venerdì 18 novembre 2016

Così brutto e cattivo: Maniac

Durante la prima metà degli anni settanta il personaggio del serial killer venne rappresentato in numerose pellicole, anche di produzione italiana, come quelle della famosa Trilogia degli animali di Dario Argento. Si trattava in genere di figure che rimanevano nascoste durante quasi tutta la proiezione, per svelare la loro identità poco prima del finale. Pertanto non era agevole identificarsi con loro, anche da parte di una mente insana, poiché la storia era comunque monopolizzata dai buoni, l’ispettore, il giornalista, il detective privato, e il cattivo si vedeva poco, almeno nella veste di assassino.
Nella seconda metà del decennio iniziarono a circolare lavori nei quali, viceversa, era il serial killer a rivestire il ruolo di protagonista, seguito con grande partecipazione durante le sue sciagurate imprese, delle quali veniva mostrato ogni dettaglio: inseguimenti mozzafiato, mutilazioni, sangue in abbondanza. Basti ricordare il Leatherface di Non aprite quella porta e ancor più il Michel Myers di Halloween, visti in Italia rispettivamente nel 1975 e nel 1979. Si trattava però di figure stereotipate, entrambe nascoste dietro una maschera, aliene, prive di qualsiasi connotazione interiore, con le quali rimaneva comunque difficile identificarsi.
Del tutto diverso era invece Frank Zito.


Influenze di Maniac. Nel maggio del 1980 fu presentato a Cannes Maniac, di William Lustig, un film rivoluzionario nell’ambito del genere, nel quale Frank Zito, il serial killer protagonista interpretato magnificamente da Joe Spinell, era mostrato fin dalle prime scene in tutta la sua crudeltà di assassino, ma senza maschera e con una vita di relazione in apparenza regolare (vedi). Il personaggio godeva anche di un buon approfondimento psicologico, mediante il quale quasi si giustificavano i suoi comportamenti criminali attribuendoli a un cattivo rapporto avuto con la madre, di cui erano testimoni numerose cicatrici che portava sul petto. Quindi, anche se malvagia, la sua figura non impediva il verificarsi del classico processo di identificazione da parte di uno spettatore che veniva indotto all’indulgenza. Tanto più se egli stesso era un serial killer, tanto più se anche lui assaliva coppiette appartate, come aveva fatto il Mostro di Firenze a Borgo San Lorenzo qualche anno prima.
Durante l’ora e mezza di spettacolo, Zito uccideva una coppia di fidanzati sulla spiaggia, una prostituta in albergo, una seconda coppia in auto, una donna inseguita in una stazione del metrò e infine una donna nell’appartamento di lei. Soprattutto la scena della coppia uccisa in auto potrebbe aver favorito nel Mostro un importante processo di immedesimazione. L’episodio era ambientato in una strada buia poco lontano da una discoteca, con sullo sfondo il suggestivo ponte intitolato a Giovanni da Verrazzano, a New York, ed è considerato un capolavoro dagli amanti del genere: l’assassino che correva e saltava sul cofano della vettura e con un colpo di fucile faceva esplodere la testa di Tom Savini, che come sua abitudine aveva interpretato una piccola parte nel film di cui era il curatore degli effetti speciali.


In altri momenti Frank Zito usava anche il coltello, un ulteriore elemento di similitudine con quanto era accaduto a Borgo. Ma c'è di più: c'è il sospetto che la visione di Maniac avesse costituito per il Mostro di Firenze una fonte di ispirazione. L’elemento che più induce a sospettare la nefasta influenza del maniaco del film sulle sciagurate imprese del killer fiorentino nella sua fase seriale degli anni ‘80 è la somiglianza del trofeo asportato dai corpi delle loro vittime femminili: Frank Zito il cuoio capelluto, il Mostro il pube con tutti i suoi peli.


Ancora oggi la scena in cui Zito taglia lo scalpo alla prostituta appena uccisa risulta altamente drammatica e coinvolgente. Accompagnata da una musica ossessiva, la lama scorre sulla pelle della fronte con esasperante lentezza, mentre il sangue esce copioso, fino a quando la mano tira i capelli e il trofeo si stacca. Meno insistita ma comunque ancora molto drammatica è una scena analoga riguardante l’ultima vittima, nella quale Frank Zito “arma” e usa un cutter, molto probabilmente lo stesso strumento usato dal Mostro per effettuare i suoi tagli.
Fu proprio la trovata dello scalpo a fare di Maniac un film molto chiacchierato all’epoca, anche perché i produttori la misero bene in evidenza, nei trailer e nella stessa locandina, dove campeggiava inequivocabile la figura minacciosa del killer con in mano il coltello e il trofeo insanguinati. I distributori italiani rincararono la dose, sostituendo il sottotitolo originale “Ti avevo avvertito di non uscire stanotte” con un ben più esplicito “A caccia di scalpi per le strade di New York”.


È difficile non lasciarsi andare alle suggestioni, dato lo scenario. La coincidenza di due serial killer, uno di celluloide che scalpa le proprie vittime femminili e uno reale che toglie loro il vello pubico, comparsi nel medesimo anno, non può lasciare insensibili. Anche perché si tratta di due comportamenti del tutto originali. Fino a quel punto al cinema erano stati soltanto i pellerossa a prelevare lo scalpo, mentre tra i serial killer veri non erano certo mancati i casi di mutilazione dei genitali femminili, inseriti però in contesti di grande efferatezza, dei quali esse costituivano soltanto una parte. Può darne l’idea questo frammento tratto dalla perizia De Fazio:

Sono descritti in letteratura scientifica numerosi casi in cui l'omicida agiva come se si immergesse in una "orgia di sangue", manipolando visceri ed organi (prevalentemente sessuali) del cadavere, masturbandosi con quelli, o semplicemente godendone alla vista, al tatto, all'odorato; in altri casi organi o visceri vengono morsi, masticati o addirittura mangiati: in entrambi i casi si tratta di comportamenti istintuali di natura antropofagica, attuati per lo più da soggetti gravemente patologici.

Il personaggio immaginario di Frank Zito non voleva dare e non dava affatto l’impressione del maniaco sessuale, ma piuttosto quella del pazzo paranoico. Nessun godimento veniva evidenziato durante il taglio del cuoio capelluto, né venivano mostrati atti collaterali di significato sessuale; il killer usava il trofeo per costruirsi, con l’aiuto di manichini, dei simulacri di donne di cui si circondava, quelle donne che un grave complesso edipico gli impediva di amare nella realtà.
Che cosa ne facesse il Mostro dei propri trofei non lo sappiamo, sappiamo però che anch’egli, durante l’operazione di asporto, non si lasciava andare a nessun atto di natura né sessuale né sadica. E come Zito portava via il cuoio capelluto, lui si prendeva il vello pilifero, più che altro limitandosi al pube (in un solo caso, a Calenzano, spingendosi anche più in basso, sempre comunque in una zona ricoperta di peli, per poi tornare a dimensioni minori nei due casi successivi). Così Mauro Maurri in un’intervista comparsa su “La Città” del 7 agosto 1984 (vedi): “Per l’esattezza, l'assassino non asporta la vagina ma il pube. Ignora la vagina, l'utero, le ovaie. Non li ferisce né tanto meno gli interessa asportarli”. E anche l’equipe De Fazio faceva notare “il precipuo interesse dell’autore per la cute e per i peli del pube”. Dell’evoluzione verso il seno sinistro e del suo significato avremo occasione di trattare in altra sede.

