giovedì 30 marzo 2017

Dal "dottore" alla setta (2)

Segue dalla prima parte

La madre di tutte le sette. Come abbiamo visto, dunque, Giuttari aveva iniziato a mettere gli occhi addosso al patrimonio di Pacciani almeno dalla fine di giugno del 1996. Possiamo quindi supporre che già da allora il futuro scrittore di romanzi di successo avesse elaborato la teoria, del tutto inedita e rivoluzionaria, del commercio dei feticci. Ma si era trattato di farina del suo sacco? Quasi sicuramente no. Si legge in una lettera indirizzata, tra gli altri, a Vigna e Canessa e datata 25 marzo 1996, quindi più di tre mesi prima del sequestro dei soldi di Pacciani:

Illustrissimi signori, intendo informarvi di un particolare aspetto che è emerso nell’ambito della mia personale indagine sul “mostro di Firenze”. […] ritengo sia credibile il fatto che coloro (Vanni, Pacciani, Lotti,…) che avrebbero partecipato alle esecuzioni, in quanto organizzati, erano esenti da qualsivoglia movente psicologico o paranormale, ma, usati nelle loro perversioni e consuetudini nell’ambiente dei guardoni e della prostituzione, eseguivano un mandato. […]
È evidente che per quanto riguarda gli “esecutori”, i delitti non venivano concretati gratuitamente, ma in una collegiale complicità potevano essere garantiti solo da un passaggio di denaro e altri beni.
Come pure, se la “mente” commissionava i delitti per necessità occulte e finalizzate a riti sacrificali, tale pratica deve necessariamente essere pagata, così come dimostra l’intera letteratura nel merito. Nell’ambito della mia indagine in tal proposito mi sono chiesta e spero vi chiediate anche Voi: come si giustifica l’assetto patrimoniale di Pietro Pacciani? Con quali soldi acquista due case, intestate alle figlie, e contemporaneamente mette a frutto decine di milioni di risparmio in titoli di vario genere? O vogliamo veramente credere che abbia maturato certe somme mettendo da parte qualche centinaio di mila lire al mese? Non gli sarebbe bastata una intera vita.

Firmataria era la “giornalista investigativa”, come lei amava definirsi (è morta nel 2010), Gabriella Pasquali Carlizzi, che nel 2009 avrebbe pubblicato la lettera nel libro Il Mostro a Firenze. Da una seconda lettera si viene a sapere che, un paio di mesi dopo e di persona, la donna aveva esposto le proprie teorie anche a Giuttari:

Roma, 20 maggio 1996. Illustrissimi Signori, lo scorso venerdì 17 ho incontrato a Firenze il Capo della Squadra Mobile, dottor Giuttari, con il quale avevo preso un appuntamento onde illustrare circostanze “nuove” relativamente all’attuale inchiesta sul “mostro di Firenze”.
Seppure, con grande soddisfazione, ho avuto conferma dell’orientamento della Procura verso una vera e propria organizzazione, (e di tale orientamento ritengo, verbali alla mano, di essere stata promotrice, vedere verbale d’interrogatorio del 18/12/1995) ho peraltro percepito ancora una certa difficoltà nella lettura completa del fenomeno, che non può certo fermarsi alla bassa manovalanza delle esecuzioni, ma ha l’obbligo di risalire ai mandanti e ai mandatari, nonché alle eventuali complicità che di volta in volta hanno procurato coperture e depistaggi. […]
Se proviamo ad immaginare una piramide che comprende la chiave di lettura del fenomeno “mostro di Firenze”, possiamo distinguere vari strati: alla base, manovalanza locale e scelta nel mondo ricattabile dei guardoni e pervertiti, gente sicuramente conosciuta anche dalle forze dell’ordine locali, e forse, speriamo che non sia così, coperta anche da qualcuno di questi; al livello immediatamente superiore frequentatori locali di operatori dell’occulto e capaci di contrattare con la suddetta manovalanza il prezzo in danaro di tali “lavoretti”; ancora più su va ricercato il mago in loco, il quale appena raggiunta la certezza di potere attuare il rito con la disponibilità dei feticci, organizza, eventualmente con collaboratori di livello superiore nelle pratiche dell’occulto, il rito vero e proprio, quello cioè mediante il quale può adempiere secondo le esigenze espresse da chi si è rivolto alla magia costretto da situazioni di sofferenza personale.

Da quanto si deduce dalle due lettere, in quei mesi tra gli investigatori e i magistrati non sarebbe ancora nata la teoria dei mandanti e degli esecutori, una teoria che la Carlizzi invece descrive ampiamente, con tanto di commercio dei macabri feticci e considerazioni sui troppi soldi di Pacciani. Era stata lei, quindi, a mettere “la fatidica pulce nell'orecchio” a Giuttari e a fargli leggere in chiave “esoterica” la telefonata del 28 giugno tra Pacciani e suor Elisabetta? È certamente lecito sospettarlo, e comunque l’esistenza di questi stimoli getta ombre ancora più fosche sulla comparsa del “dottore” di Lotti qualche mese dopo.
Gabriella Pasquali Carlizzi sarebbe stata ascoltata molte altre volte dagli inquirenti, ai quali avrebbe illustrato le sue sconcertanti teorie intorno a sette sataniche e servizi segreti deviati, allargatesi sempre di più via via che passavano gli anni. Tanto per avere un’idea di dove sarebbe arrivata, si legga questo frammento tratto da Gli affari riservati del mostro di Firenze, libro uscito nel 2002:

Qui siamo di fronte ad una organizzazione che ha ramificazioni internazionali, che ha seminato l’Europa e gli Stati Uniti di delitti ancora insoluti operando indisturbata sotto gli occhi di tutti.
Esiste un codice segreto di cui questa organizzazione si avvale per dialogare, inviare messaggi, designare le vittime, segnalare pericoli, depistare attraverso i mass media.
[…] attraverso questo codice, elaborato su basi puramente scientifiche, negli ultimi anni ho potuto anticipare agli inquirenti una serie di delitti che poi si sono puntualmente verificati e che a tutt’oggi sono senza un colpevole.
I crimini che portano la firma di questa organizzazione hanno tutti un carattere simbolico, un carattere storico, un carattere geografico, un carattere nominale e un carattere numerico.
Quando sospetto che un determinato delitto sia stato compiuto dall’organizzazione applico la chiave del codice a ciascuno di questi cinque parametri. Se il risultato è lo stesso per almeno tre di questi allora vi è una probabilità dell’ottanta per cento che a colpire siano stati i membri di questa cupola.
L’appartenenza a questa organizzazione è imprenscindibile dall’appartenenza alla Massoneria. Si tratta di una circostanza storicamente provata. Così come è stata individuata l’identità di quella che possiamo definire, più che una setta, una schola esoterica.

