venerdì 26 maggio 2017

Giuttari contro tutti

Nel precedente articolo, Firenze-Perugia andata e ritorno, dedicato all’apertura della nuova pista perugina sulla morte di Francesco Narducci, ci eravamo lasciati con la sorprendente “scoperta” che quella pista era nata senza alcun apporto di fatti nuovi, come invece per anni ci era stato fatto credere con le grottesche minacce telefoniche a una signora di Foligno. Qui riprendiamo il racconto dalla fine del 2001, quando Giuttari, acciaccato dal clamoroso fallimento della perquisizione nella villa dei C. ma tutt’altro che domo, cercava di agganciarsi alle novità arrivate da Perugia. Tra i suoi obiettivi avrebbe assunto sempre più rilevanza quello di affiancare il lavoro di Mignini dimostrando le frequentazioni fiorentine di Francesco Narducci, con un impegno però non privo di sgradevoli effetti collaterali che lo avrebbero messo in contrasto con i suoi superiori, sia della Procura sia della stessa Polizia. Vedremo quali furono i tentativi di porgli un freno, pressoché inutili, possiamo anticiparlo, poiché al solito Giuttari reagì con estrema efficacia, riuscendo alfine a ritagliarsi uno spazio autonomo in cui proseguire per la propria strada, libero da ogni condizionamento avverso.

La ripartenza. Il 3 dicembre 2001 Giuttari consegnò una nota riepilogativa a Canessa, con la quale chiedeva i permessi per proseguire con le sue indagini. Il documento non è ancora di dominio pubblico, se mai lo sarà, quindi dobbiamo accontentarci di fonti giornalistiche per intuirne il contenuto, che doveva essere un pot pourri di rara confusione (il peso della nuova pista perugina, appena agli inizi, non era ancora preponderante). Questo articolo di Fiorenza Sarzanini, uscito su “Il Corriere della Sera” del 23 gennaio 2002, ce ne dà un ampio sunto il quale, seppur forse condito con qualche riempitivo di fantasia, è da considerarsi affidabile, sia per la mancanza di successive smentite sia per il sempre dimostrato credito di cui la giornalista godeva negli ambienti giudiziari fiorentini.
Si parte con la sorprendente ipotesi dei due francesi morti a Scopeti che sarebbero venuti in Italia per partecipare a riti satanici. 

Nadine Mauriot e Jean Kraveichvili, l'ultima coppia uccisa dal «mostro» di Firenze, erano in Toscana per partecipare a riti satanici e messe nere. Qualcuno li «adescò» e li mise in contatto con una setta della zona. Ma poi li trasformò nelle vittime sacrificali. La nuova «verità» sugli omicidi seriali avvenuti nelle campagne fiorentine tra il 21 agosto 1968 e l'8 settembre 1985 emerge dall'ultimo rapporto che la squadra mobile ha consegnato un paio di settimane fa al pubblico ministero Paolo Canessa. Ed è raccontata da un testimone rintracciato in Francia dagli uomini guidati da Michele Giuttari. L'uomo, un investigatore privato che dopo il delitto dei due francesi venne in Italia per cercare la verità sull'omicidio, ha raccontato di essere riuscito a «infiltrarsi» nella setta. E ha fatto nomi e cognomi di professionisti e di altri «insospettabili» che avrebbero aderito alla congrega: è il livello «occulto» che per anni avrebbe cercato di depistare le indagini. E di negare che dietro gli omicidi agisse un gruppo di mandanti. Una pista che invece sin dal 1985 il Sisde, il servizio segreto civile, aveva delineato perfettamente individuando anche i luoghi dove queste persone si incontravano. Una «verità» di cui era a conoscenza anche l'allora direttore Vincenzo Parisi, poi diventato capo della polizia.

Di questo fantomatico infiltrato non si hanno ulteriori notizie, quindi si deve presumere che fosse stato un mitomane o comunque un bugiardo. Non sappiamo neppure se davvero avesse fatto dei nomi. In ogni caso della possibilità, collegata ai “cerchi di pietra” di Monte Morello, che Nadine Mauriot e Jean Kraveichvili fossero stati coinvolti in qualche cerimonia esoterica Giuttari ne avrebbe parlato ancora nel 2005, nel suo Il Mostro, quindi possiamo dare per assodato che fosse stata una sua effettiva ipotesi di lavoro. Dell'assoluta inconsistenza della pista di Monte Morello si è già detto qui.
L’articolo fornisce poi una lista di personaggi toccati dalle indagini, ognuno a suo diversissimo modo, sui quali si ritenevano necessari ulteriori accertamenti.

Il dossier consegnato alla Procura è di oltre cento pagine ed è diviso in due parti. La prima riguarda le indagini che la squadra mobile ritiene di aver ormai concluso e per le quali chiede ai magistrati di procedere. L'elenco delle persone sotto inchiesta comprende le proprietarie della villa […] dove lavorò Pietro Pacciani e dove sarebbero stati compiuti riti magici; il giornalista Giovanni Spinoso, accusato di frode processuale per aver inviato ai carabinieri un biglietto anonimo che accusava Pacciani e un'asta guidamolla compatibile con l'arma usata dal «mostro» avvolta in un pezzo di stoffa uguale a quello trovato in casa del contadino di Mercatale; l'ex appuntato dei carabinieri di San Casciano, Filippo Toscano, sospettato di aver fornito a Mario Vanni i proiettili calibro 22; Maria Ines Pietrasanta, indagata per rapina per essere entrata il 22 gennaio del 1996 a casa di Pietro Pacciani, aver aggredito e narcotizzato sua moglie Angiolina, e aver portato via documenti. La donna è la vedova del professor Giulio Zucconi, primario di ginecologia all'ospedale Careggi di Firenze e titolare di un laboratorio a San Casciano, sospettato di aver avuto rapporti proprio con Pacciani. Anche il fratello di Zucconi è stato coinvolto nell'indagine. Si tratta di un ambasciatore ora in pensione che si sarebbe interessato in maniera sospetta agli accertamenti compiuti dalla Procura. Che interesse aveva? Era sua intenzione «coprire» qualcuno? Che cosa sa dei delitti del «mostro»?

Qualche parola su Giovanni Spinoso, unico personaggio tra quelli sopra elencati di cui non si è mai trattato su questo blog, e del quale si può leggere qualche notizia qui, per dire che non si comprende come la sua vicenda giudiziaria possa essere stata inserita nel contesto delle indagini sui mandanti. Tenuto conto sia del tipo di reato che gli veniva contestato – la costruzione di false prove contro Pacciani –  sia della sua posizione di genero di Renzo Rontini, si potrebbe al massimo sospettare che avesse voluto “dare una mano” alla giustizia.

Tutta la seconda parte del dossier consegnato ai magistrati riguarda i possibili mandanti degli omicidi che nel corso degli anni hanno poi cercato di sviare le indagini. Nell'elenco ci sono un avvocato, un medico e altri personaggi ritenuti «insospettabili» sul cui conto la polizia sollecita ulteriori accertamenti. È stato il nuovo testimone a fare i loro nomi, ma ulteriori riscontri sono arrivati rileggendo i documenti raccolti dal Sisde che - senza avvisare la Procura - dal 1985 in poi svolse un'inchiesta parallela sulla vicenda affidando anche due consulenze, una compiuta dal criminologo Francesco Bruno e l'altra da una 007 del «centro» di Firenze. Entrambe le relazioni arrivarono alla conclusione che gli omicidi fossero stati ordinati da una setta. Ma nessuna delle due fu consegnata agli inquirenti che continuavano a seguire la pista dei «compagni di merende».

Probabilmente in questa seconda parte assumeva grande rilevanza la nuova pista perugina (avvocato = Jommi, medico = Narducci), sulla quale però, come voleva la Procura di Perugia, non doveva filtrare alcuna notizia. Dalla nota 133/05/G.I.DE.S. del 5 marzo 2005, scritta dallo stesso Giuttari:

Con nota n. 500/2001/S.M. del 3.12.2001, riepilogativa delle indagini sui mandanti, tra i personaggi di particolare interesse investigativo venivano indicati: Narducci Francesco […] (si chiedevano approfondimenti investigativi, in particolare sulla sua morte nel lago Trasimeno) e Jommi Giuseppe (nei cui confronti si chiedevano specifici approfondimenti anche mediante l’acquisizione dei tabulati telefonici delle utenze in suo uso, che però non venivano autorizzati. […])
La citata nota, articolata e dettagliata, oltre agli approfondimenti di cui sopra è cenno, conteneva una serie di proposte investigative, ritenute utili e opportune allo stato delle indagini per la loro prosecuzione, ma non aveva alcun seguito, poiché seguiva un nuovo lungo inspiegabile periodo di stasi operativa, protrattosi sostanzialmente per oltre un anno, di certo non attribuibile al P.M. titolare delle indagini, né tantomeno all’ufficio investigativo che lo stava collaborando, ma le cui cause meriterebbero un approfondimento nelle sedi competenti.

