sabato 12 marzo 2016

Un Mostro poliziotto (2)

Segue dalla prima parte

L’ipotesi di un Mostro in divisa che induceva le proprie vittime a presentare i documenti, chiedendoli oppure anche soltanto dietro lo stimolo di una luce lampeggiante, viene confermata, secondo Filastò, da due importanti indizi. Lasciamo la parola al suo libro “Storia delle merende infami”.

Come spiegare in altro modo il libretto di circolazione trovato sul tappetino della macchina di Stefania Pettini? Normalmente lo si tiene nel cassettino del cruscotto. Che ci faceva sul pavimento dell'auto, se non era finito lì dopo essere stato estratto per mostrarlo a qualcuno? Il portafogli di Claudio Stefanacci, il compagno di Pia Rontini, è stato forato da parte a parte da un proiettile. Il portafogli avrebbe dovuto trovarsi nella tasca posteriore dei pantaloni, dove invece non era. I pantaloni di Stefanacci stavano sotto il sedile. Il ragazzo ha dovuto prelevarlo da là sotto. A che scopo se non per mostrare i documenti, contenuti al suo interno, a qualcuno autorizzato a richiederne l'esibizione? Con tutta probabilità, quando l'uomo ha cominciato a sparare, il ragazzo, col portafogli in mano, ha tentato invano di farsi schermo con esso, per questo il foro. Non c'è una lesione da sparo nel gluteo in corrispondenza della tasca dei pantaloni, quell'oggetto era nella mano della vittima al momento del colpo di arma da fuoco. L'ipotesi alternativa potrebbe essere la rapina, ma nel portafogli i soldi c'erano tutti. Non resta quindi che l'esibizione dei documenti.

Ma si tratta di indizi del tutto inconsistenti. Cominciamo dal libretto di circolazione dell’auto di Borgo San Lorenzo. Innanzitutto, e ancora una volta, dobbiamo fidarci delle affermazioni dell’avvocato, poiché dalla documentazione nota, almeno a memoria di chi scrive, la circostanza non risulta. Al processo Pacciani l’ex maresciallo dei carabinieri Domenico Trigliozzi, intervenuto sulla scena del crimine (vedi), aveva parlato del ritrovamento del libretto, senza però precisare che era sul tappetino. D’altra parte lo stesso Filastò, nella propria arringa al processo Vanni (vedi), non aveva dato l’impressione di esserne particolarmente sicuro (“mi sembra che nel 1974 si trova nella macchina, a giro e non nel cruscotto dove sta sempre, il libretto di circolazione”). In ogni caso, quand’anche il libretto di circolazione fosse stato rinvenuto sul pavimento dell’auto,  la confusione di oggetti che era stata rilevata all’interno suggeriva l’ipotesi che l’assassino avesse frugato in giro, quindi anche nel cruscotto. E poi la patente, di solito esibita insieme al libretto, perché non sarebbe finita anch’essa sul tappetino?
Veniamo adesso al delitto di Vicchio. In questo caso si può senz’altro affermare che Filastò riporta circostanze non vere, poiché il portafoglio di Claudio Stefanacci era stato trovato nella tasca dei suoi pantaloni – riposti sul pianale posteriore – forata dal proiettile che li aveva colpiti. Risulta dalla deposizione al processo Pacciani di Giovanni Libertino (vedi), un poliziotto della Scientifica intervenuto sulla scena del crimine:

PM: Bene, ecco, benissimo. No, è per evitare dubbi. E questo portafoglio e questi pantaloni presentavano qualche rilievo interessante dal punto di vista del sopralluogo della Scientifica, o erano del tutto indifferenti?
Libertino: No, no, questo pantalone verde, sulla tasca posteriore destra c'era un foro da colpo da arma da fuoco di sicuro. Perché poi il proiettile era ritenuto all'interno, diciamo si era fermato nella parte interna della tasca. […] Cioè, aveva oltrepassato il portafoglio e si era fermato vicino alla fodera della tasca dei pantaloni, all'interno.