L’organizzazione segreta avrebbe avuto il nome di “Ordine della Rosa Rossa e della Croce d’Oro Indipendente e Rettificato”, e sarebbe stata responsabile delle più terribili nefandezze in tutto il mondo, tra le quali, oltre i delitti del Mostro di Firenze, l’attentato a Papa Wojtyla, l’uccisione di Aldo Moro, la distruzione delle Torri Gemelle, la tragedia di Ustica e via di questo passo.
Prima di accostarsi a quella del Mostro e farne il proprio interesse principale, la signora Carlizzi era già entrata in altre inchieste importanti con clamorose affermazioni, sempre frutto, a suo dire, di confidenze riservate ma sempre prive di veri riscontri. Le cronache giornalistiche ne riportano, ad esempio, il coinvolgimento nella vicenda dei documenti delle Brigate Rosse su Aldo Moro, ritrovati fortunosamente, e che, secondo lei, erano già in mano a uno dei brigatisti in carcere (la Carlizzi lo frequentava in veste di assistente sociale). Un altro caso eclatante era stato quello della cosiddetta “clinica dei VIP”, un luogo di cura per ricchi dove sarebbero avvenuti ricatti a luce rossa e morti misteriose, almeno così lei sosteneva. Le sue accuse avevano portato addirittura alla riesumazione della salma del famoso attore Walter Chiari, in cerca di sostanze che avrebbero potuto averlo ucciso, senza però alcun risultato.
La donna si era anche resa protagonista di molti equivoci episodi a base religiosa, che le avevano procurato diffide dall’autorità vaticana. Affermava, ad esempio, di essere in contatto con un prete defunto, padre Gabriele Berardi, un canale che le avrebbe consentito di prevedere fatti clamorosi, tra i quali la nascita di un nuovo Gesù Cristo nella notte santa del 1992! Per diffondere i messaggi ricevuti dall’aldilà aveva fondato, assieme al marito, un’associazione religiosa che predicava la povertà, chiedendo agli adepti di spogliarsi dei loro beni. Fino a quando non era stata denunciata da alcuni di loro per l’appropriazione di ben sette miliardi di lire, accusata di truffa e circonvenzione d’incapace, arrestata e infine condannata assieme al marito.
Alla vicenda del Mostro si era accostata nel 1995, dopo aver raccolto e diffuso le confidenze di una ragazza che aveva trascorso, a suo dire, una notte di sesso con il noto scrittore Alberto Bevilacqua, durante la quale questi le avrebbe confidato di essere lui il feroce uccisore di coppiette. La Carlizzi era stata accusata di calunnia per aver amplificato e montato l’inverosimile accusa, rischiando l’arresto e rimediando infine una condanna a due anni di carcere. Vale la pena notare che nel libro da lei pubblicato a ridosso di quei fatti, Lettera ad Alberto Bevilacqua sul Mostro di Firenze (febbraio 1996), non si faceva cenno alcuno alla setta della Rosa Rossa, la cui esistenza evidentemente sarebbe stata scoperta (o inventata) in un momento successivo. Però si parlava già di magia, della quale il noto scrittore si sarebbe avvalso per risolvere i propri problemi di salute.
Dopo quell’ingresso così così, Gabriella Carlizzi avrebbe messo pian piano da parte le accuse a Bevilacqua e continuato a sgomitare inviando lettere a destra e a manca, soprattutto a magistrati e poliziotti di Firenze (Vigna, Tony, Fleury, Canessa, Giuttari) e in seguito di Perugia (Mignini), ma anche a personaggi politici, dove paventava l’intervento di forze occulte nella vicenda del Mostro. Il 21 ottobre 1998 sarebbe riuscita persino a farsi ascoltare dalla commissione parlamentare di vigilanza sui servizi segreti, presieduta da Franco Frattini, alla quale avrebbe riferito notizie in suo possesso su dossier riservati andati in giro per tavoli definiti “impropri” (il riferimento era ai ridicoli studi di Francesco Bruno, dei quali si è già parlato qui, e sui quali ancora torneremo).
Come si vede, i nostri investigatori avrebbero fatto bene a tenersi alla larga dalla sedicente “giornalista investigativa”, rintuzzando senza esitazioni le sue continue richieste di contatto, ma non andò così, poiché la donna fu ascoltata moltissime volte, tra Firenze e Perugia. Avremo occasione più avanti di esaminare qualcuno dei suoi “stimoli”; intanto si rifletta su questo frammento di un verbale datato 4 settembre 2002, in piena era Narducci (il documento completo è scaricabile qui).

Ieri 03.09 ho telefonato al dott. Mignini e gli ho parlato di due suore che sarebbero state interessate nel caso del mostro di Firenze, una è suora Elisabetta che tutelò Pacciani fino alla morte ed ebbe un interessamento un po’ troppo particolare. […] L’altra suora che ho conosciuto diversi anni fa, tale Suor Miriam, che effettivamente faceva parte del servizio segreto del Vaticano, questo avveniva nel 1993. Questa suora mi chiese se attraverso i messaggi di Padre Gabrieli avevo notizie della salute del Papa. Padre Gabrieli mi disse che era stato fatto un maleficio al Papa, una messa nera direttamente nel Vaticano, e gli avevano posto un “feticcio” nella rete ortopedica. Rivista la suora gli comunicai quanto avevo saputo; di seguito tornò questa suora per dirmi che il feticcio era stato trovato dove avevo indicato.

Dottor Jekyll e Mister Hyde. Prima di addentrarsi a gamba tesa nel mondo delle sette magico-esoteriche e dei servizi segreti deviati, probabilmente l’investigatore e futuro scrittore di successo Michele Giuttari elaborò uno scenario molto più semplice: un medico, maniaco per interposta persona, protetto dalla propria potente famiglia. È quanto si deduce dalla lettura della parte finale di Compagni di sangue (maggio 1998), libro scritto a quattro mani assieme al noto giallista e intrattenitore televisivo Carlo Lucarelli, dove, giocando tra realtà e immaginazione e lasciandosi prendere fin troppo la mano, i due autori tracciarono un possibile sviluppo delle indagini sui mandanti (a testimoniare la fluidità – e la confusione – delle ipotesi sul tavolo, esaminarono anche una pista del tutto differente, quella di un pittore svizzero fuggito all’estero, ne tratteremo più avanti). Dopo aver elencato una serie di strani eventi, a loro giudizio indicativi della presenza nella vicenda di un personaggio che operava dietro le quinte, ben più raffinato di Pacciani e complici, gli autori si concentrarono sulla misteriosa signora bionda che qualche anno prima aveva trascorso una notte in casa di Angiolina Manni, moglie di Pacciani, vicenda che vale la pena riassumere.
Lunedì 22 dicembre 1995, attorno alle 12.30, fu notata a Mercatale una signora bionda – probabilmente non naturale – di circa settant’anni, avvolta in una lunga pelliccia. Riempite due borse di generi alimentari in un supermercato locale e chieste indicazioni a una persona incontrata per strada, la signora andò poi a bussare alla porta di Angiolina. Solitamente la burbera donna non permetteva ad alcuno di entrare nella propria casa, ma la sconosciuta le disse di essere stata mandata da una figlia per portarle la spesa, e con questo espediente riuscì a farsi aprire. Attorno alle 5 del pomeriggio la signora andò in farmacia a chiedere un tranquillante, che però non le fu consegnato necessitando di ricetta. Per nulla scoraggiata, si recò allora in un vicino ambulatorio medico dove ottenne la ricetta e con quella in mano potè finalmente acquistare il medicinale richiesto. Più tardi fu vista passeggiare per strada assieme all’Angiolina, in casa della quale trascorse la notte per poi prendere l’autobus alla mattina e sparire nel nulla.
Verso le 11 l’Angiolina uscì e si mise a gironzolare per le strade del paese con andatura un po’ barcollante, fino a quando non cadde battendo la faccia sul selciato e procurandosi qualche leggera ferita. Nel mentre veniva soccorsa fu sentita lamentarsi di essere stata derubata di 300 mila lire dalla signora che aveva dormito da lei. Per precauzione fu ricoverata in ospedale per qualche giorno, dove le fu riscontrato un leggero stato confusionale ma nessun segno di violenza, se non le ferite provocate dalla caduta.
Molto probabilmente la signora bionda aveva dato ad Angiolina il tranquillante acquistato in farmacia, potendo così avere a disposizione tutta la notte per muoversi con comodo in casa sua. A quale scopo? Certamente il suo obiettivo primario non potevano essere state le 300 mila lire, semprechè davvero le avesse prese lei. Sentiamo che cosa ne pensavano Lucarelli e Giuttari.

