lunedì 30 novembre 2015

In fuga da Vicchio (3)


Abbiamo visto che, prendendo a destra in uscita dalla piazzola come era stato fatto nel sopralluogo del 12 marzo, non esisteva alcuna strada in grado di aggirare il passaggio a livello. Considerati gli sviluppi successivi, si può a ragion veduta ipotizzare che, dopo quel deludente sopralluogo, Giuttari si fosse messo alla ricerca di nuovi spunti per una possibile soluzione alternativa. L’astuto poliziotto era quindi tornato a scartabellare tra i documenti trascurati dalla precedente inchiesta, trovando una relazione del PM datata 2 dicembre 1992 e un verbale d’interrogatorio di due giorni dopo relativi a un’interessante testimonianza, quella di Maria Grazia Frigo. Dai due documenti risultava che la signora aveva telefonato a Canessa affermando di aver incrociato la notte del delitto di Vicchio, su una stretta strada di campagna vicina alla piazzola, un’auto rossa lanciata a folle velocità che per poco non era andata addosso alla sua. Lo spericolato guidatore altri non sarebbe stato che Pietro Pacciani, riconosciuto da una foto vista su un giornale.
Perché la Frigo non era stata chiamata a deporre al successivo processo? Per le poco tranquillizzanti modalità del riconoscimento, si potrebbe immaginare, avvenuto su una foto di giornale dopo un fuggevole incontro “automobilistico” nel buio di una notte di ben otto anni prima. A dire il vero, però, diversi altri testimoni invece convocati non avevano offerto molto di più. Quindi, più probabilmente, la testimonianza della donna era stata scartata poiché Pietro Pacciani non aveva mai posseduto l’auto rossa della telefonata, tra l’altro divenuta semplicemente scura nel successivo interrogatorio (come si sa, quella del contadino era bianca). In ogni modo la Frigo si era avvilita e aveva protestato più volte per telefono, ma era stata liquidata con l’invito a mandare una lettera al Presidente del tribunale. Al che aveva rinunciato.


A Giuttari la testimonianza era apparsa importantissima. Il punto dell’avvistamento (F) era situato lungo una strada di campagna il cui imbocco si raggiungeva entro poche centinaia di metri uscendo a sinistra dalla piazzola, e che era idealmente collegabile a quella dell’avvistamento Martelli-Caini attraverso il raggiungimento di San Martino a Scopeto. Anche gli orari  grosso modo quadravano (23.45 Frigo, 23.30-24 Martelli-Caini), quindi il misterioso ingresso della deviazione di Pacciani per strade di campagna poteva diventare proprio quello. In più la presenza di un cavalcavia (C) che oltrepassava la linea ferroviaria avrebbe consentito di evitare il passaggio a livello, quindi la motivazione addotta da Giancarlo Lotti assumeva un senso.
Maria Grazia Frigo era stata interrogata da Giuttari il 26 marzo 1996, un paio di settimane dopo il sopralluogo del 12 durante il quale, evidentemente, il poliziotto ancora ignorava la sua testimonianza del 1992, tantoché non aveva condotto Lotti sul posto. Per poter agganciare l’avvistamento Martelli-Caini c’era però qualche problema, poiché, rossa o scura che fosse, la Frigo aveva visto un’auto soltanto, e anche se la guidava Pacciani, non  era la sua. Ma la teste aveva dimostrato una notevolissima disponibilità ad arrotare i propri ricordi, e di fronte alle domande dell’investigatore aveva adattato il proprio avvistamento al nuovo scenario multiplo: non più una sola auto ma due, davanti una Ford Fiesta bianca come quella di Pacciani e dietro un’auto rossa a coda tronca come quella di Lotti. E stavolta Pacciani guidava la bianca! L’altro guidatore, che seguiva a una distanza di circa duecento metri, come per evitare l’incontro con l’auto della Frigo aveva compiuto una strana manovra buttandosi dentro una strada laterale. 
Gli aggiustamenti del racconto originario erano proseguiti tre giorni dopo, in occasione di un sopralluogo sulla strada degli avvistamenti: da una foto la testimone quasi aveva riconosciuto anche il guidatore dell’auto rossa, la cui capigliatura e corporatura corrispondevano a quelle di Lotti. In più la medesima auto e il medesimo personaggio la signora li avrebbe visti, il giorno prima del delitto, imboccare una stradina che portava vicino alla scena del crimine, mentre nel successivo Ferragosto avrebbe notato Pacciani aggirarsi, a bordo di una Fiat 126 verde, attorno alla casa dei propri parenti guardandola male!
Non c’è bisogno alcuno di rimarcare l’inaffidabilità di una testimonianza come questa: Maria Grazia Frigo era evidentemente disposta a venire incontro a ogni esigenza del proprio interlocutore un fenomeno involontario purtroppo sempre in agguato in questi casi –  al quale per primo sarebbe spettato valutare con estrema prudenza le sue dichiarazioni. Ma per Giuttari la signora era una testimone preziosa, e quanto lo avrebbe dimostrato durante la propria deposizione del 23 giugno 1997 (vedi), quando non avrebbe lesinato alcuna lode per accreditarla:

La signora è molto precisa ha una memoria devo dire formidabile, ed è stata molto, molto precisa. […] Vedremo che è una testimone che mi ha impressionato veramente in una maniera eccezionale, positivamente e che devo dire, quando l'ho sentita, era mortificata perché non era stata quasi creduta nel '92, quando si era presentata spontaneamente.

I giudici di primo grado non si lasciarono convincere, né dalle iperboli di Giuttari né dalla colorita deposizione della stessa Frigo (7 luglio 1997, vedi), durante la quale la donna aveva manifestato grandi difficoltà nel giustificare le metamorfosi dei propri racconti. Pertanto in sentenza, dopo averne elencato le numerose contraddizioni, la censurarono con inusitata e persino eccessiva durezza:

Il che sta chiaramente a significare o che la Frigo si è inventata tutto (per la sua mania di protagonismo o per apparire comunque nella vicenda di Vicchio) o che quell’auto non era quella condotta dal Pacciani, come è dato cogliere anche dalle dichiarazioni del Lotti, che ha parlato di un diverso percorso fatto nel viaggio di ritorno dalla piazzola, a delitto avvenuto. […]
Ritiene quindi la Corte di non riconoscere credibilità alla suddetta teste, a prescindere da ogni considerazione sulla certezza dell’asserito riconoscimento del Pacciani e sull’asserita “memoria fotografica” della stessa teste, di cui ha in particolare parlato il marito nella medesima udienza del 7.7.97.

Respingendo la testimonianza Frigo, i giudici rifiutarono l’assist che Giuttari aveva offerto loro per ricostruire una via di fuga a Vicchio dotata almeno di un embrione di plausibilità, poiché avrebbe consentito di aggirare il passaggio a livello. In questo modo la sentenza rimane ancorata all’itinerario privo di scopo ipotizzato, probabilmente dallo stesso Giuttari, ancor prima che Lotti confessasse qualche responsabilità, lo abbiamo visto. Suona però strana (e falsa) l’asserzione della stessa sentenza che quest’ultimo ne avrebbe dato conferma, vista la mancanza della motivazione del passaggio a livello della quale lo stesso aveva parlato.

