venerdì 13 maggio 2016

I riscontri esterni contro Vanni e Pacciani

L’imputato Lotti Giancarlo, per i quattro duplici omicidi ai quali ha partecipato ed ha assistito come complice e come “palo”, ha indubbiamente detto la verità sugli episodi, perché le sue dichiarazioni hanno trovato precisi riscontri probatori, come già sopra analizzato caso per caso.
Non è quindi pensabile che il Lotti possa aver mentito sulle persone dei suoi complici ed aver ingiustamente accusato il Vanni ed il Pacciani, per le seguenti specifiche ragioni…

Dopo la presentazione di ben 20 riscontri probatori che avrebbero reso certo il coinvolgimento di Giancarlo Lotti negli ultimi quattro duplici omicidi, la sentenza affronta un delicatissimo e niente affatto automatico passaggio: se è vero che Lotti era coinvolto, sono credibili le sue accuse a Vanni e Pacciani? Già durante l’esame dei riscontri riguardanti il presunto pentito qua e là erano emersi elementi anche contro gli altri due, ma in seguito la sentenza li riprende e li integra con altri, costruendo un capitolo apposito che nelle intenzioni dovrebbe dimostrare la loro colpevolezza. Con pessimi risultati, però.

Rancori e convenienze. Varie argomentazioni vengono dedicate a dimostrare che Lotti non avrebbe avuto motivi per accusare ingiustamente Vanni e Pacciani. Innanzitutto i giudici si dichiararono sicuri di poter escludere qualsiasi risentimento. La nipote di Vanni, Alessandra Bartalesi, aveva testimoniato che nell’estate del 1995 tra Lotti e suo zio c’era stato un rapporto di buona amicizia (vedi). Per Pacciani non esistevano testimonianze altrettanto forti, anzi, non sembra che tra lui e Lotti fosse corso buon sangue, ma i giudici confidarono su una frase di Lorenzo Nesi, secondo la quale “Lotti, il Vanni, Pucci, il maresciallo morto, Pacciani, insomma, l'era gente che stavano sempre insieme”. E per i giudici neppure il rapporto anale patito da Lotti a opera di Pacciani, sempreché fosse avvenuto davvero, avrebbe potuto costituire motivo sufficiente per una vendetta così estrema.
La sentenza fa poi qualche ragionamento molto confuso intorno alle modalità con le quali Lotti si era deciso ad ammettere le proprie responsabilità, il che non è ben chiaro come avesse potuto dimostrare la fondatezza delle accuse a Vanni e Pacciani. Sembra invece molto più attinente al tema la questione dei vantaggi della condizione di pentito. È ben noto quanto ne pensavano gli avvocati di Vanni, per i quali Giancarlo Lotti avrebbe ritenuto preferibile la nuova gabbia dorata del programma di protezione rispetto alla vecchia vita di stenti. Però, scrive giustamente la sentenza, “il citato programma non lo esenta certo dalle conseguenze penali per i reati ai quali ha collaborato”, lasciando intendere che Lotti non avrebbe potuto non rendersene conto. Una considerazione del tutto condivisibile, in appoggio alla quale si può aggiungere il comportamento tenuto dall’individuo nel successivo processo di secondo grado, quando, con sulle spalle i trent’anni di galera rimediati nel precedente, ancora avrebbe continuato a dichiararsi colpevole.
Fin qui i ragionamenti dei giudici sono senz’altro condivisibili. Sorprende però il fatto che si dimenticarono di prendere in esame la motivazione più normale e logica che avrebbe potuto indurre un reo confesso ad accusare delle persone innocenti: il tentativo di alleggerire la propria posizione attribuendo ad altri il maggior carico di reati. E se a uccidere fosse stato lo stesso Lotti, magari con l’aiuto o almeno la connivenza di Pucci, la cui deposizione aveva lasciato così tanti dubbi e perplessità? Incredibilmente la sentenza neppure si pone la più che legittima domanda.

Filippo Neri Toscano. In istruttoria Giancarlo Lotti, riportando una confidenza a suo dire ricevuta da Vanni, aveva indicato nel carabiniere Filippo Neri Toscano il fornitore delle munizioni, consegnate ai due assassini prima di ogni delitto. La circostanza appare nient’altro che l’ennesimo elemento assurdo inserito da Lotti in uno scenario dove ne albergano mille altri. Non si capisce perché Vanni e Pacciani non si sarebbero procurati una scatola di cartucce dalla quale prelevarne alla bisogna, invece di farsene dare un po’ alla volta da Toscano, il quale peraltro avrebbe dovuto tenere da parte una vecchia confezione apposta per loro. L’uomo era un appassionato di armi, frequentava poligoni di tiro e quindi consumava molte munizioni, ma quelle di una vecchia scatola risalente a prima del 1968 no, quelle le avrebbe tenute da parte riservandole ai suoi amici Vanni e Pacciani! Più assurdo di così si muore.
Lotti aveva riferito la confidenza di Vanni nel momento in cui la propria posizione era passata da quella di testimone a quella d’indagato (12 marzo 1996), quando, come si può immaginare, la prospettiva del carcere doveva aver reso massima la sua disponibilità a soddisfare le aspettative degli inquirenti. È un fatto significativo che in aula non si fosse ricordato troppo bene di quelle dichiarazioni (vedi), a partire dal mestiere e dal nome dell’individuo (“Mah, c'era uno di San Casciano, un mi ricordo il nome come si chiama, un certo...”), per i quali il PM gli aveva dato una maliziosa imbeccata (“Lei questa persona, questo carabiniere ricorda, geograficamente, se era toscano... per l'appunto mi è venuto il nome...”). Non si ricordava poi se Toscano era a conoscenza dell’uso che Vanni e Pacciani avrebbero fatto delle munizioni ricevute (“Mah, questo a me non me l'ha detto, questo fatto“), ma in istruttoria sì che se lo era ricordato. Stanco di ammiccamenti, alla fine Canessa aveva deciso di parlar chiaro, passando alle contestazioni a suon di verbali:

Allora, lei dice: "Ho saputo, direttamente dal Vanni, che le munizioni" - siamo all'interrogatorio del 12/03/96 - "che le munizioni per la pistola venivano fornite al Pacciani da un amico”- e che il Vanni, insistendo, gli aveva riferito che – “l'amico era l'appuntato dei Carabinieri Toscano, l'appuntato Toscano. Fornendo le munizioni era al corrente dell'uso che ne veniva fatto, così mi diceva il Vanni".[…]
Le contesto che lei dice, dichiarazioni al PM 23/03/96: "A me il Vanni disse che i proiettili il Toscano glieli aveva dati prima dell'omicidio di Vicchio. Il Vanni mi disse che gli forniva i proiettili quando c'erano omicidi da fare". E aggiunge: "Ho visto Vanni a volte parlare con il Toscano in piazza". […]
Lei dice, il 12/03/96: "Mario mi disse che il Toscano dava i proiettili a lui“ - Vanni – “e che poi li faceva avere a Pietro, perché non stava a San Casciano, come invece abitavano Toscano e Vanni. Io, Toscano, lo conoscevo di vista, ma non ci parlavo".

Il lettore converrà che dei ricordi di dieci e più anni prima svaniti dopo appena uno costituiscono un grave elemento di sospetto. Ma non per la sentenza, dove si crede a tal punto alle dichiarazioni di Lotti da ritenerle addirittura una prova della sua buona fede, e soprattutto della veridicità delle accuse a Vanni e Pacciani! Ignorati i suoi vuoti di memoria in aula, si perviene alla sorprendente conclusione attraverso ben sette pagine di contorti e illogici ragionamenti che qui sotto si tenterà di riassumere.
Il 18 marzo 1996, nel corso di una perquisizione, erano state rinvenute in casa di Toscano, oramai in pensione, numerose armi e 200 cartucce “Winchester” calibro 22 con la lettera “W” impressa sul fondello, la quale, come dice la stessa sentenza, era stata adottata dal produttore dopo la “H” del Mostro a partire dal 1980-81. L’ex carabiniere aveva affermato di aver acquistato le cartucce nel 1985 da un privato, Lorenzo Mocarelli, assieme a una “Beretta” calibro 22 usata.
Ascoltato in aula, Mocarelli aveva confermato la vendita a Toscano della pistola e la contestuale cessione di un piccolo quantitativo di munizioni (“10, 15, 6, non me lo ricordo”), le quali in ogni caso dovevano essere state contrassegnate dalla lettera “H”, visto che l’uomo aveva smesso di frequentare il poligono di tiro già dal 1978. Quasi ottantenne e con difetti di memoria, Mocarelli non ricordava di aver venduto altre cartucce a Toscano, però non si era sentito di escluderlo del tutto.
Le incertezze di memoria del testimone portarono i giudici a ritenere plausibili da parte sua altre cessioni di cartucce all’ex carabiniere, che quindi ne avrebbe ricevute del tipo “H” almeno prima del delitto del 1985 (la vendita della pistola era avvenuta il 7 gennaio). Ma non si comprende come questo fatto possa aver avuto qualche rilevanza sulla disponibilità da parte dello stesso Toscano di cartucce tipo “H”, visto che l’uomo era un appassionato di armi e un frequentatore di poligoni di tiro. Insomma, per procurarsele non aveva certo bisogno di alcun Mocarelli, la cui deposizione quindi non era servita a nulla (se non, per come ne scrive Giuttari sui propri libri, a smentire Toscano sulla provenienza delle 200 cartucce “W” trovate a casa sua, ma questo non si vede che cosa c’entri con i delitti, poiché al massimo avrebbe potuto far emergere un reato di appropriazione indebita o di indebito acquisto).
Riesce difficile comprendere come l’insieme di elementi sopra citati possa costituire un riscontro alle dichiarazioni di Giancarlo Lotti su Toscano fornitore delle cartucce. Forse l’unico riscontro al quale si potrebbe riconoscere in linea di principio una pur minima validità è contenuto nella chiusura delle argomentazioni sul tema:

se non fosse(ro) andate così le cose, il Lotti non avrebbe mai potuto sapere della disponibilità da parte del Toscano di tale tipo di cartucce, non avendo mai avuto rapporti diretti con costui o comunque rapporti tali da indurre il Toscano a parlargli di un tale argomento.
Deve quindi ritenersi riscontrata la circostanza riferita dal Lotti circa la “provenienza” dal Toscano delle cartucce utilizzate nei delitti.