Se questi atti non fossero veri e, invece, fossero episodi di un romanzo giallo, la "donna misteriosa" sarebbe, allora, la moglie del medico, o l'amica, l'amante, una che sa e condivide, una che lo protegge. La moglie di un medico molto ricco, con gravi problemi sessuali. Un medico specializzato, magari in ginecologia come a suo tempo vociferava l'opinione pubblica.
Qui le deduzioni investigative si fermano e cedono il passo alla fantasia. Ma se fosse davvero un romanzo giallo, quello dei "Mostri di Firenze" sarebbe un romanzo con due protagonisti. Una sorta di “Dottor Jekyll e Mister Hyde” non fusi nella stessa persona, ma divisi in due persone distinte.
Da una parte, il Dottor Jekyll, un persona colta, facoltosa, potente. Il raffinato esponente di una famiglia d'élite che di giorno compie una vita normale. È un medico, il nostro Jekyll, che dedica gran parte della sua vita al suo lavoro. Il suo reparto in ospedale, le visite in clinica, gli esami al laboratorio. Un lavoro che lo porta a contatto con la fonte stessa della vita: la nascita. Il nostro dottor Jekyll è uno stimato ginecologo che di giorno, nel vero senso della parola, dà la vita.
Ma di notte, la notte del cuore, della metà oscura dell’anima, il nostro dottore è diverso. Pur essendo un uomo colto, di grande successo professionale, un uomo ricco, stimato e potente, il nostro dottore è infelice. È malinconico. È triste. È malato. Non riesce a raggiungere, né ha mai raggiunto, la soddisfazione sessuale. Si è sposato ma il matrimonio non funziona. Forse non riesce a confessare neppure a se stesso le proprie tendenze, quello che nasconde nel cuore e che lo spinge a fantasticare in modo inconfessabile. E irrealizzabile, perché il nostro dottore non ha il coraggio di far emergere quell’altro, il mister Hyde che sta nascosto in lui.
Poi, però, lo incontra.
Mister Hyde è un rozzo contadino che vive quasi esclusivamente nella brutalità fisica della materia. È l'esatto contrario di lui: incolto, diretto, violento. Distruttivo. Uno che a a che fare in maniera istintiva e piena col lato oscuro delle cose. Con la morte.

Secondo l’ipotesi formulata dal libro la misteriosa signora bionda sarebbe stata quindi la moglie di uno stimato ginecologo, afflitto da gravi problemi sessuali, che un giorno aveva incontrato il proprio mister Hyde in una figura reale, Pietro Pacciani. Evidentemente la donna sarebbe andata a casa del contadino per far sparire eventuali prove rimaste – nonostante le certosine perquisizioni dell’era Perugini – dell’imbarazzante rapporto, così descritto da Lucarelli e Giuttari:

Gli stessi interessi sessuali, le stesse perversioni, lo stesso sadismo e la stessa attrazione per il sangue e per la morte. Due lupi che si incontrano. Il dottor Jekyll che incontra il suo mister Hyde.
Quello che nasce è un legame strettissimo. Mister Hyde subisce il fascino dell'uomo colto e raffinato, il dottor Jekyll quello dell'essere primordiale che vorrebbe diventare. Hyde, avido e avaro, legatissimo ai soldi, vede nel dottore l'uomo che può soddisfare i suoi bisogni materiali. Jekyll, debole e distante, vede in lui la stessa cosa. Soddisfare il bisogno di una brutalità che esca allo scoperto proprio nel momento in cui sta per avere origine la vita. Colpire e straziare le coppie nel momento dell'amore, mutilare la donna proprio in quei simboli di vita, di felicità e di piacere che a lui, al dottor Jekyll, sono negati.
Si crea un rapporto mandante-esecutore che si rovescia continuamente, che gira, come un vortice. Un rapporto piramidale, che si struttura in vari livelli e che coinvolge anche altre figure. Una struttura rara, insolita, ma tutto sommato non inedita, anche se non ancora studiata per gli omicidi in serie. È la stessa, per esempio, che domina gran parte del mondo della pedofilia: ricchi pervertiti che pagano sporchi mezzani che pagano brutali pervertiti per abusare di un bambino.
Ma gli altri, gli aiutanti che vedono il dottore, che ne sentono parlare, non lo conoscono. Non lo frequentano. Dottor Jekyll e Mister Hyde sono soltanto loro, il ginecologo e il contadino.
Questa è la storia, una storia vera, basata su fatti realmente accaduti, con un finale fantasioso. Anche se spesso la realtà supera la fantasia e i finali fantastici si rivelano più limitati e meno inquietanti di quelli reali. E forse un giorno si scoprirà che il medico e il contadino, il dottor Jekyll e il mister Hyde di questa strana storia di realtà e fantasia corrispondono davvero alla verità delle cose.
Anche se non sarà facile. All'epoca dell'ultimo processo il nostro dottor Jekyll potrebbe essere già morto e non c'è nulla come una pietra tombale per seppellire definitivamente ogni epilogo.

La prosa è certamente di Lucarelli, poiché Giuttari ancora non aveva imparato a scrivere così bene – si legga il suo primo modestissimo romanzo di tre anni dopo, Assassini a Firenze, per rendersene conto – ma non c’è motivo di dubitare che l’avesse condivisa, mancando ogni avvertenza contraria. Il che appare gravissimo per un investigatore impegnato sul campo, e dimostra come la troppa fantasia, sollecitata e alimentata dalle malignità della gente, possa comportare conseguenze nefaste su un’indagine giudiziaria, poiché il dottor Jekyll del libro era una persona reale, già deceduta da quasi dieci anni, i cui familiari subirono notevoli disagi causa meri sospetti originati da dicerie e lettere anonime. Accenni alla sua esistenza se ne erano già avuti qualche mese prima dell’uscita del libro, appena morto Pacciani, quando i giornali avevano pubblicato delle eloquenti dichiarazioni in merito da parte dell’avvocato di parte civile Aldo Colao, pronunciate durante l’arringa al processo contro Vanni e Lotti. Da “La Repubblica” del 25 febbraio 1998:

Ma dimenticare Pacciani non sarà facile per nessuno. La sua figura continua a dominare il processo ai suoi scoloriti "compagni di merende", mentre si è scatenata la caccia al medico presunto "committente" dei delitti. "So chi è", ha detto ieri in aula uno degli avvocati di parte civile, Aldo Colao. Era un ginecologo, sostiene. È morto da anni. Ma una sua familiare - afferma - è la responsabile di una misteriosa aggressione subita il 22 gennaio 1996 dalla moglie di Pacciani, Angiolina.

Con tono maggiormente dubitativo, scriveva “Il Corriere della Sera” nel medesimo giorno:

Ieri uno degli avvocati di parte civile, Aldo Colao, ha detto che il misterioso medico-mandante tirato in ballo dal supertestimone Giancarlo Lotti, potrebbe essere un ginecologo, morto da anni, che aveva in cura anche Angiolina, la moglie di Pacciani. Ma il capo della Mobile di Firenze, Michele Giuttari, ha precisato che Colao non ha fornito elementi di riscontro: "L'indagine non può essere condotta sulla base di voci di paese".