Giuttari è sempre rimasto convinto della bontà dell’avvistamento Frigo, e ancora nel libro "Il Mostro" del 2005 lo proponeva come naturale contraltare di quello Martelli-Caini. Ma troppi elementi contrari ostacolano questa ipotesi. Abbiamo appena visto l’inaffidabilità della testimone, e, in precedenza, l’inutilità di evitare un passaggio a livello su una linea priva di treni in transito. Se ne può aggiungere qualche altro.
Nel sopralluogo del 12 marzo Giancarlo Lotti aveva cercato la strada di quella notte svoltando a destra in uscita dalla piazzola, e non a sinistra. Con tutti i particolari che aveva ricordato, perché quello no? Non pareva uno da poco. E anche se nel riferirsi a quanto disse o non disse bisogna sempre tener conto che si trattava di un emerito bugiardo, è comunque un fatto che Lotti non raccontò mai di aver visto lungo la via di fuga né l'auto dei coniugi Martelli-Caini, né quella della signora Frigo, né, a dire il vero, qualsiasi altra. In fin dei conti l’ammetterlo non gli avrebbe nuociuto.



Un altro elemento che rende l’itinerario proposto da Giuttari poco plausibile è l’impraticabilità di un segmento di circa 300 metri (simboleggiato in piantina dal tratteggio) della sterrata che avrebbe consentito di raggiungere San Martino a Scopeto. Si tratta di un sentiero che congiunge i due casolari ben visibili nella seconda delle due immagini soprastanti, particolare ingrandito della prima, entrambe ottenute con Google Maps. In anni recenti almeno due appassionati hanno tentato di percorrerlo in auto senza riuscirci. Può darsi che in passato le sue condizioni fossero state migliori, ma di un sentiero difficile si sarebbe sempre trattato, e pare quindi comunque folle l’avventurarsi di notte su un percorso del genere.
Un’ultima considerazione va fatta sul casolare dove sarebbe stata nascosta la pistola (B). Nell’ipotesi di Giuttari esso sarebbe stato raggiunto dopo il rientro sulla provinciale nel punto R prendendo a sinistra. Ma se Pacciani voleva arrivare lì, perché non aveva imboccato la via diretta che vi giungeva da San Martino a Scopeto? Avrebbe risparmiato un po’ di strada, avrebbe evitato un pezzo di provinciale avanti e indietro e avrebbe comunque aggirato il passaggio a livello.
Alla fine appare chiaro che se la via di fuga proposta dai giudici è priva di senso, quella proposta da Giuttari è fasulla, costruita in modo artificioso mettendo assieme due testimonianze tutt’altro che affidabili. L’ipotesi di gran lunga più plausibile è che le auto viste dai coniugi Martelli-Caini e dalla signora Frigo non avessero alcun collegamento con il delitto, tra l’altro avvenuto già da un paio d’ore, e che Giancarlo Lotti non fosse mai passato da quelle strade, né da solo né tanto meno seguendo l'auto di Vanni e Pacciani.

In fuga da Vicchio (2)


Il 12 marzo 1996, il giorno dopo aver ammesso il primo barlume di complicità con gli assassini, Giancarlo Lotti era stato condotto a Vicchio. Tra i particolari sui quali agli inquirenti (tra loro Giuttari e Canessa) premeva far chiarezza c’era anche quello della via di fuga nata dalla testimonianza dei coniugi Martelli-Caini, della quale era noto il punto di rientro sulla SP41 Sagginalese, appena prima di Dicomano, ma non il punto di partenza. A quale altezza del percorso, dopo l’uscita dalla piazzola, le auto di Lotti e Pacciani avevano temporaneamente deviato dalla Sagginalese per aggirare il passaggio a livello, come aveva raccontato Lotti il giorno prima? Innanzitutto, almeno a sentire l’esposizione di Giuttari in dibattimento (vedi), durante quel sopralluogo l’individuo aveva mostrato di conoscere bene la zona.

A Ponte a Vicchio dice di svoltare a sinistra, svoltiamo a sinistra verso Dicomano e il Lotti prestava attenzione a tutte le deviazioni che si incontravano sulla destra. Passiamo la prima deviazione, dice: “no, questa no, perché va alle case più sopra”. Ne passiamo un'altra sulla destra. Dice: “no, questa no perché va ad una fattoria, l'ho percorsa per un tratto”. Ed è quella strada che porta alla fattoria La Rena. Quindi dichiarava di conoscere quella strada, anche se l'aveva percorsa per un tratto, a suo dire. Andando poco più avanti e avvicinandoci alla vera piazzola, alla vera deviazione, incomincia a dire: “ma mi pare questa”. Quindi presta maggiore attenzione. Quando siamo proprio sul posto: “è questa”. Quindi ci mettiamo dentro, quindi la riconosce perfettamente.

Dopo la visita alla piazzola il novello pentito era stato condotto avanti e indietro lungo la provinciale, ma ogni tentativo di individuare l’ingresso della sterrata era risultato vano. Dal libro “Il Mostro di Firenze - Uno Qualcuno Centomila”, p. 143:

Gli fu chiesto di indicare il percorso esatto seguito da Vanni e Pacciani quella sera per allontanarsi dalla piazzola. Lotti indicò la stradina che li aveva condotti al fiume dove si erano lavati le mani per poi condurre gli agenti e il magistrato sino al Bivio per San Martino a Scopeti. Non riuscì a trovare la “strada in salita e sterrata” percorsa quella notte con Pacciani e Vanni. Fu condotto nuovamente con direzione Ponte a Vicchio ma nuovamente Lotti non riuscì a ricostruire l’itinerario di quella sera.
“Giunti nuovamente al bivio per San Martino Scopeti si proseguiva ancora in direzione Dicomano al fine di verificare se era possibile rinvenire altre strade sterrate sulla destra note al Lotti. Si raggiungeva quindi il bivio sulla destra con indicata la località Bricciana e si imboccava la strada sterrata che conduce a detta località.”
Lotti riferì d’esser passato proprio di lì il 29 luglio del 1984, seguendo con la sua Fiat 128 l’auto Ford Fiesta del Pacciani.


Come mostra la piantina schematica sovrastante, il bivio per Bricciana (R) altro non è che lo sbocco sulla provinciale della strada di campagna dove era avvenuto l’avvistamento Martelli-Caini (M), con il passaggio a livello (L) sulla destra della piazzola (P) superato ormai da tre chilometri. Alla fine dunque gli inquirenti si erano trovati costretti a portarsi all’uscita della presunta via di fuga, a loro già nota, dove finalmente sembrerebbe che il novello pentito avesse fatto mente locale, dichiarando che sì, la strada era quella; ma l’ingresso era rimasto ignoto. Dal sunto del verbale si arguisce che i tentativi erano stati effettuati prendendo a destra in uscita dalla piazzola, come del resto si poteva immaginare avessero fatto gli assassini nel tornare verso San Casciano secondo il percorso indicato da Lotti. Ebbene, a partire da quel punto non è mai esistita alcuna strada in grado di aggirare il passaggio a livello. Tale strada fantasma, se mai fosse esistita, avrebbe comunque dovuto attraversare la linea ferroviaria prima di potersi congiungere con la sterrata dell’avvistamento Martelli-Caini, come si può ben vedere dalla piantina. Quindi in ogni caso, chiuse o non chiuse, quelle sbarre non si sarebbero potute aggirare. A meno di non prendere a sinistra in uscita dalla piazzola, lo vedremo.
In ogni caso del passaggio a livello la sentenza di primo grado non si cura affatto, indicando un percorso che con esso nulla ha a che fare.