Il procuratore capo Ubaldo Nannucci lesse la nota e tacque a lungo. Continuò a tacere anche di fronte alla nota successiva datata 11 marzo 2002, nella quale Giuttari richiamava i risultati della perquisizione del 1998 a Francesco Calamandrei, chiedendo il permesso per nuove indagini (probabilmente intercettazioni telefoniche). E così per qualche mese lo scalpitante commissario dovette accontentarsi del noioso lavoro di routine, come ci raccontano i titoli dei quotidiani dell’epoca: un bandito solitario arrestato dopo dieci anni, una banda che svaligiava ville, una sparatoria sul portone di casa, l’espulsione di cento stranieri e così via. Ma le notizie che arrivavano da Perugia, dove Mignini macinava a più non posso, lo rendevano impaziente di fare la propria parte sul versante fiorentino, visto che le due indagini erano ufficialmente collegate. Da Il Mostro:

L'attesa delle deleghe si è fatta insostenibile. Non mi manca il lavoro, come capo della Squadra Mobile, e le indagini sui mandanti sono solo una piccola parte dei miei compiti, ma non è accettabile che un intoppo burocratico - in mancanza di spiegazioni come altro devo interpretarlo? - si trasformi in un nuovo ostacolo.
Insisto per sapere perché la mia nota del 3 dicembre 2001 è ancora ferma. Canessa elude la domanda finché può, ma alla fine ammette che il procuratore Nannucci non intende approfondire gli accertamenti perché i fatti a sostegno della richiesta non sono altro che "illazioni". Stento a crederlo. È ridicolo, tanto più se si tiene conto di quello che sta accadendo a Perugia.
E poi il PM titolare delle indagini è Canessa, non Nannucci: è ora che si richiamino responsabilità e ognuno si assuma le proprie.
Il 21 maggio scrivo al PM. Voglio lasciare una traccia scritta di quello che si sta verificando. Richiamo la nota del 3 dicembre 2001 facendo presente che ancora non sono pervenute le deleghe richieste: a mio giudizio, sono utili per proseguire le indagini sui presunti mandanti e sono sempre in attesa di una decisione sull'opportunità di svilupparle nella direzione indicata.
Aspetto una risposta scritta, non mi accontento più delle parole. Quando riceve la lettera, Canessa mi dice con molta sincerità che è davvero amareggiato per la situazione che si è creata e mi assicura che farà di tutto per sbloccarla. Gli credo e lascio passare ancora alcuni giorni.

L’audiocassetta. Prima di prendere carta e penna per scrivergli, quello stesso 21 maggio Giuttari aveva organizzato un poco simpatico scherzetto alle spalle dell’ingenuo Canessa, registrando di nascosto la sua voce su cassetta mentre lo induceva a parlare (male) del suo capo Nannucci. Ecco la versione dell’episodio datane da Giuttari nel suo Confesso che ho indagato:

Quel giorno, mi ero incontrato con un informatore in piazza della Repubblica per ascoltare importanti notizie sulla vicenda del Mostro, alle quali mi aveva accennato al telefono. Aveva però posto come condizione di vedermi fuori dalla Questura e io avevo acconsentito.
Per l’occasione, mi ero munito di un microregistratore al fine di tenere traccia, a scopo esclusivamente personale, del contenuto del colloquio, considerato il posto abbastanza frequentato, dove tra l’altro non mi sarei potuto fermare a lungo.
Gli uffici della Procura erano allora proprio in piazza della Repubblica. Canessa doveva avermi visto e mi era venuto incontro, ragione per cui avevo salutato rapidamente l’informatore per accogliere il sostituto procuratore. Ero in un luogo pubblico e non potevo certo tirar fuori il registratore, quindi è stata ripresa la nostra lunga conversazione, oltre quaranta minuti, durante la quale Canessa spiega i motivi del blocco delle indagini da parte del suo capo.

Pretendendo che gli si creda, l’ex superpoliziotto fa un torto all’intelligenza dei propri lettori. Già suona poco plausibile che un informatore interessato a non dare nell’occhio, non volendo un incontro in Questura, accetti di parlare sulla piazza dove davano la stessa Questura nonché la Procura. Ma è soprattutto la giustificazione scelta per spiegare il non spegnimento del registratore che suona fasulla. “Ero in un luogo pubblico e non potevo certo tirar fuori il registratore”, scrive Giuttari, ma perché, chi l’avrebbe notato, e se anche qualcuno lo avesse notato, qual era il problema? E poi, come si presume che l’apparecchio, all’arrivo dell’informatore, fosse stato acceso mettendo una mano in tasca, al medesimo modo poteva essere spento.
In realtà quella cassetta fu registrata a scopo di futuro utilizzo, come poi sarebbe accaduto davvero tre anni dopo, quando Giuttari avrebbe convinto Mignini a inquisire Nannucci per presunte manovre di ostacolo alla giustizia. Com’è noto, sia Mignini sia Giuttari sarebbero stati inquisiti e condannati per questo e altri episodi. Nella relativa sentenza del giudice Maradei, poi annullata per incompetenza territoriale, si legge:

Va premesso che la registrazione del colloquio con Canessa fu volontaria e questo elemento avvalora la ricostruzione del tribunale.
Invero, Giuttari, come già accennato, lo ha sempre sin dall'inizio negato […] asserendo che quel giorno doveva, prima di incontrare Canessa, avere, sempre in Piazza della Repubblica, un primo contatto con un nuovo possibile informatore e che, non fidandosene, si era messo nella tasca della giacca un registratore per documentare quello scambio; poi accadde che Canessa arrivò in anticipo, Giuttari congedò l'informatore e fece per spegnere l'apparecchio, manovra che evidentemente eseguì malamente, tanto da lasciare acceso il registratore. Una simile versione dei fatti è, oltre che intrinsecamente davvero incredibile, priva di qualsiasi riscontro, visto che neppure si è mai saputo chi sarebbe stato il preteso informatore incontrato; infine, contraddetta da un argomento logico molto forte, ossia la oggettiva conservazione del nastro e il suo utilizzo. […]
La verità è che Giuttari non poteva certo ammettere, a costo di negare l'evidenza, la volontarietà del suo gesto, essendo in prima persona consapevole delle gravi censure di ogni genere a un simile gesto («non mi sarei permesso io di registrare un Pubblico Ministero, e l'ho detto prima, avrei avuto... solo il pensiero mi ripugna.»), tanto più grave se si pone mente al fatto che, con rara slealtà, fu posto in atto sorprendendo la buona fede di un magistrato che si era adoperato in prima persona presso i massimi vertici della Polizia per assecondare le sue aspirazioni professionali e consentirne il collocamento in disponibilità.

Come si vede, la giustificazione di Giuttari per non aver spento il registratore risultava allora un po’ differente rispetto a quella riportata in Confesso che ho indagato, e la circostanza non depone certo a favore della sua buona fede. È evidente che per il prolungato fermo indagini il commissario era entrato in fibrillazione e aveva perso il senso della misura. Quel giorno aspettava al varco Canessa per farlo parlare a ruota libera e far cadere il discorso sui presunti motivi che inducevano Nannucci a non concedergli le deleghe richieste (“aveva condotto il discorso con un'attenzione e un'intenzionalità specifiche”, si legge nella sentenza Maradei). Tra le frasi registrate ci sarebbe anche questa: “Un’altra cosa che è sempre brutta… sia pure dopo aver scritto questo, mi dice: quello era compagno di scuola… quell’altro ci ha fatto il liceo… il fratello era in classe al liceo… capiscimi!...”. Giuttari la riporta nel suo libro, a dimostrazione del fatto che il Procuratore Capo non voleva che si indagasse su alcuni suoi conoscenti elencati nella nota del 3 dicembre 2001, tra cui Giuseppe Jommi.
Difficile dire quanto avessero pesato le proprie conoscenze giovanili nella decisione di Nannucci di non concedere le deleghe richieste, risulta però evidente come gli elementi contenuti nella nota che le richiedeva fossero tanto fumo e poco arrosto, in definitiva “illazioni” o poco più. D’altra parte bastava guardare alla tremenda cantonata appena presa da Giuttari con la perquisizione nella “villa dei misteri” per comprendere la titubanza di Nannucci. Viene piuttosto da chiedersi: quanto c’è da fidarsi delle indagini di un poliziotto capace di una bassezza come quella della registrazione carpita? Sapendo bene quale fosse la sua ferma volontà d’inseguire a ogni costo i fantomatici mandanti, della quale anche la stessa registrazione truffaldina era figlia, quale valore può essere attribuito alle numerose testimonianze che appaiono fin troppo compiacenti verso il suo punto di vista?
In ogni caso la lettera scritta da Giuttari il 21 maggio dovette sortire il suo effetto, o più probabilmente a smuovere le acque furono le notizie giunte da Perugia dopo il deposito della perizia sugli atti relativi alla morte di Francesco Narducci e la conseguente riesumazione della salma. E così, attorno alla metà di giugno, fu finalmente concessa la desideratissima autorizzazione a effettuare indagini, limitate però alle frequentazioni fiorentine di Narducci. “Non è molto, ma voglio sperare che questa delega sia solo l'inizio e in ogni caso mi dà la possibilità di avviare la collaborazione con il PM di Perugia, destinata con il tempo a farsi sempre più stretta”, avrebbe commentato l’investigatore-scrittore su Il Mostro. Intanto il 17 giugno, assieme a Canessa, andava a Perugia per un vertice con Mignini.

