giovedì 15 giugno 2017

La dinamica di Giogoli

Il duplice omicidio del 1982 era avvenuto all’inizio dell’estate e con evidente improvvisazione, come se il Mostro avesse avuto fretta di uccidere, forse per lasciarsi il tempo di colpire ancora una volta dopo qualche mese, come aveva fatto l’anno prima. Il risultato però non era certo stato ottimale, anzi, aveva corso grossi rischi senza portare a termine l’azione per come avrebbe voluto. Nei mesi successivi potremmo pensare che si fosse preso una specie di pausa di riflessione, iniziando dalla rinuncia al secondo omicidio, se mai lo aveva preventivato. La sua prudenza continuò anche nell’estate del 1983, quando del resto, causa le sue stesse imprese, neppure le sue potenziali vittime si lasciavano andare facilmente a comportamenti pericolosi. Per questi e forse per altri motivi che non conosceremo mai arrivò settembre senza che avesse ancora trovato l’occasione giusta. Fino a quando non incontrò, molto probabilmente quasi per caso, un furgone con targa straniera.
Uwe Rush e Horst Meyer erano due amici tedeschi di 24 anni che stavano trascorrendo una vacanza avventurosa spostandosi e dormendo a bordo di un classico furgoncino Volkswagen Transporter, un mezzo che in quegli anni molti ragazzi come loro attrezzavano a camper. Secondo una testimone abitante in zona (vedi), da una settimana circa avevano scelto di parcheggiare per la notte dentro uno spiazzo erboso situato a fianco della via di Giogoli, una stretta strada asfaltata che portava dalla provinciale Volterrana fino a Scandicci, mentre durante il giorno se ne andavano in giro.
Rolf Reinecke era un cittadino tedesco come loro, abitante nel residence “Villa La Sfacciata”, il cui ingresso secondario si apriva a meno di un centinaio di metri dal luogo di sosta del furgone. Dopo essersi già avvicinato al mezzo al mattino e, a suo dire, aver dato una rapida occhiata all’interno senza accorgersi di nulla, nel tardo pomeriggio, attorno alle 19.30, si avvicinò ancora, scoprendo i fori di proiettile sui vetri e i ragazzi morti all’interno. Probabilmente ingannato dai lunghi capelli biondi di Uwe – ma per molti la sua scelta sarebbe stata consapevole – per la prima e unica volta il Mostro di Firenze aveva ucciso due maschi, nella buia notte di novilunio del giorno precedente, venerdì 9 settembre 1983.
L’intervento delle forze dell’ordine fu molto disordinato, con le gazzelle dei Carabinieri parcheggiate accanto al furgone e un esercito di uomini intento a calpestare il manto erboso prima dell’inizio dei rilievi. A loro volta questi furono molto approssimativi, e al solito condotti senza il minimo coordinamento sia dai Carabinieri sia dalla Polizia Scientifica, quasi che l’intento fosse più quello di esserci che di scoprire elementi utili. La confusione dei risultati sarebbe emersa in tutta la sua imbarazzante enormità durante il processo Pacciani, quando il presidente Ognibene si lamentò più volte ascoltando i racconti del personale intervenuto. È celebre la sua sarcastica battuta di fronte a una foto della scena del crimine affollata di agenti, durante la deposizione del sottufficiale dei Carabinieri che aveva condotto i rilievi: “Maresciallo, mancavano i brigidini e poi era la fiera all'Impruneta”. Al momento di redigere la sentenza il giudice non se ne dimenticò, inserendo queste amare osservazioni:

Lo scarsissimo coordinamento tra gli inquirenti, quando non anche l'agire slegato o, peggio, dissociato ed in contrasto tra loro, l'assoluta mancanza di un programma di intervento sui luoghi dei delitti, con la inevitabile invasione degli stessi da parte di sempre più numerose schiere di intrusi (sfaccendati, curiosi, cercatori di souvenir etc.) e la conseguente dispersione di eventuali prove, per non dire poi anche dei gravi errori, non solo di valutazione, commessi, trovano nella incredibile confusione presente sul luogo dove da poco erano stati rinvenuti uccisi i due ragazzi tedeschi, il punto della loro massima espressione.


Quasi sicuramente, anche se notizie al riguardo non sono note a chi scrive, la valigia e gli altri oggetti che nella foto sopra si vedono a terra furono tirati fuori dalle forze dell’ordine senza troppa cura.

La scena del crimine. Il furgone era stato parcheggiato nello spiazzo entrando di muso, quindi perpendicolarmente alla via di Giogoli, la coda distante sette metri circa dal ciglio della strada. Attorno viti, ulivi e sul fianco sinistro un basso muretto ricoperto da una siepe. I ragazzi avevano modificato il vano di carico fissandovi nella parte posteriore rialzata una pedana che sosteneva un materasso, e su questo sistemavano il necessario per dormire.


L’accesso era possibile attraverso una portiera sul lato destro, a due ante, davanti alla quale si apriva un piccolo spazio con a sinistra i giacigli e a destra un ripiano su cui erano sistemati i bagagli (non è ben chiaro se fosse stato presente anche un portellone posteriore). La cabina di guida e il vano di carico avevano come unico parziale elemento divisorio la spalliera del doppio sedile. Su ogni lato si aprivano quattro finestrini, uno grande sulla portiera anteriore, e tre più piccoli in corrispondenza del vano di carico, i primi due fissi e trasparenti, l’ultimo, vicino alla coda, leggermente basculante e quasi del tutto opacizzato, a parte una piccola striscia sul lato superiore. Il materasso si trovava sotto gli ultimi due.
Gli sportelli del vano guida e l'eventuale portellone posteriore furono trovati chiusi, mentre sull’anta destra della portiera laterale non esistono certezze. Le foto la mostrano aperta, il che però vuol dire poco, vista la confusione dei rilievi. D’altra parte esistono testimonianze contrastanti, come quella di Giovanni Nenci che alla mattina del sabato, verso le 7-7.30, l’aveva vista chiusa, e quella di Reinecke, per il quale sarebbe stata aperta (ma il comportamento di tale personaggio non fu troppo limpido, anche se nulla lo collegava al delitto). In ogni caso il particolare non è di apprezzabile rilevanza.
Sul lato destro si notavano due fori di proiettile, uno sul vetro del penultimo finestrino, che si era fittamente frammentato, uno sull’ultimo, rimasto invece integro. Sul lato sinistro ancora due fori sui finestrini omologhi, con vetri rimasti integri, e un terzo sulla lamiera oltre l’ultimo finestrino.


I cinque colpi che avevano forato vetri e lamiera erano stati tutti sparati dall’esterno verso l’interno, ma dei cinque bossoli corrispondenti ne furono ritrovati soltanto due: uno sul lato sinistro quasi sulla coda a distanza di 110 cm dal mezzo (contrassegno “1” nella prossima foto) e uno sul lato destro verso la cabina di guida, raccolto però quando il furgone era già stato rimosso e del quale non conosciamo in modo preciso la posizione. Altri due bossoli erano dentro il mezzo, uno sul sedile di guida e uno tra coperte e indumenti, a testimoniare l’esplosione di due colpi dall’interno. Pertanto, sommando questi ultimi due ai cinque esplosi dall’esterno, in totale il Mostro sparò almeno – ma quasi certamente anche soltanto – sette colpi.


Sull’erba, in corrispondenza del vertice sinistro del furgone, fu rinvenuta una grossa macchia di sangue, la cui origine era da ricercarsi nel trasudamento, attraverso il pianale, dalle ferite di Uwe, il cui corpo giaceva supino con la testa appoggiata proprio lì sopra. Dalla parte opposta del materasso, verso la cabina di guida, si trovava il corpo di Horst, in posizione bocconi con la testa girata verso destra.


Proiettili e ferite. La perizia balistica Arcese-Iadevito, scaricabile qui, elenca due proiettili completi e un grosso frammento, verosimilmente estratti dal corpo di Horst, due frammenti, uno di dimensioni solo poco minori del precedente e uno molto più piccolo, estratti probabilmente dal corpo di Uwe, infine un proiettile quasi completo ma molto deformato e un piccolo frammento di provenienza incerta, forse rinvenuti a bordo del mezzo. Tutti i proiettili erano del tipo a piombo nudo, come a Scandici, Calenzano e Baccaiano, a parte uno dei due completi estratti dal corpo di Horst che risultò invece del tipo ramato, come quelli di Borgo, dei quali forse la cartuccia era una rimanenza.
Su Horst Meyer furono riscontrate tre ferite d’arma da fuoco.


  • Ferita mortale (1), con proiettile entrato nel fianco destro con direzione dal basso verso l’alto e da destra verso sinistra e finito nel muscolo pettorale sinistro dopo aver attraversato fegato, cuore e polmone sinistro;
  • ferita non mortale (2) al gluteo sinistro, con proiettile diretto verso l’alto arrestatosi nella parete addominale;
  • ferita poco più che superficiale alla nuca (3), con proiettile recuperato tra cute e osso della scatola cranica; la direzione della traiettoria non risulta precisata, quindi la freccia in figura è soltanto indicativa.
Le ferite d’arma da fuoco su Uwe Rusch furono quattro.


  • Ferita di striscio alla coscia sinistra (4);
  • ferita alla mano sinistra (5), con proiettile entrato tra il pollice e l’indice e uscito dalla parte opposta sotto il mignolo, in corrispondenza della cosiddetta “eminenza ipotenar”;
  • ferita alla bocca (6), con proiettile entrato sul labbro superiore sinistro, un frammento del quale si fermò contro l’arcata dentaria retrostante;
  • ferita allo zigomo sinistro (7), unica mortale, con il proiettile che attraversò l’encefalo con direzione da sinistra verso destra e dal basso verso l’alto.
Azzardando una correlazione tra proiettili descritti nella perizia Arcese-Iadevito e ferite, si potrebbe ritenere che i due completi estratti dal corpo di Horst fossero quelli che lo avevano colpito al fianco destro e al gluteo sinistro, mentre il grosso frammento fosse quello che lo aveva colpito alla nuca, a parere di chi scrive di rimbalzo, vedremo il perché. Dei due frammenti associati a Uwe il più grosso, un proiettile quasi completo, potrebbe essere quello entrato nel cranio dallo zigomo sinistro, mentre il più piccolo potrebbe essere derivato dalla frammentazione contro la resistente arcata dentaria del proiettile che lo aveva colpito al labbro.