Il Lotti, in sede di accesso nella zona del delitto insieme alla PG in data il 12.3.1996 (cfr. relativo “verbale di sopralluogo” a f.88 della filza n.3), ha riconosciuto ed indicato la strada “sterrata” percorsa quella notte dopo il delitto, nella fase di allontanamento dalla piazzola. La strada è quella che, partendo dalla provinciale Sagginalese nel punto di cui alla foto nn. 12, 13 e 14 dell’inserto fotografico in allegato 5° della filza n.6, sale su fino a San Martino a Scopeto, gira ivi a sinistra e prosegue poi in direzione della località “Bricciana” e “Santa Margherita”, fino a ricongiungersi più avanti sulla stessa provinciale Sagginalese nei pressi di Dicomano.
Il punto di partenza di tale strada sterrata si trova esattamente alla distanza di km 1,600 dalla piazzola del delitto e sulla destra della provinciale Sagginalese, avuto riguardo alla direzione di chi provenga dalla piazzola e imbocchi detta provinciale Sagginalese in direzione di Dicomano, che è poi il senso indicato dallo stesso Lotti.
Il percorso della stessa strada sterrata è quello evidenziato con pennarello verde sulle carte geografiche “A” e “B” allegate al verbale di sopralluogo della PG in data 7.3.96 (ff.85 e 86 della filza n.3). Il punto evidenziato con pennarello azzurro è invece quello dove si trova la “fonticina” di cui ha parlato il Lotti.

Sarebbe dunque il tratto segnato in blu nella piantina il percorso ritenuto valido dalla sentenza. Chi scrive non dispone delle carte geografiche ivi menzionate, è però facile verificare con Google Maps che, uscendo a destra dalla piazzola del delitto e percorrendo i 1600 metri indicati dalla sentenza, si deve per forza attraversare il passaggio a livello, precisamente dopo poco più di 800 metri, quindi non si comprende il motivo per il quale Pacciani avrebbe dovuto abbandonare la provinciale dopo averlo ormai attraversato. Tra l’altro dalla breve citazione si scopre un fatto d’importanza notevole, in grado di spiegare meglio l'evolversi dell’intero scenario: il giorno successivo al ridicolo racconto di Lotti secondo il quale questi avrebbe seguito Vanni e Pacciani a Vicchio senza farsi vedere (6 marzo 1996), in un sopralluogo condotto senza di lui la Polizia Giudiziaria aveva ipotizzato nel bivio per San Martino a Scopeti (S) il punto d’inizio della deviazione. Una volta raggiunta la località di San Martino, gli assassini avrebbero dunque continuato per Bricciana tornando verso la provinciale fino a riprenderla in R. Si trattava però di un’ipotesi alla cieca, quando la motivazione delle sbarre abbassate non era ancora nata, quindi una sterrata valeva l’altra. Ma perché Pacciani avrebbe fatto una scelta in apparenza così illogica? Per quale motivo, per andare da S a R, al normale percorso di neppure due chilometri di strada asfaltata avrebbe preferito un’escursione lunga cinque volte tanto per strade di campagna strette, buie, piene di buche e quindi a rischio di inconvenienti? La sentenza fa sua quella primissima ipotesi della Polizia senza darne alcuna giustificazione pratica.
Ma non è finita, poiché, oltre all’assurdità del percorso, c’è anche un emblematico evento, nel sopralluogo del 12 marzo, a far escludere del tutto l’ipotesi sposata dalla sentenza. Dopo il fallito tentativo di trovare l’inizio della sterrata, Lotti era stato condotto in una zona dove aveva riconosciuto un casolare, a suo dire luogo in cui Vanni e Pacciani avrebbero occultato la pistola (B). Ebbene, quel casolare era stato raggiunto proprio dopo aver imboccato il bivio per San Martino (S), girando poi in una vicina sterrata sulla destra, la cui parte finale era stata percorsa a piedi. Di quella visita Lotti aveva raccontato molti particolari, quindi è impensabile che non avesse rammentato se alla ripartenza la piccola carovana si era o no diretta verso l’interno della campagna. Eppure, di fronte alle domande del Presidente volte a sapere se era passato prima dalla fonte dell’avvistamento Martelli-Caini o dal casolare, le sue risposte erano state oltremodo evasive (vedi): “Dalla fonticina e poi questo casolare. O prima, sa la strada un la conoscevo”, “Questo come fo a giudicarlo, non lo so mica”, “Poi la strada non lo so se s'è ripresa così o s'è ripresa in un altro modo. Un m'orizzonto su questo fatto qui. L'è quello”.
È evidente che Lotti, come in molte altre occasioni, aveva preferito rimanere sul vago per non correre il rischio di dire fesserie che poi gli potessero essere contestate, un rischio assai forte, poiché da quella strada lui non c’era mai passato. Non per niente la fonticina aveva detto di averla vista, ma stranamente non le persone che vi stavano attingendovi acqua né la loro auto i cui fari illuminavano la zona: un modo per evitare imbarazzanti richieste di ulteriori particolari.

(segue)

domenica 29 novembre 2015

In fuga da Vicchio (1)

Tra le operazioni necessarie per comprendere meglio la vicenda del Mostro di Firenze una delle più importanti è senz’altro quella di approfondire l’esame del personaggio Giancarlo Lotti, attorno al quale ruota la traballante verità giudiziaria. Su di lui e sul modo in cui venne gestito dalle forze dell’ordine i pareri sono discordanti, senza tema di smentita si può dire però che era un grande bugiardo, lesto ad accodarsi agli abbocchi che gli fornivano i suoi interlocutori. Si deve anche convenire sul fatto che i giudici di primo e secondo grado che condannarono lui e Vanni fecero di tutto per non accorgersene. Un esempio eclatante lo possiamo trovare nella sua ricostruzione della fuga dopo il delitto di Vicchio, dove avrebbe seguito l’auto di Pacciani (con a bordo Vanni) in un assurdo percorso di campagna.
La notte di domenica 29 luglio 1984 i coniugi Tiziana Martelli e Andrea Caini, assieme ai genitori di lei, stavano tornando a casa in auto, dopo aver trascorso una serata in un casolare vicino alla località Bricciana, frazione di Vicchio. Poco prima della mezzanotte si erano fermati a una fonte ad attingere acqua, lungo una stretta strada sterrata che arrivava fino alla provinciale Sagginalese, da dove bastava poi svoltare a sinistra e percorrere tre chilometri circa per raggiungere la piazzola del delitto. A un certo punto i coniugi avevano visto transitare a forte velocità due auto in direzione della provinciale. Oltre che dalla velocità – eccessiva, sia per il buio sia per la strettezza della carreggiata – erano stati colpiti dal comportamento del secondo conducente, il quale guidava con accese le sole luci di posizione e vicinissimo all'auto davanti.
Sospettando che l’avvistamento avesse avuto a che fare con il delitto (avvenuto proprio quella notte), dopo circa un mese di esitazioni i coniugi si sarebbero presentati in Questura; ma all’epoca si cercava un assassino solitario, quindi il loro racconto non aveva destato alcun interesse e neppure era stato verbalizzato. Dieci anni dopo, l’8 giugno 1994, la seconda deposizione di Lorenzo Nesi al processo Pacciani aveva fatto uscire sui giornali la clamorosa ipotesi dell’esistenza di possibili complici dell’imputato. Probabilmente incoraggiati dalla notizia, il 21 luglio successivo i coniugi erano tornati in Questura, dove finalmente gli uomini della SAM avevano verbalizzato il loro racconto. Questa la descrizione delle due auto e dei loro guidatori nel documento sottoscritto da Andrea Caini:

La prima auto aveva i fari anteriori rettangolari, poteva essere una due volumi oppure anche una tre volumi, comunque con cofano della bauliera corto, tipo la Ford Escort della prima serie, di colore scuro. La seconda auto poteva essere rossa, più chiara della precedente. Entrambe erano vetture di media cilindrata; la seconda auto mi colpì perché commentammo così la scena: ma guarda questo qui che sta attaccato alla macchina che precede con le sole luci di posizione accese! Ambedue i conducenti avevano una sagoma robusta e non erano giovani.

