martedì 31 ottobre 2017

Il biglietto del maresciallo Fiori

L’argomento della misteriosa segnalazione anonima che avrebbe consentito agli inquirenti di collegare il delitto di Signa a quelli successivi è stato affrontato numerosissime volte, nei libri e sulla rete. È il caso di segnalare gli ottimi articoli usciti sul blog “Storia del Mostro di Firenze” di Omar Quatar – qui, qui e qui – che illustrano la materia in modo chiaro ed esauriente, senza sbilanciarsi troppo di fronte alle numerose incertezze, come del resto è consuetudine per l’autore, che preferisce più illustrare e commentare la documentazione piuttosto che azzardare interpretazioni personali. Per propria inclinazione naturale, chi scrive è invece più portato a superare le incertezze attraverso un ragionamento di probabilità, contando sul fatto che quando un’ipotesi è molto più probabile delle altre è quasi sempre anche quella vera, soprattutto se si armonizza con uno scenario generale di altre ipotesi anch’esse molto probabili. 
In questo articolo la materia verrà trattata con il taglio appena illustrato, scontando purtroppo inevitabili ripetizioni nella citazione dei documenti rispetto agli articoli dell'amico Omar. Vedremo che la segnalazione anonima ci fu, la recente scoperta di un documento inedito da parte del sempre benemerito lavoro dell’avvocato Vieri Adriani lo comprova senza dubbio alcuno, ridimensionando il valore di alcune interviste dove si affermava il contrario e che pretendevano di aver messo la parola fine sull'importante argomento. Il che porta a conseguenze assai significative per l’intera vicenda.

L’inizio della pista sarda. È ormai noto a tutti che gli inquirenti si accorsero soltanto dopo il delitto di Baccaiano, il quarto fino ad allora, che nel 1968 a Signa aveva sparato la medesima pistola usata dal Mostro. Ecco come il giudice istruttore Mario Rotella, subentrato nell'aprile 1983 a Vincenzo Tricomi, racconta nella sua celebre sentenza (1989) l’inizio di quella che sarà presto denominata “pista sarda”:

Venuta meno la pista ‘Spalletti’ […] le indagini non avevano un filo conduttore. Questo filo sarebbe stato offerto dal ricordo del m.llo Fiori, in servizio presso il Comando Gruppo Carabinieri di Firenze, e nel 1968 alle dipendenze della Compagnia di Signa. Egli rammentava al comandante del Reparto Operativo, T.Col. Dell’Amico, che in quell’anno dirigeva il Nucleo Investigativo dello stesso Gruppo, che nel 1968, appunto, era stata uccisa una coppia in Castelletti di Signa a colpi di pistola. L’arma non era mai stata rinvenuta. Un colpevole era stato trovato in persona del marito della donna uccisa, per quanto se ne sapeva condannato dalla Corte d’Assise di Firenze nel 1970.
Effettuati opportuni riscontri, si accertava che il condannato, Stefano Mele, aveva subito tutti i gradi di giudizio ed uno di rinvio a Perugia. Il G.I. dell’epoca, avvertito, disponeva il recupero del fascicolo processuale. Intorno al 20 di luglio del 1982 esso si trovava sul suo tavolo. Allegati al fascicolo erano, per fortuita e inspiegabile combinazione, i bossoli e i proiettili rinvenuti dopo il duplice omicidio. Disposta comparazione, già a livello informale si accertava l’identità dell’arma adoperata nel 1968 e 1982.
Il giudice avvertiva il p.m.. La notizia veniva tenuta segreta per necessità imprescindibili delle indagini. 

Molti giornalisti sapevano, ma per tre mesi e mezzo rispettarono la consegna del silenzio, e le forze dell’ordine ebbero modo di effettuare con tranquillità le loro indagini. Soltanto ai primi di novembre iniziò a comparire qualche velato accenno a una nuova pista, favorito da alcune frasi allusive pronunciate in una conferenza stampa da Tricomi (“La Città”, 5 novembre 1982): “Prima eravamo completamente al buio, davanti a noi c’era un muro di milioni di persone ciascuna delle quali poteva essere l’assassino. Adesso invece abbiamo delle facce. Ora abbiamo motivo di essere un pochino più ottimisti”. Il successivo mandato di cattura spiccato per il delitto di Signa contro Francesco Vinci, in carcere con un pretesto già da tre mesi, fu come un libero tutti, del quale i primi ad approfittarne furono Giorgio Sgherri e il suo giornale, “L’Unità”, che il 7 pubblicò la notizia in prima pagina.


E probabilmente proprio questa partenza nascosta fu la causa principale dei misteri iniziali della vicenda, che vedono nella semileggendaria figura del maresciallo Francesco Fiori, spesso erroneamente indicato come Fiore, il loro cardine. Senza giungere all’esagerazione di Nino Filastò, il quale addirittura arrivò a sospettare che tale personaggio neppure fosse mai esistito, non comparendo il suo nome in alcun atto ufficiale delle indagini del 1968, non sembra per nulla sicuro che la scoperta del clamoroso collegamento possa essere attribuita ai suoi soli ricordi.

Il ritaglio. Voci sull’esistenza di un messaggio anonimo circolarono assai presto. Già nell’articolo di Sgherri si parlava di “alcune lettere anonime” che “facevano riferimento a 5 e non a 4 duplici omicidi”, per merito delle quali gli inquirenti erano andati “a rispolverare il fascicolo sulla tragica fine di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco”. Due giorni dopo anche Franca Selvatici, su “La Città”, scrisse che “un autore anonimo ricordò agli inquirenti di un duplice omicidio avvenuto sei anni prima di quello di Borgo San Lorenzo”, ripetendosi sulla stessa testata in almeno due altre occasioni (1983 e 1984).
Negli anni successivi le voci, ben lontane dallo spegnersi, trovarono il loro propalatore e interprete nel compianto Mario Spezi. Nel libro del 1983 Il Mostro di Firenze il giornalista aveva sposato la tesi dei ricordi autonomi del maresciallo Fiori, ma poi nel 1988 così ne scrisse in Delitti in Toscana:

Per molto tempo, e ancora oggi, è stata accreditata la tesi che un maresciallo dei carabinieri, il maresciallo Francesco Fiore, che era di stanza a Signa nel '68, si sarebbe ricordato del vecchio delitto e che anche allora l'assassino aveva usato una pistola Beretta calibro 22 mai ritrovata. […] Ora, secondo una voce che non ha mai trovato conferma ufficiale e che fu per la prima volta riportata da chi scrive queste pagine, arrivò nel giugno 1982 un biglietto anonimo alla caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti a Firenze. L'autore del messaggio invitava gli inquirenti ad andare a rivedere le carte del vecchio processo d'appello per i fatti del '68, celebrato, per complesse ragioni procedurali, a Perugia anziché a Firenze. […]
La storia del biglietto anonimo, come si è detto, non è stata mai confermata ufficialmente. E tuttavia, per la prima volta, chi scrive può dire quale fonte gliela rivelò: il giudice istruttore Vincenzo Tricomi, il magistrato che all'epoca si occupava dell'indagine sul mostro. Il giudice Tricomi mi aggiunse un particolare grave: quando chiese di vedere il biglietto, gli fu risposto che era irreperibile. Quel biglietto, insomma, non esiste più. Imperdonabile distrazione di un carabiniere o ipotesi molto più preoccupante?

Quale poteva essere l’ipotesi molto più preoccupante? Forse quella di un carabiniere che aveva scritto il biglietto e poi lo aveva fatto sparire per paura di essere scoperto? In questo caso Spezi avrebbe preceduto di molti anni Filastò nel sospettare di un Mostro appartenente alle forze dell’ordine.
L’anno dopo Mario Rotella si sentì in dovere di smentire le voci, scrivendo nella sua sentenza:

Nel 1983 tutti coloro che, tra i carabinieri del gruppo di Firenze, avevano contribuito alla scoperta del precedente sono stati escussi e taluni, nuovamente, negli anni successivi. Da ultimo, in questo 1989, si è ritornati incidentalmente sull'argomento, in rapporto ad atti rinvenuti nel fascicolo del Nucleo Operativo della Compagnia di Prato (cfr: fascicolo 'Parretti' in vol. 7K), ed alla possibilità, smentita in maniera assoluta dagli accertamenti, che la notizia del precedente del 1968 fosse stata ottenuta diversamente, per esempio attraverso una confidenza.
Analogamente non ha nessun fondamento che sia pervenuto al G.I. dell’epoca un [biglietto] anonimo, nel quale fosse menzionato in relazione agli omicidi delle coppie, il precedente di Signa.

A giudicare dallo scritto, di gran peso vista la sua collocazione entro un atto ufficiale, sembra proprio che la notizia della segnalazione anonima fosse fasulla. In ogni caso Mario Spezi, che conosceva bene la sentenza Rotella avendone tratto ampi suggerimenti per i propri articoli e libri, continuò a sostenere la propria versione, arricchendola sempre un po’ di più. Ad esempio, in un articolo de “La Nazione” del 2 novembre 1994 – senza firma, ma di sicuro da lui scritto o almeno ispirato – in cui si affrontava l’argomento delle lettere anonime nell’ambito del processo Pacciani:

L'anonimo più importante è quello del giugno 1982, di cui non resta traccia. Ed è proprio la sua scomparsa, assieme al suo inquietante contenuto, ciò che lo rende più interessante. Giunse allora ai carabinieri un biglietto sul quale era scritto: “perchè non andate a vedere il processo d'appello a Stefano Mele celebrato a Perugia?”. [...]
Si potrà facilmente obiettare che di questo biglietto non c'è traccia nel processo. Benissimo: eppure ne parlò in maniera estremamente chiara il giudice istruttore Vincenzo Tricomi. Tricomi disse di aver letto quel biglietto e aggiunse che quando lo richiese ai carabinieri di Borgo Ognissanti gli fu risposto: “il biglietto è andato smarrito”. Perché Tricomi non è mai stato ascoltato nel corso del processo? Così si depistarono le indagini deviandole sulla cosiddetta pista sarda per ben quattro anni.

Incidentalmente vale la pena notare come Spezi non avesse ancora maturato la successiva ferrea convinzione che proprio all’interno della pista sarda fosse da ricercarsi il Mostro, anzi, vedeva nel biglietto anonimo un riuscito tentativo di depistaggio.
Nel libro Toscana Nera  del 1998 il giornalista ribadì la propria versione aggiungendovi un particolare importante: la frase di invito a indagare sarebbe stata vergata su un ritaglio di giornale in cui si parlava del delitto del 1968.

Siamo in grado di rivelare che gli investigatori furono informati da un biglietto anonimo, probabilmente inviato dal mostro stesso. In quel biglietto – anzi un ritaglio di giornale in cui si parlava dell’uccisione di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco era scritto: “Perché non andate a rivedere il processo d’appello per i fatti del ’68 che si svolse a Perugia?”
Incredibilmente il messaggio, custodito nella caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti, si perse. La procura della Repubblica di Firenze negò che fosse mai esistito.
Ma il giudice Vincenzo Tricomi, tuttora in servizio, lo ebbe in mano e ci ha autorizzato a confermarne l’esistenza.

Finalmente nel 2006 Spezi scrisse la sua versione definitiva, riempiendone varie pagine del libro Dolci colline di sangue, dove è anche riportata la scena nella quale Tricomi gli avrebbe raccontato del ritaglio.