Quindi alla fine quel che la sentenza può mettere sul piatto è soltanto una presunzione: se non fosse stato Vanni a dirglielo, Lotti non avrebbe mai potuto sapere che Toscano aveva disponibilità di cartucce compatibili con quelle del Mostro. Ma è davvero poco, quasi nulla, anzi, e per di più il ragionamento non pare granché condivisibile. Innanzitutto, essendo Toscano un ex carabiniere, in linea di principio chiunque avrebbe potuto associarlo ad armi e munizioni. Poi gli incerti ricordi di Lotti in aula (e i conseguenti maliziosi suggerimenti del PM), non lasciano molto tranquilli riguardo a quanto poteva essere accaduto durante gli interrogatori in istruttoria, dove a controllare i colloqui non soltanto non c’erano gli avvocati di Vanni, ma forse neppure quello dello stesso Lotti, lo vedremo. Quindi non c’è davvero da meravigliarsi se, a distanza di vent’anni dalla sua iscrizione nel registro degli indagati, non risulta alcun rinvio a giudizio per l’ex carabiniere Filippo Neri Toscano, la cui posizione non può che essere stata archiviata da molto tempo.

Altri riscontri esterni. Esistevano altre prove, oltre alle dichiarazioni di Giancarlo Lotti, della colpevolezza di Vanni e Pacciani? La sentenza cerca di mettere assieme quel che può pescando dalle precedenti argomentazioni, ma alla fine si ritrova con un ben misero bottino. Ci sono le accuse di Fernando Pucci, innanzitutto, il quale viene definito ancora una volta “teste oculare di totale affidamento e quindi di piena credibilità”. Presente nel documento originale, il grassetto aggiunge ulteriore enfasi agli iperbolici termini con i quali l’estensore tentò di nascondere quel che invece era a tutti risultato evidente: in aula Pucci non aveva detto nulla, evidenziando una quasi totale ignoranza del contenuto dei verbali d’istruttoria, dei quali quindi non ci si sarebbe dovuti fidare troppo.
La riciclata testimonianza Nesi sull’auto di Pacciani incrociata a Scopeti costituisce il secondo riscontro esterno, e l’avvistamento dell’auto bianca da parte di Sharon Stepman, sempre a Scopeti, il terzo. Anche di questi riscontri abbiamo già discusso, dimostrando come fossero pressoché di rilevanza nulla. Analoghe considerazioni valgono per la camaleontica auto vista a Vicchio dai coniugi Martelli-Caini, di colore scuro in istruttoria, bianca in dibattimento e infine la “FORD FIESTA del Pacciani” in sentenza, che però a bordo aveva il solo conducente (quindi Vanni dov’era?).
Per aggiungere ancora qualcosa allo scarnissimo panorama la sentenza riprende la già citata ammissione di Vanni sul fatto che Lotti gli avesse raccontato della coppia di Vicchio. Ulteriori parole per dimostrarne l’inconsistenza probatoria appaiono superflue.
Uno spazio ben maggiore merita invece la questione della nota lettera scritta da Pacciani a Vanni, emersa già nelle fasi istruttorie dell’inchiesta Pacciani e per la quale nel processo di cui qui si tratta era stato imputato l’incolpevole avvocato civilista Alberto Corsi, poi assolto. Per essa vale la pena prevedere un articolo apposito. Si può intanto premettere che, per poterla utilizzare come riscontro esterno contro Vanni, con estrema disinvoltura i giudici la raddoppiarono, dovendo invalidare la devastante deposizione di Giancarlo Lotti che l’aveva resa inefficace.

mercoledì 11 maggio 2016

La sentenza CdM e Calenzano

Sull’uccisione di Susanna Cambi e Stefano Baldi i giudici non disponevano della testimonianza oculare di Giancarlo Lotti, ma soltanto delle confidenze che il presunto pentito avrebbe raccolto dalla voce di Mario Vanni. Troppo poco per mandare in galera il povero Giovanni Faggi, tirato in ballo dagli sbrodolii sia di Lotti sia di Pucci, ma abbastanza per addebitare a Vanni anche quel duplice omicidio; in fin dei conti uno più o uno meno non faceva granché differenza per lui. Ma quali riscontri avrebbero potuto confermare quelle confidenze? Messa a dura prova dalla difficile impresa, l’inventiva dei giudici riuscì a confezionarne soltanto due:

Uso della stessa arma ed uso dello stesso tipo di cartucce per tutti i duplici omicidi.

Stessa persona e stessa mano in tutti i delitti in cui furono operate le escissioni sul cadavere delle ragazze.

Nel primo punto vennero richiamate le ben note conclusioni delle perizie balistiche sull’unicità della pistola, mentre nel secondo vennero utilizzati gli studi dell’equipe De Fazio per affermare che le mutilazioni erano opera di una sola persona. Secondo i giudici si tratterebbe di “due riscontri particolarmente significativi, che collegano peraltro il presente duplice omicidio a tutti gli altri successivamente accaduti”. Certo, se Vanni e Pacciani erano colpevoli per i delitti da quello di Baccaiano in poi, si poteva senz’altro presumere che lo fossero anche per il precedente di Calenzano. Ma che quel delitto fosse da attribuirsi al cosiddetto “Mostro di Firenze” era universalmente noto senza bisogno di alcuna perizia, né sulle pallottole né sulle fotografie delle escissioni, Giancarlo Lotti lo sapeva bene come lo sapevano tutti, quindi di quale riscontro si poteva parlare? Poteva la circostanza costituire prova dell'asserita confidenza di Vanni? Riscontro valido sarebbe stato una conferma da parte dello stesso Vanni oppure di una terza persona, ma non era accaduto nulla del genere.
C’è da dire piuttosto che portando le argomentazioni dei giudici alle loro naturali conseguenze, si sarebbero dovuti addebitare a Vanni almeno anche il delitto di Scandicci e quello di Borgo San Lorenzo, se non il primo di Signa (eterna bestia nera di ogni ricostruzione e per il quale era già stato condannato Stefano Mele), nonostante che per essi Lotti non avesse ricevuto alcuna confidenza. La pistola, infatti, restava quella, e la mutilazione di Scandicci era stata attribuita dall’equipe De Fazio alla medesima mano delle successive. All’apertura del processo lo aveva fatto giustamente notare Filastò, chiedendo l’allargamento della discussione anche ai delitti non imputati dal PM (vedi):

Dice il Pubblico Ministero perché ho la prova solo per cinque. Strano, perché anzi, la prova avrebbe potuto dilagare, una volta trovata la strada giusta e chiarire anche tutti quei dubbi e quelle perplessità che riguardavano quei vecchi delitti. E poi soprattutto contraddittorio, perché contraddittorio? Perché a suo tempo, quando impostò il suo lavoro di prove il Pubblico Ministero con riferimento all'accusa Pietro Pacciani, egli che aveva a danno diciamo di Pietro Pacciani soltanto degli indizi che riguardavano l'omicidio di Giogoli e quello dei francesi, disse che gli altri gli andavano addebitati con riferimento all'esistenza di un elemento di prova importante che era rappresentato dalla unicità dell'arma. La famosa e mai trovata pistola Beretta calibro 22. Ora mi smentisca, signor Pubblico Ministero, se lei ritiene di farlo, leggete. Ecco, leggete la introduzione, la esposizione introduttiva del Pubblico Ministero. Non un accenno a questa unicità dell'arma; non un accenno a questo elemento di prova che è l'unica certezza di cui voi disponete, tutti noi disponiamo in questo processo. Ce ne sono qualche altre, ma questa è la più cospicua. Perchè? Se gruppo criminale o autore unico che sia, c'è una unicità sotto il profilo quantomeno della unicità dell'arma, perché falcidiare così il capo di imputazione?