Il dibattimento però si era già chiuso da qualche giorno, e dopo la pausa estiva nessun testimone era stato chiamato a deporre, quindi ancora una volta il desiderio dei coniugi di rendersi utili era rimasto inappagato.
Un anno e mezzo dopo Giuttari si era imbattuto nella loro testimonianza, anche grazie alla quale lui e Canessa avevano indotto Lotti ad ammettere un suo coinvolgimento nel delitto di Vicchio (11 marzo 1996). L’ammissione non era stata immediata, poiché dapprima (6 marzo) Lotti aveva cercato di passare per un testimone casuale, come a Scopeti, raccontando una storia non credibile della cui assurdità si era poi reso conto più o meno da solo. In sostanza avrebbe seguito l'auto di Pacciani per pura curiosità, assistendo non visto all'omicidio. In ogni modo l’argomento merita di essere approfondito, per adesso basti considerare la versione definitiva del racconto, il cui verbale è disponibile qui.
Nella sentenza di primo grado che condannò Mario Vanni all’ergastolo (scaricabile qui) i giudici dettero grande importanza all’avvistamento dei coniugi Martelli-Caini, considerandolo un decisivo “riscontro esterno” alla confessione di Lotti. Come in molte altre occasioni il documento risolve tutte le incertezze della testimonianza in favore della tesi colpevolista, favorito anche dalla buona volontà dei coniugi, i quali, è bene rimarcarlo, non avevano mostrato alcuna diffidenza verso le telecamere.
Tanto per fare un esempio, vediamo il tema dei colori delle due auto. In dibattimento (vedi) aveva dichiarato di primo acchito Andrea Caini (4 luglio 1997): “C'era la prima che aveva i fari rettangolari ed era, diciamo, un colore sul rosso insomma, come... o rosso, non mi ricordo quello che dissi, se era rosso scuro...”. Il testimone, dunque, non ricordava quello che aveva detto tre anni prima alla SAM e un anno e mezzo prima a Giuttari, quindi c’è da domandarsi come potesse ricordare quello che aveva visto dodici anni prima! In ogni caso si noti che l’auto che stava davanti aveva preso il colore rosso di quella che nel verbale del 1994 stava dietro, rimanendo però scura, mentre quella era più chiara. A illuminare la memoria del teste era subito intervenuto il PM con la lettura del verbale, in cui in ogni caso la prima vettura risultava scura, e non bianca come la Ford Fiesta di Pacciani. Ma nel prosieguo della deposizione Caini aveva pian piano aggiustato il tiro, non soltanto rispetto all’infelice esordio di pochi minuti prima, ma anche al verbale del 1994:

Anche perché lì per lì al colore uno non è che... io guardai più che altro le persone per capire come mai...[…]
Io dissi che era una macchina, una scura e una chiara, poi, diciamo… […]
Mi fecero vedere delle foto di macchine, sinceramente, vidi c'era... una poteva essere il 128 quello SL rosso e una una Fiesta bianca. […]
Una rossa e una bianca, insomma. […]
Sì, ora, mi ricordo che c'era una macchina che tendeva a essere più scura e una macchina più chiara, quindi poteva essere magari avana, ma insomma, ho detto bianca.

Alla fine l’auto scura davanti e l’auto rossa più chiara dietro erano diventate la più scura rossa e la più chiara bianca, come quelle di Lotti e Pacciani, tanto per intendersi, non si sa bene però in quale ordine disposte. Sui modelli il percorso era stato analogo. Il lettore non pensi che i giudici fossero rimasti perplessi davanti a un testimone preoccupato soltanto di accontentare i suoi interlocutori, poiché in sentenza avrebbero ignorato ogni sua incertezza e ogni suo aggiustamento, scrivendo che di sicuro “la prima auto era una Ford Fiesta bianca a due sportelli laterali”, e la seconda “rossa, di tipo sportivo e con coda tronca, come era appunto la Fiat 128 coupè del Lotti”. Per quest’ultima precisazione si erano avvalsi anche della testimonianza del padre deceduto della Martelli, riportata in aula dalla figlia, la quale sui colori aveva fatto un percorso un po’ meno tormentato rispetto al precedente del marito. Alla prima domanda specifica su tipo e colore delle auto aveva risposto: “la scena fu talmente impressionante che io credo non si è nemmeno fatto a tempo a distinguere più di tanto anche i passeggeri. […] Però, ecco, io mi ricordo che era una macchina tipo a tre volumi la prima; e della seconda io avevo un ricordo un po' vago”. Dunque nessun ricordo di colori. Ma poco dopo, quando il Presidente, per tirare le conclusioni, le aveva domandato: “E il colore, come li vide lei?”, risolvendo la precedente incertezza la Martelli aveva risposto un secco e definitivo: “La prima chiara e la seconda rossa”. Tutto questo mentre si stava decidendo se mandare o no un uomo all’ergastolo.
E la non rilevata presenza di un passeggero sulla prima auto? Così la sentenza:

È certo, quindi, che le due auto, come sopra osservate dai due testi, fossero quelle del Pacciani e del Lotti nella fase di allontanamento dalla zona del delitto.
Né può ritenersi il contrario per il fatto che i due testi non sono riusciti in quel frangente a cogliere anche la presenza di un’altra persona sull’auto del Pacciani (e quindi a cogliere anche la presenza del Vanni), perché in quell’attimo i due testi non potevano vedere “tutto”, tenuto anche conto che la loro attenzione si era concentrata sulle persone dei conducenti, per la meraviglia che destava quella velocità, del tutto insolita per l’ora e per il tipo di strada percorsa.
Non c’è da escludere, poi, che il Vanni, nella fase di attraversamento di quella zona illuminata dai fari dell’auto del Caini che facevano luce sulla fonticina, si sia semplicemente abbassato per non farsi vedere, cosa del tutto naturale e possibile, dato che lui non era impegnato nella guida.