Anche i topi aiutano Giuttari. Neppure il tempo di organizzarsi attorno all’autorizzazione appena ottenuta che Giuttari dovette affrontare un nuovo ostacolo, conseguenza della grottesca e macabra vicenda delle lesioni rinvenute su alcuni cadaveri esposti nelle Cappelle del Commiato, le sale mortuarie annesse all’ospedale di Careggi, a Firenze. Se ne può leggere un ampio resoconto su questo articolo, qui interessa evidenziare il conflitto tra Giuttari e Nannucci.
Le prime lesioni erano state scoperte il 23 giugno, e le indagini affidate alla Squadra Mobile, che aveva iniziato a interrogare i parenti dei deceduti. Pressati dallo sgomento dell’opinione pubblica, il 26, dopo la profanazione della terza salma, magistrati e investigatori (tra cui naturalmente Nannucci e Giuttari) si riunirono per fare il punto. In quella sede fu comunicato l’esito degli esami su della cenere ritrovata vicino a un cadavere, ritenuta in ipotesi un possibile residuo di rito satanico. Si trattava invece dei resti del tabacco di un sigaro o di una pipa, una notizia che doveva rimanere riservata e che invece il giorno dopo i giornali riportarono. Nannucci, ritenendo che la lingua lunga fosse stata quella di Giuttari, gli revocò le indagini affidandole alla Guardia di Finanza.
Da “La Repubblica” del  28 giugno:

Il procuratore della Repubblica Ubaldo Nannucci ha revocato al capo della squadra mobile Michele Giuttari la delega ad indagare sulle escissioni eseguite fra domenica e lunedì sulle salme di tre anziane donne nelle Cappelle del Commiato di Careggi. Questo significa che non sarà più il capo della mobile a coordinare le indagini su questa vicenda ripugnante che sembra opera di adepti ad una setta esoterica. Secondo quanto ha spiegato il magistrato, la decisione è stata presa perché la procura ritiene che sia stato Giuttari a rivelare ai giornali gli esiti di alcuni accertamenti compiuti nell'istituto di medicina legale, dei quali si sarebbe parlato l'altro ieri sera in una riunione fra magistrati e investigatori. Ieri i giornali hanno pubblicato la notizia che i resti bruciacchiati trovati sul velo che copriva una delle salme sarebbero residui di tabacco, parzialmente combusti. Il procuratore Nannucci e il sostituto Giulio Monferini non hanno chiesto spiegazioni ai cronisti (in tal caso avrebbero appreso che la notizia non proveniva da Giuttari) e hanno deciso di affidare ad altri le indagini. Il capo della squadra mobile non ha voluto fare commenti, limitandosi a dire di aver tenuto un comportamento ligio ai propri doveri. L'uscita di scena di Giuttari potrebbe creare qualche danno alle indagini, anche per il solo fatto della grande esperienza accumulata dal capo della mobile, che da 7 anni indaga sui misteri del mostro, in materia di esoterismo.

Come è facile immaginarsi, durante il vertice del 26 Giuttari e Nannucci si erano duramente scontrati sulla linea investigativa da seguire. Per Giuttari l’occasione era troppo ghiotta per non approfittarne evocando scenari da messe nere (nonostante che alla fine sarebbe emersa la responsabilità di semplici topi, sia ne Il Mostro sia in Confesso che ho indagato ancora si allude all’intervento di entità misteriose). Dal canto suo Nannucci temeva che le indagini sulla profanazione delle salme sarebbero diventate un ulteriore capitolo della ricerca dei mandanti, quindi, leggendo le indiscrezioni uscite sui giornali del giorno dopo, prese la palla al balzo ed estromise Giuttari. La fretta però gli fece commettere un grosso sbaglio, poiché a parlare erano stati i consulenti di medicina legale.
Naturalmente Giuttari reagì di conseguenza, e non esitò a minacciare il Procuratore Capo di querela per diffamazione, costringendolo a rimangiarsi le accuse.
Da “La Repubblica” del 2 luglio:

Non c'è nessun «conflitto personale» fra il procuratore della Repubblica Ubaldo Nannucci e il capo della squadra mobile Michele Giuttari, le cui «qualificate competenze» sono «ben note all'ufficio». Sono i passi essenziali di un comunicato diffuso ieri dal procuratore Ubaldo Nannucci, dopo quattro giorni di tensione crescente. Quattro giorni scanditi dalla decisione del procuratore di revocare al capo della mobile la delega per le indagini sulla profanazione delle salme alle Cappelle del Commiato e di affidarle alla Guardia di Finanza, dalla sfida del profanatore che ha colpito altre due salme a dispetto della vigilanza rafforzata, e dall'intervento dell' avvocato di Giuttari, Giovanni Maria Dedola, che ha preannunciato querela per diffamazione contro il procuratore Nannucci. Il legale imputava al procuratore di aver tolto le indagini a Giuttari con una motivazione «offensiva, infondata e priva di qualsiasi fondamento».
Giovedì scorso, annunciando l'allontanamento di Giuttari dalle indagini, il procuratore aveva attribuito alla responsabilità del capo della mobile la pubblicazione sui giornali dei risultati delle analisi della sostanza trovata sulla prima delle salme profanate (era tabacco). Ora, nel comunicato che è anche un'offerta di pace, il procuratore precisa: «Con riferimento alle notizie di stampa ampiamente pubblicizzate circa un presunto ed affatto inesistente conflitto personale tra questo procuratore e il dirigente della Squadra Mobile dottor Giuttari, intendo chiarire che in nessun modo si è attribuito e tanto meno voluto attribuire al dottor Giuttari la fuga di notizie che ha dato occasione al provvedimento. Qualora nel corso delle indagini dovesse risultare l'utilità di avvalersi delle qualificate competenze del dottor Giuttari, ben note all'ufficio, per l'accertamento dei gravi fatti oggetto di indagine, il collega titolare del procedimento vi farà sicuramente ricorso».
Il comunicato del procuratore fa seguito ad un colloquio con il prefetto Achille Serra e ad un incontro che si è svolto ieri mattina in procura con il questore Giuseppe De Donno. «Si è trattato di una visita molto cordiale», ha spiegato il procuratore: «Al questore ho fatto presente che non esiste alcuna pregiudiziale verso la questura e verso il personale della squadra mobile». La visita in procura, ha detto poi il questore, «è stata un atto di deferenza perché ero sicuro che il procuratore non avesse alcuna riserva mentale nei confronti della polizia. Il comunicato poi diffuso è un fatto estremamente positivo per un rasserenamento dei rapporti personali, non per quelli tra le istituzioni, che erano già tranquilli».

Questore, Squadra Mobile e romanzi. A rendergli la vita difficile in quei mesi a cavallo tra 2002 e 2003, Giuttari non aveva di fronte soltanto Nannucci, ma anche il proprio capo diretto, il questore Giuseppe De Donno, il quale giudicava eccessivo e a scapito di necessità più stringenti il suo impegno nelle indagini sul Mostro. Qui sono già stati proposti un paio di significativi frammenti tratti dalla sentenza Maradei dove viene ricostruito il clima tra i due. Eccone qualche altro:

I contrasti fra De Donno e Giuttari nel periodo in esame 2002-2003 furono in qualche modo percepiti anche ai vertici della Questura di Firenze. Sul punto sono stati escussi sia Salvatore Fabio Cilona all'epoca vice-dirigente della Squadra Mobile (di cui era dirigente Giuttari), sia Giancarlo Benedetti, all'epoca dirigente della D.I.G.O.S.. Essi hanno, in sintesi, riferito del forte impegno personale che Giuttari all'epoca dedicava all'indagine sui mandanti del mostro di Firenze, tanto che, nei consueti incontri mattutini che si tenevano fra i dirigenti delle varie divisioni, partecipava talora Cilona, quale suo sostituito. De Donno è stato descritto come uomo schivo e dotato di forte autocontrollo. Entrambi i testi hanno riportato - per lo più, però, come mera voce di corridoio - un disagio fra De Donno e Giuttari, incentrato, da parte di De Donno, sull'eccesso di energie dedicate all'indagine sul mostro di Firenze da parte di chi, come Giuttari, aveva una competenza generale come quella della Squadra Mobile. Benedetti è stato più specifico e ha poi precisato che, da un certo momento (che non ha saputo datare), Giuttari non partecipò più agli incontri mattutini «[...] perché credo c'aveva una frattura con il questore [...]», che, per quel poco che si poteva percepire dall'esterno, derivava appunto dal fatto che De Donno non gradiva che Giuttari si spendesse in via esclusiva nell'indagine del "mostro": «[...] il questore diciamo era un po' indispettito perché il dottor Giuttari, che era un ottimo investigatore, si era buttato del tutto, a corpo morto sull'indagine del mostro e mi pare una volta il questore disse ... cioè trascurando, secondo quanto diceva il questore, la dirigenza insomma della Mobile. [...]»).

Sempre dalla stessa sentenza è il caso di leggere un altro gustoso frammento relativo a una conversazione telefonica avvenuta il 28 gennaio 2005 tra i giornalisti Mario Spezi e Rosario Poma: 

In essa, Poma riferisce a Spezi di confidenze fattegli da De Donno in merito al periodo in cui era stato Questore di Firenze. Ecco i passi salienti:
 «[…] Pino De Donno s'incominciava ad incazzarsi, lui diceva: "Senta Giuttari, lei a me mi deve raccontare dici guarda io ho diretto la Squadra Mobile, sono stato alla Squadra Mobile qui di Firenze, ho diretto la Squadra Mobile di Taranto, ho diretto la Squadra Mobile di Bari. Lei a me mi deve raccontare le cose concrete!"
Spezi Mario Casa: (Ride)
Rosario Poma: Questi spiriti cose ecc. a me non interessano, lei mi racconta le cose, quando ci sono cose concrete, lei ha il dovere di informarmi punto e basta! [...] E una volta, inc., quella volta lì gli disse "senta queste sono, mi fa perdere tempo lei a raccontarmi queste cose", quindi quello se n’è andato, difatti quando lui è stato trasferito lui, inc. (parlano contemporaneamente), era tutto contento, hai capito?».