Me lo raccontò lo stesso giudice Vincenzo Tricomi, il magistrato che aveva visto quel ritaglio. Era il giorno di una solenne cerimonia, l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Nell'aula più grande di cui la magistratura fiorentina dispone erano riuniti, avvolti nelle loro severe toghe nere e scarlatte bordate di ermellino, quasi tutti i magistrati della zona. Durante una pausa, il giudice istruttore Vincenzo Tricomi uscì in un corridoio per fumare una sigaretta e lì incontrò un altro incallito fumatore come me. Chiacchierammo per un po' del più e del meno, e poi io, credendo di poter approfittare della circostanza che il magistrato fino a pochi mesi prima si era occupato del Mostro, portai lentamente il discorso sul caso. Parlammo del delitto di Montespertoli, l'ultimo, e a un tratto chiesi al giudice, senza una vera ragione: “Ma davvero fu solo per la memoria del maresciallo Fiori che vi accorgeste che le pallottole del 1968 erano le stesse degli altri delitti?” […]
“Macché! Può anche essere che quel maresciallo si sia ricordato del delitto del '68, ma la verità è che ricevemmo un'informazione precisa”.
“Un'informazione? E da chi? Che tipo d'informazione?” lo incalzai, annusando una notizia clamorosa.
“Arrivò un biglietto”, riprese Tricomi per nulla agitato “un biglietto anonimo, scritto in stampatello. Anzi, la scritta era su un vecchio ritaglio di giornale che parlava dell'omicidio del '68. Si leggeva: Perché non andate a rivedere il processo di Perugia contro Stefano Mele?” […]
“E dov'è ora quel biglietto?” balbettai, troppo eccitato per la notizia appena ricevuta.
“Non c'è. Non c'è più. Scomparso.[…] Lo richiesi tempo fa ai carabinieri che lo avevano ricevuto, ma dopo un po' mi risposero che, nonostante le ricerche fatte, il biglietto non si trovava più.”[…]
Di quel messaggio, nessuno tra gli inquirenti aveva fatto cenno. Come se non ci fosse mai stato. La notizia che pubblicai su La Nazione a qualcuno sembrò inventata. Tanto che ai giornalisti che domandarono al giudice Piero Luigi Vigna se fosse davvero esistito, la risposta parve una smentita.
“Agli atti”, replicò il procuratore, “non esiste alcun biglietto del genere.”
Io, invece, mi ero fatto rilasciare una dichiarazione scritta da Tricomi, che ho sempre, con la quale mi confermava la storia.

La dichiarazione scritta di Tricomi. In virtù di alcuni elementi in esso contenuti – Montespertoli ultimo delitto, cerimonia di inaugurazione anno giudiziario sempre svoltasi a gennaio – l’episodio va collocato nel gennaio 1983. Purtroppo al momento non è disponibile in rete e a chi scrive la pagina de “La Nazione” dove Spezi avrebbe pubblicato la notizia, si presume in quello stesso mese. Forse nell’articolo potrebbe trovarsi la riprova dell’autenticità del racconto. Che ne Il Mostro di Firenze del 1983 Spezi avesse riportato la versione ufficiale dei ricordi del maresciallo Fiori potrebbe anche spiegarsi con l’esigenza di evitare inopportuni contrasti con la versione ufficiale.
D’altra parte il giornalista sosteneva di essersi fatto rilasciare una dichiarazione scritta da Tricomi, ostentando quindi massima sicurezza che ben difficilmente si sarebbe potuto ritenere fasulla. In effetti il documento fu rintracciato a casa sua, il 7 aprile 2006, durante una perquisizione domiciliare effettuata nell’ambito delle note vicende giudiziarie che lo riguardarono. La notizia emerse nel 2010, nella sentenza Micheli, dove si leggono queste frasi riportate dalla richiesta di rinvio a giudizio di Mignini:

Vi è da dire che, alla luce di una dichiarazione del Dr. TRICOMI del 15.01.02, rinvenuta nel corso della perquisizione domiciliare all’imputato MARIO SPEZI, probabilmente nell’inverno 1982 il Maresciallo FIORI si presentò da lui con un ritaglio di giornale che riferiva della condanna definitiva del MELE a Perugia e gli chiese se fosse possibile acquisire il procedimento.

In tempi recenti è venuta alla luce una scannerizzazione del documento stesso, visibile qui sotto.


15.01.02 In ordine all'episodio di cui mi si chiede, premesso il notevole lasso di tempo sbiadito ed incerto ogni ricordo, posso dire di ricordare che presumibilmente nell'inverno 1982, venne il Maresciallo Fiore con un ritaglio di giornale di cui ignoro di come e con quale modalità erano venuti in possesso i carabinieri che riferiva della conferma della condanna in sede definitiva avvenuta a Perugia. Mi chiese se era possibile acquisire il processo e io lo ritenni del tutto possibile.
Vincenzo Tricomi.

Come si vede c’è qualcosa che non torna rispetto a quanto si poteva intendere leggendo Dolci colline di sangue. La dichiarazione non è del 1983, ma successiva di ben diciannove anni (in compenso però è del 15 gennaio, tre giorni dopo la cerimonia di inaugurazione di quell’anno giudiziario nell’aula bunker di Firenze). Si potrebbe pensare che Spezi, all’atto della progettazione del suo futuro bestseller, avesse pensato bene di consolidare quanto il giudice gli aveva svelato oralmente anni prima, a scanso di equivoci e smentite, senza avvertirne il lettore. Un peccato veniale, insomma. Di sicuro più grave è il fatto che nel documento non c’è alcun cenno a una lettera anonima, o comunque a un’imbeccata venuta dall’esterno, mentre si menziona il ritaglio di giornale, che avrebbe riguardato non la notizia del delitto, ma quella della condanna definitiva di Stefano Mele pronunciata a Perugia.
Per venire incontro alle affermazioni contenute nel libro di Spezi, che rimangono comunque poco rispettose del proprio lettore, si può notare che il giudice collocava la consegna del ritaglio da parte di Fiori, del quale peraltro sbagliò il cognome,  nell’inverno 1982, circostanza di sicuro errata, visto che il collegamento con Signa era del luglio. Quindi forse, a distanza di tanto tempo, i suoi ricordi erano davvero sbiaditi, come del resto lui stesso aveva premesso.

Il cittadino amico. Aggiungiamo un ulteriore tassello alla vicenda. Sulla sentenza Rotella si legge che il fascicolo di Signa sarebbe giunto sul tavolo di Tricomi “intorno al 20 di luglio del 1982”. Guarda caso, proprio quel giorno venne pubblicato su “La Nazione” questo trafiletto dal titolo “Un appello dei carabinieri per il mostro”:

Un appello è rivolto dal comando del nucleo investigativo dei carabinieri di Borgo Ognissanti a una persona che ha dato più volte il suo contributo anonimo all’indagine sui delitti del maniaco perché si rimetta in contatto con loro. L’uomo, che nella sua ultima lettera si è firmato “un cittadino amico” e che ha scritto tre volte affermando di non rivelare la sua identità per non essere preso per mitomane, dovrebbe fornire di nuovo la sua collaborazione, magari anche solo telefonando al nucleo investigativo.

A segnalare la grande importanza del trafiletto fu il mitico forumista De Gothia, che lo mise al centro di uno scritto, il noto “La notte del cittadino amico”, scaricabile qui, nel quale si lanciava in un’azzardata interpretazione di depistaggio.
Il lettore converrà che la coincidenza di date non può essere casuale. Un pubblico appello dei carabinieri a un mittente anonimo non è certo cosa di tutti i giorni, quindi che esso fosse stato disposto proprio nel momento in cui si era appena scoperto il clamoroso collegamento con Signa non può voler dire altro che le tre lettere in questione proprio di quello avevano trattato. Ci si potrebbe chiedere però come potesse essere stata possibile una reazione così rapida alla scoperta che l’anonimo aveva ragione, poiché il testo dell’appello doveva essere stato trasmesso al giornale almeno il giorno precedente a quello di pubblicazione, il 19 quindi, mentre il fascicolo di Signa sarebbe pervenuto nelle mani di Tricomi “intorno al 20”.
Di recente è emerso il documento con il quale il giudice aveva chiesto il fascicolo al tribunale di Perugia, e la cui lettura consente di trovare la spiegazione.

17 luglio 1982
Oggetto: Omicidi di varie coppie avvenuti nel circondario di Firenze negli anni 1974/81/82
Per motivi di giustizia attinenti alle indagini in corso sugli omicidi in oggetto indicati, prego trasmettermi con massima urgenza e possibilmente tramite sottufficiale del Reparto Operativo CC di Firenze latore della presente, il fascicolo relativo al duplice omicidio di Barbara Locci nei Mele e Antonio Lo Bianco avvenuto il 22.8.1968 in agro di Signa (FI) e per il quale è stato precessato Mele Stefano. Tale giudizio in sede d'appello è stato celebrato presso codesta Corte d'Assise d'Appello a seguito di remissione della Corte di Cassazione che aveva annullato la sentenza emessa nello stesso grado dalla Corte d'Assise di Firenze. Tale giudizio di remissione è stato celebrato presumibilmente nel 1972-73 in quanto la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna della Corte d'Assise d'Appello di Firenze, nella prima decade del febbraio 1972. In uno al procedimento mi si vorrà trasmettere anche il Corpo di Reato onde effettuare le comparazioni balistiche tra i bossoli repertati in occasione dell'omicidio Locci/Lo Bianco con quelli repertati nei duplici omicidi commessi in Firenze e in oggetto indicati.

Se non quello stesso 17, almeno il 18 una gazzella dei carabinieri doveva essere partita alla volta di Perugia, con una richiesta di massima urgenza da soddisfare attraverso lo stesso latore. Quindi al massimo il 19 luglio 1982 i bossoli di Signa dovevano essere entrati nella disponibilità dell’ufficio istruzione di Firenze. Ci si può immaginare con quale fretta fosse poi stato chiesto un parere balistico, con cui, scrisse Rotella, “già a livello informale si accertava l’identità dell’arma adoperata nel 1968 e 1982”. A quel punto una telefonata a “La Nazione” e il trafiletto era pronto per essere pubblicato il giorno dopo, e cioè il 20.
Va notato che l’appello dei carabinieri al “cittadino amico” parla di tre lettere, e di “alcune lettere anonime” aveva scritto Giorgio Sgherri il 7 novembre 1982, come Franca Selvatici nel 1983. Quindi ci dovette essere stato qualcosa di più, o almeno di diverso, rispetto al chiacchieratissimo ritaglio di giornale di Spezi. Qualcosa però che sembra sia stato cancellato, sia dagli atti sia dalla memoria dei protagonisti.

Le interviste del 2012. Sul portale “CN-Cronaca-Nera.it” è stata pubblicata un’intervista a Tricomi, risalente al 2012, nella quale il giudice, ormai in pensione, ribadisce quanto dichiarato nello scritto in possesso di Spezi (vedi).

Devo precisare che dopo quel delitto fui io personalmente a disporre l’invio di fonogrammi ai vari Comandi dei CC e polizia di ricerca per eventuali casi di duplice omicidio con modalità simili. Un giorno venne il Maresciallo Fiori con un vecchio articolo di giornale inerente il caso del delitto del 1968 chiedendomi se sarebbe stato opportuno approfondire la questione. Ovviamente disposi il “recupero” del fascicolo che stava a Perugia ed il Maresciallo se ne occupò assieme al Colonnello Olinto Dell’Amico.

A successiva specifica domanda Tricomi afferma di non ricordare il modo in cui il ritaglio era pervenuto nelle mani di Fiori, come nulla ricorda dell’appello dei carabinieri al “cittadino amico”. Anzi, con l’accenno all’invio di fonogrammi per la ricerca di altri casi di duplici omicidi l’ex giudice sembra voler suggerire che la “scoperta” di Fiori fosse legata proprio alla sua iniziativa.
In un altro articolo del medesimo portale (vedi) è stata pubblicata una testimonianza dello stesso Fiori, che nel 2012 era da tempo deceduto, rilasciata di fronte a Rotella, Vigna e Canessa in data 28 novembre 1986.

Dal 1960 al 1969 prestavo servizio a Signa, presso la tenenza dei CC, nel settembre/ottobre del ‘69 sono passato alla compagnia di Firenze fino al 1974, successivamente tornai a Signa fino al 1979 e poi di nuovo a Firenze sino al congedo avvenuto il 27.5.1986. Avevo seguito il caso sul delitto di Signa, accompagnando il Maresciallo Ferreri all’Istituto dove era ospitato il bambino Natalino Mele. Nei giorni dell’omicidio non ero presente a Signa perché in ferie. Dopo il delitto del 1982, parlando con l’appuntato Piattelli Ugo, che era in servizio a Signa nel 1968, venne fuori il ricordo del duplice delitto del 1968. Più precisamente, ricordammo che in quella località fu compiuto un duplice omicidio ai danni di una coppia di amanti in atteggiamenti amorosi in auto con un’arma da fuoco.

A seguire viene poi riportata una dichiarazione di Ugo Piattelli, interpellato sull’argomento.