Sembra un po’ difficile che un uomo di altezza più che media come Vanni fosse riuscito a sparire dentro un’auto piccola come la Ford Fiesta, ma tant'è, per la vena colpevolista della sentenza tutto pare possibile. In ogni modo, per quanti sforzi avessero fatto i giudici per valorizzare la testimonianza dei coniugi Martelli-Caini, troppi elementi non tornano, e il viaggio di Pacciani con dietro Lotti su quella sterrata appare assurdo e in definitiva falso.
Non si può ignorare ad esempio che la testimonianza fu comunicata al futuro pentito prima di ogni sua ammissione, quindi la possibilità che vi si fosse adeguato è molto forte. Un indizio in questo senso è l’ora da lui indicata per il delitto, che per forza di cose non poteva essere troppo distante da quella dell’avvistamento Martelli-Caini. Lotti aveva raccontato di essere partito da San Casciano con Vanni e Pacciani attorno alle 22 e alle 23 di essere arrivato sulla piazzola, dove i ragazzi sarebbero stati uccisi poco dopo; il che quadrerebbe con l’orario del successivo avvistamento dei coniugi. Ma tutto porta a ritenere che il delitto risalisse a un’ora e mezza prima. La perizia autoptica aveva stabilito un orario oscillante tra le 22 e le 22.30, che però sarebbe ancora da anticipare. Pia e Claudio, infatti, erano usciti di casa attorno alle 21.15, e la madre di Pia aspettava la figlia entro le 22.30, come aveva dichiarato agli inquirenti una settimana dopo la tragedia (vedi): “Verso le 22,30 ho cominciato a preoccuparmi nel vedere che la Pia non era ancora tornata, in quanto il suo orario di rientro era sempre dopo un'ora da quando erano usciti”. Quindi si può essere ragionevolmente certi che i ragazzi si fossero diretti subito alla piazzola, dove erano stati aggrediti entro 10-15 minuti, il tempo di sistemare il divanetto posteriore e togliersi quasi del tutto i vestiti. In più due persone erano state concordi nel testimoniare – separatamente – d’aver udito cinque colpi di pistola provenire dalla zona attorno alle 21.45.
Un altro elemento che gioca a sfavore dello strano viaggio per disagevoli strade di campagna è la debolezza (se non addirittura l’assoluta mancanza) della motivazione. Perché Pacciani avrebbe deciso di percorrere quel lungo giro, rischiando di dare nell’occhio come in effetti sarebbe accaduto, invece di continuare sulla provinciale? Perché, aveva affermato Lotti nell’interrogatorio dell’11 marzo, temeva di trovare abbassate le sbarre del vicino passaggio a livello sulla provinciale e che invece la deviazione avrebbe consentito di aggirare. In effetti quel passaggio a livello s’incontrava davvero, dopo circa ottocento metri, girando a destra in uscita dalla piazzola, secondo il percorso in senso orario attorno a Firenze che Lotti diceva di aver fatto, ma per temerne la chiusura a quell’ora della notte la linea ferroviaria sarebbe dovuta essere ben trafficata. Invece si trattava di una linea locale, non elettrificata e a binario unico, sulla quale i treni erano scarsi e dopo le 22 non ne transitavano più (l’ultimo di adesso in quella direzione parte da Vicchio alle 21.57). Pacciani non lo sapeva? Impossibile, poiché quella era la sua zona, vi era nato e vi aveva vissuto fino a pochi anni prima. Ma anche nel caso in cui il passaggio a livello fosse stato trovato chiuso, non si comprende il vantaggio del dare nell’occhio percorrendo una buia e stretta strada sterrata a velocità anomala rispetto all’attendere qualche minuto davanti a delle sbarre abbassate, senza per questo attirare l’attenzione di nessuno.
Alla questione del passaggio a livello le sentenze non accennano neppure. In dibattimento se n’era discusso il 24 ottobre 1997, durante la deposizione di Angelo Rondellini, ingegnere delle ferrovie, il quale sembra avesse parlato della possibilità che le sbarre fossero chiuse anche alle 23. Purtroppo la relativa trascrizione non è ancora disponibile, ma vedremo che il contenuto non potrebbe in ogni caso cambiare nulla riguardo l’assurdità di quel percorso.

(segue)

sabato 28 novembre 2015

Differenze di abbigliamento

Chi scrive ritiene la sentenza Micheli sempre molto convincente ogni qualvolta cerca di fornire una ragionevole spiegazione a ogni preteso mistero della vicenda Narducci; con qualche eccezione, però. Tra queste c’è senz’altro il contrasto tra il vestiario indossato dal medico umbro nel momento in cui era uscito di casa, descritto dalla moglie, e quello del cadavere ripescato dal lago, descritto dal verbale di ricognizione e dai testimoni sul molo. Secondo le ipotesi di Giuliano Mignini, il cadavere del vero Narducci sarebbe stato ritrovato nel giorno successivo a quello della scomparsa, e al suo posto, qualche giorno dopo, sarebbe stato fatto recuperare quello di uno sconosciuto. Le differenze di abbigliamento costituirebbero quindi una prova dell’avvenuto scambio. Proviamo ad approfondire l’argomento.
Iniziamo dal cadavere del lago che, secondo il verbale di ricognizione, indossava giubbotto marrone, jeans, camicia e scarpe marroni. Le informazioni sono scarne ma decisive, e vanno prese come base, integrandole con quelle dei testimoni presenti sul molo, tra di loro in parte contrastanti – a distanza di oltre sedici anni dai fatti ciò è del resto comprensibile – e delle foto. Il giubbotto era di renna, tutti i testimoni si trovarono d’accordo, mentre la camicia fu definita “chiara” da un paio di loro (Bricca e Gonnellini) e le scarpe mocassini marroni tipo Timberland da altri due (Morelli e Farroni). Dalle foto sembra di poter intravedere una cintura bianca o comunque chiara. Infine sappiamo già che il cadavere portava una cravatta, poi tagliata. Morelli la definì “di pelle di quelle che si usavano all’epoca”, Tomassoni “una specie di cravatta di cuoio”, Gonnellini semplicemente “una cravatta scura”.
Veniamo adesso all’abbigliamento visto indosso al marito da Francesca Spagnoli nel momento in cui si salutarono sulla porta di casa. Il giubbotto e sostanzialmente anche i  jeans coincidono (quelli del cadavere visti in foto le sembrarono più scuri, ma poteva anche trattarsi dell’effetto bagnato). Sulle scarpe invece sembrerebbe esserci una differenza. Così dichiarò la Spagnoli il 13 ottobre 2006: “mio marito il giorno della scomparsa indossava dei mocassini tipo College di colore nero senza ovviamente lacci e morsetti”. Però tre anni prima, l’8 marzo 2003, riguardo le scarpe aveva detto: “potrebbero corrispondere, perché sembrano le Timberland con il fiocchetto, che lui aveva”. Anche sulla camicia non c’è certezza: “istintivamente direi che Francesco indossava una maglietta Lacoste blu ma non escludo che portasse una camicia celeste” (13 ottobre 2006). Sulla cintura invece la Spagnoli è un po' più perentoria: “la cintura bianca o comunque chiara che vedo indossata dal cadavere… non l’avevo mai vista indosso a Francesco, anzi credo proprio che Francesco non avesse cinture di colore chiaro. Francesco aveva cinture, per lo più, di colore scuro di pelle o in stoffa” (8 marzo 2003); “mio marito non aveva cinture chiare tantomeno il giorno della scomparsa. Aveva soltanto una cintura di cuoio marrone chiara” (13 ottobre 2006).
Ma dove tra le dichiarazioni di Francesca Spagnoli e quelle dei testimoni del molo c’è un contrasto insanabile è sulla cravatta: “escludo nella maniera più assoluta che Francesco avesse una cravatta di cuoio e tantomeno che la indossasse il giorno della scomparsa. […] Ero io che acquistavo sempre gli indumenti per Francesco e ricordo che gli prendevo sempre cravatte tipo Regimental” (13 ottobre 2006). Le cravatte tipo Regimental sono di stoffa e con vistose righe oblique, impossibili da confondere con modelli in pelle o in cuoio.
Alla fine si può convenire che le differenze sostanziali riguardano la cintura e più ancora la cravatta. Sulla prima Micheli glissa, mentre prende atto della difficoltà di far quadrare i conti sulla seconda, proponendo qualche debole spiegazione.

In definitiva, l’unico particolare che apparentemente rimane senza spiegazione è quello della cravatta: nessuno gliela vide, l’8 ottobre (salvo forse la Belardoni […]), e non si sa perché il Narducci avrebbe dovuto metterla, con un abbigliamento che per il resto era sicuramente sportivo. Si potrebbe immaginare che ne avvertì la necessità per non lasciare la camicia sbottonata viaggiando in moto in un tragitto extraurbano: non più di una mera illazione, che peraltro – ove si ritenga che quel giorno il gastroenterologo umbro volesse suicidarsi – si spiegherebbe solo come gesto meccanico e di abitudine, visto che chi è determinato a togliersi la vita non sta certo a preoccuparsi del mal di gola.
Al di là delle indicazioni della Spagnoli sul tipo di cravatte preferite dal marito, non è comunque da dare per scontato che non ne avesse di diverse, e che poté indossarne una prima di uscire di casa: significativamente, è lo stesso Procuratore della Repubblica ad ipotizzare che il giovane professore si cambiò qualcosa dopo aver pranzato (i pantaloni neri che gli aveva visto la Lilli al mattino, per mettere i jeans).

