lunedì 26 dicembre 2016

La dinamica di Baccaiano - Addendum

Ho deciso di pubblicare un addendum alla mia ricostruzione della dinamica di Baccaiano per sviscerare meglio l’argomento più caro a chi intende andare avanti all’infinito con le discussioni: le “colature di De Gothia”. Non è affatto bastato collegare la chiarissima testimonianza di Ulivelli sulla strisciata di sangue all’interno della portiera con l’esistenza dei fori di sfiato sul fondo della stessa per togliere di mezzo la favola della sua apertura da parte del Mostro. In alcune discussioni in rete si continuano ad analizzare fino allo spasimo le solite macchie di sangue alimentando vecchi e nuovi misteri.

Dov’era il serbatoio? Cominciamo con l’osservare che se anche la portiera di guida dell’auto di Mainardi fosse stata aperta, dal Mostro o da qualsiasi altro, nessuna colatura  avrebbe potuto prodursi sul longherone. Questo perché non esisteva alcun serbatoio di raccolta di sangue sopra la portiera chiusa dal quale questo potesse uscire all’apertura della stessa. Il sangue che fosse scivolato lungo il pannello interno avrebbe oltrepassato il punto di contatto tra portiera e guarnizione per finire poi sul tappetino sottostante. Le foto successive riguardano la portiera del passeggero, ma naturalmente per quella del guidatore non c'era alcuna differenza.


Nella parte bassa del vano portiera alla cornice della guarnizione (guarnizione esterna) era stata affiancata internamente una ulteriore struttura, più alta, di forma rotondeggiante (guarnizione interna).


A portiera chiusa la guarnizione interna veniva schiacciata dal pannello di materiale plastico, quella esterna dalla striscia di lamiera sottostante.


Il risultato era una superficie continua sulla quale, all’altezza della guarnizione interna, si evidenziava uno scalino. Ma su quello scalino il sangue che fosse sceso lungo il pannello sarebbe transitato senza fermarsi, per finire poi sul tappeto sottostante. In effetti andò proprio così a Baccaiano, come risulta dalla deposizione di Ulivelli: “questo sangue gl'era colato, questa striscia, fino in fondo, fino alla moquette, insomma, al pavimento della macchina”.


È sicuramente possibile che nel punto di contatto tra pannello e guarnizione interna si potesse esser formato un minuscolo anfratto, come mostra la figura sopra esagerandone la dimensione. Ma se anche una certa quantità di sangue si fosse raccolta in tale spazio, essa sarebbe stata del tutto insufficiente, scendendo al momento dell’apertura della portiera, a produrre le estese colature fino sul longherone.
Quindi, una volta per tutte, i tenaci assertori dell’apertura della portiera da parte del Mostro rinuncino alla pretesa di utilizzarla per giustificare le colature di De Gothia. Si potrebbe invece spiegare in questo modo la fantomatica macchia sulla quale il forumista Accent ha costruito la sua ingegnosa ma artificiosa dinamica, pensando alla portiera aperta da cui il sangue ancora in fase di discesa avrebbe potuto colare sull’asfalto. Ma senza ulteriore alimentazione si sarebbe esaurito probabilmente in poche gocce.

Gli argomenti del mistero. Da quanto si legge nelle discussioni in rete, sono essenzialmente due gli argomenti relativi alle colature di sangue di chi non intende rinunciare ai misteri del delitto di Baccaiano.


Nella figura a sinistra si può vedere che la guarnizione è macchiata. Il che non sarebbe spiegabile con il sangue fuoriuscito dall’interno della portiera attraverso i fori di sfiato, situati più esternamente e più in basso. Questo è il primo argomento.
Veniamo adesso alla forma delle colature sul longherone esterno. Come si vede nella figura a destra – e chi scrive non ha alcuna intenzione di cavarsela invocando un effetto ottico – le striature di sangue non sono del tutto verticali, ma leggermente inclinate, come se l’auto avesse avuto le ruote anteriori più in basso delle posteriori (il lettore attento potrà anche notare che la striatura più a destra è invece, nella sua prima parte, verticale). Si tratta del secondo argomento del mistero, poiché la discesa del sangue con l’auto ferma in piazzola non sarebbe in grado di spiegare l’inclinazione delle colature.

Tenuta delle guarnizioni. Prima di procedere con un tentativo di ricostruzione dei movimenti del sangue sotto la portiera è necessaria una premessa. È evidente che nella 147 di Mainardi il sistema delle due guarnizioni tra il lato inferiore della portiera e la scocca non era certo stato progettato per ottenere una tenuta stagna. Lungo la superficie d’appoggio dei due lunghi elementi rettilinei, gomma da una parte e lamiera e plastica dall’altra, potevano sussistere numerosi punti di contatto imperfetto. Inoltre non va dimenticato che la guarnizione si trovava sul piano di calpestio, e dunque era soggetta a inevitabili deformazioni. Ma a dire il vero di una tenuta stagna non si sentiva neppure il bisogno, poiché a fermare l’ingresso dell’acqua era la forma stessa dello sportello, la cui lamiera esterna si estendeva verso il basso.
Della tenuta dall’interno verso l’esterno naturalmente in Fiat non se ne erano affatto preoccupati. Un liquido che fosse sceso lungo il pannello e avesse incontrato lo scalino formato dalla guarnizione non è detto che non si sarebbe insinuato tra le due superfici, che erano accostate senza alcuna protezione spiovente. Come sa bene chi si occupa di edilizia, se in cima al punto di giunzione di due superfici verticali non si prevede una struttura spiovente, prima o poi l’acqua si infiltrerà. Ma nel caso di un’auto non importa a nessuno se un liquido che dovesse scorrere lungo l’interno della portiera filtrasse all’esterno. Anche perchè, a parte casi estremi come quello in oggetto, non si vede in quale occasione un liquido potrebbe scivolare lungo il pannello interno. 

I movimenti del sangue. Nelle due figure sottostanti sono stati contrassegnati da lettere alcuni elementi significativi nella zona delle colature, in modo tale da poterli richiamare via via che si renderà necessario durante la ricostruzione dei movimenti del sangue.



Nei due o tre minuti in cui l’auto rimase ferma in piazzola mentre Paolo Mainardi giaceva esanime con il collo appoggiato alla parte superiore dello sportello, il sangue che gli colava dal mento e dallo zigomo in parte scese lungo il pannello interno, in parte entrò dentro la portiera attraverso l’intercapedine del vetro. Quello sceso lungo il pannello incontrò lo scalino costituito dalla guarnizione interna, superandolo e finendo sul tappetino. Ma una modesta quantità si insinuò tra le due superfici  e bagnò sia la guarnizione esterna, sia la lamiera orizzontale del longherone. Nel punto “A” si raccolse una quantità maggiore che riuscì ad arrivare alla lamiera esterna formando una piccola striatura verticale, l’unica.
Il sangue penetrato all’interno dello sportello non fuoriuscì immediatamente dal foro di sfiato, se non forse in minima parte, ma si raccolse sul fondo, in “B”. Il motivo di tale fenomeno va ricercato in una leggera inclinazione dello sportello causata da una questione strutturale oppure da una posizione più alta delle ruote anteriori sul terreno accidentato.


Nel momento in cui l’auto partì a marcia indietro, il sangue raccolto in “B” fu spinto nella direzione opposta, incontrò il foro di sfiato e uscì, producendo le colature “C”. L’inclinazione delle colature fu causata o dall’accelerazione dell’auto, oppure dall’aria della corsa, o da entrambe. Il fenomeno della colatura “A”, che da verticale divenne inclinata, fu dovuto al fatto che la forza di coesione tra molecola e molecola fece ricalcare al nuovo sangue il percorso del vecchio, per poi proseguire per suo conto alla fine di questo. Durante il tragitto qualche goccia di sangue potrebbe aver raggiunto l'asfalto, magari durante gli scuotimenti di un'andatura sicuramente a singhiozzo. Ecco quindi una semplice spiegazione per la misteriosa macchia di sangue che sui forum ha originato ricostruzioni ardite e fantasiose.
Per giustificare le deboli macchie in "D" si potrebbero avanzare varie ipotesi. Forse ci fu un apporto da scorrimenti secondari sul pannello interno, trasudati attraverso le guarnizioni. Oppure una parte del sangue che si era raccolta tra lamiera del longherone sotto e lamiera dello sportello sopra fu spinta in avanti alla partenza dell'auto. In ogni caso la quantità modesta non permise a quel sangue di fuoriuscire all’esterno. In compenso potrebbe aver risalito lo spazio attorno alla guarnizione, o per semplice sciacquio o per il noto fenomeno della capillarità, che è in grado di fornire una spinta verso l'alto ai fluidi racchiusi in spazi molto ridotti.
Il fatto che il sangue di Paolo Mainardi fosse ancora liquido all’atto della partenza dell’auto ci dice che dal momento in cui era fuoriuscito dal suo corpo erano trascorsi pochi minuti, non più dei quattro o cinque necessari alla relativa coagulazione. E sebbene ancora liquido per un po’, quando l’auto si trovò inclinata con la coda nella fossa quel sangue rimase al proprio posto. Il motivo va ricercato nella forza di adesione che si esercita tra le molecole di un fluido e quelle di un solido quando vengono a contatto. Si tratta della medesima forza che aveva consentito la formazione delle colature stesse, quando un minimo spessore di sangue era rimasto aderente alla lamiera mentre quello superiore continuava ad avanzare verso il basso spinto dalla forza di gravità.
È il caso infine di dare ancora un'occhiata alla foto del corpo di Antonella già inserita nella seconda parte.