La dinamica. Rispetto ai casi precedenti, l’azione poneva problemi ben maggiori. Le vittime non si trovavano subito dietro il finestrino di uno stretto abitacolo, e per questa ragione del tutto impossibilitate a sottrarsi alla scarica di pallottole. Il vano di carico del furgone era molto più ampio, con bersagli più lontani e soprattutto potenzialmente mobili. In ogni caso, di fronte a condizioni assai più difficili, il Mostro dimostrò di averne fatta di strada, come sparatore, rispetto alla prova concitata e confusa di nove anni prima a Borgo San Lorenzo, conducendo un attacco tanto audace quanto efficace.
Come ci mostrano le foto, tra il materasso e la parete sinistra del vano di carico restava uno spazio libero nel quale i ragazzi avevano sistemato dei cuscini. Questo perché la loro posizione di riposo era trasversale, un po’ inclinata data la modesta larghezza del vano che non arrivava al metro e settanta, con i piedi vicini e le teste lontane a formare una “V”. L’autoradio fu trovata ancora accesa, quindi almeno uno dei due non dormiva. A questa certezza si aggiunge la probabilità quasi equivalente di una luce interna accesa, anche se i documenti noti non sembrano parlarne. Usando una torcia, infatti, per lo sparatore sarebbe stato quasi impossibile inquadrare adeguatamente i bersagli attraverso i piccoli finestrini laterali.
Considerando gli elementi soprastanti e la posizione dei cadaveri, possiamo presumere che al momento dell’attacco Horst stesse già dormendo o comunque fosse in procinto di addormentarsi, e che Uwe invece stesse leggendo, forse proprio quella rivista che l’assassino avrebbe trasportato all’esterno, lo vedremo. La scena che si presentò al Mostro affacciatosi ai finestrini del lato destro, ricostruita per ragioni pratiche su un normale letto di casa, dovette essere più o meno questa:


Il primo sparo, esploso dal penultimo finestrino, fu quello che colpì Horst al fianco, uccidendolo sul colpo e congelandone il corpo nella posizione in cui si trovava al momento. Il vetro si divise in minutissimi frammenti rimanendo in sede e oscurando del tutto la visuale. In precedenza, in situazioni analoghe, l’assassino aveva continuato a sparare almeno un altro paio di colpi, ma con un bersaglio molto più vicino e molto più facile da colpire a intuito. In questo caso preferì spostarsi a sinistra, sul finestrino accanto, da cui, guardando attraverso la stretta striscia trasparente in alto, sparò ancora contro Horst colpendolo al gluteo sinistro.


Sulla dinamica fin qui illustrata non esistono dubbi, poiché le due ferite al fianco e al gluteo di Horst sono compatibili soltanto con gli unici due colpi sparati dal lato destro, i quali del resto furono senz’altro i primi, poiché non dettero al ragazzo il tempo di compiere  alcun movimento. Il fatto che anche il secondo colpo fosse stato indirizzato verso di lui invece che su Uwe potrebbe spiegarsi con la subitanea reazione di questi, messosi con grande prontezza fuori tiro contro la parete destra, oppure e più facilmente con la volontà del Mostro di neutralizzare del tutto quella che riteneva fosse la minaccia più pericolosa, il maschio. In ogni caso, se non subito dopo il primo sparo, almeno dopo il secondo effettivamente Uwe dovette posizionarsi fuori tiro, costringendo l’assassino a spostarsi dalla parte opposta.
Sugli effetti di ognuno dei tre colpi esplosi dal lato sinistro poco si può dire. Il bersaglio era diventato Uwe, che cercava di non farsi inquadrare muovendosi carponi, come è testimoniato da alcune ferite abrase riscontrate sulla faccia anteriore della sua gamba e del suo ginocchio sinistri. Probabilmente anche qui il Mostro iniziò dal penultimo finestrino, dal quale si godeva della visuale migliore, spostandosi poi sull’ultimo opaco. Infine Uwe si addossò con le spalle all’angolo posteriore sinistro, portando testa e busto fuori tiro e inducendo il Mostro a sparargli alla cieca attraverso la lamiera. Era il quinto colpo. A questa fase concitata dobbiamo associare sia le ferite alla gamba e alla mano sinistre di Uwe, sia quella alla nuca di Horst, che per la posizione proprio sotto i finestrini fu dovuta a un proiettile di rimbalzo, come del resto si arguisce anche dalla scarsa penetrazione del singolo frammento poi estratto. Certo, un proiettile di rimbalzo che colpisce una vittima proprio alla nuca potrebbe sembrare una coincidenza eccessiva, ma così dev’essere per forza, poiché la parte era completamente irraggiungibile da un colpo diretto, data la sua posizione quasi addossata alla parete.
Il colpo sparato attraverso la lamiera fu tutto sommato inutile, e infatti il Mostro non insistette, e cercò un modo per entrare. Purtroppo per Uwe, che in caso contrario avrebbe anche potuto salvarsi, il portellone laterale non era bloccato. Forse non aveva la sicura, considerato che il vano posteriore non era adibito al trasporto di persone, forse i ragazzi avevano dimenticato d’inserirla, oppure lo avrebbe fatto Uwe prima di mettersi a dormire. In ogni caso il Mostro spalancò l’anta destra, inquadrò la testa del ragazzo appoggiata sul fondo e sparò due colpi in rapida successione. La prima pallottola colpì Uwe al labbro superiore, inducendolo a portare la testa un po’ all’indietro, da cui la traiettoria dal basso in alto della seconda, che lo colpì allo zigomo sinistro uccidendolo sul colpo.


Due maschi. Abbiamo già visto che il Mostro non mise mano al coltello, dopo aver finito di sparare. Evidentemente, una volta resosi conto di avere di fronte due maschi, il suo interesse cessò, poiché non c’erano né un pube né un seno da tagliare. Si può però ragionevolmente presumere che già durante la fase in cui gli sparava da fuori avesse capito che Uwe non era una ragazza, se non dalla barbetta – che portava, vedi qui – almeno dal torso nudo. Eppure non si fermò. L’equipe De Fazio fece al riguardo alcune interessanti considerazioni.

Nel corso di questa azione, ha avuto forse poca importanza il fatto che le vittime fossero entrambe di sesso maschile. Ciò non avrebbe tolto nulla all’eccitazione del momento, suscitata dal rinvenimento della vettura, alla quale l'omicida si è avvicinato probabilmente seguendo il richiamo della luce e della musica, mentre l'eccitazione in lui cresceva e lo spingeva ad agire. La dinamica dell'azione poi si è svolta con modalità che richiamano direttamente quelle del reato precedente, ossia dell'azione omicidaria gratificante di per sé, nell'ambito di un "gioco al bersaglio" reso più difficile dalla possibilità di movimento delle vittime designate, collocate in uno spazio meno ristretto di quello che offre una piccola auto, e quindi con maggiore possibilità di movimento e di occultamento, e con maggiori possibilità di dispersione dei colpi d’arma da fuoco, e quindi maggiori possibilità di insuccesso. […]
Va sottolineato, a questo punto, che secondo questa interpretazione i macabri rituali attuati in altri casi dall'omicida si collocherebbero in una posizione accessoria rispetto all'azione omicidaria di per sé che costituirebbe la principale motivazione psicologica (e sessuale) dell'omicida.

Del medesimo parere era Mario Rotella, come si può rilevare dalla sua sentenza:

Gli uccisi sono due uomini e, pur sussistendo un sospetto di relazione omosessuale tra loro (poi avallata da riscontri della polizia tedesca), non risulta minimamente che fossero in atteggiamento intimo al momento del fatto. […]
Tutto ciò significa che per l’omicida ha avuto maggior peso l’occasione d’uccidere due persone inermi, in circostanze favorevoli, che non una pulsione suscitata dal loro comportamento in intimità. […] Se ha seguito un richiamo sessuale, per aberrante che possa essere, esso appare secondario.

Il delitto di Giogoli conferma la mancanza di un vero movente di natura sessuale nei delitti del Mostro, come già la freddezza delle escissioni del 1981 aveva fatto sospettare. Una freddezza che oggi potrebbe anche favorire l’ipotesi di delitti su commissione volti unicamente alla ricerca del “feticcio”, che però proprio Giogoli consente di ridimensionare. Ci si deve chiedere, infatti, il perché le vittime prescelte non furono controllate con la dovuta attenzione, se lo scopo era quello di impadronirsi di parti sessuali di donna, per di più dopo già un tentativo fallito l’anno precedente, e soprattutto il perché l’assassino non si fermò appena scoprì di aver aggredito due maschi. Il delitto pare piuttosto opera di un individuo che effettuò una scelta in “zona Cesarini”, alla fine di un’estate in cui non era ancora riuscito a trovare la situazione giusta. Il non facile attacco a dei turisti stranieri chiusi in un furgone va dunque visto come una insperata opportunità colta in fretta, forse nel timore di una loro ripartenza improvvisa.

La rivista. Il giorno successivo a quello del rinvenimento dei cadaveri venne effettuata una ulteriore ricognizione dei luoghi adiacenti alla scena del crimine. Dietro il muretto che correva a sinistra del furgone fu rinvenuta tra l’erba una rivista pornografica, dalla quale erano state tagliate e accartocciate tre o quattro pagine, anch’esse gettate a terra. La distanza dal mezzo non era molta, e anche il tempo di permanenza all’aperto pareva breve, visto il buono stato della carta patinata ancora ben lucida: il reperto aveva qualcosa a che fare con il delitto?


L’ispettore della Scientifica che aveva effettuato i rilievi, Giovanni Autorino, nella sua deposizione al processo Pacciani parlò tra l’altro anche della rivista (vedi). A dire il vero i suoi ricordi parvero un po’ annebbiati, poiché se da una parte ne collocò la posizione a ridosso del citato muretto, dunque a pochi metri dal furgone, dall’altra affermò che ne distava “30, 35, 40 metri, 50 metri”. Il maresciallo dei Carabinieri Giovanni Leonardi (vedi) parlò invece di “una distanza di circa dieci metri dal furgone, dieci, quindici metri, se non ricordo male. Comunque nelle vicinanze, immediate vicinanze. Come potrebbe essere da qui al di là del tavolo.”.
Un altro elemento d’incertezza riguarda il numero: si trattava di una rivista soltanto oppure di alcune? Sempre secondo Autorino sarebbero state alcune: “in mezzo a questa vegetazione che noi osserviamo, sul terreno, erano sparsi vari fogli e riviste pornografiche, quasi tutti in lingua italiana; o quasi tutte, o tutte”. Il maresciallo dei Carabinieri Giuseppe Storchi così disse (vedi): “[…] mi sembra comunque che era una rivista - cioè una rivista, erano qualche foglio non è che poi erano molti - erano tre o quattro fogli, se ben ricordo”. D’altra parte l’unica foto pubblicata, e probabilmente anche la sola scattata, mostra un’unica rivista con accanto qualche foglio sparso.
Non abbiamo fatto una ricerca, diciamo, a largo raggio perché sicuramente ne avremmo trovate altre”, così dichiarò Autorino, convinto che il punto dove furono uccisi i ragazzi fosse frequentato da coppie in cerca d’intimità e che al di là del muretto si posizionassero solitamente dei guardoni, adusi a portare con sé e a lasciare sul posto delle riviste pornografiche. Ma se è possibile che ogni tanto qualcuna vi si fermasse, è indubbio che il luogo, situato in una zona piuttosto popolata, non offrisse la protezione richiesta da una coppia che voleva denudarsi. Una signora, abitante all’epoca nella vicinissima Villa La Sfacciata e chiamata a deporre al processo Pacciani (vedi), a domanda “era normale vedere delle coppiette che si appartavano in macchina?” rispose con un secco “no”. Tanto meno il posto si prestava a una frequentazione regolare di guardoni, notoriamente restii ad avvicinarsi troppo alle case per paura di essere scoperti. E in ogni caso i guardoni non vanno a osservare le coppiette portandosi dietro dei giornali pornografici, quelli se li sfogliano comodamente sul divano di casa oppure in bagno se non vivono da soli. Ma gli elementi che confutano la convinzione dell’ispettore Autorino non sono finiti, poiché la rivista era dedicata a un pubblico di omosessuali, che con i guardoni nulla hanno a che fare.