È indubbio che l’impegno richiesto al capo della Squadra Mobile di una grande città come Firenze doveva essere molto oneroso, quindi non sembra affatto difficile immaginare che le lamentele di De Donno avessero avuto un fondamento. Peraltro, oltre alle indagini sui mandanti, a distogliere l’attenzione di Giuttari dalle incombenze del lavoro quotidiano doveva essere anche la sua nascente carriera di scrittore. Si sa che il manoscritto del suo secondo e ben più impegnativo romanzo, Scarabeo, iniziò a circolare tra gli editori nella primavera del 2003, quindi il periodo di preparazione aveva coinciso proprio con i mesi nei quali De Donno più si doleva del suo scarso impegno. A meno che le duecento pagine del libro non fossero state in gran parte opera di un ghost writer, Giuttari, che per di più doveva impadronirsi di un mestiere nuovo, vi aveva dovuto dedicare centinaia e centinaia di ore di lavoro, diretto e indiretto, poiché, come sa bene chi si diletta a scrivere romanzi, la mente fa fatica a disimpegnarsene anche lontano dalla tastiera.
E dunque, per motivazioni che nulla avevano a che fare con il tentativo di proteggere qualche personaggio amico o potente – eterna litania dell'odierno scrittore – con decorrenza 7 gennaio 2003 venne deciso il trasferimento di Giuttari alla Questura di Prato, nella posizione di vicequestore, quindi ancora una volta con un avanzamento di carriera. Ma lui, lontano dalle vicende del Mostro, non avrebbe accettato neppure un posto da Presidente della Repubblica, e infatti non accettò, cercando l’appoggio dei suoi unici ma decisivi alleati: Paolo Canessa e Giuliano Mignini. I due PM intervennero presso Nannucci facendo presente il danno che avrebbe comportato la perdita di Giuttari per le indagini sul Mostro, e riuscirono a farne differire di tre mesi il trasferimento. Ma questa non era certo una soluzione in grado di accontentare il tenace commissario, che continuò a premere sui suoi sostenitori, i quali il 2 dicembre scrissero una lettera congiunta a De Donno per chiedere la cancellazione totale del trasferimento.
Intanto i problemi di criminalità a Firenze aumentavano, e alcuni sindacati di polizia ne attribuivano parte della responsabilità anche a Giuttari. Da “La Repubblica” del 10 gennaio 2003:

«Tirate fuori i soldi, è una rapina». Una frase secca per portare via 7.500 euro dalla Cassa di Risparmio di viale Petrarca. Due malviventi, ieri mattina verso le 11, non hanno nemmeno tirato fuori le armi e sono fuggiti in macchina. Nella banca non c'erano clienti, una cassiera ha avuto un leggero malore per lo spavento. È la quinta rapina in tre giorni: l'assenza di armi o violenza non è bastata a allontanare le polemiche sull'escalation criminale. I sindacati di polizia puntano, in modo diverso, il dito sulla squadra mobile, che si occupa delle indagini. «È vero che alla mobile ci sono problemi – dice Ivo Aramu del Sap – La sezione dovrebbe avere input migliori. Non voglio togliere nulla alle indagini sul Mostro del dirigente Michele Giuttari ma ci sono anche crimini più "ordinari" da seguire». La vede in modo simile Roberto Varallo del Consap: «I fatti dimostrano che il dirigente non va, ma perché i suoi superiori non prendono provvedimenti?». Chiede un intervento dall'alto anche Antonio Lanzilli del Siulp: «La mobile va ristrutturata».

Il 18 gennaio Giuttari dovette subire un nuovo attacco dalle alte sfere, questa volta soltanto verbale ma assai bruciante per il suo prestigio (e al momento giusto se ne sarebbe ricordato...). Durante l’apertura dell’anno giudiziario il procuratore generale Gaetano Ruello fece un polemico accenno alle indagini sul Mostro:

A Firenze sono stati compiuti ben 16 omicidi. Per 9 vi è l’iscrizione di indagati a registro generale mentre 7 risultano allo stato a carico di ignoti. E si continua ancora a indagare sui delitti del “mostro di Firenze” e su fatti che sembrano ad essi connessi, con la prospettiva di veder condannato, quando sarà, qualche arzillo novantenne.

Il prefetto di Firenze intervenne sulla medesima falsariga, mentre Nannucci fu costretto a far buon viso a cattiva sorte e a difendere le indagini oggetto di critica, che alla fin fine era stato il suo ufficio ad aver autorizzato. In ogni caso Giuttari se ne sbatteva, protetto com’era dai due PM per i quali doveva indagare. Intanto, come era accaduto qualche tempo prima con Canessa, mise mano ad apparecchiature da 007 e registrò quattro conversazioni con De Donno (24 e 28 settembre 2002, dicembre 2002, 1° aprile 2003). Di queste certo non potrebbe mai dire che erano state casuali! La sentenza Maradei le critica duramente.

È altresì certo che in quel periodo Giuttari per ben quattro volte registrò di nascosto colloqui con De Donno: non già per documentare la commissione di reati o altri atti illegittimi in atto, giacché le registrazioni restarono per vari anni nella esclusiva disponibilità di Giuttari. Non può il tribunale che rilevare non solo l'oggettiva slealtà di un simile comportamento da parte di un alto funzionario di polizia nei confronti del suo questore; ma soprattutto, al contempo, la indiscutibile preoccupazione che ovviamente suscita la scoperta che Giuttari abbia tenuto da parte tali registrazioni per anni, comportamento che, fra l'altro, non è stato isolato, essendo emerso come Giuttari abbia anche registrato un colloquio col p.m. Canessa. La callida captazione di conversazioni e, ancor più marcatamente, la loro conservazione per anni, sin quando non sopraggiunse l'occasione di usarle (occasione o motivo che non esistevano al momento della loro formazione), rivelano in Giuttari un ben preciso atteggiamento di fondo di tipo vendicativo verso De Donno: si confezionano possibili prove da usare se e quando sarà possibile.

Il 17 febbraio 2003 Canessa e Mignini scrissero una seconda lettera a De Donno, poi andarono a parlare con il vicecapo della polizia, Antonio Manganelli, con il quale finalmente fu trovato il rimedio a ogni conflitto: rifacendosi a una legge che consentiva la messa in disponibilità – per un periodo di al massimo quattro anni ­– dei dirigenti di polizia per assegnarli a incarichi speciali, il 2 aprile 2003 Giuttari fu tolto dalla guida della Squadra Mobile e assegnato a Canessa e Mignini per investigare solo ed esclusivamente sui mandanti dei delitti del Mostro e sulla morte di Narducci. Il termine, poi ampiamente prorogato, era il 31 dicembre di quello stesso anno.

Il G.I.De.S.. La legge prevedeva anche la concessione di eventuali uomini e mezzi ritenuti necessari all’espletamento delle indagini. Giuttari prese con sé otto agenti, tutti scelti da lui meno uno: Michelangelo Castelli ispettore capo, Alessandro Borghi vice sovrintendente, Joseph Costa vice sovrintendente, Ermanno Zoppi vice sovrintendente, Vincenzo Mele assistente capo, Silvio De Iorio agente scelto, Davide Arena agente scelto, Tiziana Colucci agente scelto. Gli furono anche assegnate tre auto e un ampio immobile – in viale Gori 60 a Firenze, all’ultimo degli otto piani di un enorme palazzone detto “Il Magnifico”, un tempo un hotel e fin dal 2000 interamente affittato a caro prezzo dalla Polizia che lo usava per vari uffici e come dormitorio per i suoi agenti – dove venne attrezzata l’ambitissima e in futuro usatissima sala intercettazioni.
La struttura ebbe anche un nome, G.I.De.S. (Gruppo Investigativo Delitti Seriali), leggibile sui documenti stampati, ma che non aveva alcuna valenza giuridica, come viene ben spiegato dalla sentenza Maradei:

Non era stata creata alcuna stabile autonoma struttura funzionale della Polizia di Stato, ma solo distaccato un funzionario, quantunque dotato di uomini e mezzi, a disposizione di due Autorità giudiziarie, per lo svolgimento di specifiche indagini di particolare rilevanza. Il gruppo nasceva dunque non già come autonoma ramificazione del Dipartimento della Pubblica Sicurezza dell'Amministrazione dell'Interno, ma come gruppo di ausilio a un singolo ufficiale di p.g. che, intuitu personae (ossia per la fiducia goduta presso i pubblici ministeri di Firenze e Perugia e per l'indubbia conoscenza di indagini così delicate e complesse), era stato temporaneamente destinato a compiti particolari. Il nome G.I.De.S. (Gruppo Investigativo Delitti Seriali), da chiunque scelto e imposto, evoca una competenza generale in tema di delitti seriali che, in realtà, non è mai esistita; così come fa pensare a una articolazione stabile della Polizia di Stato, che, del pari, non è mai esistita. Il "gruppo", quale dotazione a servizio di Giuttari, era dedicato a indagare sui soli casi, per quanto di eccezionali importanza e complessità, del mostro di Firenze e dell'omicidio Narducci e per un tempo predeterminato, che non avrebbe potuto superare i quattro anni.

In sostanza il G.I.De.S. era lo stesso Giuttari, il quale apponeva la propria firma su quasi tutti i documenti ed era comunque responsabile per ogni operazione effettuata dalla struttura. Probabilmente il nome lo aveva scelto lui stesso per dare maggior enfasi alle proprie iniziative, tra l’altro allargandole in apparenza in un campo che non gli competeva (quello di tutti delitti seriali). Indipendentemente dal suo stato giuridico, la struttura non era comunque niente male per inseguire fantomatici mandanti che neppure si sapeva se esistessero davvero, e che in ogni caso nessuno aveva mai visto. Si trattò della classica soluzione all’italiana, con la quale si addossava alla collettività il peso di un conflitto che regole burocratiche obsolete non consentivano di dipanare in altri modi. Il risultato più importante, quello che premeva davvero, fu un nuovo capo della Squadra Mobile di Firenze, Gianfranco Bernabei, finalmente pronto ad affrontare senza distrazioni gli infiniti problemi di una storica città che denunciava un certo affanno davanti al mutare dei tempi. Dal canto suo Giuttari ottenne quel che aveva sempre voluto: la possibilità di dedicarsi a tempo pieno alle indagini sul Mostro, senza doversi preoccupare di tediosi problemi come quello dei vu cumprà o delle bande che svaligiavano appartamenti.
Oltre allo spreco di risorse pubbliche, nella soluzione adottata c’era comunque un altro grosso inconveniente: l’eliminazione di ogni controllo dell’operato di Giuttari da parte della Polizia. Il che gli dava un’autonomia eccessiva, favorita anche da un rapporto personale con i due pubblici ministeri, soprattutto con Mignini, molto squilibrato a suo favore. Intuibile anche da vari altri indizi, la circostanza emerge chiara tra le righe di un passo della sentenza Maradei:

[…] le sue pressanti intimazioni a Mignini - per tutte le citate note del 23.5.2006 e, soprattutto, del 18.9.2006: si rinvia ancora alla loro integrale lettura - travalicano ogni limite possibile nei rapporti fra ufficiale di p.g. e p.m., quasi che il primo possa, dalla sua posizione per legge semmai sottordinata nella conduzione delle indagini preliminari, dirigere l'attività del secondo, pretendendo addirittura il compimento di determinati atti, e dovrebbero trovare, se del caso, adeguata valutazione in sede disciplinare [...]