Si può notare una macchia lunga diversi centimetri alla base della cornice del finestrino di guida, vicino al montante. Si tratta della dimostrazione inequivoca del sanguinamento di Paolo mentre era seduto davanti e aveva la testa appoggiata alla cornice stessa, così come è stato ipotizzato nella presente ricostruzione. Da lì il sangue scese parte nell'intercapedine del finestrino, parte lungo il pannello interno, fino a formare le note colature sul longherone. Il che fa cadere improbabili ipotesi di fiotti arrivati da dietro, cui si sono appellati i fautori della posizione di Paolo Mainardi sul divanetto posteriore.

Conclusioni. La ricostruzione, qui proposta, dei movimenti del sangue sotto la portiera di guida della 147 di Paolo Mainardi è senz’altro criticabile, e certamente non mi aspetto che venga accolta dai tenaci assertori di ricostruzioni differenti. Dove invece ritengo sia impossibile mantenere vecchie convinzioni è sul collegamento tra le “colature di De Gothia” e la supposta apertura dello sportello, nonchè sulla posizione posteriore di Paolo Mainardi al momento dell'attacco.

martedì 20 dicembre 2016

La dinamica di Baccaiano (3)

Segue dalla seconda parte

Dopo aver mostrato i punti deboli dei precedenti tentativi e aver cercato di far chiarezza su alcuni importanti elementi al contorno, siamo arrivati al momento di concretizzare il tutto nella proposta di una dinamica nuova. Al solito, l’obiettivo rimane quello di eliminare ogni fantasia che possa nuocere a una ricostruzione storica di tutta la vicenda del Mostro di Firenze, anche se non si pretende di aver ripreso gli eventi con una cinepresa del tempo.

L’individuazione. Il giorno dopo il delitto il giornalista Ennio Macconi fece un giro nei dintorni, raccontando poi la sua esperienza in un interessante articolo uscito su “La Città” del 22 giugno. “Il posto, dicono gli abitanti della zona, era conosciuto dalle coppiette che spesso si fermano nella zona”. Dunque quella era una zona di coppiette, alle quali venivano comodi gli spazi che qua e là si potevano incontrare lungo le buie vie di collegamento tra i vari paesi: Baccaiano, Montespertoli, Poppiano, Fornacette. L’origine del piccolo slargo del delitto era da ricercarsi in una corsa ciclistica il cui traguardo, come attestava la striscia bianca ancora presente sull’asfalto, era stato ricavato proprio alla sua altezza, potendo così contare su un lungo rettilineo per la volata (gli 800 metri a nord) seguito da uno più piccolo per la decelerazione (i 150 metri a sud). Per sistemare il tavolo dei giudici e quant’altro erano stati tagliati un po’ dei cespugli che contornavano il lato destro. Poi le coppiette della zona ne avevano approfittato assicurando, tramite la propria frequentazione, il mantenimento dello spazio libero.


Per la sua facile accessibilità e visibilità agli automobilisti in transito, il posto non pareva fatto per la frequentazione abituale di una particolare coppietta, ma si prestava piuttosto a essere occupato dalla prima che ne avesse avuto bisogno e lo avesse trovato libero. Un altro elemento da tener presente è la difficoltà di osservazione da lontano, di quello e degli altri nella zona. L’una e l’altra caratteristica non lo rendevano adatto per un appostamento, e quindi per un assassino che stava nascosto in attesa della propria preda, come poteva essere accaduto al Mostro nelle precedenti occasioni. Poteva semmai essere oggetto di perlustrazione saltuaria, una volta accettato l’inconveniente di perdere la fase preparatoria del rapporto intimo (e quindi il vantaggio della luce interna accesa).
Vista l’ora tarda, si potrebbe immaginare che in quell’occasione il Mostro si fosse trovato al termine del proprio giro, e per questo neppure troppo lontano da casa propria. È il caso di notare la vicinanza di San Casciano, nei pressi del quale avrebbe portato a termine ben due dei successivi e ultimi delitti (Giogoli e Scopeti). In ogni caso, una volta adocchiata la coda dell’auto passando, cercò un posto dove parcheggiare e da dove raggiungere la piazzola a piedi, attraverso i campi. Dato il rischio d’esser visto si può escludere che avesse camminato lungo lo stretto rettilineo. In effetti nessuno lo vide. L’ipotesi più logica è che avesse lasciato la propria auto attorno alla Volterrana Nord, una parallela alla via Virginio Nuova separata da questa da circa 300 metri di terreno agricolo, con in mezzo un piccolo torrente che in estate portava pochissima acqua ed era facilmente attraversabile sfruttando i ciottoli affioranti. Ecco l’interessante esperienza di Macconi:

C’è un’ipotesi che sembra più logica di altre. L’assassino è arrivato a piedi passando per i campi, saltellando fra i ciottoli del torrente Virginio ed appostandosi ai bordi della piazzola dove era inizialmente la “127” potendosi riparare dietro alcuni rovi e cespugli.
La pista potrebbe essere questa. Rifacciamo il cammino a piedi. Entriamo nella piazzola e cominciamo ad avviarci verso il torrente, distante circa duecento metri. Sul campo, per terra, sembra quasi di intravedere una specie di viottolo. L’erba, fresca, appare quasi piegata. Controllando il passaggio ci si accorge che può essere credibile l’ipotesi che qualcuno solo poche ore prima, possa essere passato di là.

Prima di procedere è il caso di riportare dalla prima parte le rappresentazioni schematiche dello scenario con i bossoli e dei corpi con le ferite, corredate però di una numerazione temporale progressiva unica dei relativi spari, associando così ogni bossolo a ogni eventuale ferita.

 

L’attacco. Indipendentemente dal percorso effettuato, il Mostro arrivò sulla piazzola quando i ragazzi si erano appena rivestiti, lei sul sedile posteriore, lui sul sedile anteriore. Il sedile anteriore destro era basculato in avanti (sulla Clio in foto questo non è possibile, quindi si è inclinato al massimo la spalliera). La luce interna era accesa.
 

Antonella si accorse dell’imminente pericolo, e d’istinto si avvinghiò alle spalle e alla testa di Paolo, mettendosi inconsapevolmente sulla sua medesima linea di tiro. La prima pallottola mandò il vetro in frantumi, prese di striscio Antonella alla fronte e spedì verso entrambi una pioggia di frammenti, di vetro e di piombo, uno dei quali colpì lei al naso e un altro prese il cinturino del suo orologio, facendo saltare una delle due maglie di giunzione che finì, arcuata e deformata dall'impatto, tra i capelli crespi di Paolo. Non deve sorprendere se, al momento esatto dello sparo, la ragazza presentava il profilo sinistro allo sparatore, bisogna infatti pensare a una persona agitata e quindi in frenetico movimento.


Per reazione al colpo Antonella serrò le mani sulla testa di Paolo, ragionevolmente attaccandosi ai suoi capelli lunghi, tirandola indietro più di quanto non sia accaduto all'attore in foto. I due proiettili successivi, sparati in rapida sequenza subito a ridosso del primo, colpirono lei alla fronte e Paolo all'angolo sinistro della mandibola. In terra caddero i tre bossoli ritrovati poi tutti vicini in piazzola a 11 metri dalla ruota anteriore destra della 147.
Il proiettile che colpì Antonella attraversò le ossa del cranio e penetrò nell’encefalo, uccidendola all’istante e facendo accasciare il suo corpo all’indietro sul sedile. Invece quello che colpì Paolo non provocò una ferita troppo grave, poiché la sua traiettoria rimase confinata nella parte sinistra della faccia, fino all’uscita nei pressi dello zigomo. Ecco qualche frase pronunciata al riguardo al processo Pacciani (vedi) dall’anatomopatologo Riccardo Cagliesi Cingolani, presente all’autopsia:

- un colpo trasfosso, vale a dire attraversante la faccia dalla mandibola alla guancia
- […]imbastendo la cute dell'emifaccia sinistra e poi riuscendo
- entrò subito dietro l'angolo sinistro della mandibola, e con direzione in alto verso destra e un po' in avanti, uscì alla guancia appena a lato del naso

Si trattava però di una ferita molto sanguinante. Se ne sarebbero accorti i soccorritori, i quali, inutilmente, avrebbero cercato di fermare la ancora imponente emorragia premendo la vena giugulare (Gargalini: “L'unica cosa che ho fatto io, siccome vedevo questa fuoriuscita dalla testa, cercavo di premergli la vena giugulare qua, per cercar di fargliene uscire meno possibile”).


In ogni caso il colpo provocò in Paolo una almeno temporanea perdita di coscienza che lo fece accasciare con la testa fin quasi sulla sommità dello sportello. Mentre il ragazzo era in quella posizione il sangue sgorgava copioso, parte scorrendo sul pannello interno della portiera, parte entrando nell’intercapedine del vetro rotto, con il risultato di produrre la strisciata vista da Ulivelli e le ben note “colature di De Gothia” (vedi parte 2).