Tracce di culto satanico? Per dare un significato più convincente alla presenza di quel reperto, qualcuno cercò di esaminarlo con maggiore attenzione. Si trattava del numero cinque del periodico mensile “Golden Gay”, uscito in edicola nell’agosto del 1981. In ogni numero della serie era contenuto un fotoromanzo, pretesto per immagini molto forti di rapporti sessuali più che altro tra uomini, ma anche tra donne e tra uomini e donne, nel quale il protagonista, un agente segreto di nome Golden Gay facente parte di una organizzazione anch’essa segreta, difendeva la comunità omosessuale dai vari soprusi cui era sottoposta.
Anni dopo l’avvocato e criminologo Luca Santoni Franchetti, che rappresentava i familiari di alcune delle vittime al processo Pacciani, riconsiderò la presenza di quella rivista alla luce delle proprie convinzioni decisamente fuori dal coro. Al contrario dei suoi colleghi di parte civile, infatti, il professionista non credeva alla colpevolezza dell’imputato, ma riteneva che il responsabile, o piuttosto i responsabili, andassero ricercati nel gruppo degli assassini di Signa, e la rivista pornografica trovata a Giogoli rafforzava quella sua convinzione. Vale la pena ricordare, poiché su questo blog ancora non se n’è parlato, che dopo Baccaiano gli inquirenti avevano scoperto il collegamento con il delitto di Signa, e avevano messo in carcere Francesco Vinci accusandolo di essere il Mostro. In un articolo uscito su “Il Giornale” del 23 maggio 1994 veniva riportata la tesi di Franchetti, già espressa da occhiello, titolo e sommario:

Un indizio sottovalutato dagli inquirenti ed evidenziato da un avvocato fa ulteriormente vacillare le accuse a Pacciani. Un fumetto porta al vero mostro. Sul luogo di un delitto l’assassino aveva lasciato in evidenza una rivista pornografica. Il giornaletto porno racconta di un tribunale di incappucciati che designa una vittima e la uccide violentandola. C’è un nesso con i delitti del mostro? La rivista fu trovata accanto al camper dei due tedeschi trucidati nel 1983. Una pagina era sistemata come se quella immagine fosse oggetto di culto.

L’articolo rilevava prima di tutto la strana disposizione sul terreno delle pagine strappate, un altarino secondo Franchetti; poi raccontava la trama del fotoromanzo, cogliendo varie analogie con la vicenda di Francesco Vinci. Leggiamo sull’articolo:

Nel fumettone pornografico trovato accanto al camper tedesco la puntata narra che il Tribunale reagisce per difendere un gay accusato ingiustamente d’assassinio. E nel settembre ’83, quando il Mostro uccide i tedeschi, in carcere esattamente da un anno c’è come mostro di turno Francesco Vinci, uno degli amanti di Barbara Locci, la quale fu la prima ad essere uccisa nel ’68 con la Beretta e tutto il Mucchio selvaggio attorno.
“È - dice l’avvocato Santoni Franchetti - un messaggio troppo preciso per ignorarlo. Il giornale Golden Gay non poteva appartenere ai tedeschi poiché fuori commercio fin dall’81 e, per di più, in lingua italiana. Non poteva essere stato messo lì in precedenza, i fogli non avevano tracce di intemperie o di scolorimenti da sole. Perciò non può che averli messi lì il Mostro o qualcuno giunto con lui o subito dopo”. Un Tribunale segreto, suggerisce dunque Golden Gay. Ma anche un gruppo d’appoggio. Un Grande Esecutore. È uno scenario che, invece di incastrare Pacciani, riporta per direttissima, volenti o nolenti, al Mucchio Selvaggio del ’68 con un mostro coperto dal gruppo nei suoi alibi e movimenti. Forse persino aiutato direttamente nell’esecuzione?


Secondo Santoni Franchetti la rivista quindi sarebbe stata portata dall’assassino, o meglio dagli assassini, e sarebbe servita per mettere in piedi una specie di rappresentazione simbolico-teatrale. L’avvocato individuava in Salvatore Vinci, personaggio dalla sessualità multiforme e perciò in linea con i temi trattati da Golden Gay, un possibile protagonista dell’anomalo delitto, spalleggiato addirittura da un gruppo di complici.
È evidente che tutta questa teoria, in mancanza di riscontri obiettivi, appare soltanto come l’ennesima interpretazione fantasiosa di elementi che potrebbero essere interpretati in modo molto più semplice e logico.

Due povere vittime come le altre. Uwe Rush e Horst Meyer erano omosessuali, furono chieste informazioni sull’argomento alla polizia tedesca con esito positivo. Nell’Italietta degli anni ’80, ancora imbarazzata per i fenomenali passi avanti che il rispetto e la tolleranza verso ogni inclinazione sessuale avevano compiuto già da vent'anni, non si parlava volentieri di certi temi. E dunque che tra i ragazzi tedeschi ci fosse stato qualcosa in più di un’amicizia non veniva detto. Ma proprio la presenza di quella rivista dalle pagine ancora in buono stato, quindi gettata sul terreno da poco tempo, e quindi con molta probabilità proveniente dal furgone, costringe a prendere atto di una realtà della quale, per fortuna, oggi nessuno ha più motivo di vergognarsi. La vergogna è tutta di coloro che sono ancora dipendenti da schemi stereotipati ormai estranei al vivere civile.
Tuttavia, riguardo il numero 5 di Golden Gay, Santoni Franchetti faceva notare che era uscito in edicola due anni prima del delitto, quindi, a suo parere, non poteva essere stato acquistato dai ragazzi durante la loro vacanza. L’avvocato dimenticava però che per riviste di quel genere era normale che rimanessero grandi quantitativi d’invenduto a magazzino, smaltiti negli anni attraverso buste cumulative contenenti più numeri a prezzo ribassato, oppure come copie omaggio allegate ad altre pubblicazioni. Per evitare la messa in vendita al prezzo di copertina originale, tali esemplari venivano privati dell’angolo in alto a sinistra, proprio come mostra la foto di quello trovato vicino al furgone. Che il fotoromanzo avesse le didascalie in italiano non è granché significativo, dato il genere le immagini bastavano e avanzavano per renderlo interessante agli occhi di un appassionato anche straniero.
Infine il fatto che per staccare le pagine lasciate a terra accanto al corpo della rivista fosse stato usato un taglierino, o comunque uno strumento analogo, porta a vedere nell’artefice dell’operazione proprio il Mostro con lo strumento che non aveva potuto adoperare sulle vittime. A parere di chi scrive il ragazzo ancora sveglio stava sfogliando proprio quella rivista al momento dell’attacco, e per l’assassino il portarsela via assumeva il significato di un’istintiva ricerca di un compenso per la mutilazione mancata. Ma un rapido e non trattenibile sguardo alla luce della sua torcia gli svelò un contenuto indigesto, facendolo ulteriormente arrabbiare. Anche De Fazio sposò questa interpretazione: “occorre vagliare l'ipotesi che siano stati asportati dall'omicida all'interno della vettura delle vittime […] potrebbe poi averli abbandonati e stracciati, una volta accortosi del loro carattere omosessuale”.

L’altezza dello sparatore. In base all’altezza dei fori di proiettile su finestrini e carrozzeria del furgone, i periti dell’equipe De Fazio credettero possibile calcolare in modo approssimativo quella dello sparatore, con risultati però poco affidabili. Vediamo perché, cominciando a leggere le loro considerazioni:

Dalla perizia medico-legale si rileva che 4 dei 5 fori da proiettile di arma da fuoco rinvenuti nei vetri dei finestrini del pulmino distano da terra rispettivamente cm.137 (2) e cm.140 (2). La distanza da terra del foro sito nel vetro del finestrino anteriore dx. non ha potuto essere misurata in quanto durante il trasporto del pulmino molti dei frammenti di vetro si erano spaccati. Dalla documentazione fotografica relativa ad un momento in cui i frammenti erano ancora in sito si rileva che il foro in questione è ad altezza superiore rispetto a quello del vetro posteriore dx., distante da terra cm.140, ad una altezza deducibile di almeno 145 centimetri.
Va notato che i fori in questione sono ad una altezza abbastanza costante, quantomeno di cm. 137 da terra, ivi compreso il foro sulla carrozzeria, per il quale si può presumere non sia stata cercata dall'omicida una posizione "innaturale" di sparo (col braccio abnormemente rialzato), come in linea di ipotesi potrebbe essere avvenuto per gli altri colpi, sparati per il tramite dei finestrini, la cui altezza può condizionare giocoforza le posizione del braccio nel tiro. Il foro nella carrozzeria può rappresentare quindi un indice della posizione "naturale" di sparo dell'omicida, che teneva l'arma ad una certa distanza dalla carrozzeria (mancano segni di affumicatura e di polveri), con direzione lievemente inclinata in basso, tanto che, secondo la ricostruzione dei periti medico-legali, il proiettile, benché indirizzato all'Uwe Rush, è andato a colpire il gluteo sx. del Wilhelm Horst, all'incirca tra la metà e il terzo posteriore dell'asse longitudinale del pulmino. […]
Si può quindi ipotizzare che l'omicida abbia una statura considerevole, molto probabilmente superiore, e non di poco, a cm. 180.

Come si vede, il colpo più interessante per i periti era quello sulla carrozzeria, poiché lo ritennero esploso da una distanza notevole e soprattutto con il braccio disteso, visto che lo sparatore non doveva mirare avvicinandosi a un finestrino e quindi addurre il braccio in modo non valutabile. In più calcolarono una traiettoria dall’alto in basso, individuando nel gluteo di Horst la sua conclusione. La figura sottostante illustra lo scenario.


Poiché sono noti i segmenti AB (distanza del gluteo di Horst dalla lamiera), AD (altezza del gluteo di Horst dal terreno, BE (altezza del foro sulla carrozzeria), supponendo un certo valore per BC (distanza dello sparatore dal mezzo) si possono calcolare tutte quante le altre misure, in particolare CF, che è l’altezza della spalla dello sparatore (le mie troppo antiche reminiscenze di geometria non mi aiutano però a trovare la formula giusta, forse qualche lettore più fresco potrebbe suggerirmela).
La non esattezza della misura BC contribuisce all’approssimazione del risultato, che comunque i periti di Modena si sentirono di stabilire in almeno 180 cm. Salvo poi ricredersi al processo Pacciani, quando dovettero affrontare l’agguerritissima accusa, il cui colpevole poco si conformava alla figura di serial killer descritta nella loro perizia (vedi). Riguardo l’altezza, da diminuirsi di almeno una quindicina di centimetri, dichiararono di aver creduto erroneamente che il corpo di Horst si trovasse sul pianale, e di aver saputo soltanto al processo che era invece su una piattaforma rialzata. Per comprendere le conseguenze basta guardare la figura sopra: con BE costante, al crescere di AD diminuisce CF.
Si trattò evidentemente di un gioco delle parti, poiché è impensabile che i periti non avessero esaminato immagini simili a quelle che adesso girano in rete, dove si vede bene la piattaforma sulla quale i ragazzi avevano sistemato il materasso. In ogni caso i loro calcoli erano sbagliati in origine, poiché il colpo sparato attraverso la lamiera non poteva essere quello che aveva colpito Horst al gluteo sinistro, descritto in modo del tutto incompatibile da loro stessi:

un colpo in regione glutea sx., al quadrante superomediale, con tramite obliquo dal basso in alto e dall'avanti all'indietro, interessante il peritoneo posteriore, lo stomaco alla piccola curvatura, e proiettile ritenuto nello spessore della parete anteriore dell'addome.