Il sentiero non battuto. A proporre per primo, pubblicamente, l’ipotesi di un Mostro di Firenze influenzato dalla visione del film Maniac fu Giuseppe Alessandri nel libro La leggenda del Vampa, pubblicato nel 1995. L’autore la applicò a Pietro Pacciani, della cui colpevolezza, come ben si sa, si riteneva sicurissimo.
   
In casa Pacciani se ne sta a ore incollato alla televisione: guarda di tutto, ma soprattutto i film pornografici e quelli del genere horror, con tutto quel sangue che scorre. Le varie TV private trasmettono in continuazione rubriche di trailer, le promozioni cinematografiche; una sera una di queste scene lo fa sobbalzare: con gli occhi in fuori dalle orbite il Vampa scopre che è stato fatto un film su di lui! C'è infatti un trailer che viene trasmesso in continuazione e che parla di un tale in giro per New York a caccia di scalpi.
Il film si intitola Maniac, e la sequenza passata per televisione risulta a Pietro più che familiare: una coppia di giovani, appena uscita da una discoteca di New York, si ferma a conversare in auto sul ponte Giovanni da Verrazzano. Quando lui si fa più intraprendente allungando le mani e i due cominciano così a passare dalle parole ai fatti, un giustiziere sbucato dalla notte e armato di un fucile a pompa irrompe sulla scena e facendo fuoco attraverso i vetri fa fuori prima lui e poi lei.
Per tutto il mese di maggio il Vampa è costretto a subire questa scena di un minuto e mezzo bombardata dalle varie TV locali; finché non ce la fa più a trattenersi: ora glielo fa vedere lui a quell'usurpatore com'è che si fa. Prende la pistola, le dà una lucidata e la notte va a fagiani per vedere se è sempre lei.
È da troppo che non prova quell'ebbrezza.
È l'ora di tornare a vivere pericolosamente.

Due anni dopo fu Nino Filastò, che alla colpevolezza di Pietro Pacciani non credeva né aveva mai creduto, a riprendere l’argomento. Ne parlò in aula durante le prime battute del processo a Mario Vanni, del quale era difensore (3 giugno 1997, vedi).

Vengo a sapere da un collega che esiste un certo fascicolo intitolato “Maniac" scritto da un personaggio. Siccome di questo film avevo intravisto anch'io a suo tempo questa cosa, che cioè a dire precedeva all'inizio delle escissioni la presenza nelle sale, in una sala cinematografica cittadina, ma con riferimento solo all'ottobre dell'81, un certo film americano in cui esiste un serial killer di New York il quale uccide le coppie e poi porta via lo scalpo alle donne per rivestirne dei manichini, ho chiesto a questo collega che mi mandasse il fascicolo che è qui, che voi vedrete. Se ne avete voglia di vederlo, lo allegherete agli atti. […]
Benché la persona fosse anonima nello scritto, sono riuscito a rintracciarlo. E ci ho parlato, ed è un medico serissimo, giovane, che ha fatto – come risulta da quell' atto – nonostante che sia un po’ verboso, uno studio serissimo approfondendo dei fatti. Ecco perché l'ho chiamato a testimoniare, perché i testimoni si chiamano sui fatti.

Non c’è da stupirsi se il presidente non volle sapere nulla né del fascicolo su Maniac né del medico che lo aveva scritto. Filastò era però così convinto dell’intrigante ipotesi da utilizzarla per un racconto intitolato – e come poteva essere altrimenti? – Maniac, facente parte dell’antologia Toscana delitti e misteri (2000), scaricabile qui. In più ne trattò su Storia delle merende infami, nel 2005, indicando ancora come fonte d’ispirazione il medico anonimo.


Tempo dopo il misterioso medico anonimo avrebbe partecipato, con lo pseudonimo di De Gothia, al noto forum di Ale (l’immagine sopra era il suo caratteristico avatar), trattando con arguzia e competenza molti altri temi sul Mostro, e mettendo a disposizione di tutti altri lavori interessanti (ma quello su Maniac no). Oggi purtroppo non scrive più, essendo deceduto, però è finalmente disponibile il fascicolo che avevano avuto in mano sia Alessandri sia Filastò, dal titolo Maniac, il sentiero non battuto, scaricabile qui. Il documento, scritto nel 1994 e trasmesso con poca fortuna a qualche avvocato e a qualche giornalista, fa dell’autore il padre di questa interessantissima ipotesi. Credo sia anche il caso di scriverne nome e cognome, peraltro già contenuti nei ringraziamenti de La leggenda del Vampa: Stefano Galastri.

Aveva visto il film? Dopo aver individuato nell’operazione di scalpaggio l’elemento principe che rende probabile la nefasta influenza di Maniac sul Mostro di Firenze, lo scritto di De Gothia affronta un argomento di vitale importanza: poteva il futuro serial killer aver visto il film prima della sua prima escissione, avvenuta a Scandicci la sera del 6 giugno 1981? È una domanda inevitabile e scomoda per l’ipotesi in questione, poiché i documenti ci riportano che Maniac entrò nelle sale di prima visione soltanto a partire da luglio. Prima però c’era stata comunque una certa attività che lo aveva riguardato.
La versione originale del film, in lingua inglese, era stata presentata a Cannes nel maggio 1980. Per vederlo nelle sale si dovette però aspettare novembre in Germania e dicembre negli USA. A metà gennaio 1981 l’attrice protagonista, Caroline Munro, era a Roma per la presentazione sul mercato italiano, come si legge tra l’altro su “Stampa Sera” del 16 (vedi). Lo scritto di De Gothia riporta alcuni dati tratti da un periodico del settore, il «Giornale dello Spettacolo», secondo i quali il film fu proiettato in anteprima nazionale in una sala di Palermo dal 20 al 26 febbraio, e in tre sale di Roma dal 21 al 27, sempre di febbraio. 