La fuga. Quanto tempo dovette passare affinché il sangue arrivasse fino in fondo allo sportello e iniziasse a sporcare il longherone? Forse uno, forse due minuti. Nel frattempo il Mostro, convinto di aver neutralizzato entrambe le vittime, controllava il passaggio delle auto sulla strada antistante. Di sicuro tra di esse ci fu quella di Francesco Carletti, il quale, il lettore certamente lo ricorderà, vide la 147 ancora in piazzola con la luce interna accesa.
Per ipotizzare lo stato d’animo dell’assassino e quindi il suo probabile comportamento in quei frangenti va tenuto conto del fatto che i fari delle auto in arrivo da nord comparivano in cima al lungo rettilineo circa un minuto prima del successivo transito davanti alla piazzola (a 50 km/h). È chiaro che nel frattempo il Mostro non poteva sentirsi tranquillo. Immaginiamolo dunque dopo aver sparato i primi tre colpi, con entrambe le vittime accasciate sui propri sedili, affacciarsi sulla strada e scorgere in lontananza i fari di Carletti che si avvicinavano a modesta velocità. Immaginiamolo attendere nascosto tra i cespugli che l’auto passasse e poi sparisse oltre la curva sud. Immaginiamolo infine sentire il rumore del motorino di avviamento della 147.
Forse Paolo Mainardi non aveva mai realmente perso conoscenza dopo il colpo al volto, e aveva avuto invece il sangue freddo di rimanere immobile nei pochi secondi che il Mostro lo stava controllando. Forse l’aveva persa, ma poco dopo si era ripreso. In ogni caso il ragazzo ebbe la forza di accendere il motore, ingranare la retromarcia, tirare giù il freno a mano – ma nella concitazione vi riuscì soltanto in parte – e tentare la fuga.


Il Mostro però era vigile, e mentre l’auto gli passava davanti sparò d'istinto colpendo Paolo alla spalla sinistra mentre era voltato all'indietro per controllare la strada. Si tenga presente che la luce interna doveva essere ancora accesa. Il bossolo, espulso all'indietro, cadde ancora in piazzola ma discosto dagli altri tre.
In genere il colpo alla spalla viene considerato il meno invalidante dei quattro che colpirono Paolo, e quindi, per rendere verosimile la sua fuga, si preferisce porlo al primo posto nella sequenza temporale. Lo fa Valerio Scrivo, ad esempio, il quale risolve il problema della forma regolare della ferita – indice di un proiettile che non aveva incontrato precedenti ostacoli – facendo infrangere il vetro a un colpo a vuoto. Ma il punto di entrata sul lato posteriore rende l’ipotesi poco ragionevole, poiché costringe a vedere Paolo in una posizione innaturale (girato tutto all’indietro verso Antonella?). In più la dislocazione della ferita non riesce a giustificare la strisciata di sangue all’interno della portiera.


Lo spirito di conservazione e l'adrenalina aiutarono Paolo a non risentire troppo del colpo ricevuto e a continuare la fuga. Purtroppo l'auto doveva procedere lentamente e a singhiozzo, sia per la difficile situazione del guidatore sia per l'effetto del freno a mano parzialmente tirato. Il Mostro ebbe quindi buon gioco nell'inseguirla da vicino ponendosi proprio a ridosso del cofano. Sparò quindi un nuovo colpo attraverso il parabrezza con il quale prese Paolo, ancora voltato all'indietro, all'orecchio sinistro. Il bossolo finì sulla strada dalla parte della piazzola.

NB. In foto l'altezza del colpo sul parabrezza è superiore a quella effettiva, con un Mainardi che evidentemente era più infossato. La speranza è che il lettore non si formalizzi troppo su questa e altre piccole differenze spiegabili con la difficoltà per un semplice appassionato di ottenere le medesime condizioni dell'evento reale (in particolare l'auto).

Colpito per la terza volta il povero Mainardi perse il controllo dell’auto, che sappiamo bene finì con le ruote posteriori nella fossa. Ma il proiettile non lo aveva messo del tutto fuori combattimento. Il vetro laminato (due strati di materiale vetroso inframezzati da una pellicola plastica) con cui vengono realizzati i parabrezza è molto più resistente del vetro temperato dei finestrini laterali. È probabile che se il Mostro vi avesse sparato contro da lontano la sua resistenza e la sua inclinazione avrebbero fatto scivolare via il piccolo proiettile. Con la pistola posizionata a poche decine di centimetri e con la canna quasi ortogonale rispetto alla superficie del vetro il proiettile sparato verso la testa di Paolo forò invece il parabrezza, che comunque lo dovette rallentare notevolmente dopo averlo deformato e frammentato, tanto da impedirgli di superare le ossa del cranio. In sede di autopsia fu infatti ritrovato a ridosso dell’arcata dentaria superiore sinistra, dove era rimbalzato dopo aver colpito il tavolato osseo nella zona soprastante. Il rimbalzo ci dice che a ostacolare la penetrazione contribuì anche la traiettoria dall’alto in basso, con un angolo d’impatto ben distante dagli ideali 90 gradi. In ogni caso una ferita non ancora mortale, sulla quale dovremo tornare tra breve.

I fari. Prima di procedere con il seguito dell'azione, è necessario esaminare un elemento controverso: la presenza di un foro sulla gemma del fanalino di posizione destro, ben visibile nella foto sottostante.


Si legge nella sentenza di primo grado contro Pacciani: A macchina ferma l'omicida aveva sparato due colpi contro i fari anteriori; aveva poi danneggiato con un oggetto metallico e a punta i fanalini di posizione anteriori”. Dell'argomento non si era però parlato in aula, e a quanto risulta a chi scrive questo è l'unico documento, tra quelli noti, in cui si accenna al foro, peraltro in maniera indiretta. Va anche precisato che non sembra presente un foro analogo sul fanalino sinistro, almeno a giudicare dalle foto emerse.
Secondo i giudici del primo processo Pacciani, dunque, il foro in questione sarebbe stato provocato dal Mostro usando un oggetto metallico a punta, che però non poteva essere un coltello, vista la forma perfettamente rotonda del risultato, ma qualcosa di simile a un punteruolo. Sembra però improbabile che l'individuo si fosse portato dietro un oggetto del genere. Viene invece da pensare che il foro fosse stato provocato da un proiettile, e che gli estensori della fonte dei giudici – probabilmente i carabinieri di Signa nella cui caserma l'auto fu esaminata non se ne fossero accorti, magari perchè avevano ritenuto inutile rimuovere la gemma. Ci sarebbe da stupirsene, considerando l'enormità degli errori commessi dalle nostre forze dell'ordine in questa vicenda?
Affrontiamo adesso un'altra questione, quella dei tempi. Tra il passaggio dell’auto di Carletti da nord, quando la 147 era ancora in piazzola, e quello dell’auto di Poggiarelli e Calamandrei da sud, quando la 147 era già in fossetta con i fari spenti, abbiamo visto che dovettero trascorrere forse un paio di minuti, probabilmente anche meno. È chiaro che lo sfortunato tentativo di fuga di Paolo Mainardi si trova tutto racchiuso in questo intervallo, compreso l’abbuiamento dei fari. Possiamo pertanto ipotizzare con notevole verosimiglianza che, una volta colpito il ragazzo attraverso il parabrezza, quasi immediatamente il Mostro si accosciò e puntò la propria pistola contro i fari, sparando anche a quelli.
Immaginare un precedente tentativo di spegnere i fari estraendo la chiave attraverso il finestrino infranto è poco logico, sia per la ristrettezza dei tempi, sia per l’inutile estrazione della chiave (bastava girarla), infine e soprattutto perché non si vede la ragione per la quale detto tentativo non avrebbe dovuto aver successo. Prima di poterla estrarre, il Mostro doveva portare la chiave uno o due scatti indietro, come ben spiegato dall’immagine sottostante tratta dal documento di Accent.


Al primo scatto i fari si sarebbero spenti, e al secondo, molto più lontano, si sarebbero riaccesi. È invece da immaginare che l’individuo, sotto tensione per il possibile passaggio di altre auto, non avesse esitato nel percorrere la via che al momento gli era parsa più breve e drastica: appena la 147 si fermò nella fossa, si accosciò e sparò ai fari.


Che gli spari ai fari fossero stati a immediato ridosso dei due precedenti si accorda bene anche con la testimonianza di Bartalesi e Marini, i quali sentirono degli scoppi ravvicinati in una soluzione unica (tre o quattro, disse Marini, quindi non troppo lontani dai reali cinque). La sequenza dovette essera stata questa: un primo colpo al faro destro, abbuiato, un secondo al sottostante fanalino di posizione, abbuiato, un terzo al faro sinistro, abbuiato, con i tre bossoli finiti davanti al muso dell'auto. Nella pistola rimaneva un colpo anche per il fanalino di posizione sinistro, l'ultimo; se non fu esploso, e comunque anche questo fanalino risultò spento al passaggio di Poggiarelli e Calamandrei, è spiegabile in un modo soltanto: il colpo al faro sinistro aveva fatto saltare l'impianto elettrico, spegnendo quindi tutte le luci, compresa quella interna e quelle dei fanalini di posizione posteriori.

Le chiavi. Gli spari all’auto in movimento e a Mainardi attraverso il parabrezza potrebbero anche esser visti come una reazione automatica alla sorpresa della fuga. Ma quelli ai fari appaiono più ragionati, anche se contestuali, poiché non dovevano bloccare nulla ma impedire la fermata di qualche automobilista, quindi dimostrano un’istintiva volontà di andare avanti nonostante tutto. Questa fu l’impressione espressa da De Fazio sul comportamento del Mostro nelle difficili circostanze:

L’agilità, l’abilità e la freddezza con cui è stata portata a termine l’azione fa ritenere che l’omicida, anziché essere sconcertato e scoraggiato dall’imprevisto […] ne sia stato per così dire stimolato, tanto da farlo reagire con un maggior sforzo di prontezza e precisione.