Nella nota del 18 settembre 2006, purtroppo non disponibile a chi scrive, la sentenza rileva “toni la cui perentorietà lascia francamente sconcertati”.
Il risultato di tale squilibrio e della mancanza di controlli esterni furono indagini che, almeno nel loro ultimo stadio, con la ricerca dei mandanti dei delitti del Mostro nulla avevano a che fare, e che la sentenza Maradei avrebbe giudicato ritorsive contro giornalisti e funzionari pubblici ritenuti “nemici”. Ma anche le stesse indagini sui mandanti appaiono a tratti preda di comportamenti parossistici. Si pensi all’abuso di intercettazioni telefoniche, uno strumento che la legge giudica transitorio, non per niente da rinnovarsi di quindici giorni in quindici giorni, e che riserva ai casi in cui esistono gravi indizi. Ebbene, il telefono di Francesco Calamandrei, sul quale certamente non esisteva nessun grave indizio, sarebbe stato tenuto sotto controllo per un paio d’anni!

giovedì 18 maggio 2017

Firenze-Perugia andata e ritorno (3)

Segue dalla seconda parte

Entra Narducci. Dopo la trasmissione alla Procura di un riassunto dei fatti riguardanti le minacce telefoniche a Dorotea Falso (1° ottobre 2001), con la conseguente apertura del procedimento penale 9144/01, il cui codice risulta scritto a penna sul documento stesso, il 9 ottobre il capo della Mobile Piero Angeloni scrisse ancora a Mignini (vedi, il pdf contiene anche la successiva lettera di invio a Firenze, che verrà comoda in seguito). Questa volta venne indicato il codice del procedimento nuovo, seguito dalla sigla 21 a significare contro persone note, tra le quali c’era senz’altro Francesco B., il cognato della donna offesa, e probabilmente anche la moglie. È qui che compare, per la prima volta, il nome di Francesco Narducci.

OGGETTO: procedimento penale nr. 9144/01 R.G.N.R. (Mod.21)
ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI PERUGIA
(C.A. Dr. Giuliano Mignini)
Con riferimento al procedimento penale indicato in oggetto, nel proseguo delle attività di indagine inerente le telefonate minatorie e quant’altro esposto nel verbale di sommarie informazioni già trasmesso, si comunica quanto segue:
al fine di stabilire se le persone autrici del reato, allo stato degli atti ancora non identificate, facciano parte o meno della setta satanica a cui fanno riferimento nelle conversazioni telefoniche, nonché siano interessate o coinvolte nella morte di Pacciani e/o comunque legate all’attività della persona che fu definita “il mostro di Firenze”, si ritiene opportuno chiedere all’Autorità giudiziaria in indirizzo di volere valutare l’opportunità di concedere le seguenti deleghe di indagine:
1)      acquisizione del fascicolo processuale inerente la persona del dr. Narducci Francesco, perito a seguito di probabile suicidio;
2)      delega all’acquisizione di sommarie informazioni da parte della professoressa Barone, impiegata quale medico legale presso l’istituto di Medicina legale di Perugia.
Le richieste sono motivate dai seguenti motivi:
per quanto riguarda il cap sub a), come è ormai noto, voci insistenti avevano indicato il Dr. Narducci quale materiale esecutore dei “tagli” di parti del corpo, effettuati dal mostro di Firenze, e che per di più avrebbe conservato in modo e luoghi adatti; non solo, la “famosa” moto che venne vista sul posto dell’ultimo omicidio sarebbe stata uguale a quella in possesso del Dottore. Detto mezzo non fu mai ritrovato.
Per quanto invece concerne il capo sub b), ossia l’escussione a verbale del medico legale intervenuto, sembra che la Professoressa Barone sia al corrente di diversi particolari inerenti chiaramente la morte del Narducci, ma anche fatti specifici sulla sua vita, forse in considerazione anche del fatto che erano comunque colleghi.

Dunque, vediamo di puntualizzare, riprendendo peraltro una riflessione già fatta. Il documento parla di persone “ancora non identificate”, riguardo le quali si vorrebbe stabilire la veridicità della loro millantata appartenenza a una setta satanica coinvolta nella morte di Pacciani. Ma invece di identificare prima queste persone, condizione necessaria, altrimenti non si comprende come l’obiettivo possa essere raggiunto, attraverso un percorso logico difficile da capire e condividere viene già chiesta delega per indagare sulla morte di Francesco Narducci.
Va innanzitutto osservato che ancora non si parla della presenza del nome di Narducci nelle minacce dei misteriosi telefonisti, il che ingigantisce il sospetto che quel nome non ci fosse affatto. Quella eventuale presenza, da sola, sarebbe comunque stata una giustificazione assai debole per inserire nelle indagini l’immediata riapertura di un caso vecchio di 16 anni – tanto più che due sospettati da cui partire c’erano già, i cognati della Falso – ma almeno sarebbe stato qualcosa. Qui, invece, la giustificazione è grottesca: “voci insistenti avevano indicato il Dr. Narducci quale materiale esecutore dei tagli…”. In sostanza vengono invocate le chiacchiere della gente. Lasciamo perdere poi la storia della moto, ignota a chi scrive, probabilmente nient’altro più di una chiacchiera ulteriore.
Proviamo adesso a dare un’occhiata a quello che succedeva a Firenze negli stessi giorni. Il 3 ottobre era terminata anche la seconda fase della perquisizione nella villa dei C., con la conseguente perdita di ogni speranza residua. Il giorno dopo c’era stata una riunione in Procura, presieduta dal procuratore capo Ubaldo Nannucci fresco di nomina, nella quale avevano prevalso scoramento e confusione, come venne poi dimostrato dalle patetiche dichiarazioni del giorno dopo sui cerchi di pietra di Monte Morello e dall’asportazione della scritta sul muro di via dei Serragli. Sembrava insomma che per le fortissimamente volute indagini sui mandanti stesse rintoccando la campana a morto.
Angeloni non poteva immaginarlo – altrimenti si potrebbe pensar male – ma con la sua richiesta di acquisire il fascicolo di Narducci stava per offrire al collega Giuttari, a capo come lui di una Squadra Mobile, una insperata via d’uscita per le moribonde indagini sui mandanti, con l’indubbio effetto collaterale di fargli anche un regalo grande come una promettente carriera di scrittore di gialli di successo. Quello stesso 9 ottobre, infatti, il suo documento dette origine a un fascicolo provvisorio – il 5202/01, iscritto a modello 45, quindi per atti che non costituiscono notizia di reato – dedicato proprio al medico scomparso nel lago Trasimeno e ai collegamenti della sua morte con la vicenda del Mostro.

Perugia chiama Firenze. Riguardo il nuovo procedimento sulle minacce telefoniche, per prima cosa Mignini volle ascoltare Dorotea Falso (16 ottobre). Ecco le parti più significative del relativo verbale.

Mi riporto alle denunce da me presentate in relazione alle gravi minacce che mi sono state rivolte da persone sconosciute nell’arco di tempo che va dal 14/7/2000 al 28/9/2001.
Le persone che mi minacciano sono una o due donne e un uomo che parlano con voce alterata e che fanno riferimento ad una setta satanica e hanno rivendicato la paternità dell'uccisione di Pacciani, perchè a loro dire avrebbe tradito questa setta. Sempre gli anonimi interlocutori mi parlano di una sorte di gran sacerdote della setta che risiede a Firenze e che a loro dire sarebbe presto venuto a Foligno, anzi a Sassovivo dove si svolgono i loro riti e dove, sempre secondo loro io dovrei essere sacrificata insieme a mio figlio e poi seppellita a Firenze. Talvolta invece mi parlano del loro proposito di far diventare mio figlio adepto della setta e mi avvertono che, se non li seguirà, venderanno i suoi pezzi. Mi hanno anche detto che io non posso far niente perchè i miei amici poliziotti sono tutti corrotti e fanno parte della setta. […]
Qualche vago sospetto ce l’ho sui miei cognati che si chiamano B. Francesco e C. Nadia. Ricordo di aver visto una lettera contenente minacce di morte e posta davanti al finestrone di casa mia e questo mi fa pensare che gli autori sono a conoscenza del fatto che io apro tutte le mattine quella finestra. Ci sono anche altre coincidenze come ad esempio una telefonata in cui mi si chiedeva di salutare i medici che io avrei visto alle tre del pomeriggio. Di  questa notizia era a conoscenza la baby-sitter che si chiama Tania […] e mia suocera […]. Tra febbraio e marzo del 2001 mi è stato incendiato il fienile e mia cognata disse a mia suocera che era stato incendiato anche il fienile di una famiglia vicina, cosa che non era vera.
Aggiungo che nella mia professione di estetista mi è capitato di sentire da una mia cliente che i carabinieri avevano trovato dietro casa sua a Perugia i resti di un rito di magia nera con bruciature di volatili. Per quanto mi riguarda però non mi sono mai interessata di queste cose nè comunque di fatti di cronaca nera.
Non ho mai parlato con i miei cognati. Ricordo solo di aver parlato con loro in occasione delle prime telefonate quando mi sfogai con mia suocera e rimasi sorpresa nel constatare l'assoluta indifferenza di mia cognata.