Confermo l’episodio descritto dal Maresciallo Fiori e ricordo che avemmo una discussione circa l’anno dell’omicidio, lui ricordava il 1964, mentre io sostenevo che si trattava del 1968. Assieme ci recammo dal Colonnello Dell’Amico che seguiva le indagini, il quale rinvenne un fascicolo personale, non so a quale persona implicata nella vicenda appartenesse. Dell’Amico informò subito il G.I. Dr. Tricomi, che dapprima contattò il perito balistico dell’epoca e poi fece richiesta alla Cancelleria della Corte d’Appello di Perugia e successivamente a quella di Firenze per l’acquisizione degli atti processuali.

Piattelli aggiunge però altra confusione, poiché non parla del ritaglio di giornale, anzi, sembra ignorarne l’esistenza quando racconta la discussione sull’anno del delitto, che non avrebbe avuto senso di fronte al ritaglio.
Per “CN-Cronaca-Nera.it” le dichiarazioni di Tricomi e Piattelli, più il documento del 1986 sottoscritto da Fiori, sarebbero la dimostrazione definitiva che non ci sarebbe stata alcuna imbeccata dall’esterno nella scoperta del collegamento tra Signa e i duplici omicidi successivi. Una conclusione un po’ troppo precipitosa, che sorvola sull’appello al “cittadino amico”, e che viene contraddetta da un documento molto sui generis, ma non per questo privo di valore.

Il Brigadiere Ricci. Nel noto forum “Il Mostro di Firenze”, durante una discussione sui misteri dell’inizio della pista sarda, il 2 ottobre 2011 un utente iscritto da tre giorni con il nick “Ricci”, fece questo primo clamoroso intervento:

Mi è stata segnalata questa discussione da D., un ragazzo che qui dentro credo abbia scritto qualcosa. Mi presento per dirvi ciò che so sulla segnalazione anonima che ricollegò il delitto di Signa a quelli del mostro nel 1982. In quel periodo, fino al 1987, ero appuntato a Borgo Ognissanti e nonostante non mi occupavo in prima linea del mostro ho avuto la possibilità di seguire da vicino quell’indagine. Non so se sono il primo carabiniere a dirlo ma il ritaglio di giornale con spillato un biglietto che diceva di revisionare il processo Mele arrivò veramente all’inizio di luglio del 1982, credo preceduto da altri due biglietti (questi però io non li ho visti) arrivati in caserma alcuni giorni prima che accennavano più genericamente al delitto del 1968. Fu Fiore il primo ad avere fra le mani il pezzo di giornale mandato da un anonimo perché era lui che smistava le segnalazioni che arrivavano sul mostro. Fiore lo mostrò anche a me oltre che a tutti quelli della caserma che non erano in vacanza estiva. L’articolo era del 1968 e parlava del delitto della Locci ma non era (come dicono tanti) del processo del 1974 a Mele tenutosi a Perugia. Era solo il biglietto allegato scritto a macchina che parlava del processo Mele (dicendo di andare a rivederlo), ma l’articolo di giornale era del 1968 e questo me lo ricordo senza margine di errore.
Oltre alla mia memoria escludo inoltre che la condanna definitiva al Mele sia mai finita su un qualsiasi giornale. Una notizia del genere per un delitto d’apparenza così poco importante non finiva su un giornale 6 anni dopo l’omicidio per la sola notizia della condanna dell’autore e questo lo dico per l’esperienza professionale che mi ha portato ad avere sotto mano tanti giornali anche degli anni 60 e 70.
Quello del ritaglio di giornale con il biglietto anonimo ricordo che diventò il segreto di pulcinella del periodo a cavallo fra il 1982 e il 1983, se ne parlava fra le righe ma mai ufficialmente perché la versione da tenere era quella del ricordo di Signa del Maresciallo Fiore (grande uomo d’Arma e molto spiritoso). Ho letto che qualcuno crede che invece non ci fu nessun anonimo ma (come dicono tanti vecchi inquirenti) il collegamento con Signa fu al cento per cento opera dei Carabinieri, ma non è vero perché le cose andarono come scrivo di seguito. Quando arrivò il giornale col biglietto si credette probabilmente di avere chiuso il caso perché l’assassino non poteva altro che essere uno degli amici o parenti del Mele e la roba dell’anonimo fu buttata via dopo pochi giorni perché si pensò non serviva più. Dell’Amico e altri decisero (questo probabilmente me lo disse Fiore stesso) di non rivelare la notizia del collegamento fatto grazie all’anonimo perché altrimenti i giornali avrebbero scritto di tutto e di più e, soprattutto, le segnalazioni anonime che facevano perdere tempo (per esempio quelle dei mitomani) sarebbero aumentate esponenzialmente una volta rivelato che una dritta anonima si era rivelata utile.
Credo che chi mandò quel messaggio anonimo era qualcuno che voleva dare un aiuto sincero alle indagini e non il mostro in persona. Saluti dal Brigadiere Ricci.

È difficile nutrire dubbi sull’autenticità della testimonianza, tanto il linguaggio  appare spontaneo e la narrazione del tutto plausibile, mentre ha poco senso vedere un individuo qualsiasi che prepara un intervento così ben congegnato soltanto per prendere in giro i partecipanti a un forum. Non sfugga poi al lettore l’accenno ad “altri due biglietti arrivati in caserma alcuni giorni prima che accennavano più genericamente al delitto del 1968”, in completo accordo con quanto scritto nell’appello al “cittadino amico”, del quale il sedicente Ricci sembra essere all'oscuro.
Un altro elemento interessante è l’affermazione che il ritaglio di giornale avrebbe riguardato un articolo del 1968, in contrasto con lo scritto di Tricomi del 2002, dove si legge invece che l’argomento sarebbe stato quello della “conferma della condanna in sede definitiva avvenuta a Perugia” di Stefano Mele. Ma il giudice ricordava senz'altro male, poiché nella sua richiesta del fascicolo Mele inviata al tribunale di Perugia si legge: “Tale giudizio di remissione è stato celebrato presumibilmente nel 1972-73, in quanto la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna della Corte d’Assise d’Appello di Firenze nella prima decade del febbraio 1972”. Quindi Tricomi non conosceva la data esatta della condanna di Stefano Mele, dal che si deduce che il ritaglio di giornale che gli aveva consegnato Fiori non riguardava quel processo.
Il sedicente brigadiere Ricci fu subito aggredito da chi voleva saperne di più, ma le sue repliche furono soltanto due, dopodiché non scrisse più nulla. Purtroppo la maggior parte dei forumisti non capirono l’importanza dell’intervento, e alcuni non furono neppure troppo diplomatici nel manifestare il loro scetticismo. Dato il possibile alto valore della testimonianza vale la pena riportare integralmente anche le successive domande e risposte, nelle quali Ricci dimostrò un’ottima conoscenza di alcuni particolari affatto banali della vicenda.

Forumista: Hai mai sentito parlare di un appello fatto tramite il quotidiano La Nazione ad un certo "Cittadino Amico" che un forumista che si chiama De Gothia pensa si riferisse proprio al segnalatore anonimo di Signa? In tal caso, non pensi invece che questo appello potesse riferirsi a qualcos'altro, tipo a colui il quale mandò dei messaggi anonimi con la storia della B di Babbo nell'autunno inverno '81-'82? Eppure anche quelle erano lettere arrivate alla caserma di Borgo Ognissanti, ne parla anche Spezi nel suo libro dell'83...
Ricci: Ho letto il documento di De Gothia che sicuramente coglie nel segno riguardo alla prova dell’esistenza del messaggio anonimo anche se non condivido molte sue considerazioni personali riferite al possibile tranello che l’anonimo che portava a Signa aveva in mente. L’appello del 20/07/1982 sulla nazione si riferiva senza dubbio all’ignoto anonimo di Signa, quello non ci piove perché come già detto Fiore aveva parlato del giornale e il biglietto a tutta la caserma e forse a tutti i suoi amici e le voci girano in fretta. A quei tempi non c’era un coordinamento unico delle indagini, o meglio c’era ma - non so se mi spiego - ogni carabiniere o poliziotto era abbastanza libero di indagare per gli affari suoi perché il caso colpiva tutti molto. Fu sicuramente uno fra le varie decine di forze dell’ordine che sapevano dell’anonimo ad avere l’idea di individuare il mittente di Signa provando a lanciare quella specie di appello sulla nazione. Non so dire chi fu (magari non era neanche uno di Borgo Ognissanti) ma non ci voleva una potenza e un abilità speciale per contattare un giornalista proponendogli la cosa. Credo anche che questo appello passò abbastanza inosservato io infatti nel 1982 neanche lo notai. Quello che ricordo bene fu che da fine luglio 1982 tutti cercarono il più possibile di tenere riservato il modo con cui si era arrivati a Signa. I motivi li ho già scritti nel mio intervento precedente e inoltre c’era una nuova fase d’indagine che stava per partire, cioè la pista sarda che fu indagata e seguita il più possibile in silenzio almeno fino alla notizia dell’arresto del Francesco Vinci.
Le lettere della b sono una cosa diversa di qualche mese prima. Erano delle lettere di circa sei mesi prima il collegamento con Signa dove si diceva che il mostro sceglieva i posti dove uccidere seguendo la parola babbo, ma quello che mandò quelle lettere era un mitomane perché già allora la cosa non tornava e non venne presa sul serio dal segnalarla come appello sul giornale. Se le b di Borgo e Baccaiano potevano starci non ci stava la a di Arrigo, perché il posto era Mosciano e Arrigo era solo la via, Via dell’Arrigo appunto. L’arma non è quella che si racconta in certe barzellette e già allora si capì che mescolando le località, le vie e i comuni si potevano formare infinite parole. Era un periodo quello dove arrivavano decine di lettere anonime al giorno credo che un fine settimana ne arrivarono addirittura 57. Molte di quelle lettere erano sicuramente più interessanti di quelle del babbo, se queste sono rimaste nella memoria è solo per il libro dello Spezi. Inoltre se l’appello del 20/07/1982 si riferiva all’autore della b di babbo quell’appello doveva contenere almeno un riferimento temporale di sei mesi prima, altrimenti quello della b di babbo non poteva capire che si voleva entrare in contatto con lui. Sicuramente dunque l’appello sul giornale fu un primo tentativo senza seguito di individuare l’anonimo che segnalò Signa.

In questo primo scambio viene affrontato l'argomento del “cittadino amico”, in certe discussioni in rete intrecciato a quello di un mitomane di qualche mese prima. Come si vede Ricci dimostrò di avere le idee ben chiare sulla questione.

Forumista: Perché sia Dell'Amico, sia Tricomi, ma anche la Della Monica e Vigna non ammetterebbero questo episodio della segnalazione anonima dopo più di vent'anni se così fosse?
Ricci: Dopo tanti anni si tende a dire la versione che si è ripetuto di più ma che non necessariamente è quella vera soprattutto perché si parla di stimati professionisti che quando non dicono esattamente come andò la vicenda lo fanno a fin di bene. Comunque Dell’Amico, Tricomi, Vigna e la Della Monica sono quattro persone che hanno avuto un ruolo diverso in questa storia e credo sia utile dire le differenze di ruolo di queste persone. Dell’Amico per il suo ruolo primario nell’Arma che indagava decise in accordo con il giudice Tricomi di dare un ufficialità al collegamento con Signa. Una volta distrutta ogni traccia del collegamento anonimo (forse fu un errore ma con il senno del poi è troppo facile a dirsi) questo è come se non fosse mai esistito dunque sarebbe poco saggio ad anni di distanza dire che ci fu l’anonimo quando niente può più provarlo. I giornali che hanno pubblicato per anni la notizia del messaggio anonimo fin dal 1982 non sono mai stati smentiti dagli inquirenti come anche i resoconti di Spezi nei suoi libri. Proprio nel primo libro dello Spezi, quello del 1983, gli fu detto di puntare su un altra segnalazione anonima meno rilevante come quella di babbo perché rivelare dell’anonimo di Signa con la pista sarda in pieno corso poteva essere un azzardo. Insomma a volte il silenzio è un segno di assenzo e chi vuole capire capisca. Vigna e la Della Monica hanno conoscenza dell’anonimo di Signa solo per ciò che gli ha riferito l’Arma ed è quindi inevitabile che la loro versione dei fatti sia quella della scoperta interna all’Arma ad opera di Fiore. Un pm serio come le persone in questione giudica ciò che sta agli atti e non deve interessarsi ad altro.