Dunque anche questo secondo indizio sul Mostro in divisa va a farsi benedire, ancor più del primo, già debolissimo. Ma l’inventiva di Filastò, il quale, non va dimenticato, è anche uno scrittore di gialli, ha creduto di scovare altri elementi a suffragio della sua teoria. Come la testimonianza di Luciano Calonaci, il quale avrebbe visto un’auto della Polizia dirigersi verso Baccaiano poco prima del delitto del 1982. Da “Storia delle merende infami”:

Anche il teste Luciano Calonaci, sentito per iniziativa della difesa a proposito dell'omicidio di Baccaiano, è stato arduo tentare di smontarlo. Al dibattimento del processo ai compagni di merende ha resistito impavido alle obiezioni del pubblico ministero, solo un po' stupito di essere trattato come un mentitore.
Il 6 giugno 1982 era appena uscito di casa, verso le 23, per andare in chiesa, dove era in corso la messa prima della processione che si sarebbe snodata lungo le vie del paese di Cerbaia. La casa di Calonaci è sulla via principale del paese, dalla porta d'ingresso s'accede subito sul marciapiede. […] Dalla direzione di Firenze arriva un'auto. Marcia con lentezza, quasi a passo d'uomo. "Pareva in perlustrazione", dice Calonaci. Un solo uomo a bordo, il guidatore. Una persona massiccia, con una camicia azzurrina. Quest'uomo pare sorpreso appena imbocca la strada illuminata, sorpreso dalla gran luce. S'accorge che Calonaci lo osserva. Allora s'ingobbisce, la testa fra le spalle, nasconde il volto. "Pareva fosse stato scoperto a rubare in chiesa", dice il testimone. Procede in direzione di Baccaiano. Tre quarti d'ora al massimo prima del duplice delitto, e la direzione è quella. La macchina, dice Calonaci, era della polizia. "Ci ho fatto caso", dice, "perché mi ha meravigliato che ci fosse una sola persona a bordo. In genere viaggiano sempre in due".

È vero che Calonaci, durante la propria deposizione (vedi), fu contestato dal pm Canessa, però ce n’erano i motivi. Il teste si era presentato alla SAM tre anni dopo i fatti, il 10 settembre 1985, lo stesso giorno in cui i giornali avevano riportato a tutta pagina la notizia dell’ennesimo delitto del Mostro, e, contrariamente a quanto da lui affermato durante l’interrogatorio di Filastò, dall’appunto redatto nell’occasione risultava che l’avvistamento era avvenuto il giorno precedente a quello del delitto. Altro motivo di perplessità era dato dalle incertezze sull’attribuzione dell’auto alla Polizia. Il teste non aveva individuato il modello, e neppure aveva notato delle scritte identificative, in sostanza lo aveva colpito soltanto il colore compatibile. Ma la presenza a bordo di un solo individuo, per di più non in divisaindossava una camicia bianca o azzurrina a mezze maniche lasciava notevoli dubbi sulla possibilità che si fosse trattato di un’auto della Polizia. C’è da dire piuttosto che quell’avvistamento doveva aver indotto Calonaci a lavorare a lungo con la propria mente quando sui giornali si ventilava, tra molte altre, l’ipotesi del Mostro nascosto tra le forze dell’ordine. Lo affermò lui stesso in aula, a domanda sul perché si fosse presentato alla SAM con tre anni di ritardo: “[…] io stavo dicendo come mai, ecco, perché ogni tanto leggevo sul giornale che questo tizio, detto "il mostro", che... forse gl'era un tizio che era vicino alla Polizia”. Diventa quindi lecito sospettare che un ricordo sempre più lontano nel tempo si fosse via via adattato alla voglia di fornire un contributo alle indagini. Tanto più dopo l’incontro con Bevacqua e Filastò, avvenuto il 27 aprile 1994, e la successiva pubblicazione di “Pacciani innocente”, dove anche Calonaci aveva trovato un proprio piccolo spazio.
In ogni caso l’episodio appare irrilevante rispetto all’omicidio di Baccaiano, nel quale la scena del crimine era sicuramente quella che meno si adattava all’approccio di un assassino poliziotto a bordo di un mezzo di servizio, poiché la piccolissima piazzola dove si erano appartati Antonella Migliorini e Paolo Mainardi non consentiva l’avvicinamento di altre auto. E poi i vari testimoni che vi transitarono davanti proprio nell’imminenza del delitto e subito dopo non videro alcuna auto della Polizia lungo una strada dove non avrebbe potuto nascondersi, vista la totale mancanza di aree di sosta.

