lunedì 22 agosto 2016

La teste 'Gamma'



L’uscita dell’articolo “La teste Gamma” sull’ottimo blog dell’amico Omar Quatar (alias Frank Powerful) mi dà l’occasione per tornare sul tema della macchina rossa vista sotto la piazzola di Scopeti nella domenica ritenuta ufficialmente giorno del delitto. A dire il vero l’intenzione già l’avevo, per un particolare non di poco conto emerso nel recente libro “Al di là di ogni ragionevole dubbio”, di Cochi, Cappelletti e Bruno, e per la mia dimenticanza di un altro particolare, anch’esso dotato di un certo valore. Vedremo di entrambi, ma andiamo per gradi.
Nell’ambito di un più generale e lodevole disegno che si propone di rivedere in modo critico le indagini che portarono alla condanna di Vanni e Lotti, l’articolo citato affronta la questione della testimonianza di Gabriella Ghiribelli, della quale qui si era già trattato (vedi). L’autore è molto scettico sulla sua validità, anzi, al contrario di chi scrive è in generale molto scettico sul coinvolgimento nella vicenda di Giancarlo Lotti, ritenuto soltanto un povero diavolo che si lasciò fagocitare suo malgrado da un’inchiesta radicalmente sbagliata. Convinzione senz’altro rispettabile, anzi, condivisa dalla grande maggioranza di coloro che rifiutano la verità giudiziaria uscita dai due noti processi. Ma, almeno in questo caso e a parere di chi scrive, il buon Frank si è lasciato condizionare fin troppo dalla propria convinzione, interpretando a senso unico il comportamento di una testimone che può, anzi, deve, esser letto in modo del tutto differente. Se ho ben capito, il suo pensiero è infatti quello di un avvistamento reale ma che riguardò un’auto non di Lotti. A Lotti la testimone l’avrebbe poi associata (dieci anni dopo) per “deduzione (apparentemente) logica”, dovuta ad una sua reazione che vedremo, se non anche per “motivi di rivalsa” nei suoi confronti, dovuti al fatto di essere stata immischiata.
Pur costruito con la consueta serietà e abbondante citazione di fonti, purtroppo l’articolo rischia di portare acqua alla superficialità di molti che sulla rete dissertano della vicenda. Ecco perché mi sento costretto a contestarlo, sicuro che l’autore non se la prenderà, visto che è una persona seria e quindi il suo interesse primario dovrebbe restare sempre il perseguimento della verità, o almeno di quanto più vicino ad essa si possa sperare di raggiungere.