Si può notare che nella risposta Ricci dà spiegazione plausibili anche sul perché Mario Spezi, nel libro del 1983, sposò la versione ufficiale.

Forumista: Chi sarebbe allora questo segnalatore anonimo?
Ricci: Penso qualcuno dell’Arma o della Polizia che non si occupava del mostro ma seguiva lo stesso la vicenda per passione o per dare un aiuto e poiché aveva scoperto che quello di Signa ricordava i delitti del mostro voleva aiutare le indagini. Qualcuno che magari prestava servizio in un altra provincia toscana non di competenza e voleva dare un aiuto senza mettersi in mostra.
Forumista: Qual'è la tua idea in generale sul mostro?
Ricci: Il delitto del 1968 è stato commesso da più persone almeno 4 o 5 senza volontà maniacali. Fra queste persone c’è anche il futuro mostro ma preferisco non aggiungere altro.

Qui arriviamo alle convinzioni personali, e a parere di chi scrive risulta molto poco convincente quella di un carabiniere che scrive una lettera anonima ad altri carabinieri! Riguardo il possibile Mostro, è chiaro che Ricci pensa a Salvatore Vinci, come in genere tutti i suoi colleghi d’arma.

Forumista: Le sembrerebbe una prassi normale, come brigadiere dell'Arma, "buttare" una segnalazione anonima che si è rivelata corretta e veritiera?
Ricci: Non credo si può parlare di prassi perché trovare una lettera anonima utile su dei delitti in serie è una situazione che non era mai capitata prima in italia e forse non è più capitata neanche dopo. Essendo un eccezione i più influenti decisero che una volta scoperto di Signa il giornale e il messaggio non servivano più a prescindere dalle future verifiche. So che oggi sembrerà un grave errore ma bisogna entrare nella mentalità di quel periodo. Bisogna poi tenere presente che il Francesco Vinci viene incarcerato verso metà agosto 1982 e senza l'accusa formale di essere il mostro. Quello che voglio dire è che si capì subito che quella lettera poteva essere decisiva ma non si comprese bene quale poteva essere il suo valore materiale una volta che l'indagine si concentrò interamente sui sardi delle famiglie Mele e Vinci o una volta finita l'indagine sulla pista sarda.
Forumista: Come sarebbe arrivato il biglietto in caserma? Era in una busta affrancata? Spedita da dove e indirizzata a chi?
Ricci: Il giornale del 1968 con il biglietto spillato e scritto a macchina da scrivere era dentro una busta francobollata senza mittente ma con destinatario il nucleo dell'Arma di Borgo Ognissanti. Non penso si è mai verificato da dove proveniva, credo che una verifica del genere si fece solo per il pezzo di seno inviato alla Della Monica.

La scoperta di Vieri Adriani. Arriviamo finalmente a quella che al momento è l’ultima puntata della intricata vicenda. Ce ne riferisce Omar Quatar nel terzo dei suoi tre articoli (vedi). In un recente convegno (Pistoia, 8 settembre 2017) l’avvocato Vieri Adriani, sulla cui serietà non è lecito nutrire dubbi di sorta, ha riferito dell’esistenza di un documento, datato 20 agosto 1982, con il quale Silvia Della Monica, all’epoca PM titolare delle indagini assieme al collega Adolfo Izzo, rivolgeva la seguente richiesta al Nucleo Operativo Carabinieri di Firenze:

Il giudice istruttore del tribunale di Firenze dottor Vincenzo Tricomi segnalava a questo ufficio l’importanza di una lettera anonima. Questa lettera indirizzata alla scrivente e trasmessa per indagini a codesto reparto, la quale evidenziava come i duplici omicidi commessi dal Mostro fossero cinque, non quattro, richiamando l’attenzione su un episodio analogo avvenuto in passato in altra località della provincia.
Questo ufficio ritiene indispensabile al fine delle ulteriori indagini concernenti l’identificazione dell’autore dell’anonimo rientrare in possesso dello scritto potendosi presupporre che esso sia attribuibile a persone a conoscenza dell’identità del vero assassino. Facendo seguito pertanto a passate sollecitazioni verbali, si prega di voler procedere a pronta trasmissione.

La registrazione video del convegno su menzionato è disponibile qui, con l'inizio dell'intervento sulla lettera anonima a 1:10:17. Vieri Adriani ha poi aggiunto che, a quanto a lui risultava, la lettera sarebbe effettivamente rientrata nella disponibilità di Procura e Ufficio Istruzione, ma soltanto qualche mese dopo.
Il documento conferma in modo inequivocabile che, dopo il delitto di Baccaiano, era arrivata nelle mani degli inquirenti almeno una lettera anonima nella quale si richiamava l’attenzione sul delitto di Signa. Tale lettera era stata indirizzata alla stessa Silvia Della Monica, la quale, evidentemente senza darle soverchia importanza, l’aveva affidata ai carabinieri affinché procedessero con le opportune verifiche, salvo richiederla indietro non appena gli eventi erano precipitati (si tenga presente che Francesco Vinci era stato arrestato cinque giorni prima della sua richiesta). Non sfugga al lettore il fatto che Giorgio Sgherri, nel suo futuro articolo, avrebbe scritto di “riferimento a 5 e non a 4 duplici omicidi”, esattamente come risulta dal documento in questione.
È chiaro che la rivelazione di Adriani conferma indirettamente anche quanto risultava dall’appello dei carabinieri al “cittadino amico”, e cioè il fatto che le lettere anonime erano state tre. Con un pizzico di fantasia si potrebbe immaginare che l’anonimo mittente ne avesse inviate prima due, indirizzandone una ai carabinieri di Borgo Ossignanti e l’altra alla Della Monica, e poi una terza con dentro il ritaglio di giornale ancora ai carabinieri. Merito del maresciallo Fiori dovrebbe quindi essere soltanto quello, ma non è poco, di aver intuito l'importanza della segnalazione.

Suggestioni e interpretazioni. Che dietro l’anonimo mittente ci fosse stato il Mostro è ben più di una fondata ipotesi, è una logica certezza. Chi altri avrebbe potuto essere? Certamente non si trattava di un cittadino qualsiasi illuminato da una felice intuizione, il quale avrebbe sì potuto desiderare di rimanere anonimo, ma non si comprende il perché avrebbe scritto ben tre lettere al posto di una sola ben argomentata. Poi è poco credibile che un cittadino qualsiasi fosse arrivato a intuire quanto non avevano intuito né investigatori né giornalisti. In realtà doveva trattarsi di un individuo a conoscenza del destino della pistola, e per questo in qualche modo coinvolto nelle vicende del 1968. Ma al quale non interessava contribuire alla cattura del Mostro, poiché in questo caso non si sarebbe limitato a un sibillino suggerimento, per di più dopo aver lasciato che venissero uccise otto persone prima di farsi vivo.
In realtà l’anonimo mittente non poteva essere che qualcuno interessato a far partire la pista sarda, e che da quella partenza aveva tutto da guadagnare e niente da perdere; quindi proprio il Mostro: anni di inutili indagini durante i quali l'individuo sarebbe rimasto libero di uccidere stanno lì a dimostrarlo. Data per valida questa ipotesi, si aprono vari scenari, alcuni dei quali è bene escludere a priori.
Va escluso innanzitutto qualsiasi scenario che non preveda l’uccisione di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco da parte di Stefano Mele e complici e addebiti al Mostro anche quel delitto. Nonostante i disperati tentativi di chi ha inteso risolvere in questo modo l’eterno enigma del passaggio della pistola, rimangono del tutto insuperabili gli indizi che coinvolgono Mele nel duplice omicidio, e assieme a lui qualcun altro. D’altra parte in uno scenario del genere tornerebbe poco anche la storia delle lettere anonime, che dovrebbero essere interpretate come una specie di rivendicazione da parte del Mostro. Come a dire, se otto vi sembrano pochi sappiate che ne ho fatti fuori dieci. Ma allora perché non mandare il messaggio già l'anno prima e direttamente alla stampa?
Va poi escluso qualsiasi scenario che preveda la sostituzione dei bossoli nel fascicolo di Signa. Con questa ipotesi si lascerebbe il delitto del 1968 a Mele e compagni, svincolandolo dai successi opera invece del Mostro. In sostanza si sarebbe trattato di un depistaggio effettuato dal Mostro stesso, che avrebbe messo dei bossoli suoi al posto di quelli originali per poi avvertire gli inquirenti con le lettere anonime e metterli quindi su una falsa pista. A parte la difficoltà di introdursi in un ambiente di tribunale e quella di sostituire in modo plausibile anche i proiettili deformati, torna poco la fortuna del Mostro di aver avuto sottomano un delitto da taroccare molto simile ai propri, così poco usuali, non troppo lontano né nel tempo né nello spazio.
A proposito di depistaggi, è bene spendere qualche parola sulla mancata distruzione dei bossoli e dei proiettili del 1968, prevista dalla legge a giudizio consolidato, nella quale in molti hanno voluto vedere chissà quali retroscena. Ecco quel che ne pensava Micheli:

Il fatto che quei reperti si trovassero ancora dopo otto anni non può seriamente sorprendere, ove la realtà delle cose si valuti non solo con “la mente critica dell’operatore del diritto”, ma soprattutto con il buon senso di chi ha un minimo di pratica di uffici giudiziari: siamo veramente convinti che ad ogni provvedimento di confisca di un bene sequestrato faccia seguito una esecuzione immediata? O non siamo piuttosto abituati a vedere locali dove i corpi di reato rimangono giacenti e dimenticati, come pure fascicoli dove un reperto resta tranquillamente spillato con i punti di una pinzatrice senza che nessuno si faccia carico di regolarizzarne l’iscrizione?

Per logica va anche escluso qualsiasi scenario che veda il Mostro far parte dei sospettati del 1968. Già l’aver continuato a uccidere con la medesima arma di allora appare un comportamento di un’imprudenza unica, per di più sarebbe stato lui stesso ad avvertire gli inquirenti che non se ne erano accorti da soli. Assurdo.
Alla fine lo scenario di gran lunga più plausibile è quello di un individuo che era entrato in possesso della pistola del 1968 senza aver avuto nulla a che fare con quel delitto e senza che i personaggi allora indagati o comunque coinvolti nulla ne avessero saputo. E lui nulla avrebbe avuto da temere da una riapertura delle indagini, anzi, avrebbe avuto tutto da guadagnare, come in effetti fu. Ma allora, perché attendere i primi di luglio del 1982 per mettere gli inquirenti su quella falsa pista? Considerata la coincidenza di date, la spiegazione di gran lunga più plausibile è una sola: paura.
Il lettore sa bene che Paolo Mainardi fu portato in ospedale ancora vivo. Purtroppo il ragazzo era in coma irreversibile, e la mattina morì senza aver mai ripreso conoscenza. Tutti i giornali lo scrissero, ma subito dopo Silvia Della Monica ebbe l’idea di tentare un trucco, in accordo con alcuni giornalisti. Ecco quindi che il 22 giugno 1982 uscì la notizia di un’indiscrezione secondo la quale Mainardi, prima di morire, avrebbe fornito una traccia per catturare l'assassino.


La speranza era quella di indurre il Mostro, se non a costituirsi, a commettere qualche passo falso. Si trattò di un trucco tardivo e un po’ maldestro, ma nel quale l’assassino sorprendentemente cadde, decidendo di giocare in quel momento la carta di Signa. Tra l’altro su “La Nazione” del 23 comparve un articolo di Spezi proprio su Silvia Della Monica, destinataria di una delle tre lettere; quella stessa Silvia Della Monica che tre anni dopo, ormai fuori dal caso, avrebbe ricevuto la nota lettera con il frammento di seno. 