Passiamo adesso a un altro indizio, ancora meno significativo, e, se possibile, ancora più artificioso. Il 21 gennaio 1984 era stata uccisa, a colpi di pistola semiautomatica calibro 22, una coppia di fidanzati che si intratteneva in auto sulle rive del Serchio, nei pressi di Lucca. Lui era stato colpito alla gola da un unico proiettile, lei alla testa da due. A caldo, sui giornali, si era ventilata anche l’ipotesi di un duplice omicidio compiuto dal serial killer fiorentino, pur fuori stagione e fuori zona, se non altro per la tipologia delle vittime. In realtà tutto lasciava pensare che si fosse trattato di una rapina finita male, poiché l’assassino aveva preso il portafoglio del ragazzo e la borsetta della ragazza, abbandonandoli poco lontano dopo aver svuotato il primo. Inoltre non era stato usato il coltello, né per uccidere né per mutilare. Altro particolare differente la marca delle munizioni, non le tristemente note Winchester LR con la lettera “H” stampigliata sul fondo del bossolo, ma delle inusuali Lapua finlandesi. In ogni caso i successivi esami balistici avevano eliminato ogni residuo dubbio, stabilendo che la pistola non era quella del Mostro.
Ma per Nino Filastò “l'implacabile determinazione dell'omicida, le caratteristiche del luogo, il modo in cui venne usata l'arma da sparo, la borsetta della ragazza rovistata” (vedi) facevano comunque pensare all’opera del serial killer fiorentino, che non avrebbe ucciso per le solite ragioni maniacali, ma per lanciare un contortissimo messaggio che soltanto Filastò aveva capito. Da “Storia delle merende infami”:

Quanto alla diversità dell'arma, c'è da dire che secondo l'opinione di alcuni investigatori, opinione amplificata da alcuni quotidiani, Francesco Vinci, ancora in carcere con l'accusa di essere quantomeno l'assassino di Locci e di Lo Bianco, avrebbe fatto disseppellire da un barattolo, nascosto sottoterra secondo il metodo dei sequestratori sardi, la famosa Beretta, e commissionato l'omicidio dei due giovani tedeschi (settembre 1983) allo scopo di procurarsi un alibi.
Poiché gli inquirenti accreditavano questa ipotesi, lo sfortunatissimo Vinci restava in prigione, nonostante il duplice omicidio di Giogoli. Ammettiamo che il mostro, nel suo gioco al gatto col topo instaurato con gli investigatori,volesse fare intendere che anche stavolta si stava commettendo un errore, che Vinci doveva essere scagionato, e che i sardi non avevano niente a che fare con gli omicidi delle coppie. Quale altro sistema migliore di quello di commettere un duplice delitto sovrapponibile ai precedenti, ma con l'uso di un'arma diversa?

C’è innanzitutto da dire che si fa davvero una gran fatica a comprendere l’incredibile ragionamento dell’avvocato. Secondo lui il Mostro avrebbe ucciso a Lucca per dimostrare che Francesco Vinci era innocente, dopo il precedente e per certi aspetti inutile tentativo con i ragazzi tedeschi. Perché in quel caso gli inquirenti non avevano capito? Perché avevano avuto il dubbio che l’arma fosse stata usata da un complice allo scopo di scagionare il sospettato in galera. Ed ecco allora l’astuta soluzione: un nuovo delitto con un’arma differente! Non risulta però molto chiaro che cosa sarebbe potuto cambiare nel giudizio degli inquirenti per tale novità; in ogni caso, se davvero il delitto era un messaggio del Mostro, quantomeno questi avrebbe dovuto renderlo riconoscibile, con un’escissione, ad esempio. È vero che quella sera pioveva a dirotto, ma le vittime avevano un’auto grande (una Fiat 131), quindi la macabra operazione poteva anche essere compiuta al riparo dell’abitacolo. E poi, perché cambiare la marca delle munizioni tornando alle solite Winchester al delitto successivo? Si trattava di una componente del  messaggio?
Ma vediamo come il fatto si collega all’ipotesi del Mostro in divisa. Ancora da “Storia delle merende infami”:

Resta poi la coincidenza cronologica con la svolta prossima dell'inchiesta, e l'incarcerazione di Mele e Mucciarini che avverrà dopo soli due giorni. Se esiste il collegamento fra quest'ultima circostanza e l'omicidio dei fidanzati lucchesi – del resto mai risolto, il caso è stato archiviato fra gli insolubili – risulta una persona che può accedere a informazioni riservatissime. Difatti i giornalisti più accreditati avevano avuto, fino a quel momento, nient'altro che il vago sentore di un prossimo risultato investigativo determinante.