Interessante è questa pubblicità, tratta da “Il Messaggero” del 21, riguardante una delle sale di Roma, che lo scritto di De Gothia riporta a conferma. La consultazione delle pagine degli spettacoli de “L’Unità”, reperibili tramite l’archivio storico on line, fornisce comunque la prova definitiva (qui la pagina del 21).
Alle anteprime nazionali di Palermo e Roma non seguì però la programmazione ordinaria, almeno non nell’immediato. Il motivo risiede nei problemi attraversati dalla società cui era stata affidata la distribuzione, la Eurocopfilms di Roma, che proprio in quel periodo probabilmente cessò l’attività. Maniac rimase così per diverso tempo in un limbo indefinito, dal quale iniziò a uscire a fine aprile, secondo De Gothia, quando alcune TV locali presero a trasmetterne in modo ossessivo gli spot pubblicitari, andando avanti anche per tutto il mese di maggio. In ogni caso il film ancora non usciva nelle sale. Evidentemente c’erano in ballo dei problemi legali che non ne consentivano la libera gestione.
Le notizie reperibili in rete sull’inizio della programmazione ordinaria sono scarse. In un articolo del 18 giugno di “Stampa Sera” (vedi) viene preannunciata una prima nazionale ad Alessandria per il 17 luglio, confermata dalla pagina degli spettacoli di quel giorno (vedi). Allo stato delle notizie note a chi scrive sembra quindi che il film, nel periodo dal 27 febbraio al 17 luglio, fosse rimasto assente dalle sale. Forse era passato in qualche cinema secondario, come ipotizza De Gothia in base a un ragionamento anche condivisibile, ma su questa flebile possibilità non si può contare granché. Infine, riguardo Firenze, Maniac venne proiettato in prima visione al Supercinema dal 28 agosto al 2 settembre (qui "La Nazione" del 30 agosto).
A questo punto possiamo tirare le prime conclusioni. Non contando Palermo per ovvie ragioni di distanza, non si può escludere che il futuro Mostro di Firenze fosse andato a vedere Maniac a Roma in febbraio, quindi ben prima di uccidere la coppia di Scandicci. La possibilità dovrebbe però legarsi a un personaggio con interessi particolari verso il cinema, anche soltanto di genere, attento ai festival (Cannes) e alle novità che arrivavano dall’estero, e per questo a conoscenza della trama del film, per il quale si sarebbe così incuriosito da recarsi a Roma per vederlo. A giudizio di chi scrive è però molto più plausibile l’ipotesi avanzata da De Gothia, secondo la quale fu la martellante pubblicità televisiva a far conoscere Maniac al Mostro.
Dopo un opportuno pronunciamento della Corte Costituzionale risalente al 1976, si assistette in Italia a un proliferare di TV private che trasmettevano via etere in ambito locale finanziandosi con la pubblicità. Per mancanza di leggi adeguate, la ferrea censura che aveva ingabbiato fino a quel momento le trasmissioni RAI non riusciva a intervenire sul nuovo mezzo. Addirittura venivano trasmessi film porno, quelli dei cinema a luci rosse. È ben noto il caso di Telereporter, costretta a smettere dopo l’intervento dei carabinieri (26 luglio 1985) inviati dalla Procura di Milano. Immaginare il futuro Mostro di Firenze che nei primi mesi del 1981 faceva zapping davanti al televisore non è difficile, come non è difficile immaginare che si fosse imbattuto in uno degli spot pubblicitari su Maniac. A giudicare da quanto è oggi reperibile su Youtube (vedi ad esempio la collezione raccolta qui) si trattava di vari filmati di poche decine di secondi fatti per catturare l’attenzione dello spettatore e impressionarlo con frammenti delle scene più forti. Sono compresi sia l’attacco alla coppia in auto, sia il taglio dello scalpo, come mostra il fotogramma sottostante, dove l’operazione è ben visibile e interpretabile, anche se il seguito, il distacco della cute (vedi una delle immagini precedenti), veniva risparmiato.


Abbiamo visto che, secondo De Gothia, tali spot erano trasmessi in modo ossessivo a partire da fine aprile. Il suo scritto però non fornisce prove, se non la sua memoria e quella del fratello. Per fortuna, partendo da un accenno contenuto ne La leggenda del Vampa, chi scrive è riuscito a rintracciare una prova, indiretta ma assai significativa, delle affermazioni di De Gothia. Nella pagina degli spettacoli dell’edizione fiorentina de “La Nazione” del 30 agosto 1981 (qui), era comparsa una breve e impietosa recensione di Maniac a firma RPM, acronimo del giornalista Ranieri Polese Remaggi, dal titolo “Così brutto e cattivo: Maniac”. Leggiamola:

Che orrore questo signor Zito, Frank Zito di New York, il maniaco del film, brutto, sgradevole, butterato, con una faccia che ricorda un topo. Si muove come una bestia, fra strade malfamate e bassifondi di New York. Adocchia le prede, donne sole, battone; studia i loro movimenti, poi colpisce, cattivo, spietato, con il suo rituale disgustante. Per cui, dopo averle uccise, porta via lo scalpo e lo conserva a casa in una schifosissima collezione.
Pochi mesi fa, una tv privata trasmetteva il prossimamente di questo film. Fra alcune scene (un ragazzo e una ragazza in macchina di notte, assaliti e ammazzati con terribile violenza; la macabra cerimonia dello scotennamento) e i particolari del delitto di Scandicci qualcuno scorse delle analogie. Un brivido in più, insomma, per questo prodotto che gioca le sue carte (poche) su effettacci di macelleria.
Per due terzi è girato con la tecnica del cinema-verità: camera traballante, molte soggettive, sequenze casuali. Piene di efferatezze. Poi, comunque, il guizzo finale. Dal sordido realismo alla fiction, l’assassino che agisce per un maledetto complesso di Edipo, si reca al cimitero, e immagina che la mamma esca dalla tomba per castigarlo definitivamente. Un ricordo di Carrie di De Palma? Forse, ma non basta a rimediare l’impressione pessima di questa pellicola.

Evidentemente Remaggi non amava i film slasher, un genere nell’ambito del quale Maniac è considerato un capolavoro. Ma della sua recensione a noi interessa soltanto l’accenno al fatto che pochi mesi prima dell’agosto – quindi il fine aprile-maggio di De Gothia risulta ben compatibile – “una tv privata trasmetteva il prossimamente di questo film”. Si aggiunga che qualcuno si era già accorto delle analogie tra quel “prossimamente” e il successivo delitto di Scandicci, non soltanto di quella ovvia dell’attacco a una coppia in auto, ma anche di quella meno ovvia del taglio dello scalpo. Evidentemente gli spot, magari integrati da qualche discorso di qualche conduttore, erano bastati per dare un’idea del film.
Adesso possiamo tirare le conclusioni definitive del presente paragrafo: se non è probabile che il futuro Mostro di Firenze avesse visto Maniac prima del 6 giugno 1981, è però probabile che avesse visto gli spot che lo pubblicizzavano, attraverso i quali poteva aver ricevuto la sciagurata influenza della quale si sta qui discutendo.