Entrambi i frammenti di giornale sono tratti dall'emeroteca di “Insufficienza di prove”.
Infine, a beneficio di chi non è troppo inquadrato nei propri pregiudizi, si riporta un passaggio dell’interrogatorio di Giancarlo Lotti del 26 aprile 1996:

Ho assistito anche all'omicidio di Baccaiano; ho visto la macchina dei ragazzi uccisi; c’è una strada che si sale ed a metà c’era questa macchina. Io fui costretto ad andare lì come per gli omicidi successivi. Anche quella volta io ero con la macchina mia e Vanni e Pacciani erano con quella del Pacciani. Il Pucci non c’era. Gliene ho parlato dopo io. Furono uccisi una coppia di fidanzati: io ero rimasto un po' più in giù. Sentii che sparavano dentro la macchina. Era Pietro che sparava. Non li aveva presi tanto bene e volevano uscire di macchina. Per me i due avevano riconosciuto le persone.

giovedì 15 giugno 2017

La dinamica di Giogoli

Il duplice omicidio del 1982 era avvenuto all’inizio dell’estate e con evidente improvvisazione, come se il Mostro avesse avuto fretta di uccidere, forse per lasciarsi il tempo di colpire ancora una volta dopo qualche mese, come aveva fatto l’anno prima. Il risultato però non era certo stato ottimale, anzi, aveva corso grossi rischi senza portare a termine l’azione per come avrebbe voluto. Nei mesi successivi potremmo pensare che si fosse preso una specie di pausa di riflessione, iniziando dalla rinuncia al secondo omicidio, se mai lo aveva preventivato. La sua prudenza continuò anche nell’estate del 1983, quando del resto, causa le sue stesse imprese, neppure le sue potenziali vittime si lasciavano andare facilmente a comportamenti pericolosi. Per questi e forse per altri motivi che non conosceremo mai arrivò settembre senza che avesse ancora trovato l’occasione giusta. Fino a quando non incontrò, molto probabilmente quasi per caso, un furgone con targa straniera.
Uwe Rush e Horst Meyer erano due amici tedeschi di 24 anni che stavano trascorrendo una vacanza avventurosa spostandosi e dormendo a bordo di un classico furgoncino Volkswagen Transporter, un mezzo che in quegli anni molti ragazzi come loro attrezzavano a camper. Secondo una testimone abitante in zona (vedi), da una settimana circa avevano scelto di parcheggiare per la notte dentro uno spiazzo erboso situato a fianco della via di Giogoli, una stretta strada asfaltata che portava dalla provinciale Volterrana fino a Scandicci, mentre durante il giorno se ne andavano in giro.
Rolf Reinecke era un cittadino tedesco come loro, abitante nel residence “Villa La Sfacciata”, il cui ingresso secondario si apriva a meno di un centinaio di metri dal luogo di sosta del furgone. Dopo essersi già avvicinato al mezzo al mattino e, a suo dire, aver dato una rapida occhiata all’interno senza accorgersi di nulla, nel tardo pomeriggio, attorno alle 19.30, si avvicinò ancora, scoprendo i fori di proiettile sui vetri e i ragazzi morti all’interno. Probabilmente ingannato dai lunghi capelli biondi di Uwe – ma per molti la sua scelta sarebbe stata consapevole – per la prima e unica volta il Mostro di Firenze aveva ucciso due maschi, nella buia notte di novilunio del giorno precedente, venerdì 9 settembre 1983.
L’intervento delle forze dell’ordine fu molto disordinato, con le gazzelle dei Carabinieri parcheggiate accanto al furgone e un esercito di uomini intento a calpestare il manto erboso prima dell’inizio dei rilievi. A loro volta questi furono molto approssimativi, e al solito condotti senza il minimo coordinamento sia dai Carabinieri sia dalla Polizia Scientifica, quasi che l’intento fosse più quello di esserci che di scoprire elementi utili. La confusione dei risultati sarebbe emersa in tutta la sua imbarazzante enormità durante il processo Pacciani, quando il presidente Ognibene si lamentò più volte ascoltando i racconti del personale intervenuto. È celebre la sua sarcastica battuta di fronte a una foto della scena del crimine affollata di agenti, durante la deposizione del sottufficiale dei Carabinieri che aveva condotto i rilievi: “Maresciallo, mancavano i brigidini e poi era la fiera all'Impruneta”. Al momento di redigere la sentenza il giudice non se ne dimenticò, inserendo queste amare osservazioni:

Lo scarsissimo coordinamento tra gli inquirenti, quando non anche l'agire slegato o, peggio, dissociato ed in contrasto tra loro, l'assoluta mancanza di un programma di intervento sui luoghi dei delitti, con la inevitabile invasione degli stessi da parte di sempre più numerose schiere di intrusi (sfaccendati, curiosi, cercatori di souvenir etc.) e la conseguente dispersione di eventuali prove, per non dire poi anche dei gravi errori, non solo di valutazione, commessi, trovano nella incredibile confusione presente sul luogo dove da poco erano stati rinvenuti uccisi i due ragazzi tedeschi, il punto della loro massima espressione.


Quasi sicuramente, anche se notizie al riguardo non sono note a chi scrive, la valigia e gli altri oggetti che nella foto sopra si vedono a terra furono tirati fuori dalle forze dell’ordine senza troppa cura.

La scena del crimine. Il furgone era stato parcheggiato nello spiazzo entrando di muso, quindi perpendicolarmente alla via di Giogoli, la coda distante sette metri circa dal ciglio della strada. Attorno viti, ulivi e sul fianco sinistro un basso muretto ricoperto da una siepe. I ragazzi avevano modificato il vano di carico fissandovi nella parte posteriore rialzata una pedana che sosteneva un materasso, e su questo sistemavano il necessario per dormire.


L’accesso era possibile attraverso una portiera sul lato destro, a due ante, davanti alla quale si apriva un piccolo spazio con a sinistra i giacigli e a destra un ripiano su cui erano sistemati i bagagli (non è ben chiaro se fosse stato presente anche un portellone posteriore). La cabina di guida e il vano di carico avevano come unico parziale elemento divisorio la spalliera del doppio sedile. Su ogni lato si aprivano quattro finestrini, uno grande sulla portiera anteriore, e tre più piccoli in corrispondenza del vano di carico, i primi due fissi e trasparenti, l’ultimo, vicino alla coda, leggermente basculante e quasi del tutto opacizzato, a parte una piccola striscia sul lato superiore. Il materasso si trovava sotto gli ultimi due.
Gli sportelli del vano guida e l'eventuale portellone posteriore furono trovati chiusi, mentre sull’anta destra della portiera laterale non esistono certezze. Le foto la mostrano aperta, il che però vuol dire poco, vista la confusione dei rilievi. D’altra parte esistono testimonianze contrastanti, come quella di Giovanni Nenci che alla mattina del sabato, verso le 7-7.30, l’aveva vista chiusa, e quella di Reinecke, per il quale sarebbe stata aperta (ma il comportamento di tale personaggio non fu troppo limpido, anche se nulla lo collegava al delitto). In ogni caso il particolare non è di apprezzabile rilevanza.
Sul lato destro si notavano due fori di proiettile, uno sul vetro del penultimo finestrino, che si era fittamente frammentato, uno sull’ultimo, rimasto invece integro. Sul lato sinistro ancora due fori sui finestrini omologhi, con vetri rimasti integri, e un terzo sulla lamiera oltre l’ultimo finestrino.


I cinque colpi che avevano forato vetri e lamiera erano stati tutti sparati dall’esterno verso l’interno, ma dei cinque bossoli corrispondenti ne furono ritrovati soltanto due: uno sul lato sinistro quasi sulla coda a distanza di 110 cm dal mezzo (contrassegno “1” nella prossima foto) e uno sul lato destro verso la cabina di guida, raccolto però quando il furgone era già stato rimosso e del quale non conosciamo in modo preciso la posizione. Altri due bossoli erano dentro il mezzo, uno sul sedile di guida e uno tra coperte e indumenti, a testimoniare l’esplosione di due colpi dall’interno. Pertanto, sommando questi ultimi due ai cinque esplosi dall’esterno, in totale il Mostro sparò almeno – ma quasi certamente anche soltanto – sette colpi.


Sull’erba, in corrispondenza del vertice sinistro del furgone, fu rinvenuta una grossa macchia di sangue, la cui origine era da ricercarsi nel trasudamento, attraverso il pianale, dalle ferite di Uwe, il cui corpo giaceva supino con la testa appoggiata proprio lì sopra. Dalla parte opposta del materasso, verso la cabina di guida, si trovava il corpo di Horst, in posizione bocconi con la testa girata verso destra.


Proiettili e ferite. La perizia balistica Arcese-Iadevito, scaricabile qui, elenca due proiettili completi e un grosso frammento, verosimilmente estratti dal corpo di Horst, due frammenti, uno di dimensioni solo poco minori del precedente e uno molto più piccolo, estratti probabilmente dal corpo di Uwe, infine un proiettile quasi completo ma molto deformato e un piccolo frammento di provenienza incerta, forse rinvenuti a bordo del mezzo. Tutti i proiettili erano del tipo a piombo nudo, come a Scandici, Calenzano e Baccaiano, a parte uno dei due completi estratti dal corpo di Horst che risultò invece del tipo ramato, come quelli di Borgo, dei quali forse la cartuccia era una rimanenza.
Su Horst Meyer furono riscontrate tre ferite d’arma da fuoco.


  • Ferita mortale (1), con proiettile entrato nel fianco destro con direzione dal basso verso l’alto e da destra verso sinistra e finito nel muscolo pettorale sinistro dopo aver attraversato fegato, cuore e polmone sinistro;
  • ferita non mortale (2) al gluteo sinistro, con proiettile diretto verso l’alto arrestatosi nella parete addominale;
  • ferita poco più che superficiale alla nuca (3), con proiettile recuperato tra cute e osso della scatola cranica; la direzione della traiettoria non risulta precisata, quindi la freccia in figura è soltanto indicativa.
Le ferite d’arma da fuoco su Uwe Rusch furono quattro.


  • Ferita di striscio alla coscia sinistra (4);
  • ferita alla mano sinistra (5), con proiettile entrato tra il pollice e l’indice e uscito dalla parte opposta sotto il mignolo, in corrispondenza della cosiddetta “eminenza ipotenar”;
  • ferita alla bocca (6), con proiettile entrato sul labbro superiore sinistro, un frammento del quale si fermò contro l’arcata dentaria retrostante;
  • ferita allo zigomo sinistro (7), unica mortale, con il proiettile che attraversò l’encefalo con direzione da sinistra verso destra e dal basso verso l’alto.
Azzardando una correlazione tra proiettili descritti nella perizia Arcese-Iadevito e ferite, si potrebbe ritenere che i due completi estratti dal corpo di Horst fossero quelli che lo avevano colpito al fianco destro e al gluteo sinistro, mentre il grosso frammento fosse quello che lo aveva colpito alla nuca, a parere di chi scrive di rimbalzo, vedremo il perché. Dei due frammenti associati a Uwe il più grosso, un proiettile quasi completo, potrebbe essere quello entrato nel cranio dallo zigomo sinistro, mentre il più piccolo potrebbe essere derivato dalla frammentazione contro la resistente arcata dentaria del proiettile che lo aveva colpito al labbro.

La dinamica. Rispetto ai casi precedenti, l’azione poneva problemi ben maggiori. Le vittime non si trovavano subito dietro il finestrino di uno stretto abitacolo, e per questa ragione del tutto impossibilitate a sottrarsi alla scarica di pallottole. Il vano di carico del furgone era molto più ampio, con bersagli più lontani e soprattutto potenzialmente mobili. In ogni caso, di fronte a condizioni assai più difficili, il Mostro dimostrò di averne fatta di strada, come sparatore, rispetto alla prova concitata e confusa di nove anni prima a Borgo San Lorenzo, conducendo un attacco tanto audace quanto efficace.
Come ci mostrano le foto, tra il materasso e la parete sinistra del vano di carico restava uno spazio libero nel quale i ragazzi avevano sistemato dei cuscini. Questo perché la loro posizione di riposo era trasversale, un po’ inclinata data la modesta larghezza del vano che non arrivava al metro e settanta, con i piedi vicini e le teste lontane a formare una “V”. L’autoradio fu trovata ancora accesa, quindi almeno uno dei due non dormiva. A questa certezza si aggiunge la probabilità quasi equivalente di una luce interna accesa, anche se i documenti noti non sembrano parlarne. Usando una torcia, infatti, per lo sparatore sarebbe stato quasi impossibile inquadrare adeguatamente i bersagli attraverso i piccoli finestrini laterali.
Considerando gli elementi soprastanti e la posizione dei cadaveri, possiamo presumere che al momento dell’attacco Horst stesse già dormendo o comunque fosse in procinto di addormentarsi, e che Uwe invece stesse leggendo, forse proprio quella rivista che l’assassino avrebbe trasportato all’esterno, lo vedremo. La scena che si presentò al Mostro affacciatosi ai finestrini del lato destro, ricostruita per ragioni pratiche su un normale letto di casa, dovette essere più o meno questa:


Il primo sparo, esploso dal penultimo finestrino, fu quello che colpì Horst al fianco, uccidendolo sul colpo e congelandone il corpo nella posizione in cui si trovava al momento. Il vetro si divise in minutissimi frammenti rimanendo in sede e oscurando del tutto la visuale. In precedenza, in situazioni analoghe, l’assassino aveva continuato a sparare almeno un altro paio di colpi, ma con un bersaglio molto più vicino e molto più facile da colpire a intuito. In questo caso preferì spostarsi a sinistra, sul finestrino accanto, da cui, guardando attraverso la stretta striscia trasparente in alto, sparò ancora contro Horst colpendolo al gluteo sinistro.