Ma non più di una ventina di secondi dopo, forse anche meno, dalla curva sud spuntarono gli abbaglianti dell’auto di Poggiarelli e Calamandrei, e il Mostro fu costretto a nascondersi. Trenta secondi e i due erano già lontani, ma nel frattempo, in cima al rettilineo nord, erano spuntati altri fari, quelli di Bartalesi e Marini. C’era tempo prima che i due arrivassero a distanza sufficiente per vederlo, però è ragionevole immaginare che in ogni caso l’individuo non si sentisse tranquillo – avrebbero potuto fermarsi – e quindi continuasse a rimanere nascosto in attesa del loro passaggio. Una volta sparita dietro la curva sud l’auto di Bartalesi e Marini, passarono appena trenta secondi e in cima al rettifilo nord spuntarono gli abbaglianti di Poggiarelli e Calamandrei. Dopo una quarantina di secondi i due si fermarono accanto alla 147 fuoristrada.
Fu in uno qualsiasi degli intervalli tra un passaggio d’auto e un altro che il Mostro sfilò le chiavi dal quadro. Abbiamo visto nella seconda parte l’improbabile motivazione ipotizzata da De Fazio, secondo il quale si sarebbe trattato di “un gesto sprezzante di vittoria e di trionfo”, “privo di significato e di finalità materiali”. Pur senza poterlo dimostrare, chi scrive ritiene invece che l’individuo avesse in mente di aprire la portiera del passeggero per mettere le mani sul cadavere di Antonella, in una logica prosecuzione del precedente abbuiamento dei fari.
Appare del tutto fuori luogo immaginare l’intento di escindere il pube, un’operazione assai complessa che avrebbe avuto bisogno di ben altre circostanze rispetto a quelle che si erano venute a creare. Impadronirsi di un seno sarebbe stato molto più semplice: una volta aperto lo sportello, diventava possibile tagliare gli indumenti superiori della poveretta e poi la carne, anche senza entrare nell’abitacolo. Abbiamo visto che l’anno prima a Calenzano il Mostro l’idea quasi certamente l’aveva già avuta, anche se poi aveva lasciato perdere. Se il suo obiettivo principale era quello di creare spavento e far parlare di sé i giornali, come molti elementi lasciano pensare, anche tagliando un seno lo avrebbe raggiunto, anzi, lo sconcerto sarebbe stato addirittura maggiore, data la clamorosa notizia del cambio della parte prelevata.
Una volta prese le chiavi però, disturbato dalle auto in transito, il Mostro non ebbe il tempo di usarle, poiché la portiera fu trovata chiusa e con il nottolino della sicura abbassato. Fino a quando, all’arrivo dei quattro ragazzi, non decise di rinunciare lasciandole cadere a terra nel punto dove era stato costretto a nascondersi. Che purtroppo non ci è stato tramandato nella documentazione dei rilievi, almeno in quella emersa fino a oggi.

Le tre ferite di Paolo. Sappiamo che all’arrivo dei quattro ragazzi Antonella giaceva morta sul sedile posteriore, mentre Paolo respirava ancora sul sedile anteriore, appoggiato allo schienale che risultava inclinato all’indietro per le ruote in fossetta. Il ragazzo aveva tre ferite, gravi ma non mortali. Si può senz’altro affermare che se fosse stato soccorso in tempi brevi, prima che l’emorragia da sotto la mandibola lo dissanguasse, sarebbe sopravvissuto. Ma quanto erano davvero gravi le tre ferite di Paolo? Gravi tanto da impedirne ogni movimento coordinato? A parere di chi scrive no, ma se qualche lettore medico è in grado di dimostrare il contrario si faccia pure avanti. Nell’attesa proviamo a decriptare il parere di chi lo aveva sottoposto ad autopsia, Renato Cagliesi Cingolani, attraverso la sua deposizione al processo Pacciani.

Cagliesi: Il colpo mortale fu certamente quello trapassante il cranio. È entrato da dietro l'orecchio, che poi, il cui proiettile si fermò dalla parte opposta della scatola cranica. 
PM: Nessun intervento medico poteva avere alcun tipo di speranza, insomma. 
Cagliesi: Mah, a quel punto no. 
PM: No. Ha lei, per caso, da aggiungere qualcosa? 
Cagliesi: Semmai la possibilità dei singoli colpi di permettere ancora degli atti coordinati o meno. 
PM: Ecco, vediamo. 
Cagliesi: Vale a dire... 
PM: Dal momento che noi sappiamo che almeno l'auto si è spostata. 
Cagliesi: Abbiamo parlato di quattro colpi. Quello alla spalla certamente è causativo di una intensa sintomatologia dolorosa alla spalla, ma ancora del tutto compatibile con il compimento di qualsiasi atto. 
PM: Una manovra di guida. 
Cagliesi: Come anche una manovra come quella per scappare. 
PM: Quindi mi scusi, questo primo colpo potrebbe essere stato sparato nella piazzola. 
Cagliesi: Potrebbe essere il primo dei quattro colpi che attinsero il ragazzo. Anche se non necessariamente. Circa gli altri tre, uno certamente incompatibile con la conservazione in vita, quello trapassante l'encefalo; ma direi tutti e tre, per l'importanza delle sedi attinte, tali da comportare un'alterazione, se non addirittura un'abolizione - anche gli altri due, oltre quello trapassante il cervello - dello stato di coscienza. Quindi, direi incompatibili con la possibilità di compiere degli atti coordinati come una manovra di retromarcia con la macchina. 
PM: Quindi, una semplice deduzione sua... 
Cagliesi: Sì. 
PM: Con le premesse che ci ha fatto finora, la dinamica relativa al ragazzo può essere ipotizzata in questo modo: un colpo alla spalla sinistra in un primo momento, quindi assolutamente non mortale, doloroso quanto vogliamo, un'azione del ragazzo sull'auto, uno spostamento altrove, e i colpi mortali successivi.

Per il momento possiamo dimenticarci del proiettile che mandò in coma Paolo Mainardi, poiché, nella dinamica fin qui descritta, non risulta ancora sparato. Pensiamo soltanto agli altri tre. Il colpo alla spalla, pur doloroso, non aveva interessato alcun organo vitale, tantoché Cagliesi affermò con decisione che era “del tutto compatibile con il compimento di qualsiasi atto”, e ipotizzò che fosse stato il primo, quello che non aveva impedito al ragazzo di tentare la fuga. Sul colpo sotto il mento e su quello all’orecchio il suo parere fu invece opposto: “tali da comportare un'alterazione, se non addirittura un'abolizione dello stato di coscienza, incompatibili con la possibilità di compiere degli atti coordinati come una manovra di retromarcia con la macchina”.
Ma di sicuro non era stato il colpo alla spalla a provocare la vistosa strisciata di sangue – verticale, quindi prodottasi in piazzola – dentro lo sportello di guida, tracimata poi sul longherone. Sono due i principali elementi che lo fanno escludere. Il primo è la posizione, in virtù della quale il sangue non poteva entrare nell’intercapedine del vetro, essendo, se non troppo bassa, certamente troppo dietro. Il secondo è la presenza di un indumento, camicia o maglietta che fosse, il cui tessuto dovette trattenere il sangue inzuppandosi.
È evidente che la ferita maggiormente idonea a creare un’emorragia al di sopra dello sportello di guida era quella sotto il lato sinistro del mento, quindi era stata quella la ferita che non aveva impedito a Mainardi di guidare l’auto. Di conseguenza la possiamo considerare del tutto compatibile con la possibilità di compiere degli atti coordinati, poiché quegli atti furono compiuti davvero. Il che ci porta alla ovvia conclusione che il parere negativo di Cagliesi, pur provenendo da una persona competente in materia, valeva quel che valeva, cioè poco. Ed è anche logico, poiché non era supportato da alcuna prova reale di avvenuto invalidamento.
Rimane a questo punto la ferita all’orecchio. Sappiamo che il proiettile era rimasto fuori dalle ossa del cranio, sia per l’angolazione eccessiva che lo aveva fatto rimbalzare più in basso, sia e soprattutto per la robustezza del parabrezza che lo aveva rallentato limitandone la capacità di penetrazione. Poteva comunque il colpo, anche soltanto per il forte dolore e lo shock, aver neutralizzato del tutto la capacità di movimento del ragazzo? Forse sì, ma di sicuro nessuno potrebbe affermarlo con certezza, neppure Cagliesi, che abbiamo visto prendere un abbaglio per il colpo al mento. Anche perché si sono verificati casi di colpi alla testa, soprattutto con proiettili di piccolo calibro, che hanno lasciato la persona ben cosciente e in grado di muoversi. Eccone ad esempio uno, clamoroso e buffo, riportato da “La Stampa” del 2 gennaio 2011 (vedi). Con Google se ne possono trovare altri – digitando, ad esempio, “sopravvive con un proiettile in testa” – tra cui quello di un contadino cinese che credeva di essere stato colpito da una fionda.
Oltre alle considerazioni precedenti, a far ritenere che Paolo Mainardi non avesse perso del tutto la capacità di muoversi è una frase pronunciata da Adriano Poggiarelli al processo Vanni: “la sensazione fu quella di vedere qualcosa all'interno della macchina che si muoveva”. La fibra del ragazzo era indubbiamente robusta, visto che lo avrebbe fatto sopravvivere per ore a ferite tanto gravi, e il suo istinto di conservazione altrettanto, lo aveva dimostrato guidando l’auto con la faccia devastata senza lasciarsi fermare dal dolore.