Finzione e realtà nella stessa serata. Lo scritto di De Gothia prende in esame anche un altro importante elemento per valutare i possibili effetti di Maniac sul Mostro. Dopo la programmazione in agosto, il film tornò in sala a Firenze dal 15 al 22 ottobre, al Cinema Nazionale oggi scomparso. La data del 15 è confermata dalla riproduzione della relativa pagina degli spettacoli de “La Nazione” contenuta nello scritto di De Gothia. La ben più importante data del 22 è confermata invece dalla pagina scaricabile qui. Perché è così importante la data del 22? Perché quel giorno furono uccisi Susanna Cambi e Stefano Baldi.
Il delitto di Calenzano ha delle caratteristiche sue particolari rispetto agli altri. Avvenne in autunno pieno, innanzitutto, ad appena quattro mesi e mezzo di distanza dal precedente, e in un giorno infrasettimanale, il giovedì. Riguardo quest’ultimo punto, si è sempre pensato che lo sciopero generale previsto per il giorno successivo avesse equiparato quel giovedì a un sabato, ma non è del tutto vero. Forse lo è per la possibilità che avrebbe avuto il Mostro di rimanere a casa a riprendersi dopo la mattanza, ma non per quella di trovare più facilmente coppiette appartate, tanto più a estate ormai finita da un pezzo.
Un altro elemento peculiare è la modalità con cui furono scelte le vittime. Susanna e Stefano non erano frequentatori abituali del posto in cui si appartarono quella sera, ma vi si erano fermati per consumare un rapporto veloce mentre stavano andando a Firenze. Il Mostro doveva già essere lì, in un luogo dove sapeva di poter trovare delle vittime potenziali, in attesa non certo di loro ma di una coppietta qualsiasi. Ragionevolmente, a Borgo e a Scandicci era andato invece a colpo sicuro, su una precisa coppia adocchiata in precedenza.
Infine, quando l’attività del Mostro cessò, divenne evidente anche l’anomalia della zona geografica. Escludendo quello di Signa, gli altri delitti potevano essere raggruppati grosso modo entro due aree ben distinte: quattro nei dintorni di Scandicci e San Casciano e due nel Mugello, mentre quello di Calenzano appariva a sé, nella zona di Prato. Sulla questione aveva ragionato a lungo Ruggero Perugini, che così si domandava nel suo Un uomo abbastanza normale: “che cosa significavano quei due colpi spiazzati? Signa e Calenzano, 1968 e 1981, agosto e ottobre... anche Calenzano mi sembrava fuori posto, ma perché, perché?”.
Proviamo a rispondere ai dubbi di Perugini su Calenzano pensando al Mostro che quel 22 ottobre era andato a vedere Maniac allo spettacolo delle 21. Prima delle 22.30, quando iniziava l’ultimo, era fuori, carico della voglia di provare dal vero le emozioni appena vissute in sala attraverso il suo eroe di celluloide. Eccolo allora mettersi alla guida, con già dentro il bagagliaio pistola, coltello e soprabito adatto, per cercare una coppia qualsiasi da far fuori. Perché Calenzano? Per uno di questi due motivi. Il primo: aveva già visto il film in una o più delle serate precedenti, e aveva già cercato una coppia nei soliti luoghi senza trovarla, quindi sperava in miglior sorte cambiando zona. Il secondo: era già piuttosto tardi, quindi, dovendo raggiungere in tempi brevi un luogo adatto, con partenza dal Cinema Nazionale la campagna di Calenzano era la scelta migliore.


Il Cinema Nazionale si trovava nel centro di Firenze, in via dei Cimatori. Come si vede dalla figura, per arrivare nel luogo del delitto Google Maps suggerisce un percorso di 20.6 km effettuabile oggi in circa 29 minuti con traffico regolare. Si può immaginare che 35 anni fa in tarda serata ne bastassero anche 20, per una ragionevole media di 60 km all’ora. Susanna Cambi e Stefano Baldi erano usciti di casa attorno alle 22.30, ma la Golf di Stefano era stata vista ferma davanti al loro appartamento in ristrutturazione ancora alle 22.50. Quindi potevano essere giunti nella stradina della campagna di Travalle, distante poco più di un paio di chilometri, non prima delle 23, quando il Mostro aveva già avuto il tempo di portarsi nella zona.
Infine un breve cenno a un argomento tutto da sviluppare. Nella notte tra l'11 e il 12 febbraio 1982 veniva uccisa a coltellate nel proprio appartamento di Firenze Giuliana Monciatti, prostituta. Si trattò di un delitto gratuito, in apparenza privo di movente, il cui autore non è mai stato individuato, e in cui molti hanno creduto di vedere la mano del Mostro. Ma anche Frank Zito uccideva una prostituta, quindi anche in questo caso è inevitabile prendere in esame l'ipotesi di una possibile emulazione.

Imitatore di un lustmurderer. Il lettore ricorderà che alla fine dell’articolo La dinamica di Calenzano era stata avanzata un’ipotesi per certi aspetti rivoluzionaria, secondo la quale il Mostro di Firenze potrebbe non essere stato un vero e proprio lustmurderer, cioè un assassino che uccideva per libidine, ma soltanto un malvagio imitatore. L’ipotesi prendeva origine dalla constatazione che sulle scene dei crimini non c’era alcuna traccia di attività sessuale sulle vittime, né prima della morte né dopo. Adesso è chiaro quello che s’intendeva dire: è possibile che la serie omicidaria degli anni ’80 sia stata innescata proprio dalla visione di Maniac, mediante un processo di immedesimazione, favorito anche dall’attacco alla coppia in auto che richiamava il delitto di Borgo, un processo di ispirazione, il taglio del cuoio capelluto trasformato in quello del vello pilifero, e infine e più importante un processo di emulazione, dove il Mostro vero poteva aver desiderato anche per sé il successo mediatico di quello del film, le cui imprese, diffuse dai giornali, terrorizzavano l’intera città di New York.
L’ipotesi spiegherebbe bene la peculiarità di altri comportamenti del Mostro di Firenze, oltre la mancanza di libidine sulle scene dei crimini. Ad esempio, un individuo che non era preda dei tipici impulsi sessuali incontrollabili dei lustmurderer, al contrario di loro avrebbe potuto decidere razionalmente la cadenza dei propri delitti, nonché quando fermarsi, proprio come fece il Mostro di Firenze, le cui motivazioni erano evidentemente altre. A parere di chi scrive, si potrebbe pensare a un individuo frustrato nella quotidianità che cercava una rivalsa nell’uccidere e nel creare spavento nell’opinione pubblica. Quindi le mutilazioni potevano far parte di un macabro spettacolo, nel quale l'assassino esprimeva il proprio disprezzo per le donne e per tutti e con le quali accresceva l'effetto mediatico delle proprie sciagurate imprese. Si legge in un articolo del quotidiano “La Città” del 15 settembre 1985, all’indomani del delitto degli Scopeti:

Che se ne fa il mostro dei terribili trofei di morte? Il sostituto procuratore Francesco Fleury, confortato dal parere degli esperti che hanno eseguito l’autopsia sui cadaveri, spiega: “Il pube è facilmente conservabile, ma per quanto riguarda la mammella è sicuramente meno facile. Quasi impossibile… A quanto mi hanno riferito i medici legali nel seno vi sono molte parti grasse che impediscono la conservazione anche dentro un liquido”.
Alla luce di questa osservazione il magistrato avanza un’ipotesi: è possibile che il mostro non conservi i trofei. Si può pensare che dopo essersene impadronito, li getti via. Il suo gesto potrebbe essere esclusivamente uno spregio sul corpo della donna.