Sulla dinamica fin qui illustrata non esistono dubbi, poiché le due ferite al fianco e al gluteo di Horst sono compatibili soltanto con gli unici due colpi sparati dal lato destro, i quali del resto furono senz’altro i primi, poiché non dettero al ragazzo il tempo di compiere  alcun movimento. Il fatto che anche il secondo colpo fosse stato indirizzato verso di lui invece che su Uwe potrebbe spiegarsi con la subitanea reazione di questi, messosi con grande prontezza fuori tiro contro la parete destra, oppure e più facilmente con la volontà del Mostro di neutralizzare del tutto quella che riteneva fosse la minaccia più pericolosa, il maschio. In ogni caso, se non subito dopo il primo sparo, almeno dopo il secondo effettivamente Uwe dovette posizionarsi fuori tiro, costringendo l’assassino a spostarsi dalla parte opposta.
Sugli effetti di ognuno dei tre colpi esplosi dal lato sinistro poco si può dire. Il bersaglio era diventato Uwe, che cercava di non farsi inquadrare muovendosi carponi, come è testimoniato da alcune ferite abrase riscontrate sulla faccia anteriore della sua gamba e del suo ginocchio sinistri. Probabilmente anche qui il Mostro iniziò dal penultimo finestrino, dal quale si godeva della visuale migliore, spostandosi poi sull’ultimo opaco. Infine Uwe si addossò con le spalle all’angolo posteriore sinistro, portando testa e busto fuori tiro e inducendo il Mostro a sparargli alla cieca attraverso la lamiera. Era il quinto colpo. A questa fase concitata dobbiamo associare sia le ferite alla gamba e alla mano sinistre di Uwe, sia quella alla nuca di Horst, che per la posizione proprio sotto i finestrini fu dovuta a un proiettile di rimbalzo, come del resto si arguisce anche dalla scarsa penetrazione del singolo frammento poi estratto. Certo, un proiettile di rimbalzo che colpisce una vittima proprio alla nuca potrebbe sembrare una coincidenza eccessiva, ma così dev’essere per forza, poiché la parte era completamente irraggiungibile da un colpo diretto, data la sua posizione quasi addossata alla parete.
Il colpo sparato attraverso la lamiera fu tutto sommato inutile, e infatti il Mostro non insistette, e cercò un modo per entrare. Purtroppo per Uwe, che in caso contrario avrebbe anche potuto salvarsi, il portellone laterale non era bloccato. Forse non aveva la sicura, considerato che il vano posteriore non era adibito al trasporto di persone, forse i ragazzi avevano dimenticato d’inserirla, oppure lo avrebbe fatto Uwe prima di mettersi a dormire. In ogni caso il Mostro spalancò l’anta destra, inquadrò la testa del ragazzo appoggiata sul fondo e sparò due colpi in rapida successione. La prima pallottola colpì Uwe al labbro superiore, inducendolo a portare la testa un po’ all’indietro, da cui la traiettoria dal basso in alto della seconda, che lo colpì allo zigomo sinistro uccidendolo sul colpo.


Due maschi. Abbiamo già visto che il Mostro non mise mano al coltello, dopo aver finito di sparare. Evidentemente, una volta resosi conto di avere di fronte due maschi, il suo interesse cessò, poiché non c’erano né un pube né un seno da tagliare. Si può però ragionevolmente presumere che già durante la fase in cui gli sparava da fuori avesse capito che Uwe non era una ragazza, se non dalla barbetta – che portava, vedi qui – almeno dal torso nudo. Eppure non si fermò. L’equipe De Fazio fece al riguardo alcune interessanti considerazioni.

Nel corso di questa azione, ha avuto forse poca importanza il fatto che le vittime fossero entrambe di sesso maschile. Ciò non avrebbe tolto nulla all’eccitazione del momento, suscitata dal rinvenimento della vettura, alla quale l'omicida si è avvicinato probabilmente seguendo il richiamo della luce e della musica, mentre l'eccitazione in lui cresceva e lo spingeva ad agire. La dinamica dell'azione poi si è svolta con modalità che richiamano direttamente quelle del reato precedente, ossia dell'azione omicidaria gratificante di per sé, nell'ambito di un "gioco al bersaglio" reso più difficile dalla possibilità di movimento delle vittime designate, collocate in uno spazio meno ristretto di quello che offre una piccola auto, e quindi con maggiore possibilità di movimento e di occultamento, e con maggiori possibilità di dispersione dei colpi d’arma da fuoco, e quindi maggiori possibilità di insuccesso. […]
Va sottolineato, a questo punto, che secondo questa interpretazione i macabri rituali attuati in altri casi dall'omicida si collocherebbero in una posizione accessoria rispetto all'azione omicidaria di per sé che costituirebbe la principale motivazione psicologica (e sessuale) dell'omicida.

Del medesimo parere era Mario Rotella, come si può rilevare dalla sua sentenza:

Gli uccisi sono due uomini e, pur sussistendo un sospetto di relazione omosessuale tra loro (poi avallata da riscontri della polizia tedesca), non risulta minimamente che fossero in atteggiamento intimo al momento del fatto. […]
Tutto ciò significa che per l’omicida ha avuto maggior peso l’occasione d’uccidere due persone inermi, in circostanze favorevoli, che non una pulsione suscitata dal loro comportamento in intimità. […] Se ha seguito un richiamo sessuale, per aberrante che possa essere, esso appare secondario.

Il delitto di Giogoli conferma la mancanza di un vero movente di natura sessuale nei delitti del Mostro, come già la freddezza delle escissioni del 1981 aveva fatto sospettare. Una freddezza che oggi potrebbe anche favorire l’ipotesi di delitti su commissione volti unicamente alla ricerca del “feticcio”, che però proprio Giogoli consente di ridimensionare. Ci si deve chiedere, infatti, il perché le vittime prescelte non furono controllate con la dovuta attenzione, se lo scopo era quello di impadronirsi di parti sessuali di donna, per di più dopo già un tentativo fallito l’anno precedente, e soprattutto il perché l’assassino non si fermò appena scoprì di aver aggredito due maschi. Il delitto pare piuttosto opera di un individuo che effettuò una scelta in “zona Cesarini”, alla fine di un’estate in cui non era ancora riuscito a trovare la situazione giusta. Il non facile attacco a dei turisti stranieri chiusi in un furgone va dunque visto come una insperata opportunità colta in fretta, forse nel timore di una loro ripartenza improvvisa.

La rivista. Il giorno successivo a quello del rinvenimento dei cadaveri venne effettuata una ulteriore ricognizione dei luoghi adiacenti alla scena del crimine. Dietro il muretto che correva a sinistra del furgone fu rinvenuta tra l’erba una rivista pornografica, dalla quale erano state tagliate e accartocciate tre o quattro pagine, anch’esse gettate a terra. La distanza dal mezzo non era molta, e anche il tempo di permanenza all’aperto pareva breve, visto il buono stato della carta patinata ancora ben lucida: il reperto aveva qualcosa a che fare con il delitto?


L’ispettore della Scientifica che aveva effettuato i rilievi, Giovanni Autorino, nella sua deposizione al processo Pacciani parlò tra l’altro anche della rivista (vedi). A dire il vero i suoi ricordi parvero un po’ annebbiati, poiché se da una parte ne collocò la posizione a ridosso del citato muretto, dunque a pochi metri dal furgone, dall’altra affermò che ne distava “30, 35, 40 metri, 50 metri”. Il maresciallo dei Carabinieri Giovanni Leonardi (vedi) parlò invece di “una distanza di circa dieci metri dal furgone, dieci, quindici metri, se non ricordo male. Comunque nelle vicinanze, immediate vicinanze. Come potrebbe essere da qui al di là del tavolo.”.
Un altro elemento d’incertezza riguarda il numero: si trattava di una rivista soltanto oppure di alcune? Sempre secondo Autorino sarebbero state alcune: “in mezzo a questa vegetazione che noi osserviamo, sul terreno, erano sparsi vari fogli e riviste pornografiche, quasi tutti in lingua italiana; o quasi tutte, o tutte”. Il maresciallo dei Carabinieri Giuseppe Storchi così disse (vedi): “[…] mi sembra comunque che era una rivista - cioè una rivista, erano qualche foglio non è che poi erano molti - erano tre o quattro fogli, se ben ricordo”. D’altra parte l’unica foto pubblicata, e probabilmente anche la sola scattata, mostra un’unica rivista con accanto qualche foglio sparso.
Non abbiamo fatto una ricerca, diciamo, a largo raggio perché sicuramente ne avremmo trovate altre”, così dichiarò Autorino, convinto che il punto dove furono uccisi i ragazzi fosse frequentato da coppie in cerca d’intimità e che al di là del muretto si posizionassero solitamente dei guardoni, adusi a portare con sé e a lasciare sul posto delle riviste pornografiche. Ma se è possibile che ogni tanto qualcuna vi si fermasse, è indubbio che il luogo, situato in una zona piuttosto popolata, non offrisse la protezione richiesta da una coppia che voleva denudarsi. Una signora, abitante all’epoca nella vicinissima Villa La Sfacciata e chiamata a deporre al processo Pacciani (vedi), a domanda “era normale vedere delle coppiette che si appartavano in macchina?” rispose con un secco “no”. Tanto meno il posto si prestava a una frequentazione regolare di guardoni, notoriamente restii ad avvicinarsi troppo alle case per paura di essere scoperti. E in ogni caso i guardoni non vanno a osservare le coppiette portandosi dietro dei giornali pornografici, quelli se li sfogliano comodamente sul divano di casa oppure in bagno se non vivono da soli. Ma gli elementi che confutano la convinzione dell’ispettore Autorino non sono finiti, poiché la rivista era dedicata a un pubblico di omosessuali, che con i guardoni nulla hanno a che fare.

Tracce di culto satanico? Per dare un significato più convincente alla presenza di quel reperto, qualcuno cercò di esaminarlo con maggiore attenzione. Si trattava del numero cinque del periodico mensile “Golden Gay”, uscito in edicola nell’agosto del 1981. In ogni numero della serie era contenuto un fotoromanzo, pretesto per immagini molto forti di rapporti sessuali più che altro tra uomini, ma anche tra donne e tra uomini e donne, nel quale il protagonista, un agente segreto di nome Golden Gay facente parte di una organizzazione anch’essa segreta, difendeva la comunità omosessuale dai vari soprusi cui era sottoposta.
Anni dopo l’avvocato e criminologo Luca Santoni Franchetti, che rappresentava i familiari di alcune delle vittime al processo Pacciani, riconsiderò la presenza di quella rivista alla luce delle proprie convinzioni decisamente fuori dal coro. Al contrario dei suoi colleghi di parte civile, infatti, il professionista non credeva alla colpevolezza dell’imputato, ma riteneva che il responsabile, o piuttosto i responsabili, andassero ricercati nel gruppo degli assassini di Signa, e la rivista pornografica trovata a Giogoli rafforzava quella sua convinzione. Vale la pena ricordare, poiché su questo blog ancora non se n’è parlato, che dopo Baccaiano gli inquirenti avevano scoperto il collegamento con il delitto di Signa, e avevano messo in carcere Francesco Vinci accusandolo di essere il Mostro. In un articolo uscito su “Il Giornale” del 23 maggio 1994 veniva riportata la tesi di Franchetti, già espressa da occhiello, titolo e sommario:

Un indizio sottovalutato dagli inquirenti ed evidenziato da un avvocato fa ulteriormente vacillare le accuse a Pacciani. Un fumetto porta al vero mostro. Sul luogo di un delitto l’assassino aveva lasciato in evidenza una rivista pornografica. Il giornaletto porno racconta di un tribunale di incappucciati che designa una vittima e la uccide violentandola. C’è un nesso con i delitti del mostro? La rivista fu trovata accanto al camper dei due tedeschi trucidati nel 1983. Una pagina era sistemata come se quella immagine fosse oggetto di culto.