Secondo quest’altro incredibile ragionamento il Mostro, in quanto appartenente alle forze dell'ordine, sarebbe venuto a conoscenza dell’imminente arresto di Mele e Mucciarini, che avrebbe deciso di anticipare dimostrando con il delitto di Lucca che i due erano innocenti. Ma perché non attendere l’arresto? Il fatto di averlo anticipato – in realtà di cinque giorni, non di due, visto che Mele e Mucciarini furono condotti in carcere il 26 gennaio e il delitto era del 21 –  poteva rischiare di vanificare il messaggio, poiché gli assassini avrebbero potuto ben essere i due cognati essendo quel giorno ancora liberi.

Nino Filastò invoca altri elementi minori a supporto della sua personale teoria, ma non è davvero il caso di perderci altro tempo. Vale piuttosto la pena riflettere sulla difficoltà che avrebbe incontrato un Mostro poliziotto a usare un’auto di servizio, della quale certamente non avrebbe potuto disporre a suo piacimento, e a indossare una divisa d’ordinanza durante le aggressioni, per i comprensibili problemi dovuti all'imbrattamento di sangue. Quindi al massimo il soggetto poteva essere un poliziotto finto a bordo di una normale auto dotata di lampeggiante blu sul tettuccio (che si poteva comprare) e con indosso una divisa fuori ordinanza.

Addendum. La lettura dell'articolo La dinamica di Calenzano  dovrebbe fornire anche ai più restii una valida ragione per abbandonare la fascinosa ipotesi dell'avvocato. L'attacco avvenne dal lato passeggero, il destro, quindi è al passeggero che il finto o vero poliziotto avrebbe chiesto i documenti. Ma non c'è alcuna ragione valida per un simile comportamento, che appare invece del tutto illogico. Per di più la presenza di piante subito a ridosso della fiancata gli avrebbero lasciato pochissimo spazio, mentre dall'altra parte ne avrebbe avuto in abbondanza.

domenica 6 marzo 2016

Un Mostro poliziotto (1)

Tra le ipotesi che vengono formulate sull’identità del Mostro, o comunque su una sua generica configurazione, quella di un individuo appartenente alle forze dell’ordine ha oggi un grande seguito tra gli appassionati. Ne è incontestabile padre Nino Filastò, il noto avvocato e mostrologo che difese Mario Vanni. Si tratta di una convinzione da lui maturata, probabilmente, proprio mentre si preparava al difficile processo, agli inizi del 1997, ma i cui semi erano già presenti nella visione che aveva della vicenda di Enzo Spalletti e Fosco Fabbri, i due guardoni coinvolti nelle indagini sul delitto di Scandicci. Secondo Filastò il primo aveva visto qualcosa, e si era rifiutato di raccontarlo per paura di ritorsioni da parte di un assassino potente e  intoccabile, il quale, quattro anni prima, aveva già minacciato il secondo. Ecco quanto ne scrisse nel libro “Pacciani innocente”, uscito alla fine del 1994:

Spalletti viene interrogato più volte dai magistrati. Nel corso di un interrogatorio lo scontroso infermiere si lascia scappare una frase sibillina. Con arroganza incongrua apostrofa i magistrati. Essi lo saprebbero bene che lui non c’entra nulla con il duplice omicidio. Parole larvate, ma dense di un significato recondito e inquietante: gli inquirenti lo terrebbero in carcere per stornare l’attenzione da qualcun altro. […]
In seguito si saprà che durante la detenzione di Spalletti alla moglie e al fratello sono arrivati strani messaggi telefonici.