Anche se pare difficile che lei ne fosse rimasta all’oscuro, certamente Narducci avrebbe potuto possedere cravatte differenti dalle Regimental che gli comprava la moglie. Rimane invece del tutto inverosimile che si fosse messo la cravatta di cuoio prima di salutarla sulla porta di casa senza che lei se ne fosse resa conto, soprattutto se è vera, e non si vede perché non dovrebbe esserlo, la scena che la donna stessa raccontò a Cugia (Un amore all’inferno).

Quel pomeriggio, mentre lo accompagnavo alla porta, Francesco mi aveva detto: “Torno presto come ieri sera”, ma invece del consueto, fuggevole bacetto sulle guance, mi aveva baciato sulla bocca, appassionatamente, a lungo, come la sera del nostro primo appuntamento al lago, fra le antiche rovine dell’isola Polvese. Non l’avrei rivisto mai più.

Insomma, di fronte alla testimonianza di Francesca Spagnoli non ci sono dubbi sul fatto che il marito, nel momento in cui l'aveva salutata sulla porta di casa, non portasse la cravatta che poi sarebbe stata trovata addosso al cadavere del lago. D’altra parte osserva correttamente la sentenza Micheli:

A fronte di quel solo dato rimasto privo di riscontri, nell’ipotesi che il cadavere rinvenuto il 13 ottobre fosse proprio quello di Francesco Narducci, ve ne è un altro assolutamente illogico nell’opposta ricostruzione.
Si è già detto che, ove il presunto sodalizio criminoso si fosse davvero trovato nella necessità di ricorrere alla sostituzione del corpo del gastroenterologo, ciò sarebbe dipeso dalle condizioni di quel corpo, tali da non permetterne l’esibizione: il che significa che i componenti del sodalizio lo dovettero vedere. Ergo, videro anche i vestiti che indossava: un giubbetto di renna, dei jeans, un paio di Timberland, una camicia forse celeste.
A quel punto, nelle ignote circostanze in cui riuscirono a procurarsi un secondo cadavere, furono talmente accorti da far indossare anche a quello dei vestiti identici (non certo quelli del medico, se davvero avevano a disposizione la salma di un uomo tarchiato e più basso di venti centimetri): dunque si trovarono financo costretti a procurarsene. Ma allora, se il piano fu realizzato con tale perfezione, perché mettere sul collo di quello sconosciuto anche una cravatta, che gli associati per delinquere sapevano non essere stata usata quel giorno dal Narducci, senza neppure sceglierla tra le Regimental che il Narducci normalmente portava?

Il ragionamento non fa una piega. Poteva darsi che il cadavere del presunto sconosciuto fosse stato rivestito con un indumento in meno, ma non certo con un indumento in più, un accessorio peraltro vistoso e superfluo come una cravatta. Ma allora, quella cravatta, da dove era saltata fuori?
C’è una e una sola spiegazione. Prima di raggiungere la darsena e avventurarsi sul lago per il suo ultimo viaggio, Francesco Narducci si era fermato alla villa che i genitori frequentavano nei giorni di vacanza, in quel momento vuota. Se era sua intenzione uccidersi, è plausibile che vi si fosse recato per scrivere una lettera ai propri familiari, forse quella stessa lettera vista dalla domestica Emma Magara e poi sparita. Ma poteva aver fatto anche altro, in una grande casa frequentata già prima del matrimonio, della quale possedeva le chiavi e nella quale è ragionevole ritenere che avesse mantenuto un proprio spazio cui la moglie non aveva accesso. Probabilmente vi teneva la sua scorta personale di meperidina, da cui aveva preso la dose necessaria a stordirsi. E forse anche qualche capo di vestiario sportivo, non comprato dalla moglie e a lei non noto, che magari indossava in occasione delle avventure galanti di cui si era vociferato.
Riguardo la cravatta, secondo Micheli esiste un tenue indizio sul fatto che Narducci la portasse sotto il giubbotto quando era salito sulla barca. Si tratta della testimonianza di Agata Belardoni, moglie del custode della darsena, che così disse l’8 ottobre 2006: “Mi sembra che sotto il giubbotto avesse qualcosa di scuro, in particolare di verde o marrone. Non ricordo se il giubbotto fosse o meno allacciato”. Con il giubbotto allacciato, quel qualcosa di scuro (la camicia era chiara) poteva anche essere proprio la fantomatica cravatta di pelle o di cuoio. Un indizio davvero tenue, però, del quale comunque va preso atto.

In conclusione tutto lascia pensare che Narducci si fosse almeno in parte cambiato durante la permanenza nella casa sul lago. Perché lo avrebbe fatto? Non è facile immaginarlo; se davvero stava per andare a uccidersi doveva trovarsi in preda a una enorme tempesta emotiva, con azioni che potevano non rispondere più a un comportamento del tutto razionale. Quindi qualsiasi ipotetica spiegazione rimarrebbe azzardata, e sarebbe meglio non tentarne nessuna. Nondimeno chi scrive ci prova.
Francesco Narducci era un uomo di classe, sempre attento al proprio vestiario, e, si può immaginare, non sempre soddisfatto degli acquisti che la moglie faceva in sua vece, come tanti altri mariti, del resto. Quindi, nel suo ultimo giorno di vita, aveva preferito mettersi addosso dei vestiti che piacevano a lui. Peraltro è confutabile l'affermazione di Micheli secondo la quale una cravatta non si sarebbe intonata con un abbigliamento sportivo: una Regimental certo no, ma una sottile cravatta di pelle o di cuoio indossata sotto il giubbotto di renna e sopra il colletto della camicia era un ottimo accessorio per una raffinata eleganza sportiva.

mercoledì 25 novembre 2015

Una misteriosa frattura (2)

Segue dalla prima parte

Paolo Micheli c’era andato molto vicino, poiché la cravatta c’entra. Le testimonianze furono concordi nel descriverla molto stretta attorno al collo molto gonfio: “quello che mi colpì del cadavere fu la cravatta stretta al collo con il classico nodo al di fuori del colletto di camicia, proprio sotto il mento” (Paolo Gonnellini, 11 giugno 2002); “quello di cui sono assolutamente certo e lo ribadisco perché ho davanti ancora l’immagine di quel corpo, é che attorno al collo, sopra la camicia aveva una cravatta molto stretta al collo tanto che io pensai che il colore scurissimo del volto dipendesse dalla strozzatura della cravatta” (maresciallo di polizia Pietro Bricca, 11 giugno 2002); “portava una camicia con una cravatta che lo stringeva molto al collo divenuto edematoso e cianotico” (professor Antonio Morelli, 28 febbraio 2003); “il collo era gonfio e stretto da una cravatta” (Andrea Ceccarelli, cognato di Pierluca Narducci, 18 aprile 2005); “la testa e il volto del cadavere era molto gonfio e scuro. Anche il collo era particolarmente gonfio e mi sembra che avesse qualcosa al collo che stringeva” (Giancarlo Papi, fotoreporter de “Il Messaggero”, 23 novembre 2005).
Ai dati precedenti se ne aggiunge un altro: nel verbale di ricognizione vengono menzionati un giubbotto marrone, dei jeans, una camicia e delle scarpe marroni, ma non una cravatta. Perché? La spiegazione è semplice: quella cravatta così stretta attorno al collo era stata tagliata via per agevolare l’esame del cadavere da parte della dottoressa Daniela Seppoloni, che così dichiarò il 24 ottobre 2001:

Ricordo che il cadavere del Dr. Narducci non poteva essere spogliato perché gli abiti erano del tutto attaccati ma i Vigili recuperarono delle forbici e con questo attrezzo iniziammo a tagliare i vestiti, non completamente; ricordo che scoprimmo quasi tutto il braccio sinistro, una parte del braccio destro, parte del torace salvo le spalle, il collo, e poi abbassammo leggermente i pantaloni verso il basso, poco sotto l’ombelico di circa un paio di centimetri perché i pantaloni non andavano giù.