Lo spostamento e il colpo di grazia. La paura fece scappare i quattro ragazzi a gambe levate. Certamente non si può imputar loro alcuna colpa, probabilmente il 90% delle persone avrebbe reagito al medesimo modo. Si può immaginare il terrore che li prese quando si accorsero del foro sul parabrezza, con intorno il buio completo e uno o più assassini che vi si potevano nascondere. In effetti il Mostro era poco lontano. Con quasi certezza per raggiungere la propria auto avrebbe dovuto attraversare la strada tornando in piazzola e rifacendo il percorso al contrario, quindi preferì attendere gli eventi.
Forse con inizio già da quando i ragazzi discutevano sul da farsi senza più far troppo caso alla 147, avvenne quel che avrebbe fatto nascere un enigma in apparenza irresolubile: favorito dall’inclinazione dell’auto, nonostante le gravi ferite Paolo Mainardi riuscì a trascinarsi sul sedile posteriore accanto alla fidanzata.


È molto probabile che fu proprio il penoso strisciamento tra le asperità dei sedili a provocare le abrasioni e i lividi riscontrati sulla parte anteriore del tronco del malcapitato, così descritti nella perizia De Fazio: “due escoriazioni con alone ecchimotico sulla parete anteriore del torace e dell'addome ed agli arti superiori”. Non sembra possibile, come pure sui forum si è ipotizzato, che causa di tali lividi e abrasioni potessero essere state le manovre di estrazione del corpo dall’abitacolo, per quanto difficili e maldestre, altrimenti a soffrirne di più sarebbe stata la schiena.
Quando i quattro ragazzi se ne furono andati, il Mostro uscì dal proprio nascondiglio. Nel silenzio della notte non gli erano di sicuro sfuggiti i loro discorsi, dai quali aveva appreso che Paolo era ancora vivo, e logicamente serpeggiò in lui il timore di essere stato visto in faccia.


Gli rimaneva un ultimo colpo da esplodere, il nono. Alla luce di una torcia, vide Paolo seduto dietro con la testa girata verso Antonella. Mise allora una mano dentro il finestrino rotto e gli sparò alla tempia sinistra, questa volta senza lasciargli scampo. Il bossolo rimbalzò contro le strutture dell’abitacolo finendo sul tappetino posteriore destro. 
A quel punto non gli rimaneva che fuggire via indisturbato.

Conclusioni. La ricostruzione appena proposta risolve alla radice il mistero della dinamica di Baccaiano. Bossoli, ferite, tracce di sangue e soprattutto testimonianze trovano la loro naturale collocazione senza forzature. Paolo Mainardi era alla guida quando il Mostro attaccò, e fu lui a portare l'auto nella fossa. Non serve inventarsi rapporti intimi da tortura e impossibili fiotti di sangue. Non avevano avuto le traveggole i quattro ragazzi che lo avevano visto sul sedile anteriore mentre respirava faticosamente, e non si erano inventati nulla i soccorritori affermando di averlo trovato sul divanetto posteriore. Non c'è bisogno quindi di surreali ricostruzioni per far quadrare i conti. C'è semplicemente un ragazzo che per salvarsi lottò come un leone, fin quasi a farcela. E ce l'avrebbe fatta se a fermarsi accanto alla sua 147 fossero stati non quattro giovani tremanti di paura ma dei carabinieri, oppure anche degli adulti meno facili allo spavento.
Pur colpito da tre proiettili, Paolo Mainardi si trascinò da solo accanto alla propria fidanzata, e che fino a oggi nessuno abbia preso in esame questa eventualità appare davvero incredibile. Di sicuro sarà su tale "audacissima" ipotesi che si concentreranno le critiche “a prescindere” dei molti commentatori e semplici appassionati che preferiscono vie più contorte, come quelle del Mostro alla guida oppure dei soccorritori che avrebbero preso un clamoroso abbaglio, e che temono di perdere la possibilità di continuare a dibattere e polemizzare. Spero soltanto che tra i miei lettori ci sia anche qualche medico in grado di fornire un parere più motivato.

domenica 11 dicembre 2016

La dinamica di Baccaiano (2)

Segue dalla prima parte

Proseguiamo nello studio della dinamica del delitto di Baccaiano andando a puntualizzare alcuni elementi d’importanza vitale per una ricostruzione corretta.

Perché Antonella era dietro? Un profilattico usato e annodato e un fazzoletto di carta sporco di sperma trovati sul pavimento dell’auto dimostrano senza dubbio alcuno che i ragazzi, al momento dell’attacco, avevano già fatto l’amore e, ormai del tutto rivestiti – ad Antonella rimaneva soltanto da allacciarsi la cintura – stavano accingendosi ad andarsene. Abbiamo già visto che è fuori luogo immaginare un rapporto intimo avvenuto sul divanetto posteriore, almeno del tipo canonico lasciato intendere dall’uso del profilattico. Eppure Antonella fu trovata seduta dietro: perché? La spiegazione più semplice e ragionevole è che vi fosse andata a rivestirsi, potendo così godere di un maggior spazio rispetto a quello offerto dal sedile anteriore. Le foto sottostanti mostrano come avrebbe potuto farlo senza abbandonare l’abitacolo (giova ripetere che nell’orario in cui il demolitore ha tirato giù una vecchia Fiat 127 accatastata su altre auto non era disponibile un’attrice, per cui ci si è dovuti arrangiare).


Paolo si era già rivestito e aveva alzato la spalliera del proprio sedile, mentre Antonella era supina con qualche capo ancora da indossare.


Antonella scivolò sulla propria spalliera reclinata e si posizionò sul divano posteriore dietro Paolo.


Poi, con l'aiuto di Paolo che dovette agire sull'apposito maniglione di sblocco posto sotto la seduta, tirò su la spalliera del sedile del passeggero.


Infine, dopo essersi posizionata sul lato destro, Antonella basculò in avanti il sedile anteriore opportunamente sbloccato tramite la leva posta sul fianco esterno della spalliera, e poté così disporre di un ampio spazio per infilarsi la gonna e quant’altro. Una volta rivestita forse sarebbe tornata al proprio posto subito, uscendo dall’abitacolo e rientrando, ma più probabilmente avrebbe lasciato partire l'auto per raggiungere un luogo meno buio e pericoloso.
Se il sedile del passeggero era basculato in avanti al momento dell’attacco, è chiaro che alla ripartenza a marcia indietro, o comunque quando l’auto finì nella fossa, dovette ricadere pesantemente al suo posto colpendo Antonella sulle gambe stese. In effetti su una di esse fu rilevato un ematoma, e al processo Pacciani il dirigente di polizia Sergio Spinelli avanzò proprio questa ipotesi (vedi):

PM: Senta, lei vedo che fa, se l'ha fatta lei, un cerchio rosso in un certo punto: come mai la colpì?
Spinelli: Mah, era un ematoma. Sembrava provocato dall'abbassamento del sedile, dal ferro, cioè la parte sottostante il sedile. O buttato all'improvviso, o dopo quando hanno soccorso il ragazzo, ora non... 
PM: Come se il sedile... 
Spinelli: Sì, si fosse buttato all'improvviso. 
PM: Gli fosse caduto sul piede, sulla gamba. 
Spinelli: Sì, sul piede e gli ha provocato... sulla gamba. 
PM: Sul piede, sulla caviglia. 
Spinelli: E provocato quell'ematoma, sì.

In tempi recenti è emersa tramite un video di Youtube questa foto del cadavere di Antonella ancora in auto dopo l'estrazione di quello di Paolo.


Come si vede, la caviglia della gamba destra risulta piegata, proprio come se il sedile anteriore le fosse piombato sopra.

Le colature di De Gothia. Si è poco sopra accennato a una importante “scoperta” effettuata da De Gothia su una foto dell’auto di Mainardi. L’immagine era tratta da un articolo di Ennio Macconi pubblicato su “La Città” del 22 giugno 1982, dove lo stesso giornalista faceva notare, sul longherone sottostante la portiera di guida, delle macchie verticali prodotte dal sangue di Paolo colato dall’interno dell’auto.


Secondo De Gothia, e secondo altri che seguirono, quelle colature avrebbero potuto prodursi soltanto in seguito all’apertura dello sportello, il quale, finché chiuso, lo avrebbe invece impedito. E poiché dette colature erano più o meno verticali, per forza di cose lo sportello sarebbe stato aperto con l’auto in piano, quindi in piazzola.
La recente uscita su “Insufficienza di prove” (qui) della deposizione di Giuliano Ulivelli, cognato di Mainardi, ha consentito di confermare ciò che lo scrivente ha sempre pensato e dichiarato: quelle macchie di sangue si produssero in piazzola e a sportello ben chiuso.

Ulivelli: Allora ci siamo messi a guardare io e il mi' cognato questa macchina e quello che c'ha dato parecchio da vedere, s'è constatato che c'era una bella striscia di sangue che dalla... c'era il vetro rotto sulla parte della guida. Sicché, nel canale dove scorre il vetro, c'era tanto sangue, con una bella macchia abbastanza larga, gl'era colato fino in fondo e gl'era andato giù fino... All'intercapedine fra il pa... Siccome il pannello l'era stato levato, l'era lì appoggiato alla portiera, però l'era stato levato. Noi s'è visto bene che l'era dietro, però... perché e un c'era pannello. E allora questo sangue gl'era colato, questa striscia, fino in fondo, fino alla moquette, insomma, al pavimento della macchina. L'aveva fatto il bordino dove chiude lo sportello, era risceso fino un pochino in terra lì della...
[...]
PM: Scusi, ma questa quantità di sangue che dice lei era veramente enorme, si vedeva bene?
Ulivelli: Porca miseria se si vedeva! La striscia era... una striscia diciamo sui cinque centimetri di larghezza penso. Lunga tutto lo sportello. Aveva colato giù, ha visto dove chiude lo sportello poi c'è il bordo della scocca della macchina. L'aveva colato sulla moquette, fino al pavimento. Al pavimento sì fermava. Nell'interno dell'auto. La colatura andava giù dritta, fino giù al pavimento praticamente.
PM: E, mi scusi, rispetto allo sportello, la colatura era nel mezzo, più sul davanti, più sul dietro, nel centro?
Ulivelli: Con precisione le dirò che l'era una striscia, era piuttosto... diciamo, se si calcola metà dello sportello, forse era leggermente più all'indietro. Diciamo più vicino al pippolino che s'è detto... della sicura, ecco.