Inseguendo le sue teorie imperniate su un gruppo di criminali nell’ambito della pista sarda anche Santoni Franchetti aveva chiesto di discutere dei primi tre delitti. Ma i giudici avevano risposto picche sia a lui sia a Filastò. Perché allora invocare il loro argomento principe, l'unicità della pistola, nell’ambito dell’attribuzione a Vanni del delitto di Calenzano?

martedì 10 maggio 2016

La sentenza CdM e Baccaiano

Anche per Baccaiano i giudici poterono contare, come unico materiale probatorio, soltanto sulle dichiarazioni di Giancarlo Lotti, per il quale, a suo dire, il duplice omicidio avrebbe costituito il battesimo del fuoco. L’elenco dei riscontri è particolarmente scarno, se non inesistente (tre).

Primo riscontro


Provata necessità di un “palo” per l’esecuzione del duplice omicidio.

La mancanza di veri riscontri costrinse i giudici, come e più che nel caso di Giogoli, a inserire in sentenza uno specifico paragrafo per assegnare a Lotti quel ruolo di “palo” che, secondo loro, lui stesso avrebbe confessato e del quale ci sarebbe stata un’esigenza imprescindibile. Per dimostrare la presunta confessione del presunto pentito la sentenza ne riporta due frasi, in realtà due collage del tutto arbitrari: “… mi chiedevano di stare lì fermo, ma fermo lì… L’è un posto che ci passa le macchine, (in) quel punto lì… stetti fermo…”, “… a me non m’hanno detto nulla… sono sceso di macchina… come un palo, sì, sono stato fermo…”. La seconda frase è costruita di sana pianta partendo da uno scambio con Filastò, dove a pronunciare la parola “palo” non è neppure Lotti, ma l’avvocato (vedi):

Filastò: Fanno le carte false per portarsela dietro per star lì, fermo sulla strada. Ma lei scese di macchina?
Lotti: O un sono sceso di macchina, però sono andato...
Filastò: Si, o no?
Lotti: Sì, sono sceso.
Filastò: È sceso, però è rimasto lì fermo come un palo.
Lotti: Sì, sono stato fermo, io.

Con la sua sarcastica battuta, evidentemente Filastò intendeva riferirsi a un vero palo, di legno, tanto per intendersi, e l’assenso di Lotti riguardava lo “stare fermo”. Quindi l’interpretazione data dalla sentenza è del tutto falsa.
L’altra frase viene invece estrapolata dall’interrogatorio condotto dal PM, alle cui insistenti domande Lotti aveva risposto con impareggiabile ambiguità (vedi):

PM: Ma quando le dissero di andare con loro, cosa le spiegarono, le chiesero di fare? Cosa doveva fare lei, quella sera?
Lotti: Mah, io, a qui' punto lì, non feci nulla.
PM: Sì, ma cosa... Secondo loro, cosa le chiedevano di fare? Perché volevano anche lei?
Lotti: Mah, mi chiedevano di star lì fermo. Ma fermo lì, passa le macchine, l'è un posto che unn'è... l'è un posto che ci passa le macchine, quel punto lì.
PM: Sì. Capisce, io non le voglio far dire la parola esatta, ma se lei ci spiega cosa doveva fare, viene da sé. Cioè, volevano che lei guardasse...
Presidente: Eh, eh, spieghi, spieghi. Cosa doveva andare lei, cosa doveva andare lei, a fare il testimone? Non credo.
Lotti: Il testimone no.
Presidente: E allora, cosa doveva andare a fare?
Lotti: Mi avevano messo di mezzo che dovevo andare per forza con loro, lì. E basta.
Presidente: E cosa, qual era il suo ruolo?
Lotti: No, io… e stetti fermo con la macchina distante. Non sapevo mica che facessino questo... questo coso qui, questo omicidio. Io sapevo...
Presidente: Ho capito. Ma allora, queste persone vanno a commettere un omicidio e si portano un testimone dietro. Mi sembra impossibile. Vuol dire che se andava lei - se è vero quello che dice lei, non lo so - ma se è vero quello che dice lei, doveva avere uno scopo, doveva fare qualcosa anche lei.
Lotti: Per star lì a guardare se non veniva macchine...
PM: Oh!
Presidente: Eh, questo, doveva fare.
Lotti: Per me, è questo, quello che dico io. Se non mi esprimo bene...

Insomma, spingi di qua e tira di là alla fine tra PM e Presidente si era riusciti a far dire a Lotti: “Per star lì a guardare se non veniva macchine”, una frase che però, a rigor di logica, sembra più indicare un “palo” nella sua accezione classica (chi deve avvertire i complici) piuttosto che in quella intesa dalla sentenza (scoraggiare l'arrivo di eventuali altre coppiette). In ogni caso alla fine i tre avevano tirato un sospiro di sollievo, poiché pareva che si fossero capiti. Ma Lotti neppure troppo, poiché qualche udienza dopo, durante il controinterrogatorio di Mazzeo, ancora una volta d’aver fatto il “palo” non lo voleva dire, suscitando così l'immediata reazione del Presidente (vedi):

Mazzeo: Qual'era il suo ruolo in quel caso? Aveva un ruolo, può anche darsi che...
Lotti: Di sta' lì, come dicevo a loro.
Presidente: Di sta' lì… di sta' lì come un palo!
Lotti: No.
Presidente: No, no. Aspetti. Cosa vuol dire stare lì?
Lotti: M'avevan detto che c'era questo coso così e così, e io dovevo stare lì fermo a provare da loro lì.
Presidente: A provare?
Lotti: Senza stare vicino alla macchina.
Presidente: E qual era lo scopo della sua presenza lì?
Lotti: Mah, di sta' lì per... che un venisse macchine, un si fermasse macchine.
Mazzeo: Che non venisse macchine. Quindi lei doveva...
Lotti: Macchine, in qui' momento un passò macchine.
Presidente: E se passava una macchina?
Lotti: E se passava una macchina...
Presidente: Cosa doveva fare lei?
Lotti: Che dovevo fare? Le vedevano anche loro le macchine, l'è una strada di coso...
Presidente: Ho capito, ma se lei sta in quel punto, sbuca una macchina là in fondo al rettilineo lì, cosa deve fare lei?
Lotti: Io gli dissi se passa le macchine, che devo fare?
Presidente: Allora, c'è o non c'è è la stessa cosa lei.
Lotti: No, ero lì perchè un si fermassin macchine lì, in questo punto lì.
Presidente: Cioè, doveva impedire che non si fermassino macchine.
Lotti: Macchine...
Presidente: Questo vuole dire?
Lotti: Sì .
Presidente: Oh.

Alla prima risposta sibillina di Lotti sul proprio compito (“Di sta' lì, come dicevo a loro”), il Presidente era intervenuto stizzito (“Di sta' lì… di sta' lì come un palo!”), ed è certamente comprensibile, dopo le sue fatiche di qualche giorno prima. Ma indietro aveva ricevuto un secco “no”, e poi una frase criptica in bella e involontaria rima: “M'avevan detto che c'era questo coso così e così, e io dovevo stare lì fermo a provare da loro lì”.
Alla fine però Lotti l’aveva ammesso: era sul posto affinché “un si fermasse macchine”, quindi in quel ruolo di “inibitore” che la sentenza chiama di “palo”. Ma ce n’era davvero la necessità? Secondo i giudici sì, e molta:

 […] il fatto di trovarsi proprio sul ciglio della strada rendeva la stessa piazzola molto pericolosa, non per gli automobilisti che si fossero trovati a transitare sulla strada nell’una o nell’altra direzione […], ma per il probabile arrivo di qualche altra coppietta desiderosa di intimità, che si fosse avvicinata all’area per sostarvi per qualche tempo. È in sostanza la stessa situazione del delitto di GIOGOLI già esaminato, ma in questo caso l’esposizione al pericolo era ancora maggiore, perché bisognava operare intorno ad un’auto quasi a contatto con la sede stradale.
S’imponeva quindi la necessità di un “palo”, cioè di una persona ferma sulla strada, a tutta vista, in modo da indurre, con la sola sua presenza, eventuali coppiette, in avvicinamento alla zona, a proseguire oltre in cerca di altri siti.