Osservazioni. Cominciamo con un’osservazione: che quella domenica un’auto assai simile alla Fiat 128 rossa di Lotti si fosse aggirata attorno alla piazzola è abbondantemente dimostrato dalla testimonianza dei coniugi De Faveri-Chiarappa. L’integrazione con la testimonianza di Sabrina Carmignani dimostra altresì che a metà pomeriggio quell’auto se n’era andata ed era poi tornata. Vista dai coniugi un paio d’ore prima, infatti, all’arrivo della Carmignani non c’era più, mentre più tardi gli stessi coniugi la videro ancora. Anzi, tutto lascia pensare che fosse proprio quella l’auto incontrata dalla Carmignani mentre se ne stava andando, poiché risultano compatibili alcuni particolari significativi. Nell’ottica di un delitto già avvenuto da uno o due giorni, quindi, non risulta poi troppo importante l’avvistamento Ghiribelli, definito da Frank addirittura una “pietra miliare”, per dimostrare l’interesse di Giancarlo Lotti verso la piazzola (semprechè l’auto fosse la sua, come logica vorrebbe, però, vista la descrizione resa dai coniugi sia di essa sia dei due individui che vi erano appoggiati, ben compatibili con lui e Pucci). Ma c’è di più. Considerato quell’interesse e il movimento di avanti e indrè del pomeriggio, risulta così improbabile che la stessa auto fosse tornata anche alla sera? A chi scrive pare proprio di no, e da questa probabilità la testimonianza Ghiribelli viene oggettivamente irrobustita. Insomma, la donna disse di aver visto un’auto che già altri prima di lei avevano visto, a diversa ora ma nel medesimo luogo, quindi appare francamente eccessivo lo scetticismo verso la veridicità del suo avvistamento di cui l’intero articolo è permeato. A meno di non ritenere che avesse saputo della testimonianza dei coniugi e sulla base di essa avesse inventato la propria. Vedremo però che si tratta di un’eventualità poco ragionevole, anzi, tutto lascia pensare che non soltanto la Ghiribelli avesse visto un’auto simile a quella di Lotti, ma avesse anche nutrito più di qualche sospetto che si fosse trattato proprio della sua.
Una seconda osservazione riguarda l’affidabilità generale della testimone stessa. È noto che nel 2003 Gabriella Ghiribelli sarebbe stata richiamata in causa da Giuttari, nella speranza di riceverne appoggio per le sue fallimentari indagini alla ricerca dei mandanti. La donna non si sarebbe fatta pregare, accontentando ad abundantiam l’investigatore con plateali ed anche comiche invenzioni, come quella, ben nota, del dottore che mummificava i cadaveri, citata non a caso anche nell’articolo in oggetto. Basta, questo, a squalificarne le dichiarazioni rilasciate nell’inchiesta precedente, come superficialmente ritengono molti commentatori?
Fare di tutte le erbe un fascio è una tentazione irresistibile, comoda spesso per far tornare i propri conti, ma non è il modo migliore per cercare la verità. Chi ha mentito una volta non necessariamente ha mentito in ogni altra occasione, come chi ha detto il vero una volta non per questo può ritenersi sempre affidabile. A fare la differenza è anche il contesto. Innanzitutto la Ghiribelli che si prestò alle manovre di Giuttari sui fantomatici mandanti era giunta all’ultimo stadio del proprio percorso autodistruttivo di alcolista (sarebbe morta di cirrosi epatica di lì a un anno e mezzo), quindi è da credere che il suo contatto con la realtà fosse ormai molto precario. Sette-otto anni prima avrà anche bevuto qualche bicchiere di quello buono per tenersi su, ma di sicuro la sua situazione non era così drammatica, come del resto è desumibile dalla sua deposizione del 1997, dove apparve ancora abbastanza lucida.
In più ci sono le motivazioni. Fin dai primi mesi dell’inchiesta sui Compagni di merende la donna aveva dimostrato di essere molto sensibile al fascino della notorietà, lei che non aveva mai contato nulla, fronteggiando con grande disinvoltura giornalisti, giudici e avvocati. A parte qualche sporadica intervista, era poi ripiombata nell’anonimato. Essere chiamata di nuovo sul palcoscenico dovette renderla molto felice e soprattutto molto disponibile a raccontare di tutto, complice lo stato di ebbrezza nel quale si doveva sempre trovare. La Ghiribelli che fu interrogata a fine 1995 appare invece come una donna spaventata e infastidita dall’essere stata tirata in ballo in una storia molto pericolosa, e nella quale, a parere di chi scrive, aveva anche qualcosa da nascondere.

Primo interrogatorio. Ma veniamo a quel 21 dicembre 1995, quando Gabriella Ghiribelli si sedette di fronte agli uomini della SAM (o forse ex SAM). Nel suo articolo Frank lascia intendere che in quel momento, causa precedenti ammissioni e testimonianze, già si era attivata l’attenzione di Giuttari verso Giancarlo Lotti e la sua macchina rossa (“Non c’è da stupirsi che nel dicembre 1995, nell’approssimarsi del processo di appello a Pietro Pacciani, Giancarlo Lotti venga messo sotto torchio”), e quindi, per logica conseguenza, che dalla Ghiribelli ci si attendesse chissà quali importanti rivelazioni su di lui. Il che, naturalmente, non sarebbe andato a vantaggio della serenità dell’interrogatorio, dato il rischio di indebite pressioni. Ma non pare affatto così. In fin dei conti, in virtù della recente testimonianza De Faveri-Chiarappa, quella macchina rossa era stata collocata sotto Scopeti soltanto al pomeriggio, senza alcuna traccia di Pacciani. Peraltro, che Giuttari avesse già messo le mani sulla testimonianza Martelli-Caini – dove comparivano due auto a Vicchio la seconda delle quali “poteva essere rossa” – è assai improbabile. Il fresco capo della Mobile si era messo a studiare il caso da appena due mesi: si può credere che il suo pur innegabile fiuto lo avesse già indirizzato, tra la montagna di carte per lui sconosciute, proprio a quella oscura testimonianza in precedenza trascurata? Molto più probabile che l’avesse presa in considerazione a posteriori, durante i mesi successivi (a Lotti sarebbe stata contestata il 6 marzo 1996).
In ogni caso, quando il 15 dicembre il superpoliziotto aveva avuto di fronte Lotti, non gli aveva chiesto di alcuna auto rossa. Evidentemente l’argomento non era stato sviscerato neppure durante il precedente interrogatorio di Filippa Nicoletti, condotto da Canessa il 27 novembre, durante il quale alla donna era stato chiesto se Lotti avesse posseduto un’auto di quel tipo. Allo stato dei documenti emersi, la circostanza risulta soltanto dall’intercettazione della telefonata che le fece Lotti il giorno successivo al proprio interrogatorio, il 16 dicembre (Giuttari aveva avuto la buona idea di far mettere sotto controllo il telefono della Nicoletti):