Ulivelli era andato a dare un’occhiata alla 147 custodita nella caserma di Signa, nello stesso posto dove era stata fotografata da Macconi. I carabinieri avevano tolto il pannello di protezione della portiera di guida, all’interno della quale il testimone aveva potuto notare una strisciata verticale di sangue che arrivava fino al pavimento dell’auto.


Quel sangue era calato dall’alto della portiera, in parte scivolando lungo il pannello tolto dai carabinieri e colando sul pavimento, in parte entrando nella fessura del vetro rotto e scorrendo lungo la lamiera interna. Era questa seconda la strisciata di sangue che aveva impressionato Ulivelli, e proprio a questa si devono le “colature di De Gothia”. La posizione torna, poiché il testimone collocò la strisciata verso la parte posteriore dello sportello, proprio da dove spuntavano le colature. Le foto sottostanti svelano il modo in cui il sangue fuoriuscì sul longherone.



La portiera è quella di una 127, sul fondo della quale si possono notare tre fori che servono a scaricare eventuali infiltrazioni d’acqua entrate dalla fessura dove scorre il vetro. Tali fori sono addossati al bordo esterno, da dove l’acqua ha modo poi di defluire scivolando sul longherone.


Come si vede, non c’è alcuna guarnizione che possa frenare il cammino dell’acqua verso l’esterno – l’unica presente è applicata alla cornice interna del vano portiera – anzi, la lamiera è leggermente inclinata proprio per favorirne il deflusso.


Nella foto sovrastante si può notare l’effetto del sangue scivolato sulla parte superiore del longherone (attenzione! il lettore si ricordi che lo schienale fu abbassato da Gargalini). Se il fotografo fosse sceso un po’ di più, o se la foto fosse stata tagliata di meno, si sarebbe vista anche la parte laterale e quindi le tanto discusse colature.
Una volta chiarito che non è necessario supporre alcuna apertura di portiera per giustificare le “colature di De Gothia”, la loro stessa esistenza e la loro verticalità ci dice che l’auto rimase per vari minuti ferma in piazzola mentre Paolo sanguinava abbondantemente sulla sommità del finestrino anteriore rotto. Il che esclude una volta di più ogni ricostruzione che prevede il ragazzo posizionato sul sedile posteriore al momento dell’attacco, come quella di Nino Filastò, ma boccia senza appello anche la partenza a razzo al primo colpo di pistola immaginata da Valerio Scrivo.
(Qui un addendum all'argomento).

Questione di minuti. Nel recente libro Al di là di ogni ragionevole dubbio Francesco Cappelletti esamina le testimonianze di chi transitò davanti alla piazzola attorno all’ora del delitto, giungendo alla conclusione che la finestra temporale, tra un passaggio e l'altro, entro cui avvenne la fuga di Mainardi fu ridottissima, dell’ordine addirittura del minuto e mezzo. Scopo dell’autore è quello di dimostrare che Lotti mentì, poiché nessuno dei testimoni aveva visto né la sua auto né quella di Pacciani, a suo dire parcheggiate lungo la strada nei pressi della piazzola. Con l’obiettivo di ottenere elementi utili alla ricostruzione della dinamica, in questa sede riprenderemo e allargheremo il suo ragionamento.
Il luogo del delitto si trovava lungo un rettilineo di circa 950 metri, dei quali 800 a nord e 150 a sud.


Dall’immagine precedente, tratta da Google Maps, è possibile farsi un’idea del lato nord visto più o meno dal punto dove l’auto di Mainardi andò fuoristrada.


Questo invece è il rettilineo sud, interrotto, come si vede, da una leggera curva a destra. Presupponendo un fascio luminoso utile di 100 metri, dopo appena tre o quattro secondi gli abbaglianti di un’auto che fosse spuntata da quella curva avrebbero illuminato la zona del delitto, consentendo la percezione di particolari macroscopici come ad esempio la sagoma di un uomo in mezzo alla strada. La persona situata nei pressi della piazzola avrebbe invece avuto 50 secondi di tempo, per velocità di 50 km/h, prima di esser vista una volta spuntati dei fari accesi in cima al rettilineo nord.


Nella piantina sovrastante sono segnati i punti di maggior interesse atti a ricostruire i movimenti di chi passò davanti al luogo del delitto proprio nei minuti in cui questo avvenne o era appena avvenuto. Venendo da nord, davanti alla 147 ferma ancora in piazzola era transitata l’auto di Francesco Carletti che stava dando lezioni di guida a due ragazze. Poco dopo era stata la volta dei due amici Adriano Poggiarelli e Stefano Calamandrei, con provenienza da sud, e dei fidanzati Concetta Bartalesi e Graziano Marini, con provenienza da nord. Ecco la testimonianza di Carletti riportata da Al di là di ogni ragionevole dubbio:

Siamo partiti, e ad altezza del luogo del delitto, come poi ho appurato, ho visto la macchina celeste chiara 127, posteggiata sulla destra rispetto alla mia direzione, in senso perpendicolare rispetto all’asse stradale, appena fuori dalla carreggiata.
La parte posteriore era quella prossima alla strada, la parte anteriore era invece rivolta verso la campagna. Ho notato distintamente la luce interna accesa, dietro i vetri alquanto appannati. Non ho visto delle figure umane né all’interno né all’esterno, non ho visto altri veicoli. Si procedeva in seconda o terza, alla velocità di circa 40 km/h e comunque non oltre i 50. Non abbiamo incrociato veicoli prima del bivio per Poppiano, difatti, poco dopo tale bivio, circa un centinaio di metri se ben ricordo, abbiamo incrociato una vettura che tutti abbiamo riconosciuto per quella dello Stefano Calamandrei, una vettura Fiat 128 di colore rosso bordeaux.

Dallo stesso libro, ecco invece le dichiarazioni di Adriano Poggiarelli:

Noi venivamo da Fornacette e sulla destra abbiamo notato un’auto 127 un po’ obliqua sulla provinciale con le ruote posteriori nel fosso circostante la zona... mentre andavamo verso Baccaiano e cioè prima di esserci fermati a prestare soccorso e anzi ancor prima di intravedere la 127, abbiamo incrociato un’autovettura che aveva i fari alti, che ha abbassato nel momento in cui ci siamo incrociati.

Prosegue idealmente Stefano Calamandrei:

Ritengo che l’autovettura da noi incrociata fosse di Francesco Carletti che stava facendo fare esercitazione di guida a due ragazze e precisamente Monica DM. che è la mia fidanzata e Rossana C. Ciò dico perché ho avuto occasione di parlare con Francesco Carletti e le ragazze che mi hanno confermato il particolare della posizione delle luci abbaglianti al momento dell’incrocio. Anzi, la mia fidanzata mi ha detto che aveva anche riconosciuto la mia autovettura. […] credo che il punto dove noi ci eravamo incrociati disti circa un 1 km da dove si trovava la 127.

In piantina il punto in cui le due auto dovrebbero essersi incrociate è contrassegnato dalla lettera “C”, scelto in base alla valutazione di Carletti – 100 metri dopo il bivio per Poppiano – per una distanza dal luogo del delitto di circa 630 metri. Per Calamandrei questa distanza sarebbe stata di un chilometro circa, ma è certamente da preferire la valutazione di Carletti, il cui margine di errore su base 100 metri è logicamente più piccolo.
Se Carletti aveva viaggiato a una media di 40 km/h, velocità ragionevole per una lezione di guida, dal momento in cui aveva visto la 147 ancora ferma in piazzola a quello in cui aveva incrociato l’auto dei due amici erano trascorsi 57 secondi. Supponendo che Poggiarelli e Calamandrei avessero tenuto un’andatura più celere, ad esempio 50 km/h, il tempo per arrivare davanti al luogo del delitto dopo l’incontro con l’auto di Carletti – percorrendo quindi 630 metri in senso contrario – sarebbe stato di 46 secondi. Ma, percorsa la leggera curva a sinistra, già 100 metri e 8 secondi prima (punto “V”) i loro abbaglianti avrebbero illuminato la scena, quindi si sarebbero accorti di eventuali attività in strada, come la parte finale dello spostamento della 147 oppure gli spari ai fari.
In conclusione possiamo affermare che gli eventi tra l'inizio della sfortunata fuga di Paolo Mainardi e gli spari dell'assassino ai fari non durarono più del minuto e mezzo (57+46-8=95) tra il passaggio di Carletti e l'arrivo a distanza utile di abbaglianti di Poggiarelli e Calamandrei. Anche a largheggiare arrivando a due minuti, possiamo altresì ritenere certo che quando Carletti e le due ragazze avevano visto la 147 ferma in piazzola con la luce interna accesa e i vetri appannati Paolo Mainardi era già stato ferito e aveva già sanguinato abbondantemente sopra la portiera di guida. Causa il brevissimo intervallo temporale, possiamo anche escludere che durante il percorso dell’auto dalla piazzola alla fossa ci fosse stata qualche interruzione, il che boccia del tutto fantasiose ricostruzioni di assassini che salgono a bordo, ma anche ipotesi più ragionate – come quella di Scrivo su Mainardi che sotto minaccia avrebbe cambiato posto – risultano in realtà poco proponibili.
Da integrare nello scenario rimane ancora la preziosissima testimonianza di Bartalesi e Marini, utile per indagare sui minuti successivi all’abbuiamento dei fari, di cui la coppia udì con quasi certezza il rumore delle pistolettate. Dalla deposizione di Bartalesi al processo Vanni (vedi):

Filastò: Avevate sentito qualcosa prima?
Bartalesi: Dei rumori, dei...
Filastò: Come degli spari, signora?
Bartalesi: No, più che altro...
Filastò: Dei colpi.
Bartalesi: Ecco, dei colpi.
Filastò: Dei botti.
Bartalesi: Si, si, sì. Perché era estate e avevamo i finestrini aperti, ecco.
Filastò: ... ma siete in movimento, quando sentite i botti, o siete fermi?
Bartalesi: Sì, eravamo in movimento. Subito dopo il bivio che da Baccaiano va verso Poppiano o Fornacette.