Chi scrive si trova in perfetta sintonia con quanto aveva ipotizzato 31 anni fa Francesco Fleury.

mercoledì 2 novembre 2016

La dinamica di Calenzano

Sette anni tra il primo delitto e il secondo, appena quattro mesi e poco più tra il secondo e il terzo: nella notte del 22 ottobre 1981 il Mostro di Firenze uccise Susanna Cambi e Stefano Baldi a Calenzano, località Travalle. I ragazzi erano partita da casa Baldi, situata in paese, poco prima delle 23, con l’intento di accompagnare Susanna a casa sua a Firenze. Sfortunatamente furono presi dal desiderio, e percorsi appena due chilometri si appartarono in una stradina di campagna.
La ricostruzione della dinamica del delitto presenta notevoli difficoltà, dovute sia ai rilievi carenti sia a una intrinseca complessità della scena del crimine, a causa della quale si è anche ipotizzato un improbabile staging (manipolazione volontaria della scena del crimine). Riguardo i rilievi c’è da dire che intervenne fin troppa gente, tra carabinieri e polizia, con una suddivisione dei compiti e relazioni doppie assai deleterie per la certezza dei dati acquisiti, lo vedremo. Per la complessità basti dire che questo fu l’unico caso in cui anche il corpo della vittima maschile giaceva fuori dall’auto.





La Golf si era addentrata per circa 60 metri in una stradina campestre laterale a via dei Prati, il muso rivolto verso la campagna. Entrambe le portiere risultavano chiuse, la sinistra senza sicura e con il finestrino intatto, la destra con la sicura e con il finestrino rotto. La spalliera del sedile di guida era normalmente rialzata, quella del sedile del passeggero reclinata (attenzione! dal confronto delle ultime due foto si arguisce che la maggior parte dei frammenti di vetro visibili sul sedile del passeggero dovettero esservi caduti durante i rilievi, causa un'apertura e soprattutto richiusura poco accorte della portiera).
Il corpo di Stefano giaceva sul fianco sinistro in un modesto avvallamento sulla sinistra dell’auto, a circa tre metri dal muso. Indossava una camicia e un paio di pantaloni infilati soltanto alla gamba sinistra; al piede aveva ancora lo stivale, mentre l’altro, il destro, fu rinvenuto dentro l’auto. Da sotto i glutei spuntava il suo maglione arrotolato. Il corpo di Susanna giaceva invece sulla destra dell’auto, a circa cinque metri dal muso, quasi seduto dentro una specie di fossetto. Indossava una maglietta e un reggiseno alzati fin sotto il collo, e una gonna che il Mostro aveva tagliato per asportarle il pube. Al braccio sinistro erano ancora infilati un maglione e una giacca.

Dubbi sui bossoli. Prima di proporre una dinamica ragionevole, è necessario andare a fondo sulla questione dei bossoli recuperati. Le fonti concordano sul loro numero, sette, ma non sulla loro posizione, almeno non del tutto. Secondo il rapporto della Polizia, sulla base del quale fu poi redatta la perizia De Fazio, un bossolo fu trovato a bordo dell’auto, sul tappetino anteriore destro, e i restanti sei fuori, sul lato destro, entro un raggio di 90 centimetri dalla ruota anteriore. Durante il processo Pacciani l’agente di polizia Claudio Valente, partecipante ai rilievi, lo confermò (vedi). I bossoli furono tutti contrassegnati e fotografati, ma ripresi singolarmente e senza lo sfondo dell’auto a dimostrarne l’effettiva collocazione rispetto a essa, la quale dunque non appare del tutto sicura, tanto più che, appena prima di Valente, il maresciallo dei carabinieri Dino Salvini aveva dichiarato (vedi):

Erano cinque i bossoli dalla parte destra dell'autovettura.[…].
[domanda il PM] Lei ricorda che furono repertati cinque bossoli?
Mah, io ricordo bene, perché […] quando veniva trovato qualche cosa, veniva indicato alla Scientifica […]
Io mi ricordo che vidi cinque bossoli a sinistra, uno sopra l'autovettura, e uno sul lato destro.[…] Dentro l'autovettura, non sopra. […]
Lì c'erano: un bossolo, l'orologio e l'orecchino.

Dunque, secondo Salvini – che nella deposizione si pose idealmente davanti al frontale dell’auto rovesciando le posizioni – i bossoli sul lato destro erano cinque, uno invece era sul lato sinistro. Il sottufficiale ricordava bene, poiché nel verbale dei carabinieri si trova scritto:

Per terra, in prossimità dello sportello destro dell’autovettura, in ordine sparso, rinvenivamo 5 bossoli di pistola presumibilmente cal.22 L.R.; un bossolo è invece all’interno del veicolo, posto ai piedi per chi siede a fianco di chi guida. Altro bossolo è presente per terra, vicino allo sportello sinistro dell’autovettura, vicino a quest’ultimo vi è un orologio con bracciale, con quadrante bianco, calendario segnante il giorno “23”, funzionante e segnante l’ora giusta, marca “Philip-Watch Cormoran”. Nei pressi di detti oggetti sono presenti alcune macchie di sangue […]

Anche le sentenze di primo grado e d’appello del processo ai Compagni di Merende avrebbero entrambe confermato il contenuto di questo verbale:

[…] erano stati rinvenuti sul posto n.7 bossoli calibro 22 L.R., ed esattamente 5 in vicinanza della portiera laterale destra, uno all’interno dell’auto, sul tappetino del posto anteriore destro, ed un altro sul lato sinistro della vettura, a circa cm.70 dalla ruota anteriore sinistra.

D’altra parte la presenza di un bossolo accanto allo sportello sinistro consente di disegnare una dinamica molto più lineare, logica e verosimile in confronto a quella ottenibile posizionandolo assieme agli altri cinque sulla destra.

Proiettili e ferite. Secondo la perizia Arcese-Iadevito, furono recuperati cinque proiettili più due frammenti, il che sembrerebbe accordarsi con i sette bossoli. Ma i colpi sparati e andati a bersaglio furono quasi certamente otto, quindi sia un bossolo sia un proiettile mancarono all’appello. Riguardo le ferite c’è purtroppo qualche discrepanza nelle fonti (perizia De Fazio, perizia Arcese-Iadevito, deposizione Maria Grazia Cucurnia al processo Pacciani).