Correndo il rischio di annoiare il lettore, si deve ancora una volta mettere in evidenza che nel documento si parla di Pacciani ma non di Narducci, mentre la Falso segnala nei due cognati delle persone sospette. Alla poveretta interessava far cessare le minacce che la stavano tormentando da più di un anno, ma ormai era entrata in un gioco molto più grande di lei, e non poteva immaginare che i suoi problemi sarebbero andati avanti per almeno altri tre anni. È inevitabile chiedersi allora con quale faccia tosta potè poi Giuttari scrivere su Il Mostroquesta volta Dora è fortunata”, intendendo per l’intervento di Mignini!
Vedremo più avanti, per quanto risulterà possibile attraverso la scarna documentazione in possesso di chi scrive, come proseguirono le indagini sui misteriosi telefonisti. Per il momento concentriamoci sulla vicenda Narducci, e prendiamo in esame il seguente documento, datato 22 ottobre:

Alla cortese attenzione del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di FIRENZE.
Oggetto: Procedimento n. 5202/01 R.G. Mod. 45
Per unione agli atti in possesso di codesto Ufficio, si trasmette copia dell'informativa in data 09.10.2001 della Squadra Mobile della Questura di Perugia.
Si fa presente che questo Ufficio procede in ordine alle circostanze relative alla scomparsa e al rinvenimento del Dr. Francesco  Narducci.
Manda alla Segreteria per quanto di competenza.
Perugia, 22.10.2001
IL PUBBLICO MINISTERO (Dr. Giuliano Mignini sost.)

Si tratta di una lettera di accompagnamento della nota con cui Angeloni aveva chiesto a Mignini delega per acquisire il fascicolo Narducci e interrogare la Barone. Con questa lettera Mignini avvertì i colleghi di Firenze che stava indagando sulla morte di Narducci e i suoi possibili legami con la vicenda del Mostro (proprio quel 22 ottobre aveva sentito anche lui la Barone, raccogliendo, a dire il vero, più che altro le solite voci - vedi la sentenza Micheli). In effetti tre giorni dopo, 25 ottobre, sarebbe stato iscritto a modello 44 – notizie di reato a carico di ignoti – un nuovo fascicolo, il famoso 17869/01, padre di tutta la gigantesca inchiesta sulla morte del medico umbro.
Ci si può immaginare l’entusiamo degli inquirenti fiorentini quando ricevettero la lettera, considerando la bruttissima situazione in cui si trovavano riguardo le traballanti indagini sui mandanti. Avvertito da una telefonata anonima, quello stesso 22 ottobre Giuttari era andato a controllare il famoso casolare nella proprietà dei Corsini, rinvenendovi pipistrelli di plastica e materiale analogo: un “depistaggio”, secondo le sue dichiarazioni ai giornali, in realtà una burla atroce e nient’altro. All’orizzonte rimaneva soltanto la debole speranza di ricevere buone notizie dalla perizia tossicologica sulla morte di Pacciani, il cui risultato avrebbe comunque portato poco lontano, vista la totale mancanza di qualsiasi soggetto da indagare.
Di fatto l’iniziativa di Giuliano Mignini portava dentro la moribonda inchiesta fiorentina un elemento di assoluta novità e interesse. Si trattava ancora una volta di una vecchia storia, ma di grandissima suggestione e soprattutto non più condizionata dall’ostacolo che aveva sempre impedito di approfondirla, l’alibi di Narducci per il delitto di Calenzano, che nella nuova ottica del Mostro multiplo non contava più nulla.
Adesso forse parrà più chiaro il perché chi scrive non crede troppo alle affermazioni di Giuttari riguardo la spontaneità dell’iniziativa di Jorge Maria Alves, che in quei giorni lo avrebbe cercato per parlargli  proprio di Narducci. Insomma, può succedere che ogni tanto qualcosa cada a fagiolo, soprattutto per le persone fortunate, ma qui la coincidenza sarebbe oltremodo straordinaria! È molto più facile che Giuttari, una volta venuto a conoscenza tramite la comunicazione di Mignini di quel che bolliva in pentola a Perugia, fosse andato a recuperare il fascicolo Narducci rinvenendovi le vecchie dichiarazioni della Alves e che quindi l’avesse contattata. Resta incomprensibile il perché della sua decisione di non dichiararlo. O forse non tanto, poiché in tutta questa storia si avverte una onnipresente sensazione di artificiosità.

Le cassette. A questo punto il lettore davvero interessato sarà molto curioso di sapere se il nome di Francesco Narducci c’era o non c’era nelle registrazioni delle minacce telefoniche dei sedicenti satanisti. Abbiamo visto che nei documenti fin qui esaminati non se ne fa menzione, ma questo non basta a concludere che quel nome non c’era, servirebbe ascoltare le telefonate. Ebbene, per fortuna chi scrive ha la disponibilità delle relative trascrizioni effettuate dagli uomini della Questura di Perugia.
Il 29 settembre Dorotea Falso aveva consegnato le prime due audiocassette, che furono trascritte in un verbale datato 23 ottobre, quindi con un lavoro durato poco meno di un mese (il dato ha una certa rilevanza, lo vedremo). Dal documento risultano 58 conversazioni, purtroppo non collocate nel tempo, con l’ultima che doveva essere avvenuta appena prima della consegna delle cassette, visto che il lato B della numero due risultava vuoto. A parlare, oltre alla Falso, un uomo e una donna, con il breve intervento in un solo caso di un’altra voce maschile, quasi sicuramente il marito della stessa Falso.
Cominciamo col dire che il nome di Pacciani risulta pronunciato in tre telefonate, queste:

Telefonata 11, parla la donna:
… Mi fai ridere…
… il tuo bambino è più brutto di…
… Bocchinara, lo sai noi sappiamo tutto… tutti i bambini con la testa rossa come tuo figlio ci piacciono, farà la fine di Pacciani per un nostro servo maleficio (?), puttana… la puttana la farai… con nostro signore satana e tuo figlio ce lo prendiamo noi. …
Non sai quello che dici......
… Puttana tuo figlio ce lo prendiamo noi.

Telefonata 12, parla l’uomo:
… Fai bene perchè siamo qui ad aspettarti, mica hai paura?
Hai molta paura ehh tuo figlio lo riconosciamo anche se lo dipingi di nero, è rosso, tuo figlio è rosso, satana lo vuole, non capisci proprio un cazzo, non capisci un cazzo.
Ehh ehh, finirà come Pacciani che ha tradito ahh.
Ahh siamo qui ad aspettarti dai esci magari con il tuo amichetto così lo uccidiamo anche lui brutta buttana.
… Fa male a morire per te.

Telefonata 32, parla la donna:
… Non parli? ci vai dal tuo ciarlatano? sii, noi ti aspettiamo, siamo già lì.
Il tuo ciarlatano è un sacrilego, farà una brutta fine, anche tu, vi preleveremo il sangue il tuo e il suo, di quel ciarlatano la tua testa sarà portata e seppellita nelle colline di Firenze dove c’è anche quel bastardo di Pacciani.
Puttana sei finita…
Non crederai che questo sia uno scherzo, siamo molti e potenti.
Tu verrai uccisa in nome di satana, verrai uccisa e tuo figlio lo prenderemo.
Ahh ahh vedrai, vedrai, vedrai puttana, uccisa per niente puttanaccia maledetta.

Come c’era da aspettarsi, il nome di Narducci non compare mai, e neppure parole che in qualche modo potevano richiamarlo, tipo “dottore” o “lago”.
Nelle settimane e nei mesi successivi Dorotea Falso consegnò altre cassette, nelle cui trascrizioni la numerazione delle telefonate andò avanti con un unico progressivo (quindi la prima della cassetta 3 prese il numero 59). A complicare le cose va segnalata la presenza di doppioni e di telefonate non pertinenti. In ogni caso il primo riferimento a Narducci si trova nella telefonata 166, presente nella cassetta numero 7. Il nastro risulta registrato soltanto in piccola parte, cinque telefonate sul lato A e nessuna sul lato B, come se la donna avesse avuto fretta di consegnarlo, o più probabilmente gli inquirenti di ascoltarlo. Si tenga anche conto del fatto che nelle tre occasioni precedenti le cassette erano state consegnate sempre a coppie. Questo ci autorizza a presumere che la data del relativo verbale di trascrizione, 22 maggio 2002, sia posteriore a quella di registrazione soltanto di qualche giorno. Un riferimento a Narducci forse si trova anche nella telefonata successiva.

Telefonata 166, parla un uomo:
Uomo: Ah. perchè dici buonasera? Eh? Presto per te arriveranno le tenebre di satana. Hai capito?
Verrai uccisa e seppellita come l'amico di Pacciani… del lago Trasimeno.
Falso: Ma scusa ma chi è l'amico di Pacciani? Dimmelo?
Uomo: Ah, guarda bene.
[…]
Falso: Scusa scusami ma io che c'entro con Pacciani? Mi spieghi? Che c’entro io? Io so’ una semplice mortale.
Uomo: Guarda il tuo bambino e finirai nel lago uccisa. Le tenebre sono vicine per te maledetta pottana, ahh, ahh, ahh, ahh, ahh. Tu maledetta, ahh, ahh, ahh

Telefonata 167, frammento, parla un uomo:
[…]
Uomo: Stai zitta, fà silenzio. Tu ricorda il dottore amico di Pacciani.
Falso: Ma chi lo conosce? Che c’entro?
Uomo: È la tua fine.

Come si vede ci sono dei riferimenti a Narducci ma non ancora il suo nome (per inciso, si deve presumere che le notizie arrivate nel 2004 a Pino Rinaldi per il suo servizio su Puletti si fossero fermate qui). Per leggere la parola “Narducci” si deve aspettare la cassetta 9, contenente 30 telefonate, progressivi 180-209, il cui verbale di trascrizione riporta la data del 15 luglio 2002. Ecco qui le quattro conversazioni interessate:

Telefonata 180, frammento, parla un uomo:
Lo conosciamo molto bene il tuo bambino che prenderemo.
Sì è inutile brutta puttana che gli tagli i capelli, puttana.
No, non è il tuo. perchè tu sei puttana e tuo figlio ce lo prendiamo noi in nome di satana e sempre in nome di satana maledetta sarai uccisa come i traditori Pacciani e il grande medico.
Hai capito? Maledetta?