Poco dopo Graziano Marini confermò che quei rumori provenivano dalla zona del delitto (vedi):

PM: Ma i rumori che sentivate, li addebitavate come provenienza alla zona dov'era la macchina?
Marini: Sì. Diciamo in avanti, dalla parte nostra. Sì, in effetti, verso... quella. Come degli scoppi.

Probabilmente la coppia era ferma e intenta nelle proprie faccende quando udì gli spari, e la Bartalesi non lo ammise in aula per una questione di pudore. Lo si deduce dal verbale dell’allora fidanzato, letto da Canessa: “Si ripartì verso le 23.50 procedendo ad andatura limitata e notai sulla sinistra una Fiat 127 di colore celeste”. Anche in un articolo de “La Città” del 22 giugno si dice questo (parla Marini): “Ci eravamo fermati lungo la strada circa un chilometro prima. Alcune macchine ci hanno sorpassato. Ad un certo punto abbiamo sentito dei colpi, tre o quattro”.
Il punto in cui Bartalesi e Marini udirono gli scoppi dovrebbe ragionevolmente situarsi in “S”, poiché poco prima c’è proprio un bivio che porta a Poppiano e Fornacette, su una strada però più disagevole rispetto a quella che avevano in mente di percorrere loro proseguendo verso sud e imboccando il bivio in “T” (la Bartalesi abitava a Poppiano). La distanza rispetto alla piazzola del delitto è di circa un chilometro, come correttamente valutato da Marini.
Si potrebbe ritenere che fossero stati proprio quegli strani rumori ad aver indotto la coppia a ripartire. Cominciamo in ogni caso a metter giù qualche numero. Se per l’espressione di Marini “andatura limitata” intendiamo 40 km/h, la coppia impiegò circa un minuto e mezzo prima di raggiungere la piazzola, che potrebbero diventare due a partire dal momento degli spari se ipotizzassimo una trentina di secondi per la partenza (decisione, messa in moto e quant’altro). Ma già dopo circa 200 metri (quindi 30+18=48 secondi) i fari abbaglianti della loro auto si stagliavano in cima al rettifilo, mentre dopo 111, a distanza di 100 metri dalla 147, si sarebbero accorti della eventuale presenza di un uomo in mezzo alla strada.
Una volta superata l’auto nella fossa, Bartalesi e Marini percorsero circa 530 metri prima dell'inversione in “T”. Quando arrivarono al punto “V”, da dove avevano la visione del luogo del delitto, non dovettero trascorrere più di altri due minuti. Ma nel frattempo erano tornati indietro, dalla direzione opposta, anche Poggiarelli e Calamandrei, che li precedettero leggermente nel fermarsi accanto all’auto fuoristrada. Non sappiamo quanto tempo i due amici persero nei pressi del punto “B” (il bar trovato deserto) prima di decidersi a tornare indietro, ma se collochiamo la loro fermata accanto alla 147 dieci secondi prima di quella dei fidanzati, e supponiamo una velocita di 70 km/h (un po’ più sostenuta di quella dell’andata, considerando la sopravvenuta curiosità) possiamo calcolare che i loro abbaglianti comparvero all’inizio degli 800 metri di rettifilo circa 164 secondi dopo gli spari, e dopo 200 illuminarono la scena.
Riassumiamo tutti i ragionamenti nella tabellina seguente, approssimativa ma non troppo, che ci tornerà utile al momento di ipotizzare le azioni del Mostro successive agli spari ai fari (i 30 secondi del transito di Poggiarelli e Calamandrei sono una fetta ipotetica dei 90-120 calcolati dal momento del passaggio di Carletti, che non si sa di quanto precedette gli spari uditi dai fidanzati).


Progr
Interv
Evento
1
0

Spari ai fari uditi dai fidanzati
2
20
20
Gli abbaglianti di Poggiarelli e C. spuntano dal rettifilo sud
3
24
4
Da 100 m gli abbaglianti di Poggiarelli e C. illuminano la scena
4
30
6
Transitano Poggiarelli e Calamandrei
5
48
18
Gli abbaglianti di Bartalesi e Marini compaiono in cima al rettifilo nord
6
111
63
Da 100 m gli abbaglianti di Bartalesi e Marini illuminano la scena
7
120
9
Transitano Bartalesi e Marini
8
164
44
Gli abbaglianti di Poggiarelli e C. compaiono in cima al rettifilo nord
9
200
36
Da 100 m gli abbaglianti di Poggiarelli e C. illuminano la scena
10
202
2
Gli abbaglianti di Bartalesi e Marini spuntano dal rettifilo sud
11
205
3
Poggiarelli e Calamandrei si fermano
12
206
1
Da 100 m gli abbaglianti di Bartalesi e Marini illuminano la scena
13
215
9
Bartalesi e Marini si fermano

Per scrupolo va aggiunto che altre due auto transitarono davanti alla 147 fuoristrada, almeno secondo Concetta Bartalesi, che così dichiarò nell’immediato: “Mentre noi stavamo rallentando per vedere se la macchina avesse un guasto, ci superarono due autovetture”. In ogni caso il loro passaggio, essendo di pochissimo antecedente a quello di Bartalesi e Marini, non riveste significativa importanza.
Possiamo notare nella terza colonna quanto brevi furono gli intervalli durante i quali il Mostro, a partire da quando sparò ai fari, poté svolgere qualche attività sulla scena del crimine senza temere di esser visto. Anche volendo considerare buoni per lui i momenti in cui dal rettilineo nord stava scendendo un’auto ancora troppo lontana per vederlo, abbiamo soltanto due intervalli significativi: i circa 81 secondi intercorsi tra il passaggio di Poggiarelli e Calamandrei e l’illuminazione degli abbaglianti di Bartalesi e Marini (5+6) e i circa 80 secondi intercorsi tra il passaggio di Bartalesi e Marini e l’illuminazione degli abbaglianti di Poggiarelli e Calamandrei prima di fermarsi (8+9).

Dov’era Paolo all’arrivo dei ragazzi? Abbiamo visto che i soccorritori non potevano essersi sbagliati nell’affermare che avevano trovato Paolo Mainardi seduto dietro. Ma dov’era il poveretto una mezz’ora prima, quando i quattro ragazzi si erano fermati accanto alla sua auto fuoristrada? Le loro dichiarazioni, rilasciate nell’immediato, lo collocarono inequivocabilmente al posto di guida. Ecco qualche spezzone dei relativi verbali letti in aula al processo Vanni:

Poggiarelli: “Avvicinandosi al lato del passeggero, abbiamo notato la ragazza sul sedile posteriore. E, solo successivamente, ci siamo resi conto che sul sedile di guida era disteso, si trovava Paolo Mainardi, anche lui disteso in posizione supina. Rilevando che respirava ancora, ci siamo divisi i compiti”; Calamandrei: “Si vide la ragazza sul sedile di dietro. E il giovane era sul sedile di guida, appoggiato, riverso all'indietro”; Bartalesi: “Abbiamo quindi notato, disteso sul sedile di guida che si trovava in posizione obliqua, il giovane Mainardi Paolo”; Marini: “Abbiamo quindi notato, disteso sul sedile di guida...”.

A completare il quadro si aggiunge la seguente dichiarazione di Poggiarelli pubblicata da “Paese Sera” del 21 giugno:

Ho visto l’auto nel fosso e lì per lì ho creduto a un incidente avvenuto molto tempo prima. Ma arrivati a Baccaiano mi è venuto uno scrupolo e con il mio amico siamo tornati indietro. Ho cercato di aprire lo sportello dalla parte della ragazza. Lei stava di dietro immobile. Lui, invece, sembrava che respirasse, al posto di guida, con il sedile tutto disteso a faccia in su.

I quattro però si trovarono fin da subito a dover fronteggiare le dichiarazioni dei soccorritori, per i quali Mainardi era seduto dietro. Già nel pomeriggio del 21 “Paese Sera” evidenziava la contraddizione, riportata con maggior enfasi da “La Città” del giorno successivo, dove Graziano Marini aveva preferito non insistere: “Ho intravisto la ragazza sul sedile posteriore. [...] Non mi ricordo se il ragazzo fosse seduto davanti o di dietro”. È chiara la volontà del testimone di non lasciarsi trascinare in un antipatico confronto, evidenziata dall’improbabile “non mi ricordo” riferito a un fatto di appena due giorni prima.
Al processo Vanni i quattro ragazzi di allora furono piuttosto titubanti nel confermare le loro originarie dichiarazioni, costringendo il Pubblico Ministero e il Presidente a risvegliarne i ricordi a suon di verbali. Nel suo Storia delle merende infami Nino Filastò prende la palla al balzo, e approfitta delle incertezze di Marini per perorare la propria causa.