Giulio Zucconi. Quando era stato chiamato da Vigna per cercare i complici di Pacciani, Giuttari aveva potuto contare su un magnifico punto di partenza, Mario Vanni, lo spaventatissimo ex postino che si era scavato la fossa da solo durante la sua celebre deposizione al processo Pacciani. Per la nuova ipotesi investigativa dei mandanti, invece, non c’era nulla, né elementi per identificare il “dottore” di Lotti, né tracce dei pagamenti ricevuti da Pacciani. C’era però il vastissimo materiale investigativo riguardante i personaggi che nella quindicina di anni precedenti erano incappati in qualche modo nei controlli delle forze dell’ordine, ad esempio per denunce di cittadini sospettosi o anche soltanto per  lettere anonime. Gli armadi di Questura e Procura dovevano essere pieni dei loro faldoni, bastava aprire quelli dei più ricchi, e, assecondando l’immaginario collettivo, meglio se dottori e ancora meglio se ginecologi. A quella fonte Giuttari avrebbe attinto a piene mani, arrivando fino a Perugia.
Ma non anticipiamo i tempi. Nessun dubbio che il ginecologo indicato da Colao e il dottor Jekyll del libro coincidessero, e fossero da identificarsi in Giulio Zucconi, morto nel 1989 a 54 anni, già primario di ginecologia all’ospedale Careggi di Firenze e libero professionista a San Casciano, dove si recava a visitare una volta la settimana in un ambulatorio messogli a disposizione da un farmacista del quale vedremo tra breve. Come altri dottori e ginecologi, ai tempi dei delitti era stato oggetto di chiacchiere malevole che lo identificavano con il Mostro, e che a detta di chi lo conosceva lo avevano molto amareggiato. Chiacchiere che erano aumentate dopo l’ingresso di Pacciani sulla scena, poiché Zucconi, con la famiglia d’origine, aveva abitato a Mercatale proprio in una casa adiacente alla sua. Il fatto che in realtà lo stimato professionista se ne fosse andato già sei anni prima dell’arrivo del contadino non aveva impedito la nascita di illazioni su improbabili rapporti di amicizia e frequentazione tra i due.
Quando Giuttari andò a rimettere il naso nella faccenda, trovò vari testimoni pronti a riportargli tutte le chiacchiere di cui poteva aver bisogno. Tra le altre quella di una grossa ecchimosi vista sul volto di Zucconi dopo il delitto degli Scopeti, da lui inutilmente giustificata con una caduta da cavallo. Poi le armi. Nessuna Beretta calibro 22, beninteso, però risultava che il ginecologo avesse posseduto tre fucili da caccia, una carabina e un revolver. E infine le lettere anonime, a quanto sembra almeno tre, scritte tra il gennaio 1996 e il dicembre 1997, che lo avevano segnalato come persona implicata nei delitti del Mostro. In una, composta con ritagli di giornale, stava scritto: “cercate la pistola del Mostro dentro la bara del dott. Zucconi”. In un’altra il ginecologo veniva indicato come persona alla quale, insieme ad amici tra cui Mario Vanni, “piaceva fare visita alle ragazze. Le spogliava e metteva nella cicalina un tralcio di vite”.
A rendere ancora più interessante lo scenario contribuìva la presenza del fratello ambasciatore Gaetano, un potente quindi, in grado di proteggere il congiunto attraverso le proprie amicizie altolocate, e della vedova Maria Ines Pietrasanta, anche lei medico e di età compatibile con la signora che era entrata in casa dell’Angiolina. Come abbiamo visto, giustamente, il commissario Giuttari aveva detto ai giornalisti incuriositi dalle parole di Colao che le indagini non venivano condotte sulla base di voci di paese, ma già da una ventina di giorni, il 5 febbraio 1998, la signora Pietrasanta era stata messa sotto inchiesta proprio per quell’episodio.
Che cosa avevano in mano gli inquirenti per giustificare i loro sospetti sull’anziana donna? Niente di concreto, almeno da quanto si evince dalle poche sparse notizie riportate dai giornali. A Mercatale in molti avevano visto la misteriosa donna bionda, la quale, a dire il vero, non aveva fatto nulla per passare inosservata, e qualcuno si era dichiarato possibilista sull’identificazione con la Pietrasanta, a casa della quale erano state sequestrate una parrucca bionda e una pelliccia. Tanto era bastato per iscriverla nel registro degli indagati.
Oltre alla vedova, a fare le spese delle avventate teorie degli inquirenti su Giulio Zucconi fu anche il fratello Gaetano, tirato in ballo in molti articoli di giornale come persona sospettata, sempre senza il nome, ma ben riconoscibile in qualità di “ex ambasciatore” o “diplomatico”. Orgoglioso per una vita da onesto servitore dello stato e mortificato per l’incubo nel quale era caduta la sua famiglia, il povero ambasciatore in pensione così si doleva in un bell’articolo di Giuseppe d’Avanzo dal titolo “Il falso mostro di Firenze”, uscito su “La Repubblica” del 22 giugno 2002, quando da tempo ormai il dottor Jekyll non bastava più e si era entrati in piena era satanica (vedi):

In Italia non esiste la pena di morte, ma la morte civile sì e io mi sento condannato a una morte civile. È una condanna che uccide lentamente, che ti porta via quanto hai di più caro, un buon nome costruito dal lavoro e dalla vita di più generazioni, gli amici che hai amato o ami; è una Gehenna che isola la tua famiglia precipitandola nel disonore; è un fantasma che, alla fine, ti divora come un'ossessione.
Mi è sembrato naturale e doveroso attendermi giustizia da chi è deputato ad amministrarla. Sono stato per tutta la mia vita un funzionario dello Stato e a quella regola di discrezione personale e di rispetto istituzionale ho ritenuto di tener fede anche in questa penosa circostanza, anche quando c'era chi mi consigliava di reagire, di protestare. No, replicavo, è un lavoro che la legge assegna ai giudici. Prima o poi, mi dicevo, queste "voci di questura" assumeranno la forma di accuse, di contestazioni formali e allora mi difenderò davanti alla magistratura. O, se nessuna contestazione si materializzerà, sarà un giudice a punire la diffamazione del mio nome. Purtroppo, mi sono illuso: non vanno così le cose in Italia.

Probabilmente fu di poca consolazione per Zucconi la gelida replica di Canessa, pubblicata il giorno dopo nella cronaca fiorentina dello stesso quotidiano, che a suo riguardo precisava: “non è iscritto nel registro degli indagati per la vicenda dei duplici delitti del mostro di Firenze. Non c'è alcuna indagine nei suoi confronti”. Ancora nel 2005, però, Giuttari avrebbe portato avanti i sospetti sul fratello nelle proprie note investigative (vedi): solitario dottor Jekyll prima, affiliato a una inesistente setta satanica poi, si sperava che il defunto ginecologo potesse almeno aver fatto parte del fantomatico gruppo che a San Casciano avrebbe partecipato a sfrenati incontri collettivi a base di sesso e magia nera.
Intanto l’inchiesta su Maria Ines Pietrasanta rimaneva aperta. Verso la fine di maggio 2005 (a distanza di ben sette anni dall’iscrizione nel registro degli indagati!), piuttosto che niente Paolo Canessa ne chiese il rinvio a giudizio per rapina, sequestro di persona e lesioni, come si vede nulla a che fare in modo diretto con la vicenda del Mostro. L’udienza preliminare si tenne il 5 luglio 2006, con il risultato di un proscioglimento totale. Da “La Repubblica” del giorno dopo:

[…] gli avvocati difensori Umberto e Francesco Paolo Guidotti hanno confutato tutti gli elementi raccolti dall' accusa. Il test del dna su un capello trovato nel letto in cui dormì la signora bionda ha escluso che appartenesse alla loro assistita. Né era sua la calligrafia trovata sul retro di un biglietto ferroviario. Inoltre la loro cliente non parla toscano, come la misteriosa visitatrice che peraltro - hanno sottolineato - non indossava affatto una parrucca. La sua pelliccia ha poco o niente in comune con quella descritta dai testimoni. E perché mai avrebbe dovuto farsi rilasciare una ricetta per il Tavor, dato che è medico? E che cosa avrebbe sperato di trovare nella casa di Pacciani, che era stata setacciata più volte dalla polizia? Argomenti che hanno convinto il giudice.

Parte di quegli stessi argomenti che convinsero il giudice nel 2006 avrebbero dovuto far riflettere gli inquirenti già all’inizio della loro inchiesta, risparmiando alla signora e ai suoi familiari un incubo durato otto lunghi anni, e alla collettività un inutile spreco di risorse.
Ma le macerie lasciate dalla delirante pista esoterica non si fermano certo qua; siamo appena all'inizio.