Una descrizione similare è contenuta anche nella perizia Arcese-Iadevito:

un colpo d’arma da fuoco con foro d’ingresso in regione glutea sinistra e ritenuta a livello della regione epigastrica, con tramite, quindi, obliquo in alto, in avanti, e verso destra
 

Come si vede bene dalla freccia tracciata nell’immagine soprastante, il proiettile entrato dalla lamiera sul lato sinistro non avrebbe potuto percorrere il gluteo di Horst “dal basso in alto”, e non avrebbe certo potuto fermarsi nell’addome, dopo aver attraversato peritoneo e parte bassa dello stomaco. Quel colpo era stato sparato dal lato opposto del furgone, come abbiamo visto poc’anzi. Del resto non tornava neppure l’inclinazione della traiettoria verso il corpo di Horst, che si trovava a sinistra dello sparatore, il quale avrebbe dovuto colpire la lamiera obliquamente, con il rischio di non riuscire a forarla e soprattutto senza averne motivo. In realtà, indirizzando la canna della pistola in quel punto, mirava al bersaglio grosso di Uwe, nella speranza che il ragazzo fosse appoggiato con le spalle alla lamiera del furgone, riuscendo però a colpirlo, forse, soltanto di striscio alla coscia sinistra tenuta raccolta vicino al torace.

Una ragionevole valutazione. Premesso che qualsiasi calcolo rimane comunque di valore soltanto indicativo, date le inevitabili approssimazioni, a parere di chi scrive l’unico colpo dal quale si possa desumere una valutazione di massima dell’altezza dello sparatore è il primo, quello che attraversò il finestrino andato poi in frantumi e che colpì Horst al fianco destro. Gli altri furono esplosi in movimento, con il braccio più mobile e senza prendere troppo la mira, quindi la relativa posizione della pistola ha una significatività minore.
Nel momento in cui l’individuo si affacciò al finestrino, aveva di fronte dei bersagli immobili e ignari della sua presenza, quindi ebbe modo di inquadrarli mirando con relativa calma. La sua faccia doveva trovarsi a non più di trenta centimetri dal vetro, probabilmente anche meno, e il braccio corrispondente alla mano che impugnava la pistola doveva essere addotto, con l’altro appoggiato al mezzo a rendere più stabile la posizione.


In queste condizioni, nelle semplici prove condotte da chi scrive, il calcio dell’arma ha assunto una obbligatoria posizione orizzontale, come anche la canna e il braccio nel caso di un bersaglio posto ad altezza uomo. Via via che il bersaglio si abbassa la canna deve inclinarsi, e per mantenerla nei pressi degli occhi senza perdere la mira il gomito si alza, come nell’immagine soprastante in cui si è cercato di inquadrare il punto dove doveva trovarsi il fianco di Horst. Come si vede l’arma viene a posizionarsi più o meno all’altezza delle spalle, mentre l’altezza del punto d’impatto del proiettile sul vetro, che dipende anche dalla distanza della canna combinata con la sua inclinazione, si abbassa di qualche centimetro, in questo caso di un paio. A parere di chi scrive va esclusa una posizione dell’arma a cercare di mettere in linea la canna con occhi e bersaglio, quindi più in alto delle spalle, naturale a braccio teso ma non a braccio addotto, poiché troppo vicina alla faccia dello sparatore. Si potrebbe quindi concludere che l’altezza delle spalle del Mostro fosse di un paio di centimetri superiore a quella del foro prodotto dal primo sparo.
Purtroppo il vetro sul quale aveva impattato il primo proiettile – e che al suo passaggio si era fittamente frammentato – crollò al momento del trasporto del furgone in caserma, dove poi furono prese le misure esatte per gli altri quattro fori. Rimangono le immagini, tramite le quali De Fazio valutò un’altezza di “almeno 145 centimetri”. In più abbiamo la distanza dal bordo inferiore della cornice, presa da Autorino sul luogo quando il vetro era ancora in piedi: 20 cm. Il valore, molto probabilmente non noto a De Fazio, emerse in dibattimento al processo Pacciani, e lasciò traccia in sentenza:

Va precisato che per quel che riguarda il foro A i periti non sono stati in grado di indicare l'altezza effettiva da terra, poiché nel corso dell'affrettata rimozione del mezzo il vetro si era sbriciolato, disperdendo le tracce del foro del proiettile. Tale altezza è però determinabile esattamente in m. 1,50 partendo dalle uniche misurazioni fatte dalla polizia scientifica quella sera e riportate nel fascicolo dei rilievi tecnici. Infatti il foro B era situato a cm. 10 sopra la base del finestrino, mentre il foro A era collocato a cm. 20 sopra la base stessa. Poiché le basi dei due finestrini sono situate alla stessa altezza, come può vedersi dalle foto in atti, è evidente che il foro A era posto dieci centimetri più in alto dei foro B, e quindi a cm. 150 da terra, essendo quest'ultimo, come si è visto, posto a cm. 140 da terra.

Secondi i calcoli ritenuti validi dai giudici, quel foro era dunque a 150 cm di altezza. Nei loro ragionamenti c’è però un piccolo errore: rispetto al finestrino crollato, quello con il foro B posto a 10 cm dalla base era di tipo diverso, basculante, con il vetro circondato da una cornice metallica larga circa un centimetro e mezzo, come mostra l’immagine sottostante.


Questo fatto comporta un divario tra le due altezze dei fori rispetto al suolo non già di 10 cm ma soltanto di 8,5. Possiamo quindi stabilire per il foro scomparso un’altezza di 148 cm e mezzo, come abbiamo appena visto da ritenersi un paio di centimetri sotto quella delle spalle dello sparatore, che vanno quindi considerate alte 150,5 cm.
A questo punto introduciamo i valori normalmente accettati per le proporzioni medie di un maschio adulto.


La testa rappresenta un ottavo dell’altezza intera, il collo un terzo di un ottavo. Con semplici calcoli si arriva a determinare la quota totale di collo e testa, 1/6, quindi il resto, che poi sarebbe l’altezza delle spalle, vale 5/6. Conoscendo quest’ultimo valore, si determina facilmente l’altezza totale: 150,5 x 6 / 5 = 180,6 cm.
Secondo i calcoli appena fatti il Mostro era dunque alto poco più di un metro e ottanta, compresi i tacchi delle sue calzature. È il caso di ribadire ancora una volta che si tratta di un valore soltanto indicativo, il quale però non può essere diminuito troppo. Un individuo altro un metro e sessanta, ad esempio, sarebbe difficilmente compatibile. In ogni caso, se non altro per pura curiosità, il valore può essere confrontato con le altezze note dei vari personaggi entrati nella vicenda. Il lettore può farlo da solo, se crede, cominciando magari da qui. 

La macchina rossa. Nel libro di Giuttari Compagni di sangue si accenna a una testimonianza di un certo rilievo riguardo il delitto di Giogoli: 

E ancora un'altra conferma arrivava dalle dichiarazioni, rese in tempi non sospetti e, precisamente in data 13.09.1983, ai carabinieri della Stazione di Galluzzo da Nenci Giovanni, deceduto in data 09.08.1990. Costui aveva riferito che, nel transitare da via di Giogoli, la mattina del giorno precedente al delitto, aveva notato, accanto al furgone delle vittime, una autovettura Fiat 128 di colore rosso targata Firenze.
La moglie del Nenci, interrogata nel corso dell'inchiesta, confermava di aver saputo dal marito della presenza di quell'auto rossa, accanto al furgone. Lei stessa, aggiungeva, passando da quel posto proprio la mattina del giorno del delitto, aveva notato, nei pressi del furgone, un'auto di media cilindrata di colore bianco. 

Per Giuttari si sarebbe trattato di una conferma al coinvolgimento di Giancarlo Lotti, che proprio nel marzo del 1983 aveva acquistato la sua nota Fiat 128 coupé rossa. A parte la mancata specifica del modello – la 128 vista da Nenci era berlina o coupé? – l’investigatore dimenticava che nella presunta confessione del presunto pentito per quell’avvistamento non c’era posto, poichè Vanni e Pacciani lo avrebbero coinvolto soltanto la sera stessa della scellerata spedizione. In ogni caso, a parte gli eventuali legami di Lotti, poteva quell’auto aver avuto qualcosa a che fare con il delitto? Per quale motivo il Mostro avrebbe dovuto avvicinarsi al furgone dei ragazzi tedeschi alla mattina del giorno precedente a quello in cui sarebbe andato a ucciderli?
Abbiamo già visto in precedenza che la piazzola di Giogoli non sembrava un luogo adatto a impegnativi convegni d’amore. In un raggio di cento, duecento metri si trovavano varie abitazioni, tra cui Villa La Sfacciata, il cui cancello d’ingresso era ad appena ottanta metri. Per di più un’auto che vi avesse sostato rimaneva comunque ben visibile dalla via antistante, sulla quale insisteva un certo traffico, fatto più che altro di residenti ma anche di chi si recava a Scandicci partendo dai piccoli paesi a sud (o viceversa, la strada era molto stretta ma comunque a doppio senso di marcia). E in effetti dalle testimonianze raccolte risultò che davanti al furgone c’era stato un gran via vai di gente che l’aveva visto più volte.
Se il luogo non pareva adatto a frequentazioni di coppiette in cerca di privacy, tanto meno pareva adatto a regolari perlustrazioni da parte del Mostro, la cui scoperta del furgone potrebbe pertanto essere stata del tutto fortuita. Secondo Teresa Buzzichini, moglie di Nenci, i ragazzi si appartavano sulla piazzola per la notte già da una settimana (vedi), quindi per una settimana il Mostro li aveva lasciati in pace, molto probabilmente perché non si era accorto di loro. Questo fatto rende difficile che fosse un residente dei dintorni, avendo quindi la necessità di passare relativamente spesso davanti al furgone, ma favorisce l’ipotesi che avesse avuto qualche motivo per andare ogni tanto a Scandicci da sud o viceversa.
Torniamo adesso a quell’auto rossa. Se il Mostro aveva avuto occasione per transitare da via di Giogoli una sera sul tardi, poteva essersi già fermato alla vista del furgone, senza però capire chi vi fosse dentro poiché i ragazzi già si erano coricati. Quindi potrebbe essere tornato alla mattina successiva per controllare, rimanendo ingannato dai lunghi capelli biondi di Uwe che ancora dormiva. Ma perché non tornare subito la sera stessa per uccidere, e attendere il giorno dopo, con il rischio che i ragazzi se ne andassero?
Di recente è entrata nella disponibilità di chi scrive la trascrizione completa del verbale di Nenci, quello stesso riassunto da Giuttari. Leggiamola.