Graziano Marini dice che il Mainardi stava sul sedile anteriore "accanto alla ragazza morta". Ed ecco spiegato l'errore dei ragazzi accorsi subito sul luogo. Marini conferma implicitamente Allegranti, Gargalini, Ciampi, Martini: il ragazzo ferito si trovava "accanto" alla ragazza.
Ma i giovani accorsi nell'immediatezza, frastornati da quel foro di proiettile sul parabrezza che indicava con estrema probabilità un'altra impresa del mostro, alla luce falsa dei mezzi fari delle auto, e innanzi tutto essendo chiuse le portiere dell'auto, sbilenca e caduta in parte nel canale; ed essendo l'auto una piccola 127 Fiat Seat, con uno spazio brevissimo fra i sedili anteriori e il divanetto posteriore, ritennero che le due vittime fossero fianco a fianco in posizione normale di marcia - la posizione dell'auto con le ruote posteriori nella cunetta, e il foro del proiettile sul parabrezza, facevano pensare che il bersaglio fosse stato colpito mentre era in marcia - per questo sbagliarono.
Nessuno pensò che alla guida dell'auto ci fosse andata una persona diversa dal Mainardi. Senza del resto, diranno la Bartalesi, il Poggiarelli, Di Lorenzo e Calamandrei, soffermarsi molto ad osservare l'interno dell'auto, perché tutti erano stati presi dall'angoscia dinanzi al delitto, e dall'urgenza di far giungere al più presto il soccorso alle vittime.

Da buon avvocato Filastò cerca di cavarsela al meglio con ciò di cui dispone, in questo caso il grave imbarazzo di Marini nel rispondere alle domande. Prima di essere controinterrogato da lui, il testimone aveva avuto uno scambio con il Presidente, dicendo tra l’altro:

Presidente: Ecco, e il giovane dov'era?
Marini: Il giovane dalla parte della guida naturalmente.
Presidente: Era al posto di guida?
Marini: Sì, tutte e due sdraiati all'interno, sì. C'era la sicura, mi ricordo, dalla parte della...
Presidente: E la ragazza dov'era?
Marini: Sulla parte destra, sdraiata anche lei.
Presidente: Cioè, accanto al guidatore?
Marini: Accanto al guidatore, sì, senz'altro.

Come si vede, le risposte erano state concilianti ma poco precise, tantoché alla fine il Presidente aveva preteso una risposta definitiva, senza però ottenere soddisfazione completa:

Presidente: Si ricorda... faccia mente locale. Si ricorda esattamente dov'era lui? Era al posto di guida, o no?
Marini: Sì, sì, quello... al posto di guida, sdraiato all'indietro, senz'altro. Comunque dalla parte della guida, col sedile giù, all'indietro. Quello senz'altro.

Poco dopo anche Filastò aveva dovuto scontrarsi con la tendenza di Marini ad apparire conciliante senza prendere una posizione troppo definita:

Filastò: Signor Marini, mi pare che lei qui abbia detto che i due ragazzi erano fianco a fianco?
Marini: Sì, diciamo, fianco a fia... ora nei particolari... fianco a fianco in che senso intende lei?
Filastò: Uno affianco all'altro, la stessa altezza.
Marini: Sì, ma non attacca... insomma, ora...
Filastò: Stessa altezza. Lei ha visto le teste, in particolare, dei due ragazzi?
Marini: Sì, le teste si vedevano abbastanza bene, normali, così.
Filastò: Ed erano alla stessa altezza?
Marini: Ora, il particolare se erano alla stessa altezza, questo non glielo… non lo so, non me ne ricordo neppure.
Filastò: Insomma, lei ha avuto l'impressione che fossero tutti e due seduti sui sedili anteriori, è così?
Marini: Anteriori senz'altro. All'indietro, ora di quanto non me ne ricordo. Comunque sempre davanti.
Filastò: Tutti e due nei sedili anteriori.
Marini: Sì.
Filastò: È sicuro di questo?
Marini: Sì, io penso di sì.
Filastò: Sì, va be', ha avuto questa impressione, certo.
Marini: Senz'altro.
Filastò: Molto bene.
Marini: Ora, se fossero spostati lato accanto, un po' più indietro... però, la posizione, diciamo, era...
Filastò: La posizione era quella.
Marini: Perdinci! Più o meno.

È chiaro che non erano stati né la paura del momento né il lungo tempo trascorso a rendere incerte le deposizione di Marini, Bartalesi, Poggiarelli e Calamandrei, ma la volontà di non scontrarsi con la sicurezza dei soccorritori, con la quale chissà quante volte in quindici anni avevano dovuto fare i conti. In realtà non potevano essersi confusi sulla posizione di Mainardi, poiché, per averlo sentito respirare, dovevano essergli andati assai vicino.
A ogni modo, al di là delle deposizioni dei quattro testimoni, i tempi strettissimi intercorrenti tra lo spostamento della 147 e il loro arrivo sulla scena del crimine non lasciano dubbi: se, come le macchie di sangue attestano, a guidare a marcia indietro era stato Mainardi, era per forza lui che si trovava sul sedile di guida. È totalmente da escludere la possibilità che l’urto contro il fianco della fossa lo avesse catapultato sul sedile posteriore, come pure qualcuno ha provato a immaginare. L’ipotesi confida sull’inclinazione dell’auto e sulla spalliera del sedile di guida in parte abbassata. Ma innanzitutto ad abbassare la spalliera furono i soccorritori, poi in ogni caso non si vede come un urto a bassissima velocità (10 km/h? 20?) avrebbe potuto produrre un effetto tanto imponente, per di più depositando il poveretto perfettamente a sedere.
L’ipotesi di Spezi che fosse stato il Mostro a spostare il corpo esanime di Mainardi viene definitivamente bocciata dal pochissimo tempo trascorso prima dell’arrivo dei ragazzi: l’operazione, forse in teoria possibile a prezzo di varie manovre e tanta fatica, diventa impossibile avendo a disposizione soltanto tre o quattro minuti. Altri scenari, come quello di un Mostro che già in piazzola avrebbe spostato Paolo per mettersi alla guida, fanno parte della fantasia di chi più ne ha più ne metta.

Ultime considerazioni. Al momento dei rilievi della Scientifica la portiera di guida era priva di sicura. Ma abbiamo già visto nella prima parte che quella sicura era stata sbloccata da Gargalini tirando la maniglia dall’interno. In precedenza il tentativo di Martini di aprire la portiera da fuori non aveva avuto successo, si è sostenuto (ad esempio in Calibro 22) a causa della deformazione della scocca, deformazione che però non è evidenziata da nessuna foto, e che comunque non avrebbe impedito di aprirla poco dopo, come mostra l'immagine del sedile insanguinato già vista poc’anzi. È invece molto più facile che Martini, tradito dalla fretta e dall’emozione, semplicemente non avesse pensato a tirare su l’apposito nottolino, come invece sarebbe stato possibile attraverso il finestrino privo di vetro.
Che entrambe le portiere fossero bloccate dalla sicura fa ritenere con ragionevole certezza che il Mostro non ne avesse aperta neppure una, e tantomeno fosse entrato in auto, poichè non avrebbe avuto alcun senso richiudersi la portiera alle spalle pigiando ancora il nottolino. Filastò mette assieme la portiera di guida bloccata e le chiavi ritrovate nel campo e immagina che il Mostro, impedendo l’accesso all’abitacolo, avesse voluto “ritardare la scoperta dei cadaveri”. Ma i cadaveri erano ben visibili senza bisogno alcuno di entrare in macchina, quindi quale ritardo avrebbe mai potuto provocare quel gesto, peraltro inutile visto il vetro rotto? E in effetti non provocò alcun ritardo.
Già che le abbiamo nominate, affrontiamo infine il problema delle chiavi. Si è affermato che l’assassino le avrebbe tolte dal quadro nel tentativo di spegnere le luci (non serviva entrare, bastava sporgersi dal finestrino rotto lato guida). Ma in nessuna auto le luci si spengono togliendo la chiave, semmai quello che conta è la sua posizione. In ogni caso l’esame dei tempi intercorsi tra i vari passaggi dei testimoni e gli scoppi uditi da Bartalesi e Marini porta a ritenere per certo che gli spari ai fari furono immediati, appena l’auto si fermò fuoristrada. I due udirono gli scoppi in una volta sola, tre o quattro disse Marini (in realtà vedremo che erano cinque). Forse appena trenta secondi dopo transitarono Poggiarelli e Calamandrei, e l’auto era già fuoristrada con i fari spenti. Quindi l’azione di togliere le chiavi dal quadro fu successiva, in uno degli intervalli tra il passaggio delle auto, e certamente il suo scopo non poteva essere quello di spegnere i fari. Ecco che cosa ne pensava l'equipe De Fazio:

Il gesto di togliere le chiavi dell'auto dal cruscotto e di gettarle nel campo è evidentemente privo di significato e di finalità materiali, ed ha un valore puramente psicologico, quasi fosse un gesto sprezzante di vittoria e di trionfo.

Con tutta evidenza si tratta di un’interpretazione messa lì in mancanza di meglio, e chi scrive non è affatto d’accordo. Finalità materiali ce n'erano, anche se l'arrivo dei quattro ragazzi ne avrebbe impedito la realizzazione.