Telefonata 183, frammento, parla un uomo:
Sei una bestia, il demone di satana è in te, sei sempre piu brutta, fai schifo, flaccida, guardati bene ogni giorno diventi più brutta.
Il demone ti corrode la tua anima e presto la tua anima e la tua vita, sarà nostra, verrai uccisa, uccisa maledetta.
Il tempo nostro è infinito, è il tuo che finisce pottana, pottana.
Ahh, ahh, ahh, ahh
Finirai come i traditori di Firenze Pacciani e il grande dottore.

Telefonata 192, frammento, parla un uomo:
Ma dimmi i giornali li leggi?
Noi abbiamo parlato molte volte del grande dottore del lago ucciso.
Non li leggi i giornali?
Il dottore, il grande dottore Narducci…
Lui è un traditore come Pacciani di satana ed è morto, morto.
E tu farai la stessa fine pottana

Telefonata 194, frammento, parla un uomo:
Sei puttana e cornuta.
No, la tua morte non è fantasia, è realtà.
Sarai sacrificata in nome di satana come il grande dottor Narducci, come tutti gli amici di Pacciani traditori di satana.
Povera puttana deficiente, fai schifo.
Sei brutta, è la tua fine.

Le registrazioni di Dorotea Falso proseguirono. Dal verbale di ricerca dei termini significativi, redatto il 16 giugno 2004, si scopre che in totale le cassette furono almeno 18, in 8 delle quali c’erano riferimenti alla vicenda del Mostro. In particolare, dopo la 9, Narducci compare nelle cassette 11 e 13. La figura sottostante ne mostra le prime tre pagine.


Qui sotto si possono vedere invece le date di trascrizione delle cassette 1, 2, 7 e 9.


Il quadro è (quasi) completo, e consente di affermare una verità tanto clamorosa quanto inconfutabile: non è vero che le indagini sulla morte di Francesco Narducci furono riaperte dietro lo stimolo delle telefonate minatorie a Dorotea Falso, poiché in quelle telefonate il primo riferimento alla persona, sotto forma di “amico di Pacciani del lago Trasimeno”, è successivo di ben 7 mesi, da ottobre 2001 a maggio 2002. Il lettore tragga da solo le conseguenze che ritiene opportuno trarre, senza però ignorare il fatto che un’indagine dal costo di decine e decine di milioni di euro e dal risultato nullo era partita sulla base di semplici voci di popolo. L’aver poi cercato di camuffare questa imbarazzante verità è stato un gravissimo inganno, sul quale farebbe bene a riflettere chi ancor oggi rimane emotivamente legato a un’inchiesta la quale, sottoposta a serene e attente analisi, potrebbe rivelare chissà quali altri aspetti di inquietante artificiosità.

La causa diventa l’effetto. A questo punto si deve notare la sorprendente inversione dei fenomeni di causa ed effetto. Se non fu la comparsa del nome di Narducci nelle minacce telefoniche a far partire le indagini sulla sua morte, fu quasi sicuramente la partenza delle indagini sulla sua morte a far comparire il suo nome nelle minacce telefoniche. Altrimenti, al solito, dovremmo accettare una casualità poco plausibile. La spiegazione più ovvia di tale fenomeno potrebbe essere la comparsa sui mass media delle notizie relative alle indagini, dalle quali i molestatori sarebbero stati stimolati all’utilizzo della figura di Narducci accanto a quella di Pacciani. Ma non sembra così.
Durante i primi mesi d'indagine le bocche degli inquirenti erano cucite. A quanto risulta a chi scrive l’unica fuga di notizie avvenne in concomitanza con l’audizione, il 22 gennaio 2002, di Gabriella Carlizzi da parte di Mignini. Fu quasi certamente la teste stessa a parlare, nonostante la secretazione del verbale. Da “Il Tirreno” del 25:

L'inchiesta avviata a Perugia, dopo l'interrogatorio di dieci ore di Gabriella Carlizzi, sembra un po' come il capo di un filo: a tirarlo si dipana la matassa. E infatti il procuratore capo Giuliano Mignini pare aver iniziato proprio dal principio. Dal 1985, precisamente l'8 ottobre, quando un giovane medico, figlio del primario di ginecologia dell'ospedale di Foligno, scomparve nelle acque del lago Trasimeno. Secondo la procura di Perugia che avrebbe ricevuto alcune carte da quella di Firenze, la morte di Francesco Narducci, all'epoca 36 anni, potrebbe essere collegata con le vicende giudiziarie che vedono implicata la schola di esoterismo e magia che secondo gli inquirenti fiorentini avrebbe ordinato i delitti delle coppiette. Gli incartamenti sono stati ripresi dagli scaffali ma il filo che ne esce sembra avvolgersi sempre attorno alla rosa rossa. Il nome della congrega con base in Francia e a Firenze che firmerebbe i delitti più efferati lasciando il suo simbolo: la rosa. Solo ipotesi, naturalmente.
Narducci scomparve dalla sua barca un pomeriggio di ottobre. Il corpo fu ripescato qualche giorno dopo. L'indagine fu presto chiusa col suicidio. Ma che ragioni avrebbe avuto Narducci di suicidarsi? La storia non l'ha mai raccontato. Il nome del medico e docente universitario arrivò a Firenze già diciassette anni fa. Attraverso alcune lettere anonime che lo avrebbero indicato come implicato nella terribile vicenda dei duplici omicidi. La procura di Firenze svolse degli accertamenti – a quel tempo capitava con frequenza che anonimi indicassero personaggi anche i più stravaganti – non trovò nulla – anche perché il medico in occasione di uno dei delitti sarebbe stato all'estero – e chiuse le indagini. Ma di un medico morto affogato parlò anche Pietro Pacciani in uno dei suoi innumerevoli memoriali. Indicava nomi e personaggi, il «Vampa», per difendersi. E su alcuni gli inquirenti fiorentini, successivamente, avrebbero anche trovato riscontri. Come nel caso del medico perugino, se è vero che l'input a riaprire le indagini è partito da Firenze. Narducci potrebbe aver fatto parte della schola? E se avesse semplicemente visto ciò che non avrebbe dovuto vedere?

Un articolo analogo comparve su “La Repubblica”. Per i telefonisti satanici gli stimoli erano molti, tra notizie vere e notizie fasulle tutte orientate verso ipotesi settarie ed esoteriche, eppure non ne approfittarono, quasi avessero voluto rispettare la secretazione del verbale della Carlizzi.
Prima di leggere ancora di Narducci si dovette aspettare i primi di giugno, quando filtrarono le notizie relative alla prossima esumazione della salma. A conoscenza di chi scrive il primo articolo è questo de “Il Corriere dell’Umbria” uscito il 1° giugno.

Verrà effettuata nella sala settoria dell'Istituto di medicina legale in via del Giochetto la perizia autoptìca sui miseri resti di Francesco Narducci il medico perugino specialista in gastroenterologia, la cui riesumazione è fissata per il 4 giugno con provvedimento a firma del. sostituto procuratore Giuliano Mignini. Il magistrato perugino, che aveva chiesto lumi ad alcuni esperti tra cui il professor Aristide Morelli, sulla efficacia di un esame autoptico a 17 anni dalla morte della vittima, ha nominato quale perito un luminare di Pavia, il professor Giovanni Pierucci. Anche la famiglia, i cui interessi morali e materiali sono tutelati dagli avvocati Antonio e Alfredo Brizioli, ha nominato i propri consulenti che sono Rino Froldi di Macerata, Giuseppe Fortuni di Bologna e Valter Patumi di Perugia.
Le operazioni inizieranno di buon mattino con l’apertura del loculo al cimitero monumentale di Perugia ed il trasporto della bara nell’Istituto. Qui la cassa verrà aperta ed inizieranno gli esami tecnici dei resti. La parte più importante del lavoro dovrebbe riguardare gli esami istologici e tossicologici. Il magistrato si è convinto, sulla scorta degli atti raccolti in questi cinque intensi mesi di indagini e di interrogatori, che il clinico, che aveva appena 36 anni ed era un provetto nuotatore, sia stato ucciso. […]
I tre elementi che hanno riportato l’attenzione su Narducci in questi ultimi mesi sono, da un lato, un’intercettazione telefonica nel quadro di un'inchiesta sull'usura svolta dalla squadra mobile perugina (in cui un estorsore minacciava, in maniera oggettivamente inquietante, la vittima di farle fare la fine del medico ritrovato nel lago Trasimeno), il fatto che nel giro dell'usura ci fossero soggetti legati a sette sataniche (umbro-toscane) e, infine, il particolare che agli» inizi degli anni ‘80 il giovane clinico era stato in qualche modo sospettato dalla squadra antimostro anche se poi prosciolto e completamente scagionato (all'epoca dei delitti si trovava addirittura, per motivi di studio, negli Stati Uniti).