Stefano era stato colpito da quattro proiettili, dei quali tre ritenuti: uno al naso (1), non penetrato nel cranio e recuperato in prossimità della mandibola; uno in zona toracica sinistra (2), rimasto in superficie e fuoriuscito dal fianco sinistro; uno alla base destra del torace (3), con entrata al dorso e tramite basso-alto verso sinistra, recuperato in prossimità dell’ascella sinistra; infine uno all’emitorace destro (8), l’unico immediatamente mortale, che interessò anche il cuore.
Riguardo il proiettile numero 3, è necessaria una precisazione. Sia sul sito Calibro 22 di Master sia nel libro Il Mostro di Firenze esiste ancora l’ingresso è indicato sì alla base dell’emitorace destro, ma frontale. Vediamo che cosa dicono le fonti disponibili a chi scrive. Messa da parte la perizia Arcese-Iadevito, dove neppure si parla di colpo all’emitorace destro, rimangono la deposizione Cucurnia e la perizia De Fazio. Questa la descrizione della Cucurnia:

Quarto colpo alla base del torace destro. Questo fu trovato ritenuto a livello dell'emitorace sinistro. Un proiettile con un decorso leggermente obliquo verso l'alto che interessò la faccia superiore del fegato…

Non furono fatte ulteriori precisazioni, quindi, come si vede, non si parlò né di un ingresso frontale né di un ingresso dorsale. Questa invece la descrizione nella perizia De Fazio:

[Un colpo] in regione dorsale, con tramite interessante il lobo destro del fegato, il diaframma ed il polmone sinistro e ritenzione del proiettile sulla linea ascellare anteriore sinistra a livello sottocutaneo.

Come si vede viene indicato chiaramente un ingresso dal dorso. In questa sede si è ritenuta valida la descrizione De Fazio, anche perché ben si accorda con una dinamica semplice e lineare, lo vedremo.


Sul ragazzo vanno inoltre giustificate quattro ferite di coltello, come in figura, tutte inferte post-mortem e con forza non eccessiva.


Anche riguardo le ferite di Susanna ci sono discrepanze nelle fonti. Chi scrive ritiene ragionevole supporre che la ragazza fosse stata colpita da cinque proiettili, dei quali quattro ritenuti: uno passante al pollice della mano destra (1), lo stesso che poi avrebbe colpito anche Stefano forse al naso; uno alla faccia posteriore del braccio sinistro (4); uno al dorso destro (5), mortale; uno al braccio destro, con canna a contatto, uscito ed entrato poi nel torace (6); infine l’ultimo (7) sul lato destro del torace, mortale poiché attraversò il cuore, anch’esso sparato con la canna a contatto.
Anche su Susanna il Mostro usò il coltello, colpendola al dorso, mentre vedremo che una ferita sotto la mammella sinistra va probabilmente appaiata a quella, ben più importante, al pube.

L’attacco. Susanna e Stefano erano stati presi da un forte desiderio che, per il poco tempo a disposizione, volevano soddisfare in fretta. Fidanzati ormai da molti anni, erano in procinto di sposarsi, quindi di sicuro non mancavano loro le occasione per fare l’amore. Ma forse quella sera era da diverso tempo che non lo facevano, o forse erano semplicemente felici ed eccitati per l’imminente matrimonio. In ogni caso, appena parcheggiata l’auto poco dentro la stradina di campagna, accesero la luce e iniziarono subito a spogliarsi. Il Mostro era già nei paraggi, certamente non ad aspettare loro, ma la prima coppietta che si fosse appartata in una zona a lui ben nota e che sapeva adatta ai suoi tristi scopi. Non è forse un caso se una coppietta testimoniò di aver visto un individuo, all'apparenza un guardone, aggirarsi nei paraggi attorno alle 22.40.
Con il sedile non ancora reclinato, Stefano si era tolto il maglione, lo stivale destro e la gamba destra dei pantaloni. Si può ragionevolmente supporre che, per la frenesia, il maglione gli fosse rimasto infilato a un braccio, vedremo presto il perché. Susanna aveva invece già reclinato il proprio sedile e si era tolta parzialmente la maglia e la giacca lasciandole infilate al braccio sinistro. Contrariamente ai due episodi precedenti, l’aggressore attaccò dal lato destro, dove la presenza di arbusti lo aveva protetto in fase di avvicinamento. Avrebbe potuto girare dalla parte del ragazzo, per esser sicuro di eliminare subito il soggetto più pericoloso, ma il successo della sua scellerata impresa di pochi mesi prima doveva avergli infuso una grande sicurezza in sé stesso, quindi non lo fece.


Un attimo prima degli spari, i ragazzi dovettero accorgersi del pericolo. Mentre era proteso verso Susanna, forse nell’atto di sfilarsi qualcosa, stivale o maglione, Stefano alzò la testa. Frenato dall’impatto con il vetro del finestrino anteriore, il primo proiettile lo colse al naso, senza penetrare nel cranio. Come nei due episodi precedenti, con subitaneo raddoppio l’aggressore sparò ancora, cogliendo il ragazzo al torace con un colpo non mortale. Uno dei due proiettili colse prima Susanna al pollice della mano destra alzata a difesa.


Mentre forse, come al solito, l’aggressore perdeva alcuni secondi per buttar giù qualche frammento di vetro, ferito non gravemente Stefano si gettò sulla maniglia della portiera, riuscendo ad aprirla. Ma prima che potesse approfittarne per uscire un proiettile lo colpì al dorso destro, con un leggero andamento dal basso verso l’alto dovuto all’inclinazione del busto. Il colpo non fu immediatamente mortale, ma in ogni caso abbastanza grave da causare la perdita di conoscenza del ragazzo che si accasciò con il busto mezzo o tutto fuori, riverso un po’ sul fianco sinistro.


Istintivamente anche Susanna si protese verso l’uscita, ma fece appena in tempo a girarsi che ricevette un proiettile nel braccio sinistro, al quale era appoggiata. Il braccio cedette e il busto iniziò a tornare indietro.


Durante la fase di ritorno sul proprio sedile Susanna fu colpita da un ulteriore proiettile al dorso, per una ferita molto grave che la fece accasciare.


Probabilmente la ragazza non perse conoscenza, quindi l’assassino decise di finirla avvicinando l’arma quasi a contatto. Forse per il suo stato d’eccitazione, forse per un movimento repentino della vittima, non fu però abbastanza preciso e la colse al braccio destro, che il proiettile trapassò interessando anche il torace, per un’altra ferita grave ma ancora non immediatamente mortale.


Il Mostro decise quindi di spararle di nuovo, avvicinandosi di più e puntando con maggior precisione verso il cuore. Il bossolo ritrovato sul tappetino anteriore destro fu espulso in questo sparo, oppure nel precedente, mentre gli altri sei erano finiti tutti fuori, vicino alla ruota anteriore destra (uno andò perso).


Intanto Stefano giaceva con il busto fuori dall’auto, privo di conoscenza ma ancora vivo, con il sangue che gocciolava sull’erba (ne sarebbero state trovate apprezzabili tracce). Il Mostro aggirò l’auto dalla parte della coda, lo raggiunse e gli sparò il colpo di grazia al cuore (per la mancanza di un fondo adeguato e per la giornata piovigginosa non è stato possibile replicare convenientemente la scena, il lettore dovrà sopperire con un po’ d’immaginazione…).