L’anno millenovecentottantatre addì 13 del mese di settembre nell’ufficio della Stazione CC. di Firenze Galluzzo, alle ore - - -
Avanti a noi M/llo Storchi Giuseppe, comandante della sopracitata Stazione è presente il signor Nenci Giovanni, in rubrica meglio generalizzato, il quale opportunatamente sentito in merito al decesso di due giovani tedeschi, spontaneamente dichiara:
Per ragioni di lavoro sono costretto a transitare in via di Giogoli ove è stato trovato il furgone con ì due cadaveri degli stranieri. Giovedì sera 8 c.m. nel rientrare a casa notai nello spiazzo di cui sopra il furgone straniero regolarmente parcheggiato nello spiazzo. Erano circa le ore 20,30 ed accanto al furgone non notai movimento di sorta. Il mattino transitai nuovamente in via di Giogoli verso le ore 7,30 e notai accanto al furgone in parola un’auto Fiat 128 di color rosso, targata FIRENZE. Non vidi movimento di sorta intorno e pensai a persone che provavano i cani per la caccia.
Anche venerdì 9 c.m, nel transitare verso le ore 20,30 in via di Giogoli, notai nuovamente il furgone in sosta nel prato adiacente alla via stessa, senza notare intorno nessun movimento di persone. Il giorno successivo passai ancora in via di Giogoli a bordo della mia auto ed in compagnia di mia moglie. Notai sempre lo stesso furgone, con le portiere chiuse, fermo nel luogo visto la sera precedente. Erano circa le ore 7-7,30 e mia moglie mi ha riferito che accanto vi era una auto bianca di media cilindrata di cui però non ricorda né la marca e né tantomeno rilevò particolari e targa.
La sera stessa di sabato appresi da mio figlio del fatto che era successo.
A.D.R.-Accanto al furgone di cui sopra non ho mai visto movimenti di persone sospette.
A.D.R.-Non ho altro da aggiungere e né da modificare e mi sottoscrivo. Fatto, chiuso e sottoscritto.

Come si vede Giuttari aveva capito male, o forse aveva capito bene, ma tanta era la sua voglia inconscia di dare un ruolo anche all’avvistamento dell’auto bianca – vale la pena ricordare che Pacciani possedeva una Ford Fiesta bianca – che aveva traslato indietro il tutto di un giorno. In realtà la signora Buzzichini aveva notato l’auto bianca alla mattina del sabato, quando i due poveri ragazzi erano già morti, quindi non pare che al suo avvistamento possa essere assegnato un apprezzabile valore. Invece il marito aveva visto l’auto rossa la mattina del venerdì, il giorno del delitto, e questo spostamento in avanti di un giorno rende la sua testimonianza ben più significativa, poiché si correla molto meglio con un delitto compiuto quella sera stessa. 
Possiamo notare che anche nel verbale originale non viene specificato il modello di 128, se berlina o coupé. Il documento fu però redatto in forma riassuntiva, quindi non è illogico prendere in esame la possibilità che l’eventuale mancata precisazione “coupé”, fosse da imputarsi all’incuria del verbalizzante. Anche perché il colore rosso era tipico proprio del modello coupé, macchina piuttosto diffusa per essere una (finta) sportiva, mentre sulla berlina era raro (la classica 128 si ricorda verde). 
Infine, a rendere la figura di Giancarlo Lotti ancor più compatibile con quella di un assassino che passa davanti alla piazzola per caso, è il fatto che l’individuo avesse avuto una cugina a Scandicci, che in aula (vedi) ammise di essere andato a trovare proprio in quei giorni, e proprio passando da via dei Giogoli, si legga anche qui.

venerdì 26 maggio 2017

Giuttari contro tutti

Nel precedente articolo, Firenze-Perugia andata e ritorno, dedicato all’apertura della nuova pista perugina sulla morte di Francesco Narducci, ci eravamo lasciati con la sorprendente “scoperta” che quella pista era nata senza alcun apporto di fatti nuovi, come invece per anni ci era stato fatto credere con le grottesche minacce telefoniche a una signora di Foligno. Qui riprendiamo il racconto dalla fine del 2001, quando Giuttari, acciaccato dal clamoroso fallimento della perquisizione nella villa dei C. ma tutt’altro che domo, cercava di agganciarsi alle novità arrivate da Perugia. Tra i suoi obiettivi avrebbe assunto sempre più rilevanza quello di affiancare il lavoro di Mignini dimostrando le frequentazioni fiorentine di Francesco Narducci, con un impegno però non privo di sgradevoli effetti collaterali che lo avrebbero messo in contrasto con i suoi superiori, sia della Procura sia della stessa Polizia. Vedremo quali furono i tentativi di porgli un freno, pressoché inutili, possiamo anticiparlo, poiché al solito Giuttari reagì con estrema efficacia, riuscendo alfine a ritagliarsi uno spazio autonomo in cui proseguire per la propria strada, libero da ogni condizionamento avverso.

La ripartenza. Il 3 dicembre 2001 Giuttari consegnò una nota riepilogativa a Canessa, con la quale chiedeva i permessi per proseguire con le sue indagini. Il documento non è ancora di dominio pubblico, se mai lo sarà, quindi dobbiamo accontentarci di fonti giornalistiche per intuirne il contenuto, che doveva essere un pot pourri di rara confusione (il peso della nuova pista perugina, appena agli inizi, non era ancora preponderante). Questo articolo di Fiorenza Sarzanini, uscito su “Il Corriere della Sera” del 23 gennaio 2002, ce ne dà un ampio sunto il quale, seppur forse condito con qualche riempitivo di fantasia, è da considerarsi affidabile, sia per la mancanza di successive smentite sia per il sempre dimostrato credito di cui la giornalista godeva negli ambienti giudiziari fiorentini.
Si parte con la sorprendente ipotesi dei due francesi morti a Scopeti che sarebbero venuti in Italia per partecipare a riti satanici. 

Nadine Mauriot e Jean Kraveichvili, l'ultima coppia uccisa dal «mostro» di Firenze, erano in Toscana per partecipare a riti satanici e messe nere. Qualcuno li «adescò» e li mise in contatto con una setta della zona. Ma poi li trasformò nelle vittime sacrificali. La nuova «verità» sugli omicidi seriali avvenuti nelle campagne fiorentine tra il 21 agosto 1968 e l'8 settembre 1985 emerge dall'ultimo rapporto che la squadra mobile ha consegnato un paio di settimane fa al pubblico ministero Paolo Canessa. Ed è raccontata da un testimone rintracciato in Francia dagli uomini guidati da Michele Giuttari. L'uomo, un investigatore privato che dopo il delitto dei due francesi venne in Italia per cercare la verità sull'omicidio, ha raccontato di essere riuscito a «infiltrarsi» nella setta. E ha fatto nomi e cognomi di professionisti e di altri «insospettabili» che avrebbero aderito alla congrega: è il livello «occulto» che per anni avrebbe cercato di depistare le indagini. E di negare che dietro gli omicidi agisse un gruppo di mandanti. Una pista che invece sin dal 1985 il Sisde, il servizio segreto civile, aveva delineato perfettamente individuando anche i luoghi dove queste persone si incontravano. Una «verità» di cui era a conoscenza anche l'allora direttore Vincenzo Parisi, poi diventato capo della polizia.

Di questo fantomatico infiltrato non si hanno ulteriori notizie, quindi si deve presumere che fosse stato un mitomane o comunque un bugiardo. Non sappiamo neppure se davvero avesse fatto dei nomi. In ogni caso della possibilità, collegata ai “cerchi di pietra” di Monte Morello, che Nadine Mauriot e Jean Kraveichvili fossero stati coinvolti in qualche cerimonia esoterica Giuttari ne avrebbe parlato ancora nel 2005, nel suo Il Mostro, quindi possiamo dare per assodato che fosse stata una sua effettiva ipotesi di lavoro. Dell'assoluta inconsistenza della pista di Monte Morello si è già detto qui.
L’articolo fornisce poi una lista di personaggi toccati dalle indagini, ognuno a suo diversissimo modo, sui quali si ritenevano necessari ulteriori accertamenti.

Il dossier consegnato alla Procura è di oltre cento pagine ed è diviso in due parti. La prima riguarda le indagini che la squadra mobile ritiene di aver ormai concluso e per le quali chiede ai magistrati di procedere. L'elenco delle persone sotto inchiesta comprende le proprietarie della villa […] dove lavorò Pietro Pacciani e dove sarebbero stati compiuti riti magici; il giornalista Giovanni Spinoso, accusato di frode processuale per aver inviato ai carabinieri un biglietto anonimo che accusava Pacciani e un'asta guidamolla compatibile con l'arma usata dal «mostro» avvolta in un pezzo di stoffa uguale a quello trovato in casa del contadino di Mercatale; l'ex appuntato dei carabinieri di San Casciano, Filippo Toscano, sospettato di aver fornito a Mario Vanni i proiettili calibro 22; Maria Ines Pietrasanta, indagata per rapina per essere entrata il 22 gennaio del 1996 a casa di Pietro Pacciani, aver aggredito e narcotizzato sua moglie Angiolina, e aver portato via documenti. La donna è la vedova del professor Giulio Zucconi, primario di ginecologia all'ospedale Careggi di Firenze e titolare di un laboratorio a San Casciano, sospettato di aver avuto rapporti proprio con Pacciani. Anche il fratello di Zucconi è stato coinvolto nell'indagine. Si tratta di un ambasciatore ora in pensione che si sarebbe interessato in maniera sospetta agli accertamenti compiuti dalla Procura. Che interesse aveva? Era sua intenzione «coprire» qualcuno? Che cosa sa dei delitti del «mostro»?

Qualche parola su Giovanni Spinoso, unico personaggio tra quelli sopra elencati di cui non si è mai trattato su questo blog, e del quale si può leggere qualche notizia qui, per dire che non si comprende come la sua vicenda giudiziaria possa essere stata inserita nel contesto delle indagini sui mandanti. Tenuto conto sia del tipo di reato che gli veniva contestato – la costruzione di false prove contro Pacciani –  sia della sua posizione di genero di Renzo Rontini, si potrebbe al massimo sospettare che avesse voluto “dare una mano” alla giustizia.

Tutta la seconda parte del dossier consegnato ai magistrati riguarda i possibili mandanti degli omicidi che nel corso degli anni hanno poi cercato di sviare le indagini. Nell'elenco ci sono un avvocato, un medico e altri personaggi ritenuti «insospettabili» sul cui conto la polizia sollecita ulteriori accertamenti. È stato il nuovo testimone a fare i loro nomi, ma ulteriori riscontri sono arrivati rileggendo i documenti raccolti dal Sisde che - senza avvisare la Procura - dal 1985 in poi svolse un'inchiesta parallela sulla vicenda affidando anche due consulenze, una compiuta dal criminologo Francesco Bruno e l'altra da una 007 del «centro» di Firenze. Entrambe le relazioni arrivarono alla conclusione che gli omicidi fossero stati ordinati da una setta. Ma nessuna delle due fu consegnata agli inquirenti che continuavano a seguire la pista dei «compagni di merende».