Segue

domenica 26 marzo 2017

Dal "dottore" alla setta (1)

Qualcuno avrebbe dato soldi a Pietro Pacciani in cambio delle parti mutilate, anzi, di più, per ottenere quelle parti avrebbe anche commissionato i delitti. Questo era il presupposto della cosiddetta “pista esoterica”, il filone d’indagine, aperto già pochi mesi dopo l’ingresso di Giancarlo Lotti nella vicenda, che si proponeva di individuare gli eventuali mandanti. A tutt’oggi non si sa bene se tutti i suoi numerosi rami germinati nel tempo si siano chiusi, da recenti notizie giornalistiche parrebbe di no, in ogni caso possiamo individuarne la fine reale nel pronunciamento sugli ultimi scampoli dell’inchiesta Narducci, 16 luglio 2014. Si tratta quindi di ben 18 anni di sforzi che non solo non hanno portato alla scoperta di alcun mandante, ma neppure hanno chiarito se mai mandanti vi furono. In compenso decine di persone sono state inquisite e alcune di loro hanno subito danni devastanti. In più, quanti milioni di euro appartenenti alla collettività sono stati spesi inutilmente? Qualcuno si sarà preso la briga di calcolarli?
Chi scrive ha studiato a lungo la documentazione disponibile riguardo gli eventi accaduti in questo lunghissimo periodo, facendo spesso enorme fatica a orizzontarsi. Nonostante la disponibilità di due fondamentali sentenze in quel momento non ancora pronunciate (De Luca su Calamandrei, Micheli su Narducci), rimane valido quanto aveva scritto con mano felice Mario Spezi nel 2006 (Dolci colline di sangue):

Il problema maggiore a raccontare quest’ultima parte della storia è che ogni capitolo sembra diverso da quello precedente e non si capisce se devono essere tenuti tutti in vita o se l’ultimo sostituisce quanto detto prima. Tutti insieme mettono a dura prova la capacità di sintesi di chiunque, perché la scena è molto affollata, i personaggi assai diversi e spesso senza apparenti rapporti tra loro. Le storie di ognuno sono complicatissime e non solo sono slegate l’una dall’altra, ma a volte sembrano contraddirsi.

Insomma, un vero e proprio minestrone, diventato alla fine, a forza di aggiungere ingredienti, una brodaglia indigesta dal sapore indefinibile, della quale si proverà in questa sede a isolarne almeno le parti fondamentali. Partiremo esaminando la consistenza, o meglio, l’inconsistenza, dei due elementi che ne costituiscono i presupposti: il “dottore” di Giancarlo Lotti e il patrimonio di Pietro Pacciani.

Nasce il “dottore”. Il punto d’origine della pista esoterica potrebbe essere individuato nell’accenno di Giancarlo Lotti a un “dottore” che avrebbe acquistato da Pacciani le parti di donna escisse. Il condizionale però è d’obbligo, lo vedremo più avanti. Per il momento mettiamoci accanto a Lotti mentre scriveva, nella prima metà del 1996, la nota e sgrammaticatissima “lettera spontanea”. Dopo aver raccontato di Giogoli, di come era stato costretto a partecipare e addirittura a sparare, così concludeva:

Andato a letto. Ma no mi riuciva dormire. Dove li date queste cose della donna. Il seno vagina o fica Mario volio sapere chi le date dottore che si serviva Pietro Pacciani. Vi pagava in soldi. Ma quello no mi voleva dire per che ne faceva di vagina e se perche fate cose mostrose. Ma io no. Le altri fatte. Non avete rimorsi. A me mi fato schifo e co bestie come voi Mario e Pacciani per me vi farrei sparire per sempre dalla circlazino.

Da quanto emerso fino a oggi, si tratta della prima volta in cui Lotti affrontava il tema. Dopo la consegna del documento l’individuo fu interrogato, e nell’occasione gli si chiese anche del “dottore”. Racconta Giuttari (Il Mostro):

«E il dottore che si serviva di Pietro Pacciani cosa vuol dire, signor Lotti?»
Dice di aver saputo che le parti asportate dal corpo delle ragazze uccise venivano consegnate da Pacciani a un dottore che gliele pagava.
«Chi è questo dottore?»
Afferma di non saperlo, ma che una volta era stato nella piazza di San Casciano. Era buio e si era fermata una macchina, racconta. L'autista aveva fatto un cenno con la mano e Vanni gli si era avvicinato mentre lui era rimasto distante a osservare. I due avevano discusso un po'. Poi, quando Vanni era tornato, su sua richiesta gli aveva spiegato che era il dottore a cui Pietro consegnava quelle cose e che stava andando proprio a casa di Pietro. Vanni non aveva voluto aggiungere altro.
Siamo allibiti, quasi increduli.
È la prima volta che Lotti parla di un suo pieno e diretto coinvolgimento nell'esecuzione di un delitto, e questo, più o meno coscientemente, ci aspettavamo che prima o poi accadesse. Ma è anche la prima volta che accenna a un "committente", un "dottore" che avrebbe pagato Pacciani per ottenere i macabri feticci.
L'ipotesi che i delitti del "mostro", oltre che compiuti da più persone anziché da un serial killer solitario, fossero addirittura commissionati fa accapponare la pelle e girare la testa.
Non ci sono abbastanza elementi investigativi per poterla seriamente affrontare, ma la dolorosa confessione, frutto forse anche della pressione di don Fabrizio su un animo indebolito e stanco di nascondersi, travolto dal suo stesso stillicidio di parziali ammissioni, mi mette inevitabilmente la fatidica pulce nell'orecchio.
A scanso di equivoci chiedo alla Procura l'autorizzazione a eseguire accertamenti di natura patrimoniale e finanziaria nei confronti di Pacciani, Vanni e Lotti.

A integrazione del resoconto di Giuttari va precisato che Vanni avrebbe connotato il dottore come un medico curante di Pacciani, facendone anche il nome, che però Lotti disse di non ricordare.

Una balla colossale. Questa vicenda del “dottore” altro non era altro che una menzogna bella e buona, come moltissimi elementi confermano. Innanzitutto non si comprende per quale motivo il presunto pentito avrebbe atteso mesi e mesi prima di raccontare il fatto. In questo caso non è possibile invocare la motivazione di un tentativo di nascondere le proprie responsabilità, come fecero i giudici di primo grado in varie altre occasioni, poiché si trattava di un argomento per lui del tutto neutro. Anzi, il parlarne non avrebbe fatto altro che migliorare il suo status di collaboratore di giustizia. E invece la prima spiegazione fornita sull’utilizzo dei “feticci”, nell’interrogatorio dell’11 marzo 1996, era stata questa:

Mario mi disse che le parti della donna che lui aveva asportato li aveva portati a casa Pietro per nasconderli nel garage mettendoli in un involto. Mario mi disse che Pacciani voleva farli mangiare alle figliole ma non so se effettivamente lo abbia fatto.

Ma come, non si trattava forse dello stesso Mario che Lotti aveva anche visto incontrare il “dottore” in piazza, Vanni, insomma? Quando ascoltò la “dolorosa confessione”, Giuttari gliene chiese conto? Forse Lotti a marzo non se lo era ricordato, oppure, più probabilmente, non lo aveva ancora inventato. In ogni caso in aula sia il PM sia, e soprattutto, gli avvocati di parte civile – comprensibilmente interessati a un argomento che prometteva una lunga prosecuzione del loro mandato – avevano cercato di ottenere maggiori informazioni; senza successo, però, anzi, si era perso anche il poco dell’istruttoria (che si fosse trattato di un medico curante di Pacciani). Il “dottore” Lotti l’aveva visto da lontano e seduto dentro un’auto, quindi non poteva descriverlo nemmeno un po’ (“un l'ho vista per bene, la persona come l'era”, “Gl'era a sedere. Se gl'era calvo o no, un lo so”), non sapeva che tipo di dottore fosse, addirittura neppure se era un medico (“A me m'hanno detto un dottore. Come fo’ a capirlo se gl'era un dottore di medicina, o di coso”), né da dove provenisse (“a me un m’hanno mica detto se gl'era di Firenze, o se gl'era di Prato, o di coso”). Mentre l’avvocato Curandai si dannava per ottenere qualcosa, a un certo punto era intervenuto il presidente, anche lui disperato. Vale la pena leggere il frammento (vedi):