Chi avrebbero dovuto proteggere gli inquirenti accusando Spalletti? La risposta Filastò la trova nelle parole dell’amico Fabbri:

Anche Fabbri viene interrogato di nuovo. Se Spalletti è oscuro nel linguaggio, incomprensibile e quindi sospettabile per la linea difensiva che ha scelto, l’amico Fosco riferisce invece un episodio il cui significato, se fosse stato indagato a tempo debito, forse avrebbe potuto portare qualche lume sul conto di quella losca congrega di cui, come si è visto, parlerà la bellezza di tredici anni dopo nel corso della sua requisitoria finale nel processo Pacciani il pubblico ministero dottor Canessa. […]
Circa quattro anni prima del delitto del campo dell’Arrigo, dice Fabbri, egli fece un incontro stressante. […] A un tratto da un’altra auto scese un uomo alto e robusto. Non sembrava aver voglia di scherzare costui, non tanto per lo sguardo, intenso e minaccioso, ma perché aveva in mano una pistola con cui minacciò il Fabbri.
[…] Cominciò, racconta Fabbri, con un ammonimento: il bravo voyeur deve fare attenzione a non molestare, a non avvicinarsi troppo alla coppia, a non essere troppo invadente. Se si comporta così sappia che non commette alcun reato. Non c’è penale a guardare con un minimo di discrezione. Semmai sono i guardati che sono in fallo. Poi se ne sarebbe andato, il singolare viandante boschivo, pago di aver fornito, gratuitamente, tali incoraggianti spiegazioni giuridiche, a parte lo scagazzo dell’arma puntata.
Ma chi era? Fabbri dice che in un primo momento si era presentato come una guardia forestale, ma che in seconda battuta avrebbe detto di essere un poliziotto tout court. Qui l’amico di Spalletti inserisce una sua intelligente deduzione: ci sarebbe da credergli che era un poliziotto, la sua osservazione circa la liceità dello sport voyeuristico non fa una grinza, sotto il profilo penalistico (e non la fa difatti). […] Una persona così addentro a una sottigliezza giuridica di quella specie, bisogna che un po’ di competenza ce l’abbia. Non un uomo della strada, allora, bensì, e appunto, un professionista di quel ramo, poliziotto magari, come aveva detto lui.

Ma nei capitoli finali del libro, dove l’autore fa un ampia descrizione di quelle che a suo giudizio sarebbero state le caratteristiche dell’assassino, di poliziotto non si parla affatto. Evidentemente Filastò non aveva ancora maturato la sua futura convinzione, anzi, doveva trovarsi in una fase di notevole incertezza, come si può desumere dagli accenni possibilisti alla “losca congrega” della quale aveva parlato Canessa, embrione della futura pista dei “Compagni di merende” contro la quale si sarebbe poi dovuto battere in difesa del Vanni.
Tre anni dopo le idee dell’avvocato erano molto più chiare. Lo testimonia questa intervista uscita su “Visto” il 18 luglio del 1997. In ogni caso la teoria completa del “Mostro poliziotto” la possiamo trovare in “Storia delle merende infami”, uscito nel 2005, dove viene anche ripresa la vicenda di Fabbri e Spalletti, sulla quale è il caso di spendere qualche altra parola. I verbali degli interrogatori dei due personaggi non sono mai stati pubblicati, e, almeno a memoria di chi scrive, in nessun altro libro si fa cenno agli episodi riportati da Filastò nei suoi. Quindi dobbiamo fidarci. Però lascia perplessi il fatto che in “Storia delle merende infami” il personaggio che avrebbe spaventato Fosco Fabbri venga descritto con indosso una divisa (“Incontra un tale in divisa. F.C. non sa precisare quale divisa sia, da guardia forestale, ipotizza.”). Ma undici anni prima, in “Pacciani innocente”, di divisa non si parlava affatto, poiché il personaggio si sarebbe soltanto “presentato come una guardia forestale”, e “in seconda battuta avrebbe detto di essere un poliziotto”. Divisa contro parole, insomma. Si tratta di una differenza non da poco, farebbe bene a tenerla a mente chi oggi afferma con tono perentorio che Fabbri sarebbe stato minacciato da un poliziotto.
In ogni caso possiamo liquidare l'intera questione come irrilevante, poiché niente fa pensare che quell’individuo fosse stato il Mostro. L’episodio raccontato da Fabbri risaliva a quattro anni prima del delitto di Scandicci, quindi non è affatto lecito mettere i due fatti in relazione tra di loro. Ancora meno valore ha la velata accusa di Spalletti agli inquirenti, anche dando per buono che l’avesse lanciata davvero. Non si capisce per quale motivo l’uomo non avrebbe dovuto raccontare di aver visto un poliziotto all’opera, se lo avesse visto, senza rifugiarsi dietro frasi sibilline con le quali non poteva certo sperare di risparmiarsi i quattro mesi e mezzo di detenzione cui fu costretto. Tra l’altro in carcere Spalletti avrebbe rischiato grosso se il Mostro avesse potuto contare su qualche aggancio nell’ambiente giudiziario e avesse temuto la sua eventuale testimonianza. La semplice verità è che Spalletti non aveva visto nulla (vedi), e quella sua frase, se pronunciata, non aveva che il sapore della disperazione.
Ma in “Storia delle merende infami” Nino Filastò porta molti altri elementi a suffragio della sua teoria, a cominciare da una ricostruzione del modo con il quale l’assassino si sarebbe avvicinato alle proprie vittime.