Probabilmente in questa seconda parte assumeva grande rilevanza la nuova pista perugina (avvocato = Jommi, medico = Narducci), sulla quale però, come voleva la Procura di Perugia, non doveva filtrare alcuna notizia. Dalla nota 133/05/G.I.DE.S. del 5 marzo 2005, scritta dallo stesso Giuttari:

Con nota n. 500/2001/S.M. del 3.12.2001, riepilogativa delle indagini sui mandanti, tra i personaggi di particolare interesse investigativo venivano indicati: Narducci Francesco […] (si chiedevano approfondimenti investigativi, in particolare sulla sua morte nel lago Trasimeno) e Jommi Giuseppe (nei cui confronti si chiedevano specifici approfondimenti anche mediante l’acquisizione dei tabulati telefonici delle utenze in suo uso, che però non venivano autorizzati. […])
La citata nota, articolata e dettagliata, oltre agli approfondimenti di cui sopra è cenno, conteneva una serie di proposte investigative, ritenute utili e opportune allo stato delle indagini per la loro prosecuzione, ma non aveva alcun seguito, poiché seguiva un nuovo lungo inspiegabile periodo di stasi operativa, protrattosi sostanzialmente per oltre un anno, di certo non attribuibile al P.M. titolare delle indagini, né tantomeno all’ufficio investigativo che lo stava collaborando, ma le cui cause meriterebbero un approfondimento nelle sedi competenti.

Il procuratore capo Ubaldo Nannucci lesse la nota e tacque a lungo. Continuò a tacere anche di fronte alla nota successiva datata 11 marzo 2002, nella quale Giuttari richiamava i risultati della perquisizione del 1998 a Francesco Calamandrei, chiedendo il permesso per nuove indagini (probabilmente intercettazioni telefoniche). E così per qualche mese lo scalpitante commissario dovette accontentarsi del noioso lavoro di routine, come ci raccontano i titoli dei quotidiani dell’epoca: un bandito solitario arrestato dopo dieci anni, una banda che svaligiava ville, una sparatoria sul portone di casa, l’espulsione di cento stranieri e così via. Ma le notizie che arrivavano da Perugia, dove Mignini macinava a più non posso, lo rendevano impaziente di fare la propria parte sul versante fiorentino, visto che le due indagini erano ufficialmente collegate. Da Il Mostro:

L'attesa delle deleghe si è fatta insostenibile. Non mi manca il lavoro, come capo della Squadra Mobile, e le indagini sui mandanti sono solo una piccola parte dei miei compiti, ma non è accettabile che un intoppo burocratico - in mancanza di spiegazioni come altro devo interpretarlo? - si trasformi in un nuovo ostacolo.
Insisto per sapere perché la mia nota del 3 dicembre 2001 è ancora ferma. Canessa elude la domanda finché può, ma alla fine ammette che il procuratore Nannucci non intende approfondire gli accertamenti perché i fatti a sostegno della richiesta non sono altro che "illazioni". Stento a crederlo. È ridicolo, tanto più se si tiene conto di quello che sta accadendo a Perugia.
E poi il PM titolare delle indagini è Canessa, non Nannucci: è ora che si richiamino responsabilità e ognuno si assuma le proprie.
Il 21 maggio scrivo al PM. Voglio lasciare una traccia scritta di quello che si sta verificando. Richiamo la nota del 3 dicembre 2001 facendo presente che ancora non sono pervenute le deleghe richieste: a mio giudizio, sono utili per proseguire le indagini sui presunti mandanti e sono sempre in attesa di una decisione sull'opportunità di svilupparle nella direzione indicata.
Aspetto una risposta scritta, non mi accontento più delle parole. Quando riceve la lettera, Canessa mi dice con molta sincerità che è davvero amareggiato per la situazione che si è creata e mi assicura che farà di tutto per sbloccarla. Gli credo e lascio passare ancora alcuni giorni.

L’audiocassetta. Prima di prendere carta e penna per scrivergli, quello stesso 21 maggio Giuttari aveva organizzato un poco simpatico scherzetto alle spalle dell’ingenuo Canessa, registrando di nascosto la sua voce su cassetta mentre lo induceva a parlare (male) del suo capo Nannucci. Ecco la versione dell’episodio datane da Giuttari nel suo Confesso che ho indagato:

Quel giorno, mi ero incontrato con un informatore in piazza della Repubblica per ascoltare importanti notizie sulla vicenda del Mostro, alle quali mi aveva accennato al telefono. Aveva però posto come condizione di vedermi fuori dalla Questura e io avevo acconsentito.
Per l’occasione, mi ero munito di un microregistratore al fine di tenere traccia, a scopo esclusivamente personale, del contenuto del colloquio, considerato il posto abbastanza frequentato, dove tra l’altro non mi sarei potuto fermare a lungo.
Gli uffici della Procura erano allora proprio in piazza della Repubblica. Canessa doveva avermi visto e mi era venuto incontro, ragione per cui avevo salutato rapidamente l’informatore per accogliere il sostituto procuratore. Ero in un luogo pubblico e non potevo certo tirar fuori il registratore, quindi è stata ripresa la nostra lunga conversazione, oltre quaranta minuti, durante la quale Canessa spiega i motivi del blocco delle indagini da parte del suo capo.

Pretendendo che gli si creda, l’ex superpoliziotto fa un torto all’intelligenza dei propri lettori. Già suona poco plausibile che un informatore interessato a non dare nell’occhio, non volendo un incontro in Questura, accetti di parlare sulla piazza dove davano la stessa Questura nonché la Procura. Ma è soprattutto la giustificazione scelta per spiegare il non spegnimento del registratore che suona fasulla. “Ero in un luogo pubblico e non potevo certo tirar fuori il registratore”, scrive Giuttari, ma perché, chi l’avrebbe notato, e se anche qualcuno lo avesse notato, qual era il problema? E poi, come si presume che l’apparecchio, all’arrivo dell’informatore, fosse stato acceso mettendo una mano in tasca, al medesimo modo poteva essere spento.
In realtà quella cassetta fu registrata a scopo di futuro utilizzo, come poi sarebbe accaduto davvero tre anni dopo, quando Giuttari avrebbe convinto Mignini a inquisire Nannucci per presunte manovre di ostacolo alla giustizia. Com’è noto, sia Mignini sia Giuttari sarebbero stati inquisiti e condannati per questo e altri episodi. Nella relativa sentenza del giudice Maradei, poi annullata per incompetenza territoriale, si legge:

Va premesso che la registrazione del colloquio con Canessa fu volontaria e questo elemento avvalora la ricostruzione del tribunale.
Invero, Giuttari, come già accennato, lo ha sempre sin dall'inizio negato […] asserendo che quel giorno doveva, prima di incontrare Canessa, avere, sempre in Piazza della Repubblica, un primo contatto con un nuovo possibile informatore e che, non fidandosene, si era messo nella tasca della giacca un registratore per documentare quello scambio; poi accadde che Canessa arrivò in anticipo, Giuttari congedò l'informatore e fece per spegnere l'apparecchio, manovra che evidentemente eseguì malamente, tanto da lasciare acceso il registratore. Una simile versione dei fatti è, oltre che intrinsecamente davvero incredibile, priva di qualsiasi riscontro, visto che neppure si è mai saputo chi sarebbe stato il preteso informatore incontrato; infine, contraddetta da un argomento logico molto forte, ossia la oggettiva conservazione del nastro e il suo utilizzo. […]
La verità è che Giuttari non poteva certo ammettere, a costo di negare l'evidenza, la volontarietà del suo gesto, essendo in prima persona consapevole delle gravi censure di ogni genere a un simile gesto («non mi sarei permesso io di registrare un Pubblico Ministero, e l'ho detto prima, avrei avuto... solo il pensiero mi ripugna.»), tanto più grave se si pone mente al fatto che, con rara slealtà, fu posto in atto sorprendendo la buona fede di un magistrato che si era adoperato in prima persona presso i massimi vertici della Polizia per assecondare le sue aspirazioni professionali e consentirne il collocamento in disponibilità.

Come si vede, la giustificazione di Giuttari per non aver spento il registratore risultava allora un po’ differente rispetto a quella riportata in Confesso che ho indagato, e la circostanza non depone certo a favore della sua buona fede. È evidente che per il prolungato fermo indagini il commissario era entrato in fibrillazione e aveva perso il senso della misura. Quel giorno aspettava al varco Canessa per farlo parlare a ruota libera e far cadere il discorso sui presunti motivi che inducevano Nannucci a non concedergli le deleghe richieste (“aveva condotto il discorso con un'attenzione e un'intenzionalità specifiche”, si legge nella sentenza Maradei). Tra le frasi registrate ci sarebbe anche questa: “Un’altra cosa che è sempre brutta… sia pure dopo aver scritto questo, mi dice: quello era compagno di scuola… quell’altro ci ha fatto il liceo… il fratello era in classe al liceo… capiscimi!...”. Giuttari la riporta nel suo libro, a dimostrazione del fatto che il Procuratore Capo non voleva che si indagasse su alcuni suoi conoscenti elencati nella nota del 3 dicembre 2001, tra cui Giuseppe Jommi.
Difficile dire quanto avessero pesato le proprie conoscenze giovanili nella decisione di Nannucci di non concedere le deleghe richieste, risulta però evidente come gli elementi contenuti nella nota che le richiedeva fossero tanto fumo e poco arrosto, in definitiva “illazioni” o poco più. D’altra parte bastava guardare alla tremenda cantonata appena presa da Giuttari con la perquisizione nella “villa dei misteri” per comprendere la titubanza di Nannucci. Viene piuttosto da chiedersi: quanto c’è da fidarsi delle indagini di un poliziotto capace di una bassezza come quella della registrazione carpita? Sapendo bene quale fosse la sua ferma volontà d’inseguire a ogni costo i fantomatici mandanti, della quale anche la stessa registrazione truffaldina era figlia, quale valore può essere attribuito alle numerose testimonianze che appaiono fin troppo compiacenti verso il suo punto di vista?
In ogni caso la lettera scritta da Giuttari il 21 maggio dovette sortire il suo effetto, o più probabilmente a smuovere le acque furono le notizie giunte da Perugia dopo il deposito della perizia sugli atti relativi alla morte di Francesco Narducci e la conseguente riesumazione della salma. E così, attorno alla metà di giugno, fu finalmente concessa la desideratissima autorizzazione a effettuare indagini, limitate però alle frequentazioni fiorentine di Narducci. “Non è molto, ma voglio sperare che questa delega sia solo l'inizio e in ogni caso mi dà la possibilità di avviare la collaborazione con il PM di Perugia, destinata con il tempo a farsi sempre più stretta”, avrebbe commentato l’investigatore-scrittore su Il Mostro. Intanto il 17 giugno, assieme a Canessa, andava a Perugia per un vertice con Mignini.