L’articolo rilevava prima di tutto la strana disposizione sul terreno delle pagine strappate, un altarino secondo Franchetti; poi raccontava la trama del fotoromanzo, cogliendo varie analogie con la vicenda di Francesco Vinci. Leggiamo sull’articolo:

Nel fumettone pornografico trovato accanto al camper tedesco la puntata narra che il Tribunale reagisce per difendere un gay accusato ingiustamente d’assassinio. E nel settembre ’83, quando il Mostro uccide i tedeschi, in carcere esattamente da un anno c’è come mostro di turno Francesco Vinci, uno degli amanti di Barbara Locci, la quale fu la prima ad essere uccisa nel ’68 con la Beretta e tutto il Mucchio selvaggio attorno.
“È - dice l’avvocato Santoni Franchetti - un messaggio troppo preciso per ignorarlo. Il giornale Golden Gay non poteva appartenere ai tedeschi poiché fuori commercio fin dall’81 e, per di più, in lingua italiana. Non poteva essere stato messo lì in precedenza, i fogli non avevano tracce di intemperie o di scolorimenti da sole. Perciò non può che averli messi lì il Mostro o qualcuno giunto con lui o subito dopo”. Un Tribunale segreto, suggerisce dunque Golden Gay. Ma anche un gruppo d’appoggio. Un Grande Esecutore. È uno scenario che, invece di incastrare Pacciani, riporta per direttissima, volenti o nolenti, al Mucchio Selvaggio del ’68 con un mostro coperto dal gruppo nei suoi alibi e movimenti. Forse persino aiutato direttamente nell’esecuzione?


Secondo Santoni Franchetti la rivista quindi sarebbe stata portata dall’assassino, o meglio dagli assassini, e sarebbe servita per mettere in piedi una specie di rappresentazione simbolico-teatrale. L’avvocato individuava in Salvatore Vinci, personaggio dalla sessualità multiforme e perciò in linea con i temi trattati da Golden Gay, un possibile protagonista dell’anomalo delitto, spalleggiato addirittura da un gruppo di complici.
È evidente che tutta questa teoria, in mancanza di riscontri obiettivi, appare soltanto come l’ennesima interpretazione fantasiosa di elementi che potrebbero essere interpretati in modo molto più semplice e logico.

Due povere vittime come le altre. Uwe Rush e Horst Meyer erano omosessuali, furono chieste informazioni sull’argomento alla polizia tedesca con esito positivo. Nell’Italietta degli anni ’80, ancora imbarazzata per i fenomenali passi avanti che il rispetto e la tolleranza verso ogni inclinazione sessuale avevano compiuto già da vent'anni, non si parlava volentieri di certi temi. E dunque che tra i ragazzi tedeschi ci fosse stato qualcosa in più di un’amicizia non veniva detto. Ma proprio la presenza di quella rivista dalle pagine ancora in buono stato, quindi gettata sul terreno da poco tempo, e quindi con molta probabilità proveniente dal furgone, costringe a prendere atto di una realtà della quale, per fortuna, oggi nessuno ha più motivo di vergognarsi. La vergogna è tutta di coloro che sono ancora dipendenti da schemi stereotipati ormai estranei al vivere civile.
Tuttavia, riguardo il numero 5 di Golden Gay, Santoni Franchetti faceva notare che era uscito in edicola due anni prima del delitto, quindi, a suo parere, non poteva essere stato acquistato dai ragazzi durante la loro vacanza. L’avvocato dimenticava però che per riviste di quel genere era normale che rimanessero grandi quantitativi d’invenduto a magazzino, smaltiti negli anni attraverso buste cumulative contenenti più numeri a prezzo ribassato, oppure come copie omaggio allegate ad altre pubblicazioni. Per evitare la messa in vendita al prezzo di copertina originale, tali esemplari venivano privati dell’angolo in alto a sinistra, proprio come mostra la foto di quello trovato vicino al furgone. Che il fotoromanzo avesse le didascalie in italiano non è granché significativo, dato il genere le immagini bastavano e avanzavano per renderlo interessante agli occhi di un appassionato anche straniero.
Infine il fatto che per staccare le pagine lasciate a terra accanto al corpo della rivista fosse stato usato un taglierino, o comunque uno strumento analogo, porta a vedere nell’artefice dell’operazione proprio il Mostro con lo strumento che non aveva potuto adoperare sulle vittime. A parere di chi scrive il ragazzo ancora sveglio stava sfogliando proprio quella rivista al momento dell’attacco, e per l’assassino il portarsela via assumeva il significato di un’istintiva ricerca di un compenso per la mutilazione mancata. Ma un rapido e non trattenibile sguardo alla luce della sua torcia gli svelò un contenuto indigesto, facendolo ulteriormente arrabbiare. Anche De Fazio sposò questa interpretazione: “occorre vagliare l'ipotesi che siano stati asportati dall'omicida all'interno della vettura delle vittime […] potrebbe poi averli abbandonati e stracciati, una volta accortosi del loro carattere omosessuale”.

L’altezza dello sparatore. In base all’altezza dei fori di proiettile su finestrini e carrozzeria del furgone, i periti dell’equipe De Fazio credettero possibile calcolare in modo approssimativo quella dello sparatore, con risultati però poco affidabili. Vediamo perché, cominciando a leggere le loro considerazioni:

Dalla perizia medico-legale si rileva che 4 dei 5 fori da proiettile di arma da fuoco rinvenuti nei vetri dei finestrini del pulmino distano da terra rispettivamente cm.137 (2) e cm.140 (2). La distanza da terra del foro sito nel vetro del finestrino anteriore dx. non ha potuto essere misurata in quanto durante il trasporto del pulmino molti dei frammenti di vetro si erano spaccati. Dalla documentazione fotografica relativa ad un momento in cui i frammenti erano ancora in sito si rileva che il foro in questione è ad altezza superiore rispetto a quello del vetro posteriore dx., distante da terra cm.140, ad una altezza deducibile di almeno 145 centimetri.
Va notato che i fori in questione sono ad una altezza abbastanza costante, quantomeno di cm. 137 da terra, ivi compreso il foro sulla carrozzeria, per il quale si può presumere non sia stata cercata dall'omicida una posizione "innaturale" di sparo (col braccio abnormemente rialzato), come in linea di ipotesi potrebbe essere avvenuto per gli altri colpi, sparati per il tramite dei finestrini, la cui altezza può condizionare giocoforza le posizione del braccio nel tiro. Il foro nella carrozzeria può rappresentare quindi un indice della posizione "naturale" di sparo dell'omicida, che teneva l'arma ad una certa distanza dalla carrozzeria (mancano segni di affumicatura e di polveri), con direzione lievemente inclinata in basso, tanto che, secondo la ricostruzione dei periti medico-legali, il proiettile, benché indirizzato all'Uwe Rush, è andato a colpire il gluteo sx. del Wilhelm Horst, all'incirca tra la metà e il terzo posteriore dell'asse longitudinale del pulmino. […]
Si può quindi ipotizzare che l'omicida abbia una statura considerevole, molto probabilmente superiore, e non di poco, a cm. 180.

Come si vede, il colpo più interessante per i periti era quello sulla carrozzeria, poiché lo ritennero esploso da una distanza notevole e soprattutto con il braccio disteso, visto che lo sparatore non doveva mirare avvicinandosi a un finestrino e quindi addurre il braccio in modo non valutabile. In più calcolarono una traiettoria dall’alto in basso, individuando nel gluteo di Horst la sua conclusione. La figura sottostante illustra lo scenario.


Poiché sono noti i segmenti AB (distanza del gluteo di Horst dalla lamiera), AD (altezza del gluteo di Horst dal terreno, BE (altezza del foro sulla carrozzeria), supponendo un certo valore per BC (distanza dello sparatore dal mezzo) si possono calcolare tutte quante le altre misure, in particolare CF, che è l’altezza della spalla dello sparatore (le mie troppo antiche reminiscenze di geometria non mi aiutano però a trovare la formula giusta, forse qualche lettore più fresco potrebbe suggerirmela).
La non esattezza della misura BC contribuisce all’approssimazione del risultato, che comunque i periti di Modena si sentirono di stabilire in almeno 180 cm. Salvo poi ricredersi al processo Pacciani, quando dovettero affrontare l’agguerritissima accusa, il cui colpevole poco si conformava alla figura di serial killer descritta nella loro perizia (vedi). Riguardo l’altezza, da diminuirsi di almeno una quindicina di centimetri, dichiararono di aver creduto erroneamente che il corpo di Horst si trovasse sul pianale, e di aver saputo soltanto al processo che era invece su una piattaforma rialzata. Per comprendere le conseguenze basta guardare la figura sopra: con BE costante, al crescere di AD diminuisce CF.
Si trattò evidentemente di un gioco delle parti, poiché è impensabile che i periti non avessero esaminato immagini simili a quelle che adesso girano in rete, dove si vede bene la piattaforma sulla quale i ragazzi avevano sistemato il materasso. In ogni caso i loro calcoli erano sbagliati in origine, poiché il colpo sparato attraverso la lamiera non poteva essere quello che aveva colpito Horst al gluteo sinistro, descritto in modo del tutto incompatibile da loro stessi:

un colpo in regione glutea sx., al quadrante superomediale, con tramite obliquo dal basso in alto e dall'avanti all'indietro, interessante il peritoneo posteriore, lo stomaco alla piccola curvatura, e proiettile ritenuto nello spessore della parete anteriore dell'addome.

Una descrizione similare è contenuta anche nella perizia Arcese-Iadevito:

un colpo d’arma da fuoco con foro d’ingresso in regione glutea sinistra e ritenuta a livello della regione epigastrica, con tramite, quindi, obliquo in alto, in avanti, e verso destra
 

Come si vede bene dalla freccia tracciata nell’immagine soprastante, il proiettile entrato dalla lamiera sul lato sinistro non avrebbe potuto percorrere il gluteo di Horst “dal basso in alto”, e non avrebbe certo potuto fermarsi nell’addome, dopo aver attraversato peritoneo e parte bassa dello stomaco. Quel colpo era stato sparato dal lato opposto del furgone, come abbiamo visto poc’anzi. Del resto non tornava neppure l’inclinazione della traiettoria verso il corpo di Horst, che si trovava a sinistra dello sparatore, il quale avrebbe dovuto colpire la lamiera obliquamente, con il rischio di non riuscire a forarla e soprattutto senza averne motivo. In realtà, indirizzando la canna della pistola in quel punto, mirava al bersaglio grosso di Uwe, nella speranza che il ragazzo fosse appoggiato con le spalle alla lamiera del furgone, riuscendo però a colpirlo, forse, soltanto di striscio alla coscia sinistra tenuta raccolta vicino al torace.

Una ragionevole valutazione. Premesso che qualsiasi calcolo rimane comunque di valore soltanto indicativo, date le inevitabili approssimazioni, a parere di chi scrive l’unico colpo dal quale si possa desumere una valutazione di massima dell’altezza dello sparatore è il primo, quello che attraversò il finestrino andato poi in frantumi e che colpì Horst al fianco destro. Gli altri furono esplosi in movimento, con il braccio più mobile e senza prendere troppo la mira, quindi la relativa posizione della pistola ha una significatività minore.
Nel momento in cui l’individuo si affacciò al finestrino, aveva di fronte dei bersagli immobili e ignari della sua presenza, quindi ebbe modo di inquadrarli mirando con relativa calma. La sua faccia doveva trovarsi a non più di trenta centimetri dal vetro, probabilmente anche meno, e il braccio corrispondente alla mano che impugnava la pistola doveva essere addotto, con l’altro appoggiato al mezzo a rendere più stabile la posizione.