L’accenno all’intercettazione telefonica dà ragione delle notizie imprecise che si sarebbero perpetrate per anni sull’argomento. In ogni caso, lo abbiamo visto e lo dice l’articolo stesso, l’ingresso del “medico ritrovato nel lago Trasimeno” nelle minacce telefoniche c’era già stato, più o meno una paio di settimane prima. Quali stimoli potevano, allora, aver smosso i molestatori proprio in quei giorni? La risposta più logica è: il medesimo che poi avrebbe provocato i successivi articoli di giornale, e cioè il deposito della perizia effettuata sui vecchi documenti dal professor Giovanni Pierucci, nella quale venivano evidenziate le inquietanti anomalie nelle procedure inerenti recupero e inumazione del cadavere ritrovato nel lago.
Il parere dell’esperto medico legale aveva costituito il vero punto di svolta di un’inchiesta che fino a quel momento si era nutrita più che altro di vaghi sospetti e voci di popolo. Si può a ragione immaginare che, grazie a essa, Mignini si fosse tranquillizzato sulla bontà della pista e quindi avesse deciso di abbandonare ogni esitazione e prudenza, tanto da mettere in programma la riesumazione del cadavere, un fatto clamoroso presto filtrato all’esterno. Guarda caso quello fu anche il momento esatto in cui nelle telefonate a Dora Falso fu introdotto “l'amico di Pacciani… del lago Trasimeno”. Le date, anche se incerte, sono compatibili. Quella ufficiale del deposito della perizia è il 20 maggio, ma si può presumere che il documento fosse arrivato sulla scrivania di Mignini già un po’ prima. Riguardo la telefonata, abbiamo visto che la relativa trascrizione era datata 22 maggio, per una cassetta che ne conteneva poche e che fu consegnata quasi subito, quindi non doveva risalire a troppi giorni prima.
A questo punto è giocoforza presumere che i molestatori avessero potuto contare su qualche aggancio nell’ambito delle forze dell’ordine. Sulle motivazioni del loro agire non è il caso di lanciarsi in ipotesi inverificabili, è meglio che ognuno si faccia la propria.

Le indagini sui telefonisti. Quali indagini furono effettuate per individuare gli autori delle minacce telefoniche? Abbiamo visto che alla fine, a quanto risulta dalle notizie emerse, l’unico condannato fu un certo Pietro Bini, mentre altre tre persone, tra cui i cognati di Dorotea Falso, sarebbero state assolte. Buio totale però su come si arrivò a questo risultato. I pochi documenti pervenuti nella disponibilità di chi scrive non aiutano molto, anche se possono offrire utili motivi di riflessione. Prima di proseguire è opportuna una premessa: è opinione personale non dimostrabile che le molestie telefoniche siano da dividersi in due fasi ben distinte, legate ad autori e motivazioni differenti. Nella prima fase agirono soltanto i due cognati, spinti da ignoti rancori di presumibile origine familiare. Nella seconda subentrarono altri soggetti, forse affiancandosi ai primi due ma più probabilmente sostituendoli. Le nuove motivazioni sono difficili da immaginare, in ogni caso appaiono torbide, e in qualche modo legate alle indagini di Firenze sui mandanti. L’ingresso della figura di Pacciani potrebbe rappresentare il punto di giunzione tra le due fasi.
Ecco alcuni elementi desumibili dalla documentazione in possesso di chi scrive, tutti riferiti alla seconda fase delle minacce:

  • la lettura dei tabulati Telecom relativi all’utenza Falso permise di appurare che venivano sempre usate schede telefoniche in cabine pubbliche;
  • soltanto in un caso e per un motivo fortuito si arrivò a un numero di cellulare con prefisso 335 (contratto Tim business) che però, almeno a un primo controllo, risultò inesistente, poi non si sa; era forse quell’utenza in uso a un poliziotto di cui parla il libro Setta di stato?
  • vennero usate almeno 42 cabine telefoniche, quasi tutte dislocate in paesi poco lontani dalla statale che conduce da Foligno al lago Trasimeno: Foligno (11), Spello (5), Bastia Umbra (2), Santa Maria degli Angeli (8), Assisi (6), Ospedalicchio (1), Casaglia (1), Collestrada (1), Ponte San Giovanni (2), Perugia (1), Sant’Andrea delle Fratte (1), San Feliciano (dove scomparve Narducci, 1). Paesi un po’ discosti: Ponterio (1) e Bevagna (1);
  • con le stesse schede telefoniche furono chiamati altri numeri, tra i cui intestatari la Questura evidenziò: a Vicchio “Il Forteto” e l’abitazione di un parroco, a Firenze l’istituto “Pio X” nella ben nota via dei Serragli e due società di taxi, infine a San Casciano la “Cooperativa di Solidarietà Lautari”;
  • alcune schede vennero usate anche da Firenze per chiamare una casa di ritiri spirituali, “Oasi del Sacro Cuore”, situata in Assisi.
Se si pensa che il soggetto delle minacce era un’anonima estetista, non si può fare a meno di domandarsi che cosa ci fosse sotto per mettere in piedi questa gigantesca rappresentazione. È anche strano che non risultino intercettazioni realizzate dalle forze dell’ordine, ma soltanto un tardivo suggerimento di Angeloni a Mignini in data 28 febbraio 2002 che non sembra aver avuto seguito.

In considerazione di quanto sopra e della gravità dei fatti esposti nei vari verbali resi dalla Falso Dorotea, nonchè dalle minacce di morte, sia nei confronti della Falso che del figlio in tenera età, evinte dai primi verbali di trascrizione delle telefonate avvenute, è modesto parere di questo ufficio ritenere necessario di richiedere all’Autorità Giudiziaria in indirizzo di voler valutare l’opportunità di concedere l’autorizzazione a procedere ad intercettazione dell’utenza telefonica dell’utenza […] intestata a […] di Falso Dorotea, in uso alla stessa, per una durata di quindici giorni, senza blocco, da effettuare presso la sala intercettazioni di questa Questura, Divisione Squadra Mobile. Si fa altresì presente di voler valutare l’opportunità di fare acquisire anche il tracciamento telefonico in entrata ed in uscita dell’utenza interessata per tutto il periodo che verrà effettuata l’eventuale intercettazione telefonica.

Se si pensa all’enorme uso, per non dire abuso, delle intercettazioni telefoniche in moltissimi altri alvei dell’inchiesta, riesce davvero difficile capire il perché nel caso dei sedicenti satanisti esse non furono attuate.
Come ulteriore motivo di riflessione, si riporta parte del contenuto di un’informativa della Questura, datata 25 febbraio 2003, nella quale viene preso in esame un individuo sospetto, quel Pietro Bini che sappiamo essere l’unico condannato attraverso patteggiamento.

L’estrapolazione delle schede telefoniche interessate, grazie alla possibilità di evincerne il codice che lascia traccia della chiamata effettuata, ha permesso di focalizzare l’attenzione su alcuni elementi che potrebbero essere gli autori del reato; nello specifico è giusto segnalare che uno di loro, tale Bini Pietro, nato a Cannara […] ivi residente […], soprannominato “Tenente Kenne”, vista la sua passione e magalomania per le armi e tutto ciò che attiene l’esercito, anche se riformato, ha già precedenti specifici per aver ossessionato con telefonate anonime una donna, tale C. Luciana, minacciandola ed usando termini scurrili come viene fatto per la Falso. È anche da sottolineare che le sue fisime lo vedono come un fervido partecipante alle gare di “Soft air”, sia nella provincia di Perugia che in quella di Firenze e in quella di Reggio Emilia.
Oltremodo, una delle tante schede telefoniche usate per effettuare le minacce, viene usata diverse volte, anche in orari particolarmente tardi, anche per chiamare la C. Romina, sorella della C. Luciana. È evidente che la Romina C. non è ancora stata escussa a verbale, come la sorella (vedasi verbale allegato), perché sussistono validi elementi per ritenerla facente parte del sodalizio in parola, cosi come altri personaggi non sono stati chiamati, fino a che non esisterà la certezza della loro estraneità all’attività criminosa, onde non pregiudicare le indagini che si stanno effettuando. Si segnala anche che è la stessa Luciana C., che in sede di escussione a verbale, dichiara che il Bini è in possesso di tutti i numeri telefonici della sua famiglia e conosce i vari componenti.
Oltremodo si evidenzia che il Bini è stato indicato da più persone come un fervido praticante di messe nere e che, stranamente, le zone frequentate per le gare della “soft air” coincidono con i luoghi dove vengono praticati i riti satanici. Non è da sottovalutare neppure la tecnica che il Bini usò con la C.; infatti, durante le sue telefonate minatorie usava un distorsore vocale, necessario per non far riconoscere la propria voce, visto che la persona offesa e l’autore erano colleghi di lavoro e quindi perfettamente conoscenti l’una dell’altro. Tale metodo ha permesso al Bini di operare nella sua attività minatoria e denigratoria per ben due anni, senza che venisse scoperto e senza lasciare tracce particolari. L’elemento scatenante nel Bini questa perseveranza maniacale è da ricercare in un netto rifiuto, da parte della C., ad intraprendere una relazione sentimentale, stante le dichiaraziani  rilasciate dalla stessa.

È davvero tutto molto strano. L’informativa racconta i precedenti del soggetto nel campo delle molestie telefoniche, ma non fornisce alcun elemento che possa collegarlo a Dorotea Falso. La quale a sua volta mai lo aveva chiamato in causa. Eppure sappiamo che tre anni dopo Bini avrebbe ammesso le molestie, concordando con Mignini una pena rifiutata peraltro dal giudice per la sua eccessiva esiguità. E infine nel 2012, secondo Fiorucci, avrebbe “patteggiato una pena di qualche mese spiegando: l’ho fatto perché ero invaghito dell’estetista che non ci stava”. È chiaro che i conti non tornano, ma nell’impossibilità di farli tornare tramite le sole informazioni disponibili forse è meglio lasciar perdere e passare oltre.

Firenze risponde. Nello stesso giorno dell’audizione di Jorge Maria Alves, 9 novembre 2001, partì la richiesta di Canessa a Mignini per collegare le rispettive inchieste. Tempo neppure un mese che Giuttari preparò una nota per la Procura dove chiedeva nuove deleghe a effettuare interrogatori e intercettazioni sulla base dei nuovi sviluppi dovuti all’inchiesta perugina. Tra l’altro con la Alves aveva già trovato nella figura dell’avvocato Jommi il primo possibile legame di Narducci con l’ambiente fiorentino.
Quelle deleghe le avrebbe attese a lungo, però, poiché il nuovo procuratore capo, Ubaldo Nannucci, non si fidava troppo di lui, quindi, di lì a poco, sarebbero state scintille.