Curandai: Coraggio, coraggio, coraggio. Bisogna tirarla fuori, questa verità. Questo è il momento opportuno. Mi scusi, io insisto perché rappresento una delle parti...
Presidente: L'avvocato vuol sapere se sa qualcosa di questo dottore, di questo medico.
Lotti: Mah, a me m'aveva detto un dottore, però le altre cose non le so io.
Curandai: Ma io ho l'impressione che le sappia le cose, lei, invece. Le dica, le dica, è il momento opportuno.
Presidente: Ora, senza volermi inserire nelle domande che poi arriverà il mio turno, ma possibile che una persona come il Vanni, come il Pacciani, vengano a parlare a lei di tante cose e lei non ha, neanche per curiosità, dice, non fa nessuna domanda? Si limita così. Perché lei ha confessione di tutti. Abbia pazienza, eh.
Lotti: Ma se un me l'hanno detto...
Presidente: Lei le cose le sa molte di più, caro Lotti. Eh, se non le vuol dire è un altro discorso e non gliele possiamo strappare con le mani, con le tenaglie. Però qualcosa in più dovrebbe dire. Per suo interesse, interesse di tutti, per la Giustizia.
Curandai: Se sa qualcosa di più, ce lo dica, serenamente.
Presidente: Com'è la domanda, allora. Se non vuol rispondere, che si può fare? Andiamo.
Curandai: No, ma sta riflettendo. Forse...
Lotti: No, non sto riflettendo. Se dico una cosa e io non so altro, i' che devo dire cose che un so?

Era giustificata la convinzione di presidente e avvocato che Lotti stesse nascondendo qualcosa? Si può esser sicuri di sì, visto il suo comportamento, ma certamente non ulteriori informazioni sul “dottore”, che se avesse posseduto non si capisce per quale motivo avrebbe dovuto tenere per sé, poiché il tirarle fuori gli sarebbe stato soltanto di beneficio. Vale la pena ricordare che la battaglia del suo avvocato per fargli ottenere la pena minima contava principalmente sui supposti meriti di collaboratore di giustizia. Si può poi senz’altro concordare con la perplessità del presidente sul fatto che l'individuo non avesse mai chiesto nulla al Vanni riguardo il fantomatico personaggio, se non altro per semplice e legittima curiosità. Queste considerazioni amplificano il sospetto che dietro il racconto del “dottore” si nascondesse soltanto una menzogna. Ma c’è di più.
Lotti era un appassionato di automobili, che cambiava spesso e dentro le quali trascorreva gran parte del proprio tempo libero. In varie occasioni aveva dimostrato di masticare assai bene la materia, in termini di modelli e cilindrate. Se non aveva potuto veder bene il “dottore”, la sua auto però l’aveva vista, quindi ci si sarebbe aspettati che almeno quella l’avesse identificata, o almeno descritta. E invece no. Ecco il punto dell’interrogatorio nel quale il PM aveva cercato di farsi dire qualcosa al riguardo:

PM: Che macchina era lo ricorda, l'ha vista, è in grado di spiegarcelo? Se lei l'ha vista che era a 10 metri...
Lotti: Le macchine le conosco però... mi pare un'Alfa.
PM: Un'Alfa era? Cioè un'Alfa Romeo? Mi sa che un'Alfa Romeo è una marca, quindi bisognerebbe...
Presidente: Il tipo, il tipo.
PM: Lei ricorda... Era un'Alfa Romeo grossa, piccola, chiara, scura?
Lotti: Tanto piccola no.
PM: "Tanto piccola no", scusi, era grossa, o media? Ci sa indica... Se lei le conosce, dovrà pure indicarci...
Lotti: Sì, le conosco, però mica tutte...
PM: Un'Alfa, scusi, c'ha in mente qualche tipo di Alfa che poteva essere quella?
Lotti: Non mi ricordo se era a quattro porte, o tre porte.
PM: Cioè, tre porte... o un coupé, o una berlina non ce lo sa dire?
Lotti: No. Di preciso no.
PM: Le sembrò grossa?
Lotti: Grossa, sì.
PM: Grossa. Chiara, o scura?
Lotti: Mi pare sullo scuro.
PM: Lo scuro per lei, scusi, cos'è? Nera, blu, marrone?
Lotti: Scura... Può essere anche nera o un altro colore.
PM: Nera, blu, marrone. Colori di questo genere?
Lotti: Su un colore così.
PM: Lei ha presente l'Alfetta dell'Alfa Romeo? Una macchina così?
Lotti: Dell'Alfa ce n'è diverse.
PM: Ho capito. Io ho provato a dirgliene una che mi è venuta in mente. L'ha vista lei, io non c'ero.
Lotti: Mi pareva a quattro porte.

È del tutto pacifico che Giancarlo Lotti non avesse visto alcuna auto, non è possibile dubitarne dopo aver letto la trascrizione dell’avvilente confronto. Si tenga presente peraltro che fin dall’interrogatorio in istruttoria Lotti l’aveva collocata a una distanza di tre o quattro metri (“ero a qualche metro di distanza, saranno stati tre o quattro metri”), e non dei dieci indicati dal PM.
Le perplessità riguardo il “dottore” aumentano ancora quando si riflette sulle modalità con le quali il fantomatico personaggio avrebbe incontrato Vanni. Perché si era fermato in piazza? Disse Lotti in risposta a Colao: “per chiedere a uno di noi per andare da Pietro a Mercatale, e andette il Vanni”. Sembra insomma che il “dottore” avesse chiesto indicazioni per trovare la casa di Pacciani, come poi aveva confermato Lotti a domanda di Mazzeo: “voleva indicazioni sull'abitazione del Pacciani. Dico bene?”, “”. Ma la scena appariva del tutto inverosimile e grottesca. Da quanto Lotti aveva dichiarato durante le indagini preliminari il misterioso dottore sarebbe stato un acquirente abituale delle parti escisse, anzi, secondo le successive ipotesi investigative avrebbe addirittura commissionato i delitti per ottenerle. Ebbene, dopo l’ultima scellerata impresa dei suoi prezzolati complici tale individuo ancora avrebbe ignorato dove abitava Pacciani, che della scalcagnata banda sarebbe stato il capo indiscusso. Si tratta di un’eventualità davvero improbabile, ma prendiamola pure per vera e proseguiamo. Lotti non aveva spiegato il motivo per il quale il “dottore” stava cercando Pacciani (forse per ritirare i feticci, forse per pagarli avendoli già dissepolti dalla buca in cui sarebbero stati nascosti, oppure per programmare nuove imprese), in ogni modo era la prima volta che si recava a casa sua, visto che non sapeva dov'era. È credibile che fosse arrivato a San Casciano senza saper bene dove andare, avesse incontrato (per caso?) Mario Vanni, e avesse rischiato di farsi vedere assieme a lui in una piazza centrale del paese soltanto per chiedere informazioni sul percorso? Non esistevano ancora i navigatori, questo è vero, ma una semplice cartina avrebbe risolto facilmente il problema.
Come ben si comprende, il racconto di Giancarlo Lotti risulta inverosimile, da qualunque parte lo si guardi, e quindi la figura del “dottore” va ritenuta una pura invenzione. Del resto nessuno degli ipotetici “mandanti” individuati dalle successive indagini sarebbe risultato compatibile con le poche caratteristiche desumibili dalle sue parole, lo vedremo.

La vera partenza della pista esoterica. Quando Giuttari afferma di aver chiesto l’autorizzazione a eseguire controlli sul patrimonio di Pacciani in conseguenza della clamorosa rivelazione di Lotti (che gli avrebbe messo “la fatidica pulce nell'orecchio”) formalmente dirà anche il vero, ma nella sostanza no, poiché quei controlli erano iniziati già da tempo. Egli stesso ci racconta, sempre ne Il Mostro, che il 28 giugno – quindi quattro mesi e mezzo prima della “lettera spontanea” e dell'accenno al “dottore” – era stata registrata una per lui “interessante” conversazione telefonica tra suor Elisabetta e Pietro Pacciani, nella quale si parlava di buoni postali affidati dall’uomo alla religiosa.