Ma non è vero per nulla, anzi, a Baccaiano un “palo” serviva ancor meno che a Giogoli. La coda della 147 di Paolo Mainardi arrivava fin quasi sulla provinciale ed era quindi ben visibile a chi avesse accarezzato l’idea di occupare la piazzola, nella quale d’altra parte più di un’auto non poteva entrare, come anche la sentenza afferma appena dopo: “la stessa piazzola era in realtà una “piazzolina” in quanto grande appena per contenere una sola macchina”. E allora, quale pericolo potevano costituire le altre coppiette se già a colpo d’occhio avrebbero capito che non era il caso di fermarsi? Ancora una volta c’è da chiedersi piuttosto il perché Pacciani sarebbe stato tanto folle da creare una situazione di pericolo lasciando in bella vista una persona la quale, se riconosciuta, avrebbe portato a lui. Tanto più che San Casciano distava pochi chilometri, quindi era anche altissimo il rischio di avvistamenti a opera di gente che conosceva gli assassini.
E se fosse passata un’auto della Polizia? In questo caso una persona ferma lungo un rettilineo buio avrebbe ottenuto l’effetto contrario rispetto a quello atteso, spingendo gli agenti a fermarsi per controllare. Appena dopo aver sospirato di sollievo per l’ammissione, strappata a forza, che Lotti era lì perché “doveva impedire che non si fermassino macchine”, al sagace Presidente era venuto il dubbio, e quindi aveva chiesto ulteriori spiegazioni. Ecco qua un estratto dell’incredibile scambio di battute (vedi):

Mazzeo: Lei ha dichiarato al Pubblico Ministero che doveva fare da palo. Poi all'avvocato Filastò, invece, all'udienza del 3 dicembre ha dichiarato: "A me non mi hanno detto di far nulla se passavano macchine". Quindi io le contesto questa sua precedente dichiarazione.
Lotti: Se le macchine passa, i' che devo fare.
Presidente: Allora... scusi Lotti. A questo punto mi inserisco io. L'ha presente la macchina della Polizia o dei Carabinieri? Che c'hanno quel cosino che gira, quella luce che gira? Se lei avesse visto una macchina di quel tipo sbucare dalla strada, che si avvicinava al posto dove è stato commesso quel delitto, cosa faceva lei?
Lotti: Un lo so mica i' che facevo allora io. Io ero fermo lì. Che facevo? Ero a vedere i' che faceva...
Mazzeo: Dirigeva il traffico, che faceva? Non lo so. Cioè, non gli avevano detto di avvertirli, di dargli un urlo, un richiamo no?
Lotti: L'ho detto innanzi, avverti' se si fermava macchina e basta.
Mazzeo: Gliel'hanno detto o no di avvertirli se passava...
Lotti: O un l'ho detto innanzi, di avvertilli se passava qualche macchina che si fermasse.
Presidente: La Polizia e i Carabinieri girano anche di notte, non è una cosa campata in aria. Allora si sta per arrivare questa macchina, lei non le avverte queste persone o no?
Lotti: Bisogna vede' la macchina se l'è quella della Polizia...
Presidente: C'è rischio che queste persone sparano mentre arrivano i Carabinieri.
Lotti: Lo so ma...
Presidente: Qual'era l'accordo che c'era tra lei, il Vanni e il Pacciani secondo quello che dice lei? Lei cosa doveva fare?
Lotti: Di sta' lì a avvertilli se gl'arrivava una macchina diversa...
Presidente: Oh, avvertirli. E come faceva a avvertirli con un fischio, con le luci, in qualche altro modo. Come faceva?
Lotti: No, avvertire così... passa le macchine, ferme o qualcosa di diverso. Un so se mi son spiegato bene.
Presidente: Sì, ma siccome lei nel verbale che ha fatto ha detto che ha posizionato la sua macchina a 40 metri dall'area di servizio. Come faceva... Lei ha detto: io ero qui, l'area era là, la macchina e i ragazzi era di là a 40 metri; è riportato nel grafico. […] Lei ha detto avvertire, cosa voleva dire, cosa doveva fare in concreto, in realtà cosa accadeva che facesse? Lei a 40 metri... è lei che l'ha detto ai Carabinieri che erano 40 metri. Da 40 metri cosa faceva lei per avvertire il Pacciani che sono vicino alla macchina?
Lotti: Sono andato a piedi vicino a loro per avvertirli. Se la macchina è da parte di là, vo giù a piedi per avvertilli!
Mazzeo: E che era più veloce della macchina?

Pertanto Lotti si sarebbe posizionato lungo il rettilineo e se fossero passati i Carabinieri avrebbe dovuto correre ad avvertire i complici. Ma come avrebbe potuto riconoscere per tempo una gazzella o una pantera? Né i Carabinieri né la Polizia se ne vanno in giro con il lampeggiante acceso, a meno che non stiano inseguendo qualche malvivente o correndo verso un luogo d’intervento. Dal lungo rettilineo buio Lotti avrebbe quindi visto avvicinarsi soltanto dei fari qualsiasi, e soltanto quando l’auto fosse giunta alla sua altezza avrebbe potuto rendersi conto del pericolo. Ma supponiamo pure che in qualche modo l’individuo fosse riuscito ad avvertire per tempo i complici, magari intenti nelle escissioni: come a Giogoli, era decisamente da escludere una rocambolesca fuga attraverso i campi, poiché a lato della strada erano parcheggiate le due auto, le quali andavano recuperate se non si voleva lasciare il proprio biglietto da visita sul posto. E intanto gli agenti che cosa avrebbero fatto?

Secondo e terzo riscontro


Tentativo di fuga del giovane Mainardi, con una disperata manovra di retromarcia, per sottrarsi all’azione omicida.

Esattezza delle modalità degli spari.

Il lettore ormai si sarà stancato dell’argomento, ma ancora una volta bisogna convenire che il presunto pentito, qualsiasi fosse stata la sua fonte, sapeva molto, sia della scena del crimine, peraltro vicinissima a casa sua (5 km), sia della dinamica del delitto. Anzi, molto più che nelle altre occasioni, in dibattimento Lotti si era dimostrato sicuro e preciso nel raccontare l’attacco sulla piazzola, la fuga del ragazzo finita con l’auto incastrata nella fossa, l’inutile tentativo della ripartenza e gli ultimi colpi contro il parabrezza e contro i fari. In risposta alle domande di Curandai (vedi):

Curandai: Senta, per quanto riguarda il delitto di Baccaiano, lei ricorda dove il Pacciani sparò, in che punto della macchina?
Lotti: La prima volta, quando erano su questa piazzettina…
Curandai: Sì, bene.
Lotti: Sempre sulla strada. Dalla parte dello sportello.
Curandai: Sì. Poi?
Lotti: Poi quande gli attraversonno di là, io veddi che volevano sortire, però non ce l'hanno fatto a sortire dal fossetto. Il fossetto era abbastanza profondo. Profondo, una cosa giusta, non è...
Curandai: Senta, io le ho chiesto - se lei ricorda - dove il Pacciani sparò, in quale altro punto della macchina?
Lotti: Dalla parte, quando gl'andette dalla strada di qua?
Curandai: Sì.
Lotti: Sul davanti.
Curandai: Sul davanti. Sul davanti cosa intende, il vetro, oppure no?
Lotti: Il vetro anche.
Curandai: Il parabrezza?
Lotti: Poi c'era dei fari anche rotti sul davanti.

Anche durante il controinterrogatorio condotto da Filastò, duro e non privo di qualche trucchetto del mestiere, riguardo la dinamica omicidaria Lotti non si era mai contraddetto. Dal canto suo l’avvocato era certo che stesse mentendo, e non soltanto perché lo riteneva del tutto estraneo all’intera vicenda. È ben nota infatti tra gli appassionati la sua ricostruzione del delitto, assai differente da quella ufficiale cui il racconto di Lotti si era uniformato, con Paolo Mainardi che aveva tentato la fuga dopo i primi spari finendo dentro la fossa dall’altro lato della strada. Facendo perno sulla testimonianza dei paramedici secondo la quale il ragazzo era seduto dietro al momento del loro arrivo, Filastò era convinto invece che alla guida dell’auto dovesse essersi messo il Mostro. I quattro paramedici erano stati tutti convocati in aula, dove avevano confermato con sicurezza d’aver trovato Paolo Mainardi sul divanetto posteriore, nonostante l’ostilità del PM, del resto comprensibile, e quella invece del tutto inopportuna del Presidente. Addirittura quest’ultimo, durante l’interrogatorio di Silvano Gargalini, nel respingere la legittima protesta di Filastò aveva giustificato l’aggressività del PM con la necessità di appurare se il teste stesse dicendo la verità! (“Stiamo cercando, no, sta cercando di sapere se questo dice la verità o no. Tutto lì”, vedi). E per quale motivo Gargalini non avrebbe dovuto dire la verità? Quali interessi avrebbero potuto indurlo a sostenere una versione piuttosto che un’altra? Semmai il dubbio poteva riguardare la possibilità che non ricordasse bene, oppure che non avesse visto bene. Si era trattato di una vera e propria intimidazione, insomma, gravissima, come del resto aveva subito fatto notare Filastò adirato.
A ogni modo i testimoni erano andati avanti per la loro strada, raccontando senza alcuna incertezza che per estrarre Paolo Mainardi avevano dovuto basculare in avanti i sedili anteriori, quindi in nessun modo il poveretto poteva essere seduto su quello di guida. Erano stati invece i quattro ragazzi intervenuti per primi ad apparire assai insicuri sul fatto che davvero avessero visto Mainardi alla guida. Eppure ottusamente i giudici le loro incertezze le ignorarono, mentre respinsero senza appello le testimonianze dei paramedici, rielaborando in sentenza, a loro piacimento, il contenuto delle relative deposizioni.