Anche i topi aiutano Giuttari. Neppure il tempo di organizzarsi attorno all’autorizzazione appena ottenuta che Giuttari dovette affrontare un nuovo ostacolo, conseguenza della grottesca e macabra vicenda delle lesioni rinvenute su alcuni cadaveri esposti nelle Cappelle del Commiato, le sale mortuarie annesse all’ospedale di Careggi, a Firenze. Se ne può leggere un ampio resoconto su questo articolo, qui interessa evidenziare il conflitto tra Giuttari e Nannucci.
Le prime lesioni erano state scoperte il 23 giugno, e le indagini affidate alla Squadra Mobile, che aveva iniziato a interrogare i parenti dei deceduti. Pressati dallo sgomento dell’opinione pubblica, il 26, dopo la profanazione della terza salma, magistrati e investigatori (tra cui naturalmente Nannucci e Giuttari) si riunirono per fare il punto. In quella sede fu comunicato l’esito degli esami su della cenere ritrovata vicino a un cadavere, ritenuta in ipotesi un possibile residuo di rito satanico. Si trattava invece dei resti del tabacco di un sigaro o di una pipa, una notizia che doveva rimanere riservata e che invece il giorno dopo i giornali riportarono. Nannucci, ritenendo che la lingua lunga fosse stata quella di Giuttari, gli revocò le indagini affidandole alla Guardia di Finanza.
Da “La Repubblica” del  28 giugno:

Il procuratore della Repubblica Ubaldo Nannucci ha revocato al capo della squadra mobile Michele Giuttari la delega ad indagare sulle escissioni eseguite fra domenica e lunedì sulle salme di tre anziane donne nelle Cappelle del Commiato di Careggi. Questo significa che non sarà più il capo della mobile a coordinare le indagini su questa vicenda ripugnante che sembra opera di adepti ad una setta esoterica. Secondo quanto ha spiegato il magistrato, la decisione è stata presa perché la procura ritiene che sia stato Giuttari a rivelare ai giornali gli esiti di alcuni accertamenti compiuti nell'istituto di medicina legale, dei quali si sarebbe parlato l'altro ieri sera in una riunione fra magistrati e investigatori. Ieri i giornali hanno pubblicato la notizia che i resti bruciacchiati trovati sul velo che copriva una delle salme sarebbero residui di tabacco, parzialmente combusti. Il procuratore Nannucci e il sostituto Giulio Monferini non hanno chiesto spiegazioni ai cronisti (in tal caso avrebbero appreso che la notizia non proveniva da Giuttari) e hanno deciso di affidare ad altri le indagini. Il capo della squadra mobile non ha voluto fare commenti, limitandosi a dire di aver tenuto un comportamento ligio ai propri doveri. L'uscita di scena di Giuttari potrebbe creare qualche danno alle indagini, anche per il solo fatto della grande esperienza accumulata dal capo della mobile, che da 7 anni indaga sui misteri del mostro, in materia di esoterismo.

Come è facile immaginarsi, durante il vertice del 26 Giuttari e Nannucci si erano duramente scontrati sulla linea investigativa da seguire. Per Giuttari l’occasione era troppo ghiotta per non approfittarne evocando scenari da messe nere (nonostante che alla fine sarebbe emersa la responsabilità di semplici topi, sia ne Il Mostro sia in Confesso che ho indagato ancora si allude all’intervento di entità misteriose). Dal canto suo Nannucci temeva che le indagini sulla profanazione delle salme sarebbero diventate un ulteriore capitolo della ricerca dei mandanti, quindi, leggendo le indiscrezioni uscite sui giornali del giorno dopo, prese la palla al balzo ed estromise Giuttari. La fretta però gli fece commettere un grosso sbaglio, poiché a parlare non era stato lui ma i consulenti di medicina legale.
Naturalmente Giuttari reagì di conseguenza, e non esitò a minacciare il Procuratore Capo di querela per diffamazione, costringendolo a rimangiarsi le accuse.
Da “La Repubblica” del 2 luglio:

Non c'è nessun «conflitto personale» fra il procuratore della Repubblica Ubaldo Nannucci e il capo della squadra mobile Michele Giuttari, le cui «qualificate competenze» sono «ben note all'ufficio». Sono i passi essenziali di un comunicato diffuso ieri dal procuratore Ubaldo Nannucci, dopo quattro giorni di tensione crescente. Quattro giorni scanditi dalla decisione del procuratore di revocare al capo della mobile la delega per le indagini sulla profanazione delle salme alle Cappelle del Commiato e di affidarle alla Guardia di Finanza, dalla sfida del profanatore che ha colpito altre due salme a dispetto della vigilanza rafforzata, e dall'intervento dell' avvocato di Giuttari, Giovanni Maria Dedola, che ha preannunciato querela per diffamazione contro il procuratore Nannucci. Il legale imputava al procuratore di aver tolto le indagini a Giuttari con una motivazione «offensiva, infondata e priva di qualsiasi fondamento».
Giovedì scorso, annunciando l'allontanamento di Giuttari dalle indagini, il procuratore aveva attribuito alla responsabilità del capo della mobile la pubblicazione sui giornali dei risultati delle analisi della sostanza trovata sulla prima delle salme profanate (era tabacco). Ora, nel comunicato che è anche un'offerta di pace, il procuratore precisa: «Con riferimento alle notizie di stampa ampiamente pubblicizzate circa un presunto ed affatto inesistente conflitto personale tra questo procuratore e il dirigente della Squadra Mobile dottor Giuttari, intendo chiarire che in nessun modo si è attribuito e tanto meno voluto attribuire al dottor Giuttari la fuga di notizie che ha dato occasione al provvedimento. Qualora nel corso delle indagini dovesse risultare l'utilità di avvalersi delle qualificate competenze del dottor Giuttari, ben note all'ufficio, per l'accertamento dei gravi fatti oggetto di indagine, il collega titolare del procedimento vi farà sicuramente ricorso».
Il comunicato del procuratore fa seguito ad un colloquio con il prefetto Achille Serra e ad un incontro che si è svolto ieri mattina in procura con il questore Giuseppe De Donno. «Si è trattato di una visita molto cordiale», ha spiegato il procuratore: «Al questore ho fatto presente che non esiste alcuna pregiudiziale verso la questura e verso il personale della squadra mobile». La visita in procura, ha detto poi il questore, «è stata un atto di deferenza perché ero sicuro che il procuratore non avesse alcuna riserva mentale nei confronti della polizia. Il comunicato poi diffuso è un fatto estremamente positivo per un rasserenamento dei rapporti personali, non per quelli tra le istituzioni, che erano già tranquilli».

Questore, Squadra Mobile e romanzi. A rendergli la vita difficile in quei mesi a cavallo tra 2002 e 2003, Giuttari non aveva di fronte soltanto Nannucci, ma anche il proprio capo diretto, il questore Giuseppe De Donno, il quale giudicava eccessivo e a scapito di necessità più stringenti il suo impegno nelle indagini sul Mostro. Qui sono già stati proposti un paio di significativi frammenti tratti dalla sentenza Maradei dove viene ricostruito il clima tra i due. Eccone qualche altro:

I contrasti fra De Donno e Giuttari nel periodo in esame 2002-2003 furono in qualche modo percepiti anche ai vertici della Questura di Firenze. Sul punto sono stati escussi sia Salvatore Fabio Cilona all'epoca vice-dirigente della Squadra Mobile (di cui era dirigente Giuttari), sia Giancarlo Benedetti, all'epoca dirigente della D.I.G.O.S.. Essi hanno, in sintesi, riferito del forte impegno personale che Giuttari all'epoca dedicava all'indagine sui mandanti del mostro di Firenze, tanto che, nei consueti incontri mattutini che si tenevano fra i dirigenti delle varie divisioni, partecipava talora Cilona, quale suo sostituito. De Donno è stato descritto come uomo schivo e dotato di forte autocontrollo. Entrambi i testi hanno riportato - per lo più, però, come mera voce di corridoio - un disagio fra De Donno e Giuttari, incentrato, da parte di De Donno, sull'eccesso di energie dedicate all'indagine sul mostro di Firenze da parte di chi, come Giuttari, aveva una competenza generale come quella della Squadra Mobile. Benedetti è stato più specifico e ha poi precisato che, da un certo momento (che non ha saputo datare), Giuttari non partecipò più agli incontri mattutini «[...] perché credo c'aveva una frattura con il questore [...]», che, per quel poco che si poteva percepire dall'esterno, derivava appunto dal fatto che De Donno non gradiva che Giuttari si spendesse in via esclusiva nell'indagine del "mostro": «[...] il questore diciamo era un po' indispettito perché il dottor Giuttari, che era un ottimo investigatore, si era buttato del tutto, a corpo morto sull'indagine del mostro e mi pare una volta il questore disse ... cioè trascurando, secondo quanto diceva il questore, la dirigenza insomma della Mobile. [...]»).

Sempre dalla stessa sentenza è il caso di leggere un altro gustoso frammento relativo a una conversazione telefonica avvenuta il 28 gennaio 2005 tra i giornalisti Mario Spezi e Rosario Poma: 

In essa, Poma riferisce a Spezi di confidenze fattegli da De Donno in merito al periodo in cui era stato Questore di Firenze. Ecco i passi salienti:
 «[…] Pino De Donno s'incominciava ad incazzarsi, lui diceva: "Senta Giuttari, lei a me mi deve raccontare dici guarda io ho diretto la Squadra Mobile, sono stato alla Squadra Mobile qui di Firenze, ho diretto la Squadra Mobile di Taranto, ho diretto la Squadra Mobile di Bari. Lei a me mi deve raccontare le cose concrete!"
Spezi Mario Casa: (Ride)
Rosario Poma: Questi spiriti cose ecc. a me non interessano, lei mi racconta le cose, quando ci sono cose concrete, lei ha il dovere di informarmi punto e basta! [...] E una volta, inc., quella volta lì gli disse "senta queste sono, mi fa perdere tempo lei a raccontarmi queste cose", quindi quello se n’è andato, difatti quando lui è stato trasferito lui, inc. (parlano contemporaneamente), era tutto contento, hai capito?».