Lotti: Ma a te cosa t'hanno chiesto?
Nicoletti: Più o meno quando ti ho conosciuto. Come ho fatto a conoscerti. Se io conoscevo le foto di persone che erano in un album. Se conoscevo la tua macchina. Se avevi una macchina rossa!
Lotti: La macchina rossa?... ah, sì! Ah! Io le ho avute! Ah, quel coupé, il 128! Ti hanno chiesto di quello?

Probabilmente la risposta era stata evasiva, e non c’è da stupirsene, poiché, di fronte agli inquirenti, la Nicoletti restava sempre molto abbottonata.
Torniamo però alla Ghiribelli e a quel 21 dicembre. Non c’era Giuttari a condurre l’interrogatorio, circostanza che costituisce ulteriore conferma della mancanza di grande interesse verso la figura di Giancarlo Lotti, dal quale era venuto il nome della donna. Mancanza di grande interesse confermata anche dai risultati dell’interrogatorio stesso e dal relativo verbale, di cui sono emersi alcuni sunti (vedi “Al di là di ogni ragionevole dubbio”, p.142), dove l’argomento principe sembra essere decisamente Salvatore Indovino, nella cui stamberga si forzò la teste a collocare anche Pacciani (Giuttari era senz’altro memore della frequentazione di Antonietta Sperduto, che abitava proprio accanto a Indovino, da parte di Vanni e Pacciani, e che su questo punto la testimonianza Ghiribelli fosse stata forzata è dimostrato tra l’altro, ma non solo, dal successivo interrogatorio, dove la teste avrebbe decisamente contestato quella parte di verbale).
Di Lotti si parlò invece nella telefonata della sera, tra Ghiribelli e Nicoletti, della quale sono emersi vari frammenti, tra cui questo, ben noto, che comunque conviene riportare per la sua grande significatività:

Ghiribelli: Io l'unica cosa che posso dire è che una macchina arancione l'ho vista sotto le luci piccole piccole di strada, sai è una strada piccola. Potrebbe essere stata arancione, potrebbe essere stata rossa, scodata di dietro. Mi hanno fatto vedere la foto e l'ho riconosciuta.
Nicoletti: Si, ma è vecchia, quella macchina...
Ghiribelli: Appunto... ma è una cosa assurda!
Nicoletti: Ma ne ha cambiate tante di macchine, ne aveva una celestina, poi arancione, poi una rossa, poi ne ha presa un’altra rossa, una gialla ce n'aveva...
Ghiribelli: Senti, mi hanno domandato in Questura - ma il Lotti che macchine aveva? - e io gli ho detto rossa, una con la portiera rosa perchè la portiera gli si era rotta e lui ne aveva presa una al disfacimento, e l'aveva messo questa portiera rosa.
Nicoletti: Sei sicura?
Ghiribelli: Son sicura di quello...
Nicoletti: Ma è stata quell'altra macchina che ha sostituito lo sportello! Quella che aveva prima di ora, quell'altra ancora prima era una sportiva...
Ghiribelli: Addirittura?

