altrimenti, suppongo, si sarebbe rivolto direttamente a Perugia). Penso che l'anonimo non fosse databile con precisione, ma risalisse a poco dopo la scomparsa di Narducci, perché Sirico avrebbe potuto usare l'espressione "POCHI GIORNI ORSONO" solo espungendola dal testo.
      Altrimenti bisognerebbe supporre che, proprio in base al tuo ragionamento (i sospetti sul medico nascono solo da una sfortunata combinazione temporale), tanto l'anonimo quanto Sirico abbiano pensato: FORSE NARDUCCI È “IL MOSTRO”, PERCHÉ SE È MORTO “POCHI GIORNI ORSONO” NON PUÒ AVER COLPITO LA SCORSA ESTATE (???).
      Trovo rilevante che l'anonimo citato da Luisi sospettasse che il medico non si fosse suicidato, ma l'avessero ucciso, perché contrasta col luogo comune che all'epoca avrebbero potuto ispirare le malelingue (UN "MANIACO SOLITARIO" SI SAREBBE SUICIDATO!) e CONFERMA QUELLO CHE AVREBBERO SCOPERTO SOLO MOLTI ANNI DOPO (cioè che in effetti NARDUCCI È STATO UCCISO!).
      Questo intendevo dire (insieme a tutto il resto!)...

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    5. Tante supposizioni che non cambiano lo stato delle cose: nulla dimostra che le forze dell'ordine fiorentine si fossero interessate a Narducci prima della spedizione di Oggianu e Luisi a Perugia nel marzo 1987. Anche tu ti avvali delle incertezze dovute alla distanza degli eventi per introdurre sospetti senza l'appoggio di alcuna prova reale.
      Non è che l'arrivo di una lettera anonima prima della fine dell'estate 1986 cambierebbe granchè le cose, in ogni caso di essa non c'è traccia, quindi ritengo che la mia analisi che individua nel silenzio del Mostro di quell'estate il motivo fondamentale del montare delle voci su Narducci sia ben plausibile e fondamentalmente corretta.

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    6. Lasciami concludere solo precisando che la mia analisi non si limita a una supposizione su quell'anonimo.
      Si basa anche e soprattutto su tutto il resto che ti ringrazio d'aver pubblicato.

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  7. Questa vicenda è piena di voci, anonimi e compagnia bella. D'altra parte hanno dovuto arrangiarsi con quel che avevano, contando anche sul fatto che era passato un sacco di tempo.

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    1. Tornando ancora alla questione aperta da Matteo per le affermazioni di Fiorucci, io credo di aver capito da dove queste derivano. Negli undici punti della requisitoria di Mignini relativi alle indagini fiorentine su Narducci il primo recita così:

      1) Vi è un primo appunto, datato 30.04.1986 (allegato dall’SM – Ufficio OAIO del Comando Reg. CC. Toscana del 4.01.2002, indirizzato alla Sez. P.G. CC della Procura di Perugia, al Comando Prov. CC di Firenze e per conoscenza alla Procura di Firenze), in cui si fa la cronistoria della vicenda del “Mostro” e le indagini svolte.

      Secondo me è qui che ha origine l'affermazione di Fiorucci, anche se si parla di 30 aprile invece che di 30 maggio. Tra l'altro già nella nota riassuntiva 2004 era contenuto tale passaggio.
      A questo punto bisognerebbe chiedere al magistrato che cosa c'entra Narducci con questa sua uscita. Nella cronistoria delle indagini sul Mostro di Firenze inviata non si sa bene da chi (dall'OAIO regione Toscana?) sia alle Procure di Firenze e Perugia sia ai CC di Firenze c'era il suo nome? Non si direbbe, altrimenti figurarsi se Mignini non l'avrebbe scritto. Qual'era il motivo di compilazione e invio di tale documento? Io non ce l'ho e nulla posso dire.

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    2. A questo punto invece direi che, con ogni probabilità, la cronistoria del 30 aprile 1986 fosse proprio il “noto appunto” (che riferiva anche dell’individuazione di un appartamento in uso a Narducci a Fiesole) in relazione al quale l’OAIO di Firenze aveva chiesto ai Carabinieri di Magione copia del rapporto sulla morte di Narducci, il 13 febbraio 1987.
      Dal libro di Cardinalini e Licciardi sembra che in alternativa potesse trattarsi dell’appunto stilato nel nucleo di polizia giudiziaria di Perugia da Maglionico (che riferiva dei sospetti gravanti sul medico prima ancora della sua morte), consegnato al comandante della Legione Carabinieri di Perugia, che a sua volta l’aveva trasmesso alla procuratore generale di Firenze, al comandante della Brigata e a quello della Legione di Firenze. Si tratta della fonte, se non ho capito male, di un appunto del nucleo di polizia giudiziaria di Firenze, Borgo Ognissanti, che in data 5 febbraio 1987 riferiva di sapere già dalla fine del 1985 della morte di Narducci con annessi e connessi, ma il primo punto della requisitoria di Mignini sembrerebbe identificarla (o comunque collegarla) con la cronistoria.
      Credo invece che la data del 30 maggio possa ricavarsi dall’appunto del tenente colonnello Antonio Colletta, trasmesso dall’OAIO alla Procura di Firenze il 13 marzo 1987 (appunto l’intervallo temporale riportato da Fiorucci).

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    3. Guarda, in questo minestrone di appunti ti ci lascio volentieri, attento a non affogarci dentro.

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  8. ciao Antonio
    hai mai approfondito la storia del giornalista Pucci raccontata da Cardinalini nel suo libro? Non mi sembra che né Giuttari né Mignini parlino della presenza di FN a Firenze nel settembre 1974, almeno nei documenti in mio possesso, ma posso sbagliarmi perché è una vicenda che ho approfondito poco.
    Nel libro c'è un virgolettato del giornalista, ma come al solito non è indicata la fonte.
    F

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    1. Come saprai anche tu, nella sentenza Micheli si parla di Pucci e delle sue dichiarazioni, ma non di questo particolare. Mignini non lo aveva inserito nella sua requisitoria oppure Micheli non aveva riportato il passo? E chi lo sa? In ogni caso, se proprio dovessi scommettervi, direi che era una notizia fasulla, altrimenti Mignini l'avrebbe approfondita e Micheli sarebbe stato costretto a tenerne conto.

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    2. può essere, sembra però accertato che Pucci fece un'intervista al padre di Narducci già nel 1988 (poi non pubblicata)quindi lo scenario è abbastanza credibile. Mignini riporta impressioni inconcludenti, a causa del suo consueto metodo investigativo,ma potrebbe rimanere il fatto in sé, che sarebbe un'ennesima coincidenza. ricordo che "Reporter" anni fa fece ricerche sull'ipotetico servizio alla scuola di sanità militare di Firenze, con esito negativo; ma non so che tipo di ricerche.

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