Non appaiono invece credibili i testi Allegranti Lorenzo, Gargalini Silvano, Martini Marco e Ciampi Paolo, che intervennero sul posto quale personale dell’ambulanza della “Croce d’Oro” di Montespertoli, e che, sentiti all’udienza del 19.12.97, hanno riferito che il Mainardi si trovava al contrario sul sedile posteriore accanto alla ragazza.
Infatti, se fosse vera questa circostanza, sul sedile di guida non ci sarebbe stata non solo quell’abbondanza di sangue di cui si è già riferito, ma nemmeno alcuna macchia di sangue, posto che, a detta degli stessi testi, il sedile anteriore di guida venne alzato e ribaltato contro lo sterzo, per estrarre appunto il corpo del Mainardi dal sedile posteriore.
Inoltre, quanto al Martini e al Ciampi, tale loro affermazione mal si concilia col fatto che all’epoca essi ebbero a dichiarare al PM il 22.6.82 che non avevano visto la posizione del Mainardi (Martini), come è stato loro contestato anche in udienza: eppure allora il ricordo doveva essere ben vivo, essendo state le loro dichiarazioni rese appena tre giorni dopo il delitto. È evidente, quindi, che i predetti due testi, a forza di riparlare dell’episodio e di “commentare” l’accaduto, come ha riconosciuto lo stesso Ciampi nella sua deposizione dibattimentale, hanno finito col far propria l’opinione di altri, senza tuttavia ricordare personalmente la posizione del ragazzo.

Nel contrapporre il verbale dell’epoca alla deposizione resa in aula, nel caso di Marco Martini la faziosità della sentenza raggiunge vertici assoluti (vedi). Alla iniziale domanda diretta del PM il testimone aveva dichiarato perentorio: “Erano dietro i sedili, accasciati. Insomma, con la testa reclinata all'indietro. Tutti e due”. Era poi seguito questo interessante scambio:

Martini: Ora glielo spiego. Dopo circa tre ore, tre ore e mezzo di interrogatorio, alla fine, a Montespertoli, dissi: “fatemi firmare... scrivete quello che vi pare e fatemi firmare quello che vi pare”. Cioè, non era possibile, era un tartassamento continuo, eh, sennò.
PM: Cioè, lei per dire queste... dunque, sono... cinquanta parole, c'è stato tre ore e mezzo?
Martini: Sì. Ma tanto, ma guardi, le dico tanto ci sono stato.
PM: Mi scusi, a aspettare o...
Martini: No, no, no, interrogato.
PM: Ora, tre ore e mezzo interrogato e alla fine lei gli dice: “fatemi firmare quel che volete”? Ma lei dice: "Non sono in grado..."
Martini: No, allora, è successo così, che loro...
PM: Loro, mi scusi, di chi sta parlando?
Martini: Non lo so, un magistrato... una signora, un mi ricordo chi era, e altra gente che ora non mi ricordo.
PM: Va be', un magistrato c'era, no? Donna.
Martini: Penso di sì, un so se era... alla fine di tartassarmi con tante domande, alla fine...
PM: Ma che domande... tartassava...
Martini: Tutto. Praticamente, tutto quello che era successo, che non era successo. Gli dissi quello che era successo, dice: “non è possibile”. “Come non è possibile”, gli dissi, “vedrà che c'ero io un c'era lei”. Giusto?
PM: E certo.
Martini: Allora, mi ricordo mi fecero anche provare... “ci faccia vedere come ha fatto”. Mi portarono addirittura a una macchina simile, una 127... ora, insomma... E io gli feci vedere come feci. Niente, dice: “un è possibile, qui lei sta facendo falsa testimonianza”. Gli dissi: “ragazzi…”
PM: Lei si stufò...
Martini: Io mi stufai e gli dissi... mi ricordo batteva a macchina, scriveva, un so chi, alla fine dissi: “sì, va bene tutto quello che tu scrivi”. Io firmai e venni via. Vedrai, che tu voi fare.
PM: Perbacco, signor Martini, noi ne prendiamo atto ... lei se si assume che dice le cose come stanno.
Martini: Quando ero lì all'interrogatorio, cioè, era un continuo contestare, a diritto, a diritto... Cioè, mi portarono a bere fuori. Insomma, fu un continuo… veramente, sennò, un è che... Poi...
PM: Ho capito. Ma lei non ebbe modo di dire: “guardate, ma insomma io non ho...”. Lei dice: "non sono in grado, invece, di precisare l'esatta posizione..."
Martini: Questo l'hanno scritto loro.

All’epoca Martini non aveva ancora compiuto diciotto anni, ed è quindi ammirevole come avesse resistito per ben tre ore e mezza di fronte a una squadra di inquirenti che voleva una verità di loro comodo, addirittura minacciandolo con accuse di falsa testimonianza. Il ragazzo era entrato dentro la 147 dietro Silvano Gargalini, insieme avevano basculato in avanti i sedili anteriori e insieme avevano spostato Mainardi passandolo faticosamente alle persone fuori, tra le quali il loro collega Ciampi. Come poteva essersi confuso? E per quale motivo, quindici anni dopo, l’ormai persona adulta avrebbe dovuto tornare a sostenere, sotto giuramento e quindi senza esserne più che certa, una versione dei fatti contrapposta a quella ufficiale?
La spontaneità e l’efficacia del racconto di Marco Martini non aveva concesso alcuna replica all’altrimenti agguerrito PM, sempre pronto a strapazzare i testimoni avversi. In questo caso Canessa si era messo la coda tra le gambe, e aveva badato bene di non insistere a soffiare sul fuoco poiché sarebbe stato peggio. E infatti l’ipocrita sentenza ignora del tutto l’accaduto. Eppure, senza per questo affossare il racconto di Giancarlo Lotti, si sarebbe anche potuto trovare una spiegazione alla sorprendente testimonianza dei paramedici. Ne avrebbe tentata una la sentenza d’appello, lo vedremo in un prossimo articolo, mentre in passato chi scrive ne ha proposto un’altra. In ogni caso Lotti aveva dichiarato di essere andato via lasciando Vanni e Pacciani sul posto, e quindi l’accusa avrebbe potuto sostenere che all’ultima parte dei fatti, quando il corpo di Paolo Mainardi poteva aver cambiato posto, non aveva assistito.
Infine qualche osservazione su Silvano Gargalini, il primo dei paramedici a entrare in auto. Ecco che cosa ne scrive la sentenza:

Quanto al Gargalini, egli è sicuramente in buona fede, non avendo alcun motivo per mentire. Va tuttavia tenuto presente che, nella concitazione del momento, la sua unica preoccupazione è stata quella di soccorrere il povero Mainardi nel più breve tempo possibile, essendo peraltro arrivato sul posto con la consapevolezza dell’urgenza del soccorso, dato che il giovane era stato segnalato in fin di vita, con un labile respiro. Sicché, in tale situazione gli è chiaramente sfuggita l’esatta posizione del Mainardi all’interno dell’auto, essendo stato lo stesso Gargalini, in quel momento, tutto teso a ben altro. La “concitazione” del momento ha quindi impedito al Gargalini di notare e memorizzare l’esatta posizione del ragazzo, concitazione che invece è mancata ai testi Marini, Bartalesi, Poggiarelli e Calamandrei, che si avvicinarono per primi all’auto dopo il delitto, senza ansie e senza patemi d’animo.

Incredibile. In dibattimento i quattro ragazzi intervenuti per primi avevano tutti dichiarato di essersi spaventati a morte, e di aver visto bene soltanto Antonella Migliorini, e non Paolo Mainardi, quindi sulla loro deposizione in sentenza si afferma il falso. Riguardo Gargalini, invece, va innanzitutto osservato che i giudici si sentirono in dovere di fare un passo indietro rispetto ai sospetti di mendacio espressi in aula dal Presidente, ma la loro spiegazione alternativa (la “concitazione del momento”) fa piangere. Per arrivare al collo di Mainardi, seduto dietro, Gargalini aveva prima abbassato in parte lo schienale del sedile di guida, poi aveva basculato in avanti lo stesso sedile per sollevare il corpo mentre altri da fuori lo tiravano dalle gambe: come avrebbe potuto effettuare quelle manovre con il poveretto seduto davanti?