Riesce sempre a colpire le sue vittime da distanza ravvicinata. Ma come ci riesce? A mio parere, questo è il punto nodale della questione, sciolto il quale non dovrebbero restare molti dubbi su una determinata qualità del mostro. Qualità almeno di genere, nel senso di categoria sociale e professionale.
L’estrema facilità con la quale riesce ad avvicinarsi alle coppie, anche dopo gli allarmi amplificati e i controlli serrati, fa pensare a due dinamiche alternative. La prima è che egli riesca ad avvicinarsi perché non desta sospetti nelle sue future vittime. Qualche cosa di evidente lo connota, segnala la sua natura apparentemente inoffensiva.
La seconda è che, in qualche modo, riesca a rendersi invisibile. Da notare che egli agisce quasi sempre nelle notti di novilunio, cioè al buio totale.
Le due ipotesi non si escludono a vicenda. Forse in qualche occasione si è avvicinato rassicurando le vittime, altre volte senza farsi scorgere, nel caso in cui ha dovuto lasciare la macchina ad una certa distanza.
Esaminiamo la prima ipotesi. Cosa potrebbe farlo apparire inoffensivo agli occhi delle vittime? Esattamente il contrario di ciò che lo potrebbe caratterizzare come potenziale fonte di minaccia. Solo un ruolo visibile in quanto esibito, e una ben determinata qualifica può essere rassicurante in senso opposto: l’aspetto di agente dell’ordine.

Le considerazioni dell’avvocato sono molto opinabili. Tanto per cominciare sarebbe stata una ben strana coincidenza se l’agente o il finto agente, in almeno quattro volte su cinque (Borgo, Scandicci, Calenzano, Vicchio, no a Baccaiano) fosse arrivato addosso alle proprie vittime con il lampeggiante in funzione proprio nel momento in cui esse si stavano preparando a fare l’amore, né prima né dopo. La singolare coincidenza pare piuttosto accordarsi meglio con qualcuno che era già sul luogo in attesa, nascosto tra la vegetazione. E poi, per quale motivo l’assassino avrebbe dovuto annunciarsi prima dell’aggressione? Non a caso agiva sempre in notti quasi senza luna, mentre la coppia era intenta nei preparativi con la luce interna probabilmente accesa. In quelle condizioni avvicinarsi all’abitacolo di nascosto diventava facile, contando sul buio e sulla complicità di qualche cespuglio, ma soprattutto sulla disattenzione di chi in quei frangenti si trovava in uno stato di comprensibile eccitamento. In ogni caso l’attacco era fulmineo, e le vittime non avevano alcuna possibilità di reazione. D’altra parte lo stesso Filastò ammette che in alcuni casi il Mostro potrebbe anche essersi avvicinato senza farsi scorgere. E perché allora non in tutti?
Ma proseguiamo con la descrizione di come si sarebbe svolto l’approccio del poliziotto assassino.