Nella lunga deposizione la dottoressa disse che non ricordava una cravatta, quindi il vigile dovette averla tagliata prima che lei, nella confusione del momento, avesse potuto notarla. Disse anche: “il Vigile che tagliava i vestiti aveva difficoltà a compiere la sua operazione per via del gonfiore del corpo”. Come poteva aver agito quel vigile per tagliare una cravatta affondata nella carne? Con il medesimo metodo che tutti – almeno i non mancini – avrebbero adottato: aveva messo la mano sinistra aperta sulla parte anteriore del collo, quindi, per farsi spazio e poter infilare le forbici tra la cute e il tessuto, aveva premuto fortemente con il pollice sotto il cappio della cravatta sul lato anteriore sinistro, nell'unico punto cedevole situato tra i duri pomo d'Adamo e muscolo sternocleidomastoideo; esattamente dove si trovava il corno tiroideo sinistro, il quale, già un po’ calcificato in una persona di 36 anni, a un certo punto si era fratturato.


Nel valutare la foto sopra si tenga presente che, per ovvi motivi, non si è potuto stringere il cappio per come sarebbe stato necessario. Per effetto del gonfiore del collo, la cravatta addosso al cadavere del lago doveva essere molto infossata, quindi la pressione che il vigile aveva dovuto adottare per farsi spazio era stata ben più forte, e l'affondamento del pollice ben maggiore. In più, a detta di almeno due testimoni (Morelli e Tomassoni), la cravatta in questione era di cuoio o di pelle, meno facile da tagliare di una in stoffa, quindi l'operazione poteva anche aver richiesto diverso tempo.
Tra l’altro questo scenario soddisfa in pieno le convinzioni espresse dal professor Pierucci in fase di integrazione istruttoria (udienza preliminare del 3 giugno 2009) sul tipo di pressione, non istantanea ma continua e crescente, necessaria per rompere la struttura.

[…] vista la costituzione cartilaginea, osteo-cartilaginea in un soggetto relativamente giovane perché si verifichi una frattura è da presumere che la forza si sia esercitata in una maniera non istantanea ma per un brevissimo periodo sicuramente dell’ordine di secondi ma con il punto di applicazione della forza sempre nella stessa area o meglio areola e con una intensità crescente. [..]
Io insieme con il Professor Bacci avendo affrontato questo punto siamo arrivati alla conclusione che per poter esercitare quel tipo di frattura non è sufficiente ipotizzare l’intervento di una forza istantanea ma è necessaria una graduale e crescente applicazione della forza e su questa base abbiamo concluso secondo le nostre considerazioni.

Fortuna vuole che nella sentenza Micheli sia contenuta una descrizione indiretta ma assai efficace della scena. Per documentare il capo d’imputazione numero 18 a carico della signora Adriana Frezza, suocera di Pierluca Narducci, viene riportato il contenuto di una telefonata intercorsa tra lei e l’amica Teresa Miriano, nella quale, parlando del figlio Andrea Ceccarelli, presente sul molo al momento del recupero del cadavere, così si espresse la stessa Frezza: “Ma Andrea se ricorda tutto… eh però… se ricorda… Se ricorda perfino che quando l’hanno tirato su gli hanno tagliato la cravatta e ha buttato fori delle cose dalla bocca…”. La pressione esercitata dal pollice del vigile del fuoco aveva fatto uscire dalla bocca i liquami contenuti nella faringe, quindi doveva essere stata molto forte.
Naturalmente niente assicura che davvero le cose andarono come qui si è ipotizzato. Si deve però ammettere che la ricostruzione è molto verosimile, e porta con sé una conseguenza clamorosa: quel corpo su cui fu esercitata una forte pressione in corrispondenza del corno tiroideo sinistro fino a determinarne la frattura era il medesimo sul quale quella stessa frattura sarebbe stata riscontrata nell’esame autoptico di 17 anni dopo. Cade pertanto l'ipotesi del doppio cadavere.
Non si può infine fare a meno di chiedersi che cosa sarebbe successo se fin dal principio qualcuno avesse avuto questa intuizione e avesse cercato di approfondirla. Si poteva rintracciare il vigile del fuoco che aveva tagliato la cravatta? Se la sua testimonianza avesse confermato lo scenario qui descritto, forse si potevano evitare anni di indagini sul doppio cadavere con montagne di danaro pubblico spese inutilmente.

martedì 24 novembre 2015

Una misteriosa frattura (1)

Sulla morte di Francesco Narducci è stato detto e scritto di tutto, ma in definitiva la questione rimane ancor oggi irrisolta: fu ucciso e i suoi familiari imbastirono la commedia del doppio cadavere per nascondere la verità, oppure si suicidò, e i suoi familiari semplicemente cercarono di evitare l'autopsia per credere e far credere a una disgrazia? Intanto l'ipotesi della disgrazia mettiamola da parte: nessuno ci ha mai creduto, né allora né dopo la riapertura delle indagini, poiché le modalità con le quali Narducci era andato incontro al suo tragico destino non consentono di annoverarla tra le eventualità ragionevoli. Restano quindi possibili i due soli scenari dell'omicidio e del suicidio, posti l'uno di fronte all'altro dal giudice Paolo Micheli nella sentenza uscita il 20 aprile 2010.
Secondo la prospettazione accusatoria del pubblico ministero Giuliano Mignini, Francesco Narducci era stato ucciso, secondo Paolo Micheli si era suicidato (chi scrive si trova decisamente d'accordo con questa seconda ipotesi). Il maggior argomento del quale disponeva Mignini per accreditare l’ipotesi dell’omicidio era senz’altro la frattura del corno superiore tiroideo sinistro scoperta nei resti di Narducci riesumati a 17 anni di distanza dalla morte. Secondo lui e i suoi consulenti la presenza di quella frattura non poteva che testimoniare un’azione di strozzamento.


Si trattava però di una frattura isolata, con tutte le strutture ossee e cartilaginee circostanti integre, il che rendeva poco probabile un’azione condotta con la forza necessaria a soffocare la vittima. I testi di medicina legale riportano dati statistici sulle morti da strozzamento in cui le rotture isolate di un corno tiroideo sono l’eccezione, come in “Asfissie meccaniche violente”, di Giancarlo Umani Ronchi e Giorgio Bolino, dove tra l'altro si legge: “Il riscontro di un’unica frattura di un corno superiore tiroideo […] in assenza di altri segni lesivi a carico delle strutture del collo, assume scarso valore diagnostico”. Va anche precisato che non fu possibile stabilire se la lesione era precedente o successiva alla morte, come ben specificato dalle seguenti considerazioni dello stesso consulente del PM, professor Giovanni Pierucci, che aveva eseguito l'autopsia: 

Di fronte ad una lesione del genere si pone classicamente il quesito della ‘vitalità’, vale a dire del periodo in cui essa fu prodotta: se dopo morte, ovvero prima della morte, e di quanto tempo prima (..). Di fronte all’assoluta irriconoscibilità della vitalità, noi abbiamo tentato di saggiare qualche proprietà fisico-chimica dell’emoglobina (..) con risultati peraltro nulli: coerentemente con l’entità dei fenomeni trasformativi. Questi sono risultati di tipo complesso, ed anche antitetico, tipo mummificazione e ‘saponificazione’ (..). Assai interessante, sul piano ‘bio-tanatologico’, un rigogliosissimo sviluppo fungino (..): anche le parti molli peri- e iuxta-tiroidee sono risultate sede di un rigogliosissimo sviluppo fungino, un vero e proprio feltro (..), idoneo ad ‘assorbire’ ogni traccia di reazione vitale. Per tale motivo, la prova sicura di una produzione vitale ovvero post-mortale della frattura in discussione non può essere fornita.
 