Nessun testimone. I giudici non se ne resero conto, o più probabilmente fecero finta di nulla, ma la ricostruzione del delitto così come risulta dalle dichiarazioni di Giancarlo Lotti era minata da un gravissimo problema, talmente grave da minacciare di renderla del tutto insostenibile. Secondo il racconto del presunto pentito, arrivando da sud, quindi con la 147 di Mainardi ferma sulla loro sinistra, Pacciani l’aveva superata parcheggiando sul lato sinistro, mentre lui si era fermato prima, rimanendo su quello destro. Per entrambi i mezzi le distanze dalla piazzola dovevano essere dell’ordine della decina di metri (“io rimango indietro... mettiamo dieci metri... loro un s'enno fermati proprio vicino alla macchina, sono andati un po' più avanti”). In quel tratto non esisteva alcuno spiazzo dove poter parcheggiare, se non quello occupato dall’auto delle vittime; ancora oggi è così, e comunque le foto dell’epoca ci restituiscono l’immagine di un lungo rettilineo con banchine erbose quasi inesistenti sulle quali un’auto non ci poteva stare, tanto meno dalla parte di Lotti dove era stato ricavato un canaletto di scolo, il medesimo dove poi sarebbero finite le ruote posteriori della 147. Quindi, per quanto fossero state posizionate di lato, le auto degli assassini dovevano occupare una buona parte della stretta carreggiata, come del resto aveva ammesso lo stesso Lotti riferendosi a quella di Pacciani (“La mette un pochino rasente, ma... un pochino dentro nella strada bisogna che ci sia”), e in quelle condizioni, qualsiasi automobilista in transito non avrebbe potuto non vederle. Ma nessuno le aveva viste. E nessuno aveva visto Lotti, il quale, secondo il ruolo assegnatogli dai giudici, avrebbe dovuto rimanere bene in evidenza lungo la strada. Si potrebbe ipotizzare che nei minuti trascorsi dall'arrivo del gruppetto alla sua ripartenza non fossero passate macchine, dato il traffico a quell’ora non continuo, oppure che gli occupanti avessero preferito non presentarsi alle forze dell’ordine. Ma non è così, poiché esistono almeno cinque testimoni transitati davanti alla scena del crimine pochi minuti prima e pochi minuti dopo il delitto.
Attorno alle 23.30-23.35 era passato un conoscente delle vittime, Francesco Carletti, il quale aveva visto la Fiat 147 ancora ferma dentro la piazzola con la luce interna accesa, senza notare alcun’altra auto parcheggiata nei pressi. Attorno alle 23.45 Alessandra Bartalesi e Graziano Marini stavano percorrendo lentamente via Virginio Nuova con provenienza da Baccaiano, quando, qualche centinaio di metri prima di vedere la 147 già fuoristrada, avevano sentito degli strani schiocchi, attribuiti poi a colpi di pistola. Più o meno nel medesimo momento, Stefano Calamandrei e Marco Martini erano transitati davanti alla 147 proveniendo dalla direzione opposta. Nessuno dei quattro aveva notato mezzi parcheggiati nelle vicinanze della piazzola. Ora, se davvero gli schiocchi uditi da Bartalesi e Marini erano dovuti ai colpi della pistola dell’assassino (e a cos’altro se no? per quale coincidenza quei rumori proprio in quei momenti?), è chiaro che il racconto di Lotti cade inesorabilmente: né lui né Pacciani avrebbero fatto in tempo a eclissarsi in quei due o tre minuti.
Ma se anche gli schiocchi avessero avuto un’altra origine, causa il passaggio di Carletti prima di quello dei fidanzati e dei due amici, gli assassini, non ancora sul posto, avrebbero potuto disporre di troppo poco tempo, appena dieci, quindici minuti per arrivo, sparatoria e ripartenza. Per di più Lotti aveva sostenuto di essersene andato via da solo, con i complici ancora attorno all’auto delle vittime, e quindi in ulteriore ritardo.
È chiaro che lo scenario appena descritto rende del tutto insostenibile il racconto di Giancarlo Lotti, nonostante la descrizione piuttosto convincente della sparatoria. Peraltro sul presunto pentito si potrebbe aggiungere un ulteriore e inquietante elemento di perplessità, desunto dalle testimonianze dell’epoca su auto più o meno sospette viste nella zona attorno all’ora del delitto. Senz’altro qualcuno doveva aver incrociato quella del Mostro in fuga, gli inquirenti ne erano convinti, e per questo avevano lanciato un appello sui giornali, dove poi era comparso un elenco degli avvistamenti ritenuti più significativi. Vi si leggono i seguenti modelli: Fiat 126 rossa, Fiat Ritmo chiara, Renault Simca Ranch, Fiat 127, Alfa Romeo Giulia grigia, Fiat 127 bianca, Fiat 124 verde. Pacciani al tempo possedeva una Fiat 500 bianca (la Ford Fiesta sarebbe stata acquistata nel dicembre di quell’anno) e Lotti una Fiat 124 secondo lui “gialla”, e con questa aveva detto di essere andato. Di Fiat 500 non ne erano state viste, mentre fa pensare la Fiat 124 definita “verde”. Nella gamma colori del modello, un’auto da famiglia, non erano presenti né un verde acceso né un giallo acceso, ma sfumature molto meno nette, tipo “beige sabbia” o “acquamarina”, le quali, tanto meno nel buio, potevano essere facilmente identificate e distinte tra di loro.


Su “La Città” del 24 giugno si legge: “una 124 verde, con un solo conducente e con una targa del tipo nuovo è stata vista salire verso Montespertoli tra le 23,45 e le 24 di sabato scorso”. La considerazione è inevitabile e suggestiva: un’auto che dalla Volterrana, il posto più logico dove il Mostro avrebbe potuto parcheggiare, si fosse diretta verso la casa di Giancarlo Lotti, per il primo tratto avrebbe viaggiato in direzione di Montespertoli.


Considerazioni finali. Il lettore converrà che sul delitto di Baccaiano non soltanto mancano validi riscontri allo scenario ritenuto valido dalla sentenza, ma alla luce delle testimonianze raccolte questo si rivela del tutto non credibile. Ciò nonostante, con ineffabile faccia tosta la sentenza recita: “i riscontri sono stati […] tutti chiari, precisi e concordanti, per cui si può ora tranquillamente affermare che lo stesso Lotti ha detto la verità anche per il presente duplice omicidio di Baccaiano”!
In verità, se d’indizi si può parlare, ancora una volta essi riguardano soltanto Giancarlo Lotti, per la sua conoscenza della scena del crimine e della dinamica omicidaria, soprattutto, e, se vogliamo, anche per l’avvistamento in zona, tra appena sette segnalazioni, di un’auto assai simile alla sua in un orario compatibile con la fuga dell’assassino. Tra l'altro una vecchia auto (produzione 1966-1974) “con una targa del tipo nuovo”, che quindi aveva subito un passaggio di proprietà dopo il 1976, anno in cui le targhe cambiarono di stile. Come si sa Lotti acquistava soltanto esemplari molto usati. Infine, anche la vicinanza della sua dimora al luogo dell'omicidio, appena 5 km in linea d'aria, lascia pensare.

domenica 8 maggio 2016

La sentenza CdM e Giogoli

Se per Scopeti e Vicchio i giudici avevano potuto contare su due elementi di prova abbastanza significativi, le testimonianze Ghiribelli e Nicoletti, per i tre delitti precedenti c’erano soltanto le dichiarazioni di Lotti, irrobustite, se così si può dire, da quelle di Pucci, il quale avrebbe riportato delle confidenze ricevute dall'amico all’epoca. E così l’elenco dei riscontri esterni diventa molto più scarno, e soprattutto ancor meno consistente. Affrontiamo il delitto del 1983, a Giogoli.

Primo e quarto riscontro


Esatta indicazione della posizione e di alcune caratteristiche del furgone.

Esatta indicazione della posizione dei due giovani, ad azione conclusa, e di una particolarità di uno di essi.

Gli unici riscontri di qualche peso, seppur minimo, che i giudici potevano invocare per il delitto di Giogoli giravano intorno a quanto aveva dimostrato di saperne Lotti. Come per Scopeti e Vicchio, l’individuo conosceva bene l’ubicazione della piazzola, peraltro situata a non molta distanza, una quindicina di chilometri, dalla sua abitazione del tempo. Ma questo di per sé significava poco o nulla, tenuto conto delle centinaia di curiosi che dopo il fatto l’avevano visitata. Assai meno giustificabile in un semplice curioso, anche se del posto, era la conoscenza di vari particolari, sia della scena del crimine sia della dinamica omicidaria. La sentenza mette in rilievo che Lotti aveva ben descritto le caratteristiche del furgone (marca, presenza di finestrini laterali in parte opachi, uno sportello sulla fiancata destra dal quale gli assassini erano entrati), e anche posizione e modo in cui era parcheggiato. In più viene attribuita una grande valenza probatoria alla “esatta indicazione della posizione dei due giovani”, in particolare al fatto che uno dei due era “appoggiato verso la parte sinistra” e aveva i capelli lunghi. Se il particolare dei capelli non sembra molto significativo, avendone i giornali scritto in abbondanza con tanto di foto di Uwe, quello della posizione fa pensare di più, non essendo una notizia da prima pagina. In effetti il ragazzo aveva cercato scampo in coda al furgone, dove era stato ucciso mentre aveva le spalle appoggiate nell’angolo sinistro. D’altra parte non si trattava certo dell’unico particolare delle scene dei crimini noto a Giancarlo Lotti, tantoché bisogna per forza ammettere che se l’individuo non vi aveva partecipato, doveva comunque aver nutrito un notevole interesse per i delitti attribuiti al Mostro di Firenze. A meno di non immaginare un’apposita preparazione prima degli interrogatori a opera delle stesse forze dell’ordine, che peraltro sarebbe risultata assai imperfetta, vista la montagna  di elementi contraddittori insiti nei racconti del presunto pentito.
Per spiegare le informazioni in possesso di Giancarlo Lotti sul delitto di Giogoli si potrebbero formulare varie ipotesi, e a questo proposito sembra strano che i giudici non avessero dato alcuna importanza a un inquietante particolare, una semplice coincidenza forse, o forse no: Lotti aveva ammesso che un paio di volte all’anno passava davanti alla piazzola per andare da una cugina abitante a Scandicci, e, guarda caso, una di quelle due volte era stato proprio appena prima del delitto. È bene leggere con attenzione, e soprattutto tra le righe, il seguente scambio di battute con Canessa (vedi):