Quando Pacciani accenna a Lotti e a Vanni, lo invita alla prudenza dicendo: «Se loro hanno il telefono sotto controllo, prendono i provvedimenti».
Concetto ribadito poco più avanti: «Bisogna stare attenti a dire tutte queste cose per telefono, Pietro, perché senz'altro ha il telefono sotto controllo».[…]
E la telefonata si fa ancor più interessante verso la fine, quando suor Elisabetta gli dice che dovranno incontrarsi presto per andare all'ufficio postale a rinnovare i «fondi» di Pacciani che lei ha in deposito.
«Poi presto ci vediamo per andare alla posta... riprendo tutto... mettiamo a posto le cose, se lei vuole lasciarli a me questi fogli li riprendo io.»
Pacciani le risponde che si metteranno d'accordo per andare la prossima settimana.
Non è il primo riferimento ai fondi. Già in altre telefonate, registrate nei giorni immediatamente precedenti, la suora ha chiesto a Pacciani quando sarebbero andati alla posta ricevendo in risposta vaghe assicurazioni che avrebbero sistemato tutto in seguito.
La ripetizione mi insospettisce, perché se si tratta di piccoli risparmi, come abbiamo immaginato in un primo momento, tanta insistenza non sarebbe forse giustificata.

Niente di nuovo, a dire il vero, poiché già ai tempi di Perugini, durante la maxiperquisizione dell’aprile-maggio 1992, erano stati ritrovati buoni e libretti postali in rilevante quantità – per un totale di circa 120 milioni di lire – ma non si era provveduto ad alcun sequestro. Dopo il rientro di Pacciani in carcere, quei buoni erano finiti in custodia presso i carabinieri di San Casciano, dai quali suor Elisabetta si era recata a ritirarli su regolare delega del proprietario. Rinnovare dei buoni postali scaduti, operazione necessaria per mantenere il rendimento del danaro investito, è un’operazione del tutto normale, e la religiosa quella intendeva fare, ma Giuttari ci volle vedere del torbido.

Chiediamo al PM un decreto di perquisizione locale e personale a carico della suora perché, spieghiamo, "si ha il fondato motivo di ritenere che presso l'abitazione possano rinvenirsi cose o tracce pertinenti ai delitti per i quali si procede e in particolare per il reato di associazione per delinquere finalizzato alla commissione di omicidio ai danni di giovani coppie".

In sostanza suor Elisabetta veniva sospettata di complicità, se non per aver partecipato ai delitti, almeno per averne gestito i proventi! Alle 7 di mattina del 3 luglio gli uomini di Giuttari frugarono in lungo e in largo il centro di accoglienza “Il Samaritano”, dove operava la religiosa e dove anche Pacciani era stato ospite per un breve periodo dopo la sua assoluzione. Suor Elisabetta, ancora in gamba ma pur sempre una donna di 62 anni, fu poi portata in Questura e torchiata per ben 13 ore. Da “Il Corriere della Sera” del 5 luglio 1996:

"Sono allibita”, si è sfogata, “finalmente ho avuto l’opportunità di toccare con mano l’incapacità totale degli investigatori a seguire un filo logico nelle loro domande". Non ha voluto aggiungere altro e il resto dello sfogo lo ha raccolto l’avvocato Nino Marazzita, il legale che assiste Pacciani. "Immagino che tutto quel tempo trascorso in Questura”, ha detto Marazzita, “servisse agli inquirenti per intimorirla. Forse si aspettavano che alla fine crollasse e dicesse «il mostro di Firenze sono io»”. L’avvocato ha aggiunto che qualche giorno fa la suora era stata derubata per strada della borsetta nella quale c’era la sua agenda. "Ovviamente questo non vuol dire che ci siano legami con la perquisizione", ha concluso.[…]
Cercavano, gli inquirenti, il "tesoro" che il contadino di Mercatale ha affidato alla religiosa. Si tratta di 150 milioni in buoni postali e libretti di risparmio intestati a Pacciani e alla moglie che sarebbero stati versati tra l’80 e l’85, il periodo in cui il mostro compì sei duplici omicidi. Con gli accertamenti su quel capitale gli uomini della squadra mobile fiorentina cercano di verificare se esiste nel giallo del mostro un misterioso personaggio che avrebbe pagato per far commettere i delitti e per assistervi. Da una prima analisi sui documenti sequestrati, risulterebbe che le somme di denaro sarebbero state versate in contanti e frazionate presso uffici postali di Mercatale, della Rufina e di Firenze.

Oltre ad appunti, agende, memoriali e lettere, fu sequestrato il discreto gruzzolo, intestato a Pacciani e famiglia, di 157,890,039 lire, corrispondenti a 81,543 euro nominali e 116 mila circa rivalutati a oggi (2017). Discuteremo tra breve della possibilità che quel danaro fosse stato frutto di oneste o nascoste attività, adesso interessa dimostrare che gli inquirenti avevano cominciato a metterlo in relazione a un eventuale compenso per la vendita dei feticci almeno quattro mesi prima della “lettera spontanea” di Lotti, e come si vede da quel che si legge nell’articolo, è proprio così. D’altra parte lo ammette lo stesso Giuttari quando inserisce nel libro citato i propri sospetti in coda al resoconto della perquisizione.
A questo punto ci sono tutti gli elementi per interpretare in modo “malizioso” l’accenno al “dottore” di Giancarlo Lotti, del quale avevano appena scritto Fornari e Lagazzi nella nota perizia che lo riguardava: “ha capito molto bene cosa si attendono da lui i magistrati”. Non è difficile immaginare che il presunto pentito fosse venuto a conoscenza della questione del tesoretto di Pacciani e dei sospetti degli inquirenti sull’eventuale commercio dei feticci, fossero stati loro a dirglielo durante un interrogatorio, come già era accaduto in precedenza per altri argomenti, o ne avesse letto lui stesso sui giornali. Per continuare a meritarsi lo status privilegiato di collaboratore di giustizia ecco dunque che regalò ai suoi interlocutori la figura del “dottore”, che poi, a parere di chi scrive, costituì anche il vero motivo della scrittura della lettera. Ma non è questa la sede per esaminare in modo critico il documento, a parere di chi scrive tutt’altro che il parto della mente di un oligofrenico, come dozzinalmente viene spesso interpretato.
Dopo le rivelazioni di Giancarlo Lotti sul “dottore”, immediatamente Canessa aprì un fascicolo nuovo a carico di ignoti per la ricerca dei presunti mandanti degli omicidi, il 3212/96/44: era l’avvio ufficiale della pista esoterica.

I soldi di Pacciani. Sono noti i ragionamenti di Giuttari sul patrimonio di Pacciani, ben cristallizzati nei suoi libri più che negli atti dei processi. E se il racconto di Lotti sul “dottore” non ha nulla di credibile, quei ragionamenti sono del tutto sbagliati. Per dimostrarlo iniziamo dalla supposta correlazione tra date dei delitti e investimenti del contadino, sulla quale Giuttari insiste molto. La prima delle operazioni sospette è l’acquisto di una casa effettuato il 30 settembre 1979 per 26 milioni di lire in contanti, una somma notevole per i tempi, secondo l'ex investigatore non giustificata dal patrimonio lecito dell’individuo. Forse è così, ma la prima escissione sarebbe avvenuta quasi due anni dopo, quindi non esiste alcun legame diretto tra i due eventi. Insomma, non era certo stato il “dottore” visto da Lotti, o un suo tristo collega, a tirar fuori quei soldi in cambio di un feticcio che non aveva ricevuto.
Negli anni successivi Pacciani, in vari momenti, aveva comperato buoni postali, come ci racconta ancora Giuttari ne Il Mostro mettendo in evidenza le date:

Oltre all'entità delle somme, mi colpiscono subito le date: i primi sono del 18 giugno 1981, gli ultimi del 26 maggio 1987. Tra le due date, gli altri acquisti sono avvenuti ogni anno. Un particolare interessante è che nel 1984, a differenza degli altri anni, aveva acquistato un solo buono, un altro che alcuni risultano acquistati poco prima o poco dopo uno dei delitti del "mostro". Ci sono operazioni eseguite il 18 giugno 1981 (un delitto era avvenuto il 6 giugno), il 12 marzo, il 26 aprile, il 10 agosto e il 2 ottobre 1982 (il 19 giugno c'era stato un altro delitto), il 9 luglio e il 10 settembre 1983 (la notte del 9 settembre erano stati uccisi i due giovani tedeschi).