In ogni caso quella frattura c’era, di sicuro non poteva essersi prodotta da sola, quindi va giustificata.
Le possibili spiegazioni offerte dalla sentenza Micheli, che riprende e amplia quelle proposte dalla difesa della famiglia Narducci, sono molteplici. Innanzitutto non si esclude che fossero state le manovre di estrazione del complesso dove era contenuta (laringe, trachea, osso ioide) a fratturare la fragile struttura. L’operazione però era stata condotta da Pierucci con estrema diligenza, senza che i consulenti delle parti avverse – si trattava di un incidente probatorio – avessero avuto qualcosa da ridire. Queste furono le dichiarazioni di Barbara Cucchi, tecnico di laboratorio (31 marzo 2004).

L’operazione è stata condotta dal prof. Pierucci in maniera professionale ed ineccepibile e nessuno dei presenti al momento ha avuto da ridire sull’operato svolto. Una volta posta in evidenza la parte interessata, il prof. Pierucci ha estratto la cartilagine tiroide, stando ben attento a non toccare i corni della stessa. Preciso ancora che il prof. Pierucci ha scarnificato completamente la cartilagine tiroide, estraendola con molta cautela e facilità, senza toccare minimamente i corni della stessa. Una volta estratta la parte veniva mostrata ai presenti i quali non hanno fatto alcuna osservazione. L’operazione è durata circa tre ore, data l’estrema cautela impiegata dal prof. Pierucci. Quando lo stesso ha mostrato la cartilagine prima descritta ben scarnificata, ha evidenziato la linea di frattura esistente nel corno superiore sinistro e nessuno ha obbiettato nulla, né sulla parte, né sull’operato del professore.

La sentenza propone due altre possibili spiegazioni. La prima riguarda i momenti appena precedenti la morte, quando Narducci, nel cadere o lasciarsi cadere in acqua, poteva aver urtato una sporgenza della barca.

Altra considerazione, che merita rilievo centrale, riguarda l’esclusione da parte del P.M. di qualunque ipotesi alternativa ad un’azione di strozzamento per spiegare la lesione appena ricordata: passi per l’impossibilità che a provocare la frattura sia stata proprio la manovra di dissezione compiuta dal prof. Pierucci, data l’indiscutibile professionalità da lui dimostrata anche nella circostanza; passi parimenti per l’impossibilità che sia derivata dagli spostamenti del cadavere all’atto della riesumazione o nelle fasi successive (visto che si trattava di una frattura consolidata e praticamente “ingessata” da tempo); ma non si vede perché l’evenienza di un urto del collo del Narducci su una superficie rigida od un ostacolo, prodottosi quando egli era ancora in vita, dovrebbe essere relegata a identico rango.
Di superfici idonee a determinare quel tipo di conseguenze, negli ultimi frangenti dell’esistenza terrena del gastroenterologo perugino, ce n’erano: si pensi al profilo dello scafo del natante dove egli si trovava, od a quello del parabrezza.
Se cadde o si lasciò cadere in acqua, intontito da una pesante dose di meperidina, perché non ammettere che poté urtare sul bordo o sul parabrezza della barca? E perché non considerare gli spigoli o una delle piccole bitte presenti sul bordo dello scafo, ovvero le smussature lungo l’andamento curvilineo del parabrezza, come un corpo solido capace di provocare una lesione di quel genere in un punto così determinato del collo? È chiaro che un urto contro una superficie “estesa”, come sottolinea il P.M., non avrebbe avuto la possibilità di produrre quella lesione: ma un’eventuale collisione contro un corpo solido di forma allungata sì, certamente interessando un’area ben localizzata e concentrata del collo e senza la necessità che per produrre una frattura fosse indispensabile esercitare una forza progressiva.

Lo scenario non convince, poiché ha probabilità bassissime. Forse una sporgenza di piccole dimensioni (come uno spigolo)  avrebbe potuto comprimere il corno tiroideo sinistro fino a romperlo, se urtata con molta forza, ma la coincidenza che l’urto fosse avvenuto proprio in quel particolare punto del collo, neppure troppo esposto, lascia assai perplessi.
La seconda spiegazione chiama in causa le modalità di recupero e successivi spostamenti del cadavere, con la sentenza che riporta queste considerazioni della difesa Narducci:

Chiunque abbia consuetudine coi cadaveri (..) sa quanto essi siano difficili da maneggiare (..). Un modo idoneo ed efficace per spostarli (anche soltanto metterli in cassa) è che di due persone una afferri il morto per le caviglie, l’altra per il collo (sotto la mandibola: qui c’è un’ottima presa; ed è una presa che agisce su di una regione anatomica e con modalità analoghe alle manovre di strozzamento o strangolamento effettuate sul vivente).
Non dimentichiamo, tra l’altro, che il nostro morto del lago non fu semplicemente spostato; fu caricato a bordo del natante dei Carabinieri, operazione che comporta trazioni ed afferramenti di notevole violenza.

Anche questo scenario convince poco. Due persone spostano un corpo inanimato afferrandolo per le caviglie e per le ascelle, non per il collo.
Senz’altro più appropriate paiono queste considerazioni di Micheli:

Non va dimenticato, inoltre, che il cadavere rinvenuto il 13 ottobre 1985 aveva la più volte menzionata cravatta, rimasta impressa nella memoria di vari testimoni e concordemente descritta come assai serrata: come si può escludere che la frattura del cornetto sinistro della tiroide sia derivata da quella, vuoi perché rimasta a cingere il collo mentre cominciava a gonfiarsi, vuoi magari perché afferrata anche per pochi attimi da chi stava esercitando una notevole forza di trazione per rendere possibile l’imbracatura del corpo, per sistemarlo sul telo parimenti descritto dal Baiocco o per riuscire direttamente nell’intento di sollevare il corpo stesso dalla superficie del lago e sistemarlo sulla barca dei soccorritori?

In effetti la cravatta doveva trovarsi più o meno in corrispondenza dei corni tiroidei, ed era a diretto contatto con la pelle (appuntato di polizia Paolo Gonnellini, 22 ottobre 2003: “Stretta al collo l'uomo aveva una cravatta scura che si trovava al di fuori dei colli della camicia”), quindi il suo utilizzo per tirar su il cadavere dal lago, più che il gonfiarsi stesso del collo, avrebbe forse potuto produrre la frattura. Possibile, ma molto improbabile. Nel tirar su una persona esanime afferrandola per la cravatta la pressione maggiore viene esercitata sulla parte posteriore del collo, mentre una pressione minore, dovuta allo stiramento del cappio, viene esercitata sui lati. Ma i corni tiroidei si trovano in posizione latero-anteriore, non laterale, quindi non vengono interessati.
Ci sono poi le modalità di recupero descritte dal pescatore Ugo Baiocco in sede d’incidente probatorio (17 marzo 2006) a togliere ogni residuo dubbio: “i Carabinieri avevano un telo, poi con dei bastoni le guardie da una parte e i Carabinieri dall’altra gli hanno passato sotto al corpo questo telo... dicendo in gergo dialettale imbracato, come si può dire, e poi lo hanno tirato su col telo, non lo hanno preso mica a mano”. Una volta a bordo, il corpo fu adagiato su una barella, quindi negli spostamenti successivi di sicuro non fu preso per la cravatta.
In ogni modo causa di quella frattura così localizzata doveva essere stata una pressione altrettanto localizzata prodotta da una piccola superficie, e non dal cappio di una cravatta.
Nondimeno la cravatta c'entra...

Segue