L’estrazione di Stefano. Dopo aver esploso l’ultimo colpo su Stefano l’assassino dovette guardarsi intorno per controllare eventuali arrivi e per trovare un posto riparato dove compiere la medesima macabra operazione di Scandicci. Abbiamo già visto che la portiera del passeggero fu trovata bloccata, e quindi non c’è ragione per ipotizzarne l’apertura da parte del Mostro. Anche la consistente quota di frammenti di vetro rimasti in sede – ben visibili in una foto – lo conferma. Quindi il corpo di Susanna fu estratto dalla portiera lato guida, naturalmente dopo quello del fidanzato. La doppia fatica può essere giustificata con lo spazio troppo angusto che la vegetazione sul lato destro rendeva disponibile per la manovra. Per di più il corpo di Stefano era già mezzo fuori, anche se non sappiamo bene quanto, e l’assassino avrebbe dovuto rimetterlo dentro per non allarmare eventuali sopravvenuti durante l’operazione che doveva compiere su Susanna. A quel punto preferì estrarlo del tutto e cercare di nasconderlo.


Tornato di fronte al corpo di Stefano, il Mostro mise mano al coltello per raggiungere la certezza assoluta che fosse morto. Gli si posizionò quindi sul davanti e gli vibrò quattro coltellate, una al collo e tre al dorso. Poi lo prese per le ascelle e iniziò a trascinarlo a pancia in su verso la vicina infossatura già individuata. A chi scrive non pare certo un indizio di staging la presenza sul tappetino anteriore sinistro dello stivale che Stefano si era tolto, trovato ancora in piedi. Se anche fosse caduto all'esterno in seguito all'estrazione dei corpi, ma non è detto, il Mostro potrebbe averlo rimesso a posto prima di richiudere la portiera soltanto per eliminare anche quella piccola possibilità di allarme per chi fosse sopraggiunto.


Nella foto precedente sembra di poter intravedere le tracce del trascinamento, sia sulla stradina sia e soprattutto sull’erba (anche Salvini ne parlò, in modo però generico). Il percorso a U indicato dalla linea rossa servì probabilmente per aggirare la vegetazione, più folta nel primo tratto, e spiega bene la posizione finale del corpo se questo fu afferrato sotto le ascelle, come pare logico. Giunto in B, il Mostro lo lasciò scivolare nella buca facendogli compiere una rotazione di 90 gradi con conseguente posizionamento sul fianco destro.


Durante il tragitto sia il maglione sia i pantaloni, entrambi ancora infilati a un arto, seguirono arrotolandosi. Il maglione a un certo punto si sfilò del tutto – le fonti riportano che fu trovato libero –  ma dovette rimanere incastrato tra il fondoschiena e il terreno sino all’ultimo, più o meno nel modo mostrato dalla foto. Quindi anche il maglione messo sotto i glutei non va considerato affatto un indizio di staging. Trattenuti dallo stivale, i pantaloni invece non si sganciarono. Anche su questo punto, come al solito, le fonti sono discordi – per la perizia De Fazio infilati, secondo i ricordi di Salvini al processo Pacciani no – ma sembra logico immaginare che se si fossero sfilati sarebbero rimasti per strada.


A parere di chi scrive non è il caso di attribuire soverchia importanza all’impronta lasciata dalla presa dell’assassino sul fianco sinistro della camicia di Stefano, ben visibile nella foto sovrastante. Se ne è discusso molto in rete, chiedendosi se nella forma delle tracce di sangue potesse ravvisarsi la figura di una pistola impugnata con la mano sinistra, come suggerisce il fotomontaggio tratto da Calibro 22. Ma pare davvero poco ragionevole che all’atto del trascinamento l’assassino ancora tenesse in mano la pistola, e ancora meno che, prima di afferrare il corpo di Stefano, non se la fosse messa in tasca. Più che al trascinamento, in occasione del quale il punto di aggancio doveva essere stato più in alto, sotto le ascelle, l’impronta potrebbe essere attribuita a una delle manovre di aggiustamento della posizione del corpo prima dello scarico nella buca, con la stoffa che avrebbe tenuto memoria dell’ultima piega incollandosi al sangue sottostante.

La mutilazione di Susanna. Sistemato Stefano il Mostro si occupò di Susanna. Al momento di prenderla le sferrò una coltellata al dorso, più che altro per accertarsi dell’avvenuto decesso. Una volta fuori dall’auto dovette lasciarla a terra, almeno per chiudere la portiera nell’intento di non allarmare chi fosse transitato dalla vicina strada. Poi se la caricò in spalla – Salvini non vide tracce di trascinamento – con delle manovre che provocarono la caduta a terra dell’orologio e di un orecchino. Come a Scandicci voleva raggiungere un posto il più possibile riparato per poter manipolare il cadavere in tranquillità. Quindi si addentrò tra la vegetazione abbastanza folta dalla parte destra dell’auto, compiendo un tragitto di cinque metri fino a un fossetto, dove lo adagiò con il busto appoggiato all’argine.
Le fonti riportano che la mutilazione degli organi sessuali di Susanna Cambi fu più ampia rispetto a quella compiuta su Carmela De Nuccio. Del corpo di quest’ultima il Mostro aveva reciso sostanzialmente il vello pilifero, con soltanto un piccolo interessamento del grande labbro di sinistra. Su Susanna la mutilazione si spinse invece molto più in basso, fino al perineo. Con grande probabilità dovette però trattarsi di un effetto non del tutto voluto, visto che nella circostanza successiva, a Vicchio, fu ancora asportato soltanto il vello pilifero. Forse fu la posizione non supina del cadavere a influenzare il percorso della lama.
Il cadavere di Susanna fu trovato con le braccia sopra la testa e la maglietta e il reggiseno alzati fin sotto le ascelle. Di sicuro non era stato un trascinamento bocconi per i piedi a produrre l’effetto, poiché sul davanti il corpo era pulito, come testimoniò Salvini. Quindi i due indumenti erano stati tirati su dall’assassino, ragionevolmente assieme alle braccia. Si aggiunga la presenza di una ferita di coltello così descritta nella perizia De Fazio:

Una ferita da punta e taglio, ovalare, di cm. 2,5 x 1,5 a maggior asse obliquo dall'alto verso il basso e verso sinistra, in regione sottomammaria sx. Detta ferita è poco profonda, presenta margini netti, angolo inferiore acuto, infiltrazione ematica molto scarsa o del tutto assente.

Riguardo questa ferita nella stessa perizia si afferma che “è stata evidentemente inferta con l'intento di raggiungere una zona vitale”, escludendo un interesse dell’assassino per il seno. Ma non sembra affatto così, tenendo conto della maglietta e del reggiseno alzati fin sotto le ascelle e delle braccia posizionate sopra la testa. La scena fa pensare invece che il Mostro avesse progettato già allora di escindere il seno sinistro, e che avesse rinunciato, subito dopo un breve saggio nella zona, per qualche motivo che non conosceremo mai. Come ben si sa, per portare a buon fine la scellerata operazione avrebbe dovuto attendere altri tre anni, fino al delitto di Vicchio, poiché a Baccaiano le circostanze gliel’avrebbero impedita (ma le chiavi ritrovate fuori dall’auto costituiscono un indizio della sua volontà di provarci, lo vedremo), mentre a Giogoli non c’erano seni da escindere.