PM: Senta una cosa: lei, da quelle parti, lì a Giogoli, c'era mai stato prima, nei giorni precedenti, ci aveva un motivo di andare lì?
Lotti: No, io ci andavo nella strada che andavo per trova' una cugina.
PM: Una cugina.
Lotti: Non è che ci sia andato preciso qui' giorno per vede' di farlo.
PM: C'era passato il giorno prima? C'era passato di lì, con la sua macchina?
Lotti: Io ci passavo, perché la strada la va giù in dove ci sta la mi' cugina, sicché...
PM: La sua cugina dove sta?
Lotti: La sta a Scandicci. C'è un vialone lungo.
PM: Ma lei, quel furgone lì, quando passava - se è passato nei giorni prima per andare da sua cugina - l'aveva visto?
Lotti: No, non l'avevo visto, io.
PM: Ma ci si era fermato?
Lotti: No, fermato. Mi fermo, perché... se c'è un furgone un mi fermo, io. Io, quande vo in un posto, vo a diritto e... devo andare a trovare una persona e basta. Non mi fermo, io.
PM: Non si era fermato lì, a vedere il furgone?
Lotti: No.
PM: Lei ricorda se in quei giorni precedenti l'omicidio, era andato da questa sua cugina?
Lotti: Sì, c'ero andato. Però, il giorno preciso... come, non lo posso dire, perché non me lo ricordo per bene.
PM: Ho capito.
Lotti: Se gl'era di mattina o di sera, ora non me lo ricordo.
PM: Ma lei ci può essere, se lo ricorda, passato il giorno prima dell'omicidio?
Lotti: Eh, questo non ... non me lo posso ricordare.
PM: Può essere, ci andava spesso da sua cugina, o...
Lotti: No, non è che ci andavo spesso. In un anno ci potevo anda' du' volte. Non è che...
PM: Quindi, lei non sa dire se quella volta lì, che poi successe quell'omicidio, lei, il giorno prima, era passato di lì.
Lotti: Mah, questo un me ne ricordo. Può darsi che ci sia passato. Però io, il furgone, non l'ho visto.
PM: Il furgone non l'ha visto. Ho capito.
Lotti: Però l'è la strada che va giù dalla mi' cugina, sicché... se un c'è altre strade, in do' passo?
PM: Passava di lì.
Lotti: Ci sarà anche altre strade, da i' Galluzzo. Però...
PM: Lei passava di lì.
Lotti: L'era più corta, passando di là.

Non sfugga al lettore l’imbarazzo di Lotti, ben evidenziato già in partenza da un paio di risposte sconclusionate: “No, io ci andavo nella strada che andavo per trova' una cugina” e “Non è che ci sia andato preciso qui' giorno per vede' di farlo”. Chi scrive ritiene che l’individuo non la stava raccontando tutta. A domanda se il furgone l’aveva visto aveva risposto no, e alla successiva se si fosse fermato aveva risposto ancora no, ma di questo secondo fatto si era anche sentito in dovere di spiegare il motivo (“perché... se c'è un furgone un mi fermo, io. Io, quande vo in un posto, vo a diritto”) come se invece il furgone l’avesse visto. Vale la pena ricordare che, secondo il suo racconto, del furgone Lotti nulla sapeva fino al momento in cui sarebbe stato portato sul luogo da Vanni e Pacciani, la sera stessa del delitto.
Nel chiedere al presunto pentito della cugina, probabilmente Canessa aveva in mente la testimonianza di Giovanni Nenci, che verso le 7.30 di mattina del giorno del delitto aveva notato in sosta accanto al furgone una Fiat 128 rossa targata Firenze. Il relativo verbale era stato compilato nell’immediatezza dei fatti, il 13 settembre 1983, quindi l’avvistamento era più che sicuro. Purtroppo al momento del processo l’uomo era morto da tempo, quindi evidentemente non poté confermare né integrare le dichiarazioni di allora, soprattutto precisando se l’auto da lui vista fosse stata del modello berlina o del modello coupè, molto differenti tra di loro. C’è da dire però che, seppur disponibile per entrambi i modelli, il rosso è tipico delle auto sportive.
Era la Fiat 128 coupè rossa di Giancarlo Lotti l’auto vista da Giovanni Nenci? I giudici non se lo chiesero, il che può anche risultare comprensibile, considerata l’indeterminatezza dell’avvistamento, però avrebbero dovuto approfondire la questione della cugina, alla quale in sentenza neppure accennarono. Anzi, la donna avrebbe dovuto essere convocata in dibattimento, dove forse si sarebbero potuti incrociare i presunti orari di passaggio di Lotti con quelli indicati dai testimoni per la presenza delle vittime sulla piazzola nei giorni precedenti il delitto. A Canessa di sicuro non conveniva correre il rischio di screditare il proprio asso nella manica, ma il Presidente aveva il dovere di farlo, rispettando in tal modo lo spirito del nuovo processo accusatorio secondo il quale la prova deve formarsi in dibattimento. È quasi inutile osservare come la difesa di Vanni, arroccata nella propria incrollabile convinzione della totale estraneità di Giancarlo Lotti alla vicenda, non avesse speso una parola sull’argomento.

Secondo riscontro


Esattezza delle modalità degli spari.

Questo riscontro si distingue per il particolare livello di superficialità. Nel relativo paragrafo la sentenza afferma che Giancarlo Lotti avrebbe descritto una dinamica dell’azione coincidente con quella ipotizzata all’epoca dalla perizia medico-legale: esplosione dei colpi prima dalla fiancata destra, poi da quella sinistra, infine dall’interno, dopo l’apertura del portellone di destra. Ma il suo racconto era compromesso da almeno un paio di gravi contraddizioni, la prima delle quali riguarda i due colpi sparati attraverso il portellone aperto. Riportando la frase “… quando hanno aperto lo sportello… ho sentito sparare altri colpi… sparò Pietro…” la sentenza intende dimostrare che il presunto pentito aveva descritto correttamente anche quel terzo momento della sparatoria. Se però si va a leggere il passo della deposizione da cui era stata desunta, si scopre al solito che si tratta di una frase assemblata, interpretazione arbitraria di un insieme di risposte dalle quali non è ben chiaro che cosa Lotti avesse voluto intendere. Anche perché, nel controinterrogatorio finale, Mazzeo avrebbe posto una domanda diretta, con il seguente risultato:

Mazzeo: Ecco, ma quando Pietro aprì lo sportello, sparò altri colpi?
Lotti: No, in quel momento lì non ho sentito dei colpi. Li ho sentiti quando gli è andato dalla parte opposta.
Mazzeo: Poi non ha più sparato?
Lotti: No.

Per una volta la risposta di Lotti era stata chiara e precisa: non aveva sentito alcun colpo dopo l’apertura dello sportello. Ma per i giudici l’uomo si era confuso:

[…] tale sua ultima dichiarazione è chiaramente frutto di una confusione del momento, tenuto anche conto del ritmo incalzante delle domande e della irritazione che il Lotti ha spesso manifestato nel rispondere alle domande dei difensori del Vanni, irritazione che può aver causato anche una perdita di “concentrazione” e quindi anche una errata risposta.

Come si vede, nel loro lavoro di messa a punto delle contraddittorie dichiarazioni di Lotti, i giudici arrivarono persino a escludere quelle che proprio non si potevano adattare, come in questo caso, dove sarebbe stata la pressante insistenza di Mazzeo a farlo confondere. Peccato che in precedenza, durante l’interrogatorio ben più “amico” di Curandai, una risposta analoga Lotti l’aveva data anche allo stesso Presidente, il quale forse se ne era dimenticato o non ci aveva fatto caso, non avendolo neppure chiesto: “Allora, questo sportello chi l'ha aperto?”, “Dopo che hanno sparato definitivamente tutto, hanno aperto gli sportelli”. Ma poco più tardi Lotti lo avrebbe ripetuto in una risposta a Curandai: “Poi cosa ha fatto dopo aver sparato?”, “Dopo, quando hanno sparato del tutto, gl'ha aperto lo sportello”.
A rendere ancor meno convincente il riscontro c’è un secondo e più grave problema. Lotti aveva affermato di essere stato costretto da Pacciani a sparare per primo, ma né i due fori di proiettile, ognuno su un diverso finestrino, né la precisione con la quale era stato colpito Horst Meyer si adattavano al suo racconto, secondo il quale avrebbe esploso controvoglia un paio di colpi in sequenza, quindi dal medesimo finestrino, e senza mirare. Del resto neppure i giudici gli credettero:

Non ha invece detto la verità il Lotti sul punto che a sparare i primi colpi sia stato proprio lui, su invito o su ordine del Pacciani. Il fatto è da escludere per le seguenti ragioni, qualunque possa essere stata la sua segreta motivazione nel riferire la circostanza:
a) Il Lotti ha dichiarato che era la prima volta che prendeva una pistola fra le mani e che sul momento non sapeva neanche come fare per farla sparare, tanto che gli aveva spiegato lo stesso Pacciani come fare. Ma, in una situazione di tal genere, il Pacciani si sarebbe subito accorto della incapacità del Lotti a sparare. Non avrebbe quindi mai fatto sparare lui per primo, col rischio di compromettere tutto il risultato […]
b) I primi due colpi, che furono sparati dalla fiancata destra […], sono andati tutti e due a segno ed hanno raggiunto entrambi i giovani, segno evidente che l'omicida era un abile sparatore, tanto da riuscire a colpire entrambi i bersagli e ad immobilizzare a morte il Meyer col primo colpo […]
c) È notorio che ogni pistola, anche di piccolo calibro, all'atto dello sparo fa un certo sobbalzo o rinculo […]. Di tale sobbalzo o rinculo nulla ha invece saputo dire il Lotti, che pure dice di aver sparato reggendo la pistola con una sola mano […]
È evidente, quindi, che non fu il Lotti a sparare quei primi due colpi dalla fiancata destra del furgone.