Niente di più consueto che imbattersi in un poliziotto in servizio, che fa la sua ronda notturna in funzione anti-mostro, o in quella più generica di controllo di polizia. Niente di più tranquillizzante. Lo si individua già prima di vederne la figura, di notare i suoi gesti e i suoi abiti. In che modo? Dalla macchina da cui discende, accostata a poca distanza da quella dei fidanzati, con l’inconfondibile segnale di riconoscimento: la bolla blu lampeggiante sul tettuccio. Da quella macchina l’uomo avanza con passo sicuro, e i ragazzi, che hanno appena iniziato i preliminari, cercano di ricomporsi pronti a mostrare i loro documenti all’agente in borghese. Quando apparirà la pistola calibro 22 sarà troppo tardi per rendersi conto dell’errore. Il falso, o vero, agente, ha già indotto il giovane ad aprire il vetro del finestrino per mostrare i suoi documenti, per questo è in condizione di sparare a distanza ravvicinatissima, quasi a bruciapelo, senza incontrare, mai, in nessun caso – eccetto la coppia di francesi, che non era in auto bensì in una tenda – alcuna reazione.

La macchinosità dell’operazione immaginata da Filastò è evidente. Non convince né poco né punto un assassino che si presenta in pompa magna, con tanto di luce lampeggiante che lo avrebbe sottoposto al rischio di attirare l’attenzione di eventuali testimoni, dei quali in ogni caso non fu mai trovata traccia. Non è poi chiaro il perché l’individuo, prima di sparare, avrebbe dovuto attendere l’apertura del finestrino. Tanto più che i vetri risultavano infranti dai colpi di pistola. Ma Filastò, per questo fatto, ha una spiegazione differente.

Un altro elemento anomalo che ricorre in quasi tutti i delitti, trova la sua spiegazione solo se si pensa alla volontà dell'assassino di depistare e confondere le indagini per coprire l'identità che lo accomuna agli inquirenti. I finestrini delle macchine, dal lato da cui egli spara, sono sempre completamente frantumati. Se l'omicida avesse sparato a finestrino chiuso, come nella tesi ufficiale della polizia, i vetri dovrebbero trovarsi rotti solo parzialmente.
I proiettili calibro 22, i più piccoli in commercio, è molto difficile che, attraversando un vetro, riescano a distruggerlo senza lasciare nemmeno un frammento in piedi. Del resto è così che è avvenuto col colpo sparato sul parabrezza della vettura di Mainardi, nell'omicidio di Baccaiano. Il vetro del parabrezza non si è frantumato, ma è rimasto visibile solo un foro con le classiche incrinature a raggiera. Perchè allora tutti quei finestrini disintegrati? […]
Lo scopo non può essere che quello di non far capire quale sia stata in realtà la dinamica. Il finestrino, sulla richiesta di controllo dei documenti, è stato abbassato, poi, una volta colpite le vittime, l'omicida lo ha richiuso e frantumato con un qualche oggetto contundente: un fazzoletto contenente alcune biglie di acciaio – lo strumento classico dei ladri d'auto – uno sfollagente con l'anima di piombo, la pietra trovata sul luogo del delitto di Calenzano...
Questo per far credere che i finestrini fossero stati gli spari a distruggerli, mentre erano chiusi, e non aperti, come in realtà erano. […]
L'assassino è esperto di indagini. Sa anche come depistare. Il finestrino aperto sarebbe un indizio della sua funzione.

Lo scenario appare sommamente contorto. Per di più, nel portare l’esempio del parabrezza della Fiat 147 di Paolo Mainardi, Filastò dimentica che si trattava di vetro laminato, costituito cioè da due strati con in mezzo una pellicola di plastica. Scopo di tale tecnica costruttiva è evitare che il parabrezza, a eventuali rotture ad auto in movimento, vada completamente in pezzi, con ovvi pericoli per la sicurezza. I finestrini laterali sono invece realizzati in semplice vetro temperato, il quale tende a scoppiare dividendosi in piccoli frammenti. Tra i più colpi sparati e le successive manovre di apertura della portiera, o comunque di accesso all'abitacolo, si spiega bene il perché in sede ne erano sempre rimasti pochi. A Baccaiano poi, con il Mostro che secondo Filastò si sarebbe messo alla guida, la preventiva rottura del finestrino, i cui frammenti erano sulla piazzola, non avrebbe avuto alcun senso.
Infine le schegge di vetro che più di una volta colpirono le vittime (almeno a Calenzano, Baccaiano e Vicchio) dimostrano che i finestrini furono infranti dai colpi di pistola.