La borsetta. La borsetta di Susanna fu trovata, chiusa, sul sedile posteriore, “in perfetto ordine” secondo Salvini, quindi sembrerebbe che l’assassino l’avesse ignorata, tanto più che nessuno degli oggetti in essa contenuti fu trovato al di fuori. Ci sono però due particolari sui quali si è ricamato per supporre che comunque fosse stata frugata: al suo interno c’erano un borsellino vuoto e la carta di circolazione dell’auto di Stefano.
Sul borsellino non vale la pena spendere più di qualche parola. In nessun caso fu mai dimostrato un interesse del Mostro per gli oggetti di valore delle proprie vittime. Tanto per rimanere sul caso in esame, basti dire che Stefano portava in una tasca dei pantaloni il portafoglio con una somma equivalente a una cinquantina di euro di adesso: l’uno e l'altra furono lasciati al loro posto. Quindi semplicemente il borsellino di Susanna era vuoto perché la ragazza aveva speso tutti i propri spiccioli e non ve ne aveva ancora inseriti altri.
Riguardo la carta di circolazione il discorso pare più complesso. Si è ipotizzato che fosse stata custodita in origine dentro il portaoggetti dell’auto, che il Mostro avesse frugato quello e la borsetta e poi avesse rimesso tutto in ordine sbagliando posto per la carta di circolazione. Francamente si tratta di un’ipotesi alquanto contorta e priva di qualsiasi logica. Il comportamento dell’assassino denotò grande preoccupazione verso l’eventualità dell’arrivo di estranei, come ben testimonia il laborioso nascondimento del corpo di Stefano. Che lo stesso individuo si fosse attardato a svuotare borsetta e portaoggetti – per forza sotto una luce, ma dove, dentro l’auto o fuori? – preoccupandosi poi di rimettere tutto a posto è un’eventualità da escludere senza dubbio alcuno.
Quel libretto di circolazione nella borsetta di Susanna può spiegarsi semplicemente con la consuetudine che potrebbe aver avuto Stefano a non lasciare i documenti a bordo auto. Una volta, quando i computer nella pubblica amministrazioni erano del tutto sconosciuti, si pensava che sarebbe stato più semplice denunciare il furto della propria auto con in mano il libretto di circolazione originale, e nel contempo di ostacolare in qualche modo il ladro non lasciando che rubasse anche quello. Quindi può essere che quella sera la ragazza, al momento di uscire, avesse messo nella propria borsetta il documento che era appoggiato su un mobile, oppure che fosse stato lo stesso fidanzato a chiederle di tenerglielo.

Considerazioni finali. Ancora una volta, come già a Scandicci, il comportamento dell’assassino non può che lasciare perplessi. Qual era la molla che lo aveva spinto a uccidere e a mutilare? Quale godimento poteva aver raggiunto non avendo lasciato intravedere alcun interesse sessuale, né verso l’uomo né verso la donna, a parte quell’unica e sconvolgente operazione che il giorno dopo avrebbe contribuito a far diventare ancora più grossi i titoli dei giornali? La perizia De Fazio, proprio affrontando la ricostruzione del delitto di Calenzano, riporta alcune interessanti considerazioni, sulle quali il lettore motivato ad andare bene a fondo alla vicenda dovrebbe riflettere in modo attento.

La dinamica di questo delitto si sovrappone pressoché completamente a quella del delitto precedente […]. Va sottolineata di nuovo la mancanza di interesse per l'uomo, se non per quanto concerne gli atti lesivi che rendono l'omicida certo del suo decesso. Le ferite da arma bianca sono evidentemente mirate a punti vitali (sia nell'uomo che, del resto, anche nella donna). Anche la presenza di un'ampia ferita esclusivamente da taglio al collo non è sufficiente di per sé e, soprattutto, se considerata contestualmente alla dinamica dell'azione, a far ritenere che sia stata inferta per procurarsi piacere sadico-sessuale, o per motivi diversi da quello del perseguimento di un esito letale. La mancanza di interesse per l'uomo (e l'assenza di lesioni e di mutilazioni ai genitali maschili, in questo come negli altri casi), porterebbe ad escludere un orientamento omosessuale dell'omicida, sia nel caso delle azioni delittuose che al di fuori di esse.
Ancor più appare evidente in questo caso che manca la ricerca di un contatto fisico con le vittime, anche quelle di sesso femminile; non solo non vi sono tracce di violenza sadica o sessuale di alcun tipo, né tracce della ricerca di gratificazioni sessuali abnormi nel contesto dell'azione (al di là del significato che in tal senso possono rivestire l'azione omicidaria in sé e l'asportazione del pube), ma sembra anzi ci sia il tentativo di limitare al minimo indispensabile il contatto fisico con la vittima; in tal senso possono essere viste le manovre di denudazione della vittima femminile, operate attraverso l'uso del coltello, senza alcuna manovra di svestizione manuale.
Come si è detto, mancano segni di ferite gravi e mutilazioni anche in altre parti del corpo, di significato sessuale o passibili di rivestirlo (vagina, cosce, natiche, ano); […] l'assenza di ferite di tal natura, cioè a tipo "mutilazioni sadiche", spoglia di contenuto sessuale immediato la stessa asportazione del pube, nel senso che induce a vedere in questo atto un comportamento di per sé non istintuale, compulsivo o contestuale al godimento sessuale, ma un atto pienamente "funzionale" al possesso dell'oggetto feticistico.
Depongono per tale interpretazione la freddezza, la razionalità, la precisione con cui viene compiuto l'atto, nonché ovviamente la mancanza di eviscerazione vera e propria (i visceri infatti non solo sono lasciati in situ; ma non vengono né lesi ulteriormente né manipolati) e di tutti quei comportamenti più tipici delle forme patologiche più gravi, che alludono a componenti istintuali antropologiche, agite realmente o in maniera larvata.

Un ben strano lustmurderer, quindi, del tutto indifferente alle carni che invece avrebbero dovuto costituire l’oggetto della sua gratificazione, come accadeva e accade per tutti i maniaci della medesima categoria. Di fronte alla spiazzante questione, a De Fazio non restò che supporre un suo esclusivo interesse per la parte mutilata, da godersi non sul posto ma a casa propria. Un freddo collezionista di velli pubici e di seni sinistri, quindi? Sembra molto uno scenario cinematografico. E di cinema parleremo nel prossimo articolo, dove verrà sviluppata un’ipotesi in grado di spiegare bene il contraddittorio comportamento del Mostro di Firenze, che, a parere di chi scrive, non era un vero e proprio lustmurderer, ma soltanto un malvagio imitatore.