Lascia piuttosto sconcertati che i giudici non si fossero chiesti il perché Lotti avrebbe rilasciato quella falsa confessione, limitandosi a commentare: “qualunque possa essere stata la sua segreta motivazione nel riferire la circostanza”. Eppure loro stessi avevano sottolineato la tenacia dell’individuo nel nascondere o comunque minimizzare le proprie colpe; in questo caso, invece, se ne sarebbe addossata una non sua, anzi, la più grave di tutte. E se la vera menzogna fosse stata quella di non aver mai preso in mano prima una pistola?

Terzo riscontro


Provata necessità di un “palo” per l’esecuzione del duplice omicidio.

Sarebbe un riscontro, secondo i giudici, il fatto che a Giogoli fosse necessario un “palo”, intendendosi con tale termine una persona ben visibile dalla strada che con la propria stessa presenza avrebbe scoraggiato altre coppiette dall’entrare nella piazzola.

La piazzola di “Giogoli” era, all’epoca, oggetto di alta frequentazione da parte delle “coppiette” desiderose di intimità […].
Sicché s’imponeva la presenza di un soggetto che fungesse da “palo”, in modo da scongiurare, con la sola sua presenza sulla strada, l’arrivo sulla piazzola di eventuali altre “coppiette” durante la fase di esecuzione del duplice omicidio. D’altra parte, la vicinanza del furgone alla strada era tale che un qualsiasi veicolo, non appena si fosse soltanto affacciato all’imbocco della piazzola dal ciglio della strada, avrebbe subito illuminato lo stesso furgone e coloro che fossero stati intenti ad operare vicino ad esso, con tutti i pericoli conseguenti.

Non si comprende davvero come possa un “riscontro” del genere considerarsi tale. Se anche fosse stata autentica l’esigenza di un “palo”, non ne consegue certo che Lotti se ne fosse preso carico. Per di più l’esigenza non sussisteva affatto. Ammesso e non concesso che davvero la piazzola di Giogoli fosse stata un luogo molto frequentato da coppiette – ma al processo Pacciani una residente in zona, Adriana Sbraci, lo aveva nettamente escluso, vedi – la sentenza ipotizza un rimedio inutile e per di più pericoloso. Il furgone era a meno di otto metri dalla strada, e occupava la gran parte dello spazio disponibile, quindi qualsiasi coppietta che avesse accarezzato l’idea di fermarsi lo avrebbe visto e avrebbe rinunciato subito, senza alcuna necessità di qualcuno piazzato di fronte all’imbocco. Però, scrisse l’estensore, ci sarebbe stato il pericolo che i fari dell’auto sopraggiunta illuminassero i soggetti presenti sulla piazzola. Ma a maggior ragione avrebbero illuminato e quindi consentito di descrivere il grottesco personaggio fermo sulla strada, proprio davanti alla scena di un crimine che nei giorni successivi avrebbe riempito le pagine dei giornali. D’altra parte, se a passare di lì fossero stati i Carabinieri, a che cosa sarebbe servita la presenza di Lotti se non ad attirare ancor più la loro attenzione? E in questo caso nessuna fuga avrebbe potuto salvare gli assassini dall’essere scoperti, essendo le loro auto parcheggiate a pochi metri,
Ma c’è ancora di più. Lotti non aveva per nulla confessato d’aver svolto a Giogoli un ruolo di “palo”, ma questo gli viene attribuito in modo forzoso dalla sentenza attraverso una frase nella quale lui stesso lo avrebbe ammesso: “… io ero fermo alla macchina … sulla strada… poi… mi chiama Pietro e vo giù… al furgone”. In sostanza Lotti, prima di muoversi su invito di Pacciani, stava fermo accanto alla sua auto, e quindi faceva il “palo”; questo intende la sentenza, tirando però conclusioni che paiono del tutto arbitrarie, ancor più dopo aver letto il discorso integrale dal quale la frase fu estrapolata:

E c'era il furgone lì fermo, volto per così, in su. Poi, dopo un pochino, io ero fermo alla macchina. Mi chiamano, mi chiama Pietro. E vo giù. E mi mese questa roba in mano, io non sapevo nemmeno adoprarli, non ero pratico di queste robe qui. Insomma, mi dice di cosare, però, impaurito come ero, non mi riusciva di cosare, di partire i colpi.

Come si vede la frase fu costruita con vari pezzi, integrati da parole neppure pronunciate (“sulla strada”, “al furgone”), derivati da un discorso nel quale Lotti aveva raccontato l’episodio in cui avrebbe esploso un paio di colpi contro il furgone, e al quale i giudici non avevano creduto. Però, con estrema disinvoltura, la sentenza usa quel racconto menzognero per dimostrare che l’individuo, dapprima “fermo alla macchina”, stava facendo il palo! Supponiamo invece che l’episodio fosse accaduto davvero, come – lo vedremo in un prossimo articolo – i giudici di secondo grado avrebbero mostrato di credere. Ma come, nonostante tutto il gran bisogno di qualcuno che stesse sulla strada, Pacciani chiama Lotti proprio nella fase delicatissima dell’inizio della sparatoria? E chi faceva il palo in quel momento, Vanni? Come si vede, si tratta di uno scenario del tutto assurdo e inevitabilmente falso.

Pista sarda e considerazioni finali. Nonostante i grandi sforzi di fantasia compiuti da Giuttari per infilare dentro il processo la pista sarda e il personaggio di Salvatore Indovino, la sentenza dedica all’argomento appena un paio di pagine, senza giungere ad alcuna conclusione “positiva”. Secondo i giudici poteva anche aver avuto qualche fondamento l’affermazione di Lotti secondo la quale con il delitto di Giogoli si era tentato di far uscire dal carcere Francesco Vinci, ma non c’era alcun riscontro a confermarlo. Giuseppe Sgangarella e Giovanni Calamosca, che ne avevano parlato in aula, vengono descritti in sentenza come “persone di scarsa attendibilità, per l’intrigo delle loro vicende giudiziarie, per la tendenza a fare valutazioni personali su ogni situazione, per il loro modo (di) dire e non dire le cose”. Infine di Salvatore Indovino e della sua stamberga (nella quale per Giuttari sarebbe avvenuto il passaggio della pistola da Vinci a Pacciani) non si parla affatto.
Naturalmente va dato atto ai giudici di non aver concesso credito a queste fantasie, ma nello stesso tempo si deve rilevare il loro sorprendente silenzio sulle parole di Lotti e Pucci riguardanti Francesco Vinci. Si doveva credere oppure no che i due lo avessero visto assieme a Vanni in San Casciano? Per i giudici pare proprio di no, altrimenti non avrebbero valutato in modo così negativo le testimonianze di Sgangarella e Calamosca. Ma allora sarebbe stato necessario chiedersi il perché di quella clamorosa menzogna. Come in altri casi, la sentenza preferisce sorvolare.
Ancora una volta, come già per Scopeti e Vicchio, dopo la disamina dei “riscontri esterni” si deve in primo luogo concludere che non ne esiste alcuno che coinvolga Vanni e Pacciani. Riguardo Lotti, invece, si ripetono le perplessità inerenti la sua conoscenza di molti particolari della scena del crimine e della dinamica, certamente attribuibile alla lettura di quotidiani o ad altre fonti, ma che comunque rimane sospetta. In più ci sono l’avvistamento della Fiat 128 rossa e soprattutto la questione della cugina di Scandicci, ignorate dalla sentenza ma non prive di possibili inquietanti implicazioni. Al di là che fosse stata oppure no un abituale luogo di sosta per coppiette in cerca d'intimità (le informazioni sono contrastanti), va tenuto presente che la piazzola, per la sua notevole vicinanza all'abitato, non pareva molto adatta a un agguato, quindi difficilmente poteva far parte di un insieme di luoghi tenuti d'occhio da un assassino residente chissà dove. Più facile che il furgone fosse stato notato da qualcuno della zona, che magari vi passava davanti per motivi non connessi alla sua attività di serial killer, il che rende la visite ammessa da Lotti alla cugina ancora più sospetta.