È indubbio che l’impegno richiesto al capo della Squadra Mobile di una grande città come Firenze doveva essere molto oneroso, quindi non sembra affatto difficile immaginare che le lamentele di De Donno avessero avuto un fondamento. Peraltro, oltre alle indagini sui mandanti, a distogliere l’attenzione di Giuttari dalle incombenze del lavoro quotidiano doveva essere anche la sua nascente carriera di scrittore. Si sa che il manoscritto del suo secondo e ben più impegnativo romanzo, Scarabeo, iniziò a circolare tra gli editori nella primavera del 2003, quindi il periodo di preparazione aveva coinciso proprio con i mesi nei quali De Donno più si doleva del suo scarso impegno. A meno che le duecento pagine del libro non fossero state in gran parte opera di un ghost writer, Giuttari, che per di più doveva impadronirsi di un mestiere nuovo, vi aveva dovuto dedicare centinaia e centinaia di ore di lavoro, diretto e indiretto, poiché, come sa bene chi si diletta a scrivere romanzi, la mente fatica a disimpegnarsene anche lontano dalla tastiera.
E dunque, per motivazioni che nulla avevano a che fare con il tentativo di proteggere qualche personaggio amico o potente – eterna litania dell'odierno scrittore – con decorrenza 7 gennaio 2003 venne deciso il trasferimento di Giuttari alla Questura di Prato, nella posizione di vicequestore, quindi ancora una volta con un avanzamento di carriera. Ma lui, lontano dalle vicende del Mostro, non avrebbe accettato neppure un posto da Presidente della Repubblica, e infatti non accettò, cercando l’appoggio dei suoi unici ma decisivi alleati: Paolo Canessa e Giuliano Mignini. I due PM intervennero presso Nannucci facendo presente il danno che avrebbe comportato la perdita di Giuttari per le indagini sul Mostro, e riuscirono a farne differire di tre mesi il trasferimento. Ma questa non era certo una soluzione in grado di accontentare il tenace commissario, che continuò a premere sui suoi sostenitori, i quali il 2 dicembre scrissero una lettera congiunta a De Donno per chiedere la cancellazione totale del trasferimento.
Intanto i problemi di criminalità a Firenze aumentavano, e alcuni sindacati di polizia ne attribuivano parte della responsabilità anche a Giuttari. Da “La Repubblica” del 10 gennaio 2003:

«Tirate fuori i soldi, è una rapina». Una frase secca per portare via 7.500 euro dalla Cassa di Risparmio di viale Petrarca. Due malviventi, ieri mattina verso le 11, non hanno nemmeno tirato fuori le armi e sono fuggiti in macchina. Nella banca non c'erano clienti, una cassiera ha avuto un leggero malore per lo spavento. È la quinta rapina in tre giorni: l'assenza di armi o violenza non è bastata a allontanare le polemiche sull'escalation criminale. I sindacati di polizia puntano, in modo diverso, il dito sulla squadra mobile, che si occupa delle indagini. «È vero che alla mobile ci sono problemi – dice Ivo Aramu del Sap – La sezione dovrebbe avere input migliori. Non voglio togliere nulla alle indagini sul Mostro del dirigente Michele Giuttari ma ci sono anche crimini più "ordinari" da seguire». La vede in modo simile Roberto Varallo del Consap: «I fatti dimostrano che il dirigente non va, ma perché i suoi superiori non prendono provvedimenti?». Chiede un intervento dall'alto anche Antonio Lanzilli del Siulp: «La mobile va ristrutturata».

Il 18 gennaio Giuttari dovette subire un nuovo attacco dalle alte sfere, questa volta soltanto verbale ma assai bruciante per il suo prestigio (e al momento giusto se ne sarebbe ricordato...). Durante l’apertura dell’anno giudiziario il procuratore generale Gaetano Ruello fece un polemico accenno alle indagini sul Mostro:

A Firenze sono stati compiuti ben 16 omicidi. Per 9 vi è l’iscrizione di indagati a registro generale mentre 7 risultano allo stato a carico di ignoti. E si continua ancora a indagare sui delitti del “mostro di Firenze” e su fatti che sembrano ad essi connessi, con la prospettiva di veder condannato, quando sarà, qualche arzillo novantenne.

Il prefetto di Firenze intervenne sulla medesima falsariga, mentre Nannucci fu costretto a far buon viso a cattiva sorte e a difendere le indagini oggetto di critica, che alla fin fine era stato il suo ufficio ad aver autorizzato. In ogni caso Giuttari se ne sbatteva, protetto com’era dai due PM per i quali doveva indagare. Intanto, come era accaduto qualche tempo prima con Canessa, mise mano ad apparecchiature da 007 e registrò quattro conversazioni con De Donno (24 e 28 settembre 2002, dicembre 2002, 1° aprile 2003). Di queste certo non potrebbe mai dire che erano state casuali! La sentenza Maradei le critica duramente.

È altresì certo che in quel periodo Giuttari per ben quattro volte registrò di nascosto colloqui con De Donno: non già per documentare la commissione di reati o altri atti illegittimi in atto, giacché le registrazioni restarono per vari anni nella esclusiva disponibilità di Giuttari. Non può il tribunale che rilevare non solo l'oggettiva slealtà di un simile comportamento da parte di un alto funzionario di polizia nei confronti del suo questore; ma soprattutto, al contempo, la indiscutibile preoccupazione che ovviamente suscita la scoperta che Giuttari abbia tenuto da parte tali registrazioni per anni, comportamento che, fra l'altro, non è stato isolato, essendo emerso come Giuttari abbia anche registrato un colloquio col p.m. Canessa. La callida captazione di conversazioni e, ancor più marcatamente, la loro conservazione per anni, sin quando non sopraggiunse l'occasione di usarle (occasione o motivo che non esistevano al momento della loro formazione), rivelano in Giuttari un ben preciso atteggiamento di fondo di tipo vendicativo verso De Donno: si confezionano possibili prove da usare se e quando sarà possibile.

Il 17 febbraio 2003 Canessa e Mignini scrissero una seconda lettera a De Donno, poi andarono a parlare con il vicecapo della polizia, Antonio Manganelli, con il quale finalmente fu trovato il rimedio a ogni conflitto: rifacendosi a una legge che consentiva la messa in disponibilità – per un periodo di al massimo quattro anni ­– dei dirigenti di polizia per assegnarli a incarichi speciali, il 2 aprile 2003 Giuttari fu tolto dalla guida della Squadra Mobile e assegnato a Canessa e Mignini per investigare solo ed esclusivamente sui mandanti dei delitti del Mostro e sulla morte di Narducci. Il termine, poi ampiamente prorogato, era il 31 dicembre di quello stesso anno.

Il G.I.De.S.. La legge prevedeva anche la concessione di eventuali uomini e mezzi ritenuti necessari all’espletamento delle indagini. Giuttari prese con sé otto agenti, tutti scelti da lui meno uno: Michelangelo Castelli ispettore capo, Alessandro Borghi vice sovrintendente, Joseph Costa vice sovrintendente, Ermanno Zoppi vice sovrintendente, Vincenzo Mele assistente capo, Silvio De Iorio agente scelto, Davide Arena agente scelto, Tiziana Colucci agente scelto. Gli furono anche assegnate tre auto e un ampio immobile – in viale Gori 60 a Firenze, all’ultimo degli otto piani di un enorme palazzone detto “Il Magnifico”, un tempo hotel e fin dal 2000 interamente affittato a caro prezzo dalla Polizia che lo usava per vari uffici e come dormitorio per i suoi agenti – dove venne attrezzata l’ambitissima e in futuro usatissima sala intercettazioni.
La struttura ebbe anche un nome, G.I.De.S. (Gruppo Investigativo Delitti Seriali), leggibile sui documenti stampati, ma che non aveva alcuna valenza giuridica, come viene ben spiegato dalla sentenza Maradei:

Non era stata creata alcuna stabile autonoma struttura funzionale della Polizia di Stato, ma solo distaccato un funzionario, quantunque dotato di uomini e mezzi, a disposizione di due Autorità giudiziarie, per lo svolgimento di specifiche indagini di particolare rilevanza. Il gruppo nasceva dunque non già come autonoma ramificazione del Dipartimento della Pubblica Sicurezza dell'Amministrazione dell'Interno, ma come gruppo di ausilio a un singolo ufficiale di p.g. che, intuitu personae (ossia per la fiducia goduta presso i pubblici ministeri di Firenze e Perugia e per l'indubbia conoscenza di indagini così delicate e complesse), era stato temporaneamente destinato a compiti particolari. Il nome G.I.De.S. (Gruppo Investigativo Delitti Seriali), da chiunque scelto e imposto, evoca una competenza generale in tema di delitti seriali che, in realtà, non è mai esistita; così come fa pensare a una articolazione stabile della Polizia di Stato, che, del pari, non è mai esistita. Il "gruppo", quale dotazione a servizio di Giuttari, era dedicato a indagare sui soli casi, per quanto di eccezionali importanza e complessità, del mostro di Firenze e dell'omicidio Narducci e per un tempo predeterminato, che non avrebbe potuto superare i quattro anni.

In sostanza il G.I.De.S. era lo stesso Giuttari, il quale apponeva la propria firma su quasi tutti i documenti ed era comunque responsabile per ogni operazione effettuata dalla struttura. Probabilmente il nome lo aveva scelto lui stesso per dare maggior enfasi alle proprie iniziative, tra l’altro allargandole in apparenza in un campo che non gli competeva (quello di tutti delitti seriali). Indipendentemente dal suo stato giuridico, la struttura non era comunque niente male per inseguire fantomatici mandanti che neppure si sapeva se esistessero davvero, e che in ogni caso nessuno aveva mai visto. Si trattò della classica soluzione all’italiana, con la quale si addossava alla collettività il peso di un conflitto che regole burocratiche obsolete non consentivano di dipanare in altri modi. Il risultato più importante, quello che premeva davvero, fu un nuovo capo della Squadra Mobile di Firenze, Gianfranco Bernabei, finalmente pronto ad affrontare senza distrazioni gli infiniti problemi di una storica città che denunciava un certo affanno davanti al mutare dei tempi. Dal canto suo Giuttari ottenne quel che aveva sempre voluto: la possibilità di dedicarsi a tempo pieno alle indagini sul Mostro, senza doversi preoccupare di tediosi problemi come quello dei vu cumprà o delle bande che svaligiavano appartamenti.
Oltre allo spreco di risorse pubbliche, nella soluzione adottata c’era comunque un altro grosso inconveniente: l’eliminazione di ogni controllo dell’operato di Giuttari da parte della Polizia. Il che gli dava un’autonomia eccessiva, favorita anche da un rapporto personale con i due pubblici ministeri, soprattutto con Mignini, molto squilibrato a suo favore. Intuibile anche da vari altri indizi, la circostanza emerge chiara tra le righe di un passo della sentenza Maradei:

[…] le sue pressanti intimazioni a Mignini - per tutte le citate note del 23.5.2006 e, soprattutto, del 18.9.2006: si rinvia ancora alla loro integrale lettura - travalicano ogni limite possibile nei rapporti fra ufficiale di p.g. e p.m., quasi che il primo possa, dalla sua posizione per legge semmai sottordinata nella conduzione delle indagini preliminari, dirigere l'attività del secondo, pretendendo addirittura il compimento di determinati atti, e dovrebbero trovare, se del caso, adeguata valutazione in sede disciplinare [...]

Nella nota del 18 settembre 2006, purtroppo non disponibile a chi scrive, la sentenza rileva “toni la cui perentorietà lascia francamente sconcertati”.
Il risultato di tale squilibrio e della mancanza di controlli esterni furono indagini che, almeno nel loro ultimo stadio, con la ricerca dei mandanti dei delitti del Mostro nulla avevano a che fare, e che la sentenza Maradei avrebbe giudicato ritorsive contro giornalisti e funzionari pubblici ritenuti “nemici”. Ma anche le stesse indagini sui mandanti appaiono a tratti preda di comportamenti parossistici. Si pensi all’abuso di intercettazioni telefoniche, uno strumento che la legge giudica transitorio, non per niente da rinnovarsi di quindici giorni in quindici giorni, e che riserva ai casi in cui esistono gravi indizi. Ebbene, il telefono di Francesco Calamandrei, sul quale certamente non esisteva nessun grave indizio, sarebbe stato tenuto sotto controllo, peraltro senza alcun risultato, almeno per un paio d’anni!