Tra tante date ci sarebbe da meravigliarsi se almeno una non fosse caduta poco dopo un delitto, come nel caso di Scandicci. Ma dopo quello di Calenzano non c’era stato alcun particolare investimento, mentre Giuttari sembra non ricordare che nel 1982 e 1983 non si erano avute escissioni, quindi non si comprende che cosa sarebbe stato pagato a Pacciani in quel periodo. Lascia poi del tutto sconcertati l’ipotesi, riportata anche in sentenza, che l’individuo avesse acquistato i buoni postali “disseminandoli tra i vari uffici del circondario (Mercatale, Montefiridolfi, San Casciano, Cerbaia e Scandicci), chiaramente per tener nascosta tanta provenienza di denaro, non sicuramente di fonte lecita”. Valutazioni del genere sono giustificate soltanto da un’infinita cultura del sospetto: se Pacciani i buoni li aveva tenuti tutti assieme in casa, dove erano stati trovati nel 1992 da Perugini, per poi darli in custodia ai Carabinieri appena entrato in carcere e infine a suor Elisabetta, per nascondere la prova di proventi illeciti quale differenza avrebbe potuto fare averli sottoscritti in un ufficio piuttosto che in un altro? Una spiegazione plausibile per un comportamento sospetto soltanto in apparenza potrebbe essere la volontà, comune a molte persone, di non rivelare a estranei (gli impiegati degli uffici postali) l’entità del proprio patrimonio, anche per paura di perdere la qualifica d’indigente di fronte alle istituzioni, dalle quali il furbo contadino riceveva sussidi e aiuti finanziari.
Ultimo dato da valutare è l’acquisto della casa di via Sonnino, il 30 giugno 1984, per un prezzo dichiarato di 35 milioni di lire. Ma l’escissione di Vicchio sarebbe avvenuta un mese dopo, quindi anche in questo caso non esiste alcuna correlazione diretta tra i due eventi. A meno di non pensare a qualche anticipo, ma allora ogni ipotesi diventa possibile, basta che porti verso la ricostruzione che si vuole dare per buona. Come quella di possibili ricatti di Pacciani ai propri mandanti, proposta in effetti da Giuttari nel libro, che però avrebbe avuto un senso soltanto dopo l’ultimo delitto, e quindi non spiegherebbe in ogni caso gli investimenti degli anni senza escissioni.
Piuttosto, ammesso e non concesso che i soldi risparmiati da Pacciani fossero troppi per le sue entrate note, con quale certezza si può escludere che non avesse goduto di introiti ulteriori, ad esempio da lavori in nero? La miglior dimostrazione di questa semplice ipotesi è l’acquisto della prima casa nel 1979, ritenuto da Giuttari non giustificabile con la situazione patrimoniale ricostruita, ma risalente a due anni prima della prima escissione. In qualche modo Pacciani quei soldi doveva pur esserseli procurati, e come quelli, perché no, poteva essersi procurato anche i successivi.

La vera entità del patrimonio. Ma non è ancora finita, poiché si può facilmente dimostrare che la sbandierata enorme entità del patrimonio di Pacciani è frutto di errate e interessate supervalutazioni (calcoli analoghi ai successivi sono già stati pubblicati qui). Si legge in “Compagni di sangue: “Questa disponibilità finanziaria e patrimoniale equivale, secondo i calcoli presentati nel processo da un legale di parte civile, ad una cifra attuale di circa 900 milioni di lire”. In realtà si trattava di 157 milioni e rotti in buoni e libretti postali e due case, diventati 900 milioni in seguito a un’errata attualizzazione al marzo 1998, momento del calcolo dell’avvocato (Patrizio Pellegrini). Stimare il valore delle due case nel 1998 è fuori dalla portata di chi scrive, ma si possono attualizzare a quell’anno i loro prezzi d’acquisto, dei quali è nota la parte dichiarata, e ai quali si può aggiungere una cifra in nero di circa un terzo, come prassi all’epoca. Ai valori ottenuti si applica poi la rivalutazione monetaria utilizzando una delle tante pagine Internet.
  1. Casa di Piazza del Popolo, acquistata il 30 settembre 1979, prezzo dichiarato 26 milioni, prezzo reale presunto 35, prezzo attualizzato al 31 marzo 1998: 141 milioni di lire;
  2. casa di via Sonnino, acquistata il 30 giugno 1984, prezzo dichiarato 35 milioni, prezzo reale presunto 47, prezzo attualizzato al 31 marzo 1998: 92 milioni di lire;
  3. patrimonio mobiliare, 158 milioni al 3 luglio 1996 (momento del sequestro), rivalutati al 31 marzo 1998: 162 milioni di lire.
Abbiamo quindi un patrimonio totale al 31 marzo 1998 di 141+92+162=395 milioni di lire. Si aggiunga pure altro valore alle due case in seguito alle ristrutturazioni eseguite in proprio da Pacciani, giammai però ci si potrà neppure avvicinare alla mirabolante cifra di 900 milioni, la quale quindi costituisce una clamorosa esagerazione.
Per dare una valutazione pratica dell’entità del risparmio totale di Pacciani, proviamo adesso a calcolare quale cifra mensile in euro odierni l’individuo avrebbe dovuto mettere da parte dal momento in cui era uscito di prigione nel 1964 e aveva iniziato a lavorare. È necessario prima effettuare una rivalutazione del patrimonio a oggi e convertire il tutto in euro. Si ottengono 545 milioni di lire corrispondenti a poco meno di 282 mila euro. La cifra andrebbe decurtata del guadagno effettivo degli investimenti, costituito dal differenziale tra tasso di rivalutazione applicato e interessi realmente percepiti sulle cifre investite, notoriamente altissimi sui buoni postali del periodo. Per semplificare supponiamo un valore di puro risparmio di circa 260 mila euro. Avrebbe potuto Pacciani metter via un importo del genere in 34 anni, da quando era uscito di galera nel 1964? Certamente sì, bastava risparmiare 637 euro di oggi per ognuno dei 408 mesi del periodo, una cifra non certo astronomica per un soggetto taccagno all’inverosimile come lui notoriamente era. E anche prudente e furbo a far ben fruttare il proprio danaro, che fin dal 1964 aveva investito nei convenienti e sicuri buoni postali.
A parte gli ultimi anni di carcere, dove in ogni caso metteva via tutti i pur modesti guadagni, Pacciani aveva sempre lavorato. Calcolare le sue entrate è difficile, è però certo che le basse remunerazioni rendicontate da Giuttari non rispecchiano il dato reale, poiché quel che i contadini vendono in modo diretto non viene certo dichiarato. In più, a partire dal 1973, Pacciani aveva percepito una pensione mensile del valore di 900 euro attuali, e dal 1979 anche la moglie. Nel 1981 una causa di lavoro gli aveva fruttato 10 milioni di lire. Altre entrate note sono gli stipendi delle figlie, di circa 600 euro attuali, per tre anni una, per un anno l’altra, e l’affitto della casa di via Sonnino, ma si può scommettere che ce n’erano state altre per un soggetto che faceva mille lavori.
Alla fin fine non pare davvero che Pacciani avesse avuto bisogno di vendere i macabri feticci per mettere assieme il proprio discreto patrimonio. E senza questo tassello fondamentale l’intero scenario di mandanti ed esecutori perde di consistenza, se mai ce ne fosse stato bisogno, tanto assurdo è già di per sé stesso.