In queste condizioni, nelle semplici prove condotte da chi scrive, il calcio dell’arma ha assunto una obbligatoria posizione orizzontale, come anche la canna e il braccio nel caso di un bersaglio posto ad altezza uomo. Via via che il bersaglio si abbassa la canna deve inclinarsi, e per mantenerla nei pressi degli occhi senza perdere la mira il gomito si alza, come nell’immagine soprastante in cui si è cercato di inquadrare il punto dove doveva trovarsi il fianco di Horst. Come si vede l’arma viene a posizionarsi più o meno all’altezza delle spalle, mentre l’altezza del punto d’impatto del proiettile sul vetro, che dipende anche dalla distanza della canna combinata con la sua inclinazione, si abbassa di qualche centimetro, in questo caso di un paio. A parere di chi scrive va esclusa una posizione dell’arma a cercare di mettere in linea la canna con occhi e bersaglio, quindi più in alto delle spalle, naturale a braccio teso ma non a braccio addotto, poiché troppo vicina alla faccia dello sparatore. Si potrebbe quindi concludere che l’altezza delle spalle del Mostro fosse di un paio di centimetri superiore a quella del foro prodotto dal primo sparo.
Purtroppo il vetro sul quale aveva impattato il primo proiettile – e che al suo passaggio si era fittamente frammentato – crollò al momento del trasporto del furgone in caserma, dove poi furono prese le misure esatte per gli altri quattro fori. Rimangono le immagini, tramite le quali De Fazio valutò un’altezza di “almeno 145 centimetri”. In più abbiamo la distanza dal bordo inferiore della cornice, presa da Autorino sul luogo quando il vetro era ancora in piedi: 20 cm. Il valore, molto probabilmente non noto a De Fazio, emerse in dibattimento al processo Pacciani, e lasciò traccia in sentenza:

Va precisato che per quel che riguarda il foro A i periti non sono stati in grado di indicare l'altezza effettiva da terra, poiché nel corso dell'affrettata rimozione del mezzo il vetro si era sbriciolato, disperdendo le tracce del foro del proiettile. Tale altezza è però determinabile esattamente in m. 1,50 partendo dalle uniche misurazioni fatte dalla polizia scientifica quella sera e riportate nel fascicolo dei rilievi tecnici. Infatti il foro B era situato a cm. 10 sopra la base del finestrino, mentre il foro A era collocato a cm. 20 sopra la base stessa. Poiché le basi dei due finestrini sono situate alla stessa altezza, come può vedersi dalle foto in atti, è evidente che il foro A era posto dieci centimetri più in alto dei foro B, e quindi a cm. 150 da terra, essendo quest'ultimo, come si è visto, posto a cm. 140 da terra.

Secondi i calcoli ritenuti validi dai giudici, quel foro era dunque a 150 cm di altezza. Nei loro ragionamenti c’è però un piccolo errore: rispetto al finestrino crollato, quello con il foro B posto a 10 cm dalla base era di tipo diverso, basculante, con il vetro circondato da una cornice metallica larga circa un centimetro e mezzo, come mostra l’immagine sottostante.


Questo fatto comporta un divario tra le due altezze dei fori rispetto al suolo non già di 10 cm ma soltanto di 8,5. Possiamo quindi stabilire per il foro scomparso un’altezza di 148 cm e mezzo, come abbiamo appena visto da ritenersi un paio di centimetri sotto quella delle spalle dello sparatore, che vanno quindi considerate alte 150,5 cm.
A questo punto introduciamo i valori normalmente accettati per le proporzioni medie di un maschio adulto.


La testa rappresenta un ottavo dell’altezza intera, il collo un terzo di un ottavo. Con semplici calcoli si arriva a determinare la quota totale di collo e testa, 1/6, quindi il resto, che poi sarebbe l’altezza delle spalle, vale 5/6. Conoscendo quest’ultimo valore, si determina facilmente l’altezza totale: 150,5 x 6 / 5 = 180,6 cm.
Secondo i calcoli appena fatti il Mostro era dunque alto poco più di un metro e ottanta, compresi i tacchi delle sue calzature. È il caso di ribadire ancora una volta che si tratta di un valore soltanto indicativo, il quale però non può essere diminuito troppo. Un individuo altro un metro e sessanta, ad esempio, sarebbe difficilmente compatibile. In ogni caso, se non altro per pura curiosità, il valore può essere confrontato con le altezze note dei vari personaggi entrati nella vicenda. Il lettore può farlo da solo, se crede, cominciando magari da qui. 

La macchina rossa. Nel libro di Giuttari Compagni di sangue si accenna a una testimonianza di un certo rilievo riguardo il delitto di Giogoli: 

E ancora un'altra conferma arrivava dalle dichiarazioni, rese in tempi non sospetti e, precisamente in data 13.09.1983, ai carabinieri della Stazione di Galluzzo da Nenci Giovanni, deceduto in data 09.08.1990. Costui aveva riferito che, nel transitare da via di Giogoli, la mattina del giorno precedente al delitto, aveva notato, accanto al furgone delle vittime, una autovettura Fiat 128 di colore rosso targata Firenze.
La moglie del Nenci, interrogata nel corso dell'inchiesta, confermava di aver saputo dal marito della presenza di quell'auto rossa, accanto al furgone. Lei stessa, aggiungeva, passando da quel posto proprio la mattina del giorno del delitto, aveva notato, nei pressi del furgone, un'auto di media cilindrata di colore bianco. 

Per Giuttari si sarebbe trattato di una conferma al coinvolgimento di Giancarlo Lotti, che proprio nel marzo del 1983 aveva acquistato la sua nota Fiat 128 coupé rossa. A parte la mancata specifica del modello – la 128 vista da Nenci era berlina o coupé? – l’investigatore dimenticava che nella presunta confessione del presunto pentito per quell’avvistamento non c’era posto, poichè Vanni e Pacciani lo avrebbero coinvolto soltanto la sera stessa della scellerata spedizione. In ogni caso, a parte gli eventuali legami di Lotti, poteva quell’auto aver avuto qualcosa a che fare con il delitto? Per quale motivo il Mostro avrebbe dovuto avvicinarsi al furgone dei ragazzi tedeschi alla mattina del giorno precedente a quello in cui sarebbe andato a ucciderli?
Abbiamo già visto in precedenza che la piazzola di Giogoli non sembrava un luogo adatto a impegnativi convegni d’amore. In un raggio di cento, duecento metri si trovavano varie abitazioni, tra cui Villa La Sfacciata, il cui cancello d’ingresso era ad appena ottanta metri. Per di più un’auto che vi avesse sostato rimaneva comunque ben visibile dalla via antistante, sulla quale insisteva un certo traffico, fatto più che altro di residenti ma anche di chi si recava a Scandicci partendo dai piccoli paesi a sud (o viceversa, la strada era molto stretta ma comunque a doppio senso di marcia). E in effetti dalle testimonianze raccolte risultò che davanti al furgone c’era stato un gran via vai di gente che l’aveva visto più volte.
Se il luogo non pareva adatto a frequentazioni di coppiette in cerca di privacy, tanto meno pareva adatto a regolari perlustrazioni da parte del Mostro, la cui scoperta del furgone potrebbe pertanto essere stata del tutto fortuita. Secondo Teresa Buzzichini, moglie di Nenci, i ragazzi si appartavano sulla piazzola per la notte già da una settimana (vedi), quindi per una settimana il Mostro li aveva lasciati in pace, molto probabilmente perché non si era accorto di loro. Questo fatto rende difficile che fosse un residente dei dintorni, avendo quindi la necessità di passare relativamente spesso davanti al furgone, ma favorisce l’ipotesi che avesse avuto qualche motivo per andare ogni tanto a Scandicci da sud o viceversa.
Torniamo adesso a quell’auto rossa. Se il Mostro aveva avuto occasione per transitare da via di Giogoli una sera sul tardi, poteva essersi già fermato alla vista del furgone, senza però capire chi vi fosse dentro poiché i ragazzi già si erano coricati. Quindi potrebbe essere tornato alla mattina successiva per controllare, rimanendo ingannato dai lunghi capelli biondi di Uwe che ancora dormiva. Ma perché non tornare subito la sera stessa per uccidere, e attendere il giorno dopo, con il rischio che i ragazzi se ne andassero?
Di recente è entrata nella disponibilità di chi scrive la trascrizione completa del verbale di Nenci, quello stesso riassunto da Giuttari. Leggiamola.

L’anno millenovecentottantatre addì 13 del mese di settembre nell’ufficio della Stazione CC. di Firenze Galluzzo, alle ore - - -
Avanti a noi M/llo Storchi Giuseppe, comandante della sopracitata Stazione è presente il signor Nenci Giovanni, in rubrica meglio generalizzato, il quale opportunatamente sentito in merito al decesso di due giovani tedeschi, spontaneamente dichiara:
Per ragioni di lavoro sono costretto a transitare in via di Giogoli ove è stato trovato il furgone con ì due cadaveri degli stranieri. Giovedì sera 8 c.m. nel rientrare a casa notai nello spiazzo di cui sopra il furgone straniero regolarmente parcheggiato nello spiazzo. Erano circa le ore 20,30 ed accanto al furgone non notai movimento di sorta. Il mattino transitai nuovamente in via di Giogoli verso le ore 7,30 e notai accanto al furgone in parola un’auto Fiat 128 di color rosso, targata FIRENZE. Non vidi movimento di sorta intorno e pensai a persone che provavano i cani per la caccia.
Anche venerdì 9 c.m, nel transitare verso le ore 20,30 in via di Giogoli, notai nuovamente il furgone in sosta nel prato adiacente alla via stessa, senza notare intorno nessun movimento di persone. Il giorno successivo passai ancora in via di Giogoli a bordo della mia auto ed in compagnia di mia moglie. Notai sempre lo stesso furgone, con le portiere chiuse, fermo nel luogo visto la sera precedente. Erano circa le ore 7-7,30 e mia moglie mi ha riferito che accanto vi era una auto bianca di media cilindrata di cui però non ricorda né la marca e né tantomeno rilevò particolari e targa.
La sera stessa di sabato appresi da mio figlio del fatto che era successo.
A.D.R.-Accanto al furgone di cui sopra non ho mai visto movimenti di persone sospette.
A.D.R.-Non ho altro da aggiungere e né da modificare e mi sottoscrivo. Fatto, chiuso e sottoscritto.

Come si vede Giuttari aveva capito male, o forse aveva capito bene, ma tanta era la sua voglia inconscia di dare un ruolo anche all’avvistamento dell’auto bianca – vale la pena ricordare che Pacciani possedeva una Ford Fiesta bianca – che aveva traslato indietro il tutto di un giorno. In realtà la signora Buzzichini aveva notato l’auto bianca alla mattina del sabato, quando i due poveri ragazzi erano già morti, quindi non pare che al suo avvistamento possa essere assegnato un apprezzabile valore. Invece il marito aveva visto l’auto rossa la mattina del venerdì, il giorno del delitto, e questo spostamento in avanti di un giorno rende la sua testimonianza ben più significativa, poiché si correla molto meglio con un delitto compiuto quella sera stessa. 
Possiamo notare che anche nel verbale originale non viene specificato il modello di 128, se berlina o coupé. Il documento fu però redatto in forma riassuntiva, quindi non è illogico prendere in esame la possibilità che l’eventuale mancata precisazione “coupé”, fosse da imputarsi all’incuria del verbalizzante. Anche perché il colore rosso era tipico proprio del modello coupé, macchina piuttosto diffusa per essere una (finta) sportiva, mentre sulla berlina era raro (la classica 128 si ricorda verde). 
Infine, a rendere la figura di Giancarlo Lotti ancor più compatibile con quella di un assassino che passa davanti alla piazzola per caso, è il fatto che l’individuo avesse avuto una cugina a Scandicci, che in aula (vedi) ammise di essere andato a trovare proprio in quei giorni, e proprio passando da via dei Giogoli, si legga anche qui.