Da queste parole si evince innazitutto che gli uomini di Giuttari avevano chiesto alla Ghiribelli delle macchine di Lotti. Le erano anche state mostrate delle foto, tra le quali di sicuro quella di una Fiat 128 coupè che lei aveva riconosciuto. In più la donna confessò all’amica di aver visto quell’auto in una “strada piccola”, di notte. Dato il contesto e gli eventi successivi, non si può che pensare alla piazzola di Scopeti la domenica sera del delitto. Ma, sorprendentemente, nel verbale conseguente di questo avvistamento non v’è traccia. La circostanza è emersa nel libro “Al di là di ogni ragionevole dubbio”, dove gli autori scrivono in nota a p. 143: “Dal verbale del SIT della Ghiribelli di quello stesso giorno non risultano domande sulle auto né un riconoscimento fotografico” (per amor di precisione è il caso di far notare a Frank un piccolo errore del suo articolo: anche Giuttari ne “Il Mostro” scrive di argomenti non riportati nel verbale, ma si riferisce ad altro, mentre tace del tutto sulla macchina rossa).
A questo punto, come accadeva con il mitico Lubrano, la domanda sorge spontanea: possibile che un fatto così clamoroso come l’avvistamento di un’auto sotto la piazzola di Scopeti nella notte del delitto (o comunque ritenuta tale) non fosse stato oggetto neppure di verbalizzazione? Evidentemente, durante l’interrogatorio, se anche la Ghiribelli aveva – forse – attribuito a Lotti il possesso di un’auto Fiat 128 riconosciuta nell’album fotografico che le era stato mostrato (ma la notizia doveva già esser nota ai suoi interlocutori), sul fatto che l’avesse vista “sotto le luci piccole piccole di strada” nella notte fatidica aveva taciuto. Perché?

Secondo interrogatorio. Anche se nei propri libri non lo scrive, a far ruotare le antenne di Michele Giuttari verso Giancarlo Lotti è logico che fu proprio l’intercettazione appena citata. Tantopiù che due giorni dopo le due donne si sentirono ancora, e fecero un nome nuovo, Fernando, meravigliandosi che Lotti non lo avesse ancora “messo di mezzo”. A questo punto Giuttari iniziò probabilmente a valutare in modo diverso l’avvistamento De Faveri-Chiarappa, dal quale risultava che vicino alla macchina rossa c’erano due uomini, e quindi a sospettare che Lotti la sapesse più lunga di quanto aveva voluto far credere. Tra l’altro l’investigatore ha sempre dato la massima importanza a quell’avvistamento, trattandone in modo approfondito sia in aula che nei propri libri (senza però rendersi conto di come la versione di Lotti ne venisse assai indebolita; invece i giudici di primo e secondo grado, più accorti, bellamente la ignorarono).
Il 27 dicembre il superpoliziotto interrogò personalmente Gabriella Ghiribelli, ottenendo quello che non avevano ottenuto i suoi uomini: la nota dichiarazione sull’auto vista sotto Scopeti. Ecco il frammento che interessa riportato da “Il Mostro”:

Ritornando da Firenze, la sera prima del giorno in cui fu diffusa la notizia del duplice omicidio degli Scopeti intorno alle ore 23:30, insieme al mio protettore dell'epoca, proprio in corrispondenza della tenda - da me notata anche nei giorni precedenti -, ebbi modo di constatare la presenza di un'auto in sosta di colore rosso o arancione con la portiera, lato guida, di altro colore sempre sul rossiccio, ma più chiaro dell'intero colore del mezzo. Devo precisare che il colore dell'auto mi sembrò un po' alterato in quanto su di essa si rifletteva la luce dei fari dell'auto su cui stavo viaggiando. Quando si seppe la notizia in San Casciano del duplice omicidio, Norberto mi disse di tacere per non trovarci entrambi nei guai e fu per questo che non dissi nulla, anche perché ero terrorizzata e nessuno mi aveva fatto domande.

Il libro riassume poi ulteriori precisazioni, sul tipo di auto (“sportivo con la coda tronca”), e sulla posizione (“con la parte anteriore rivolta in direzione di San Casciano”, come avevano visto al pomeriggio i coniugi), e racconta del riconoscimento fotografico di una Fiat 128 coupè uguale a quella che all’epoca aveva posseduto Lotti.
Come a dimostrare che non stava raccontando palle, la Ghiribelli riferì poi di un altro episodio, che per Frank Powerful è importante per dimostrare la sua poca attendibilità, e che invece per lo scrivente dimostra esattamente il contrario. Il frammento di verbale è riportato da Cappelletti a p. 144 del libro già citato:

Circa tre mesi fa ho avuto modo di notare la macchina del Lotti e vedendo che aveva la portiera di colore rosa mi venne spontaneo dire al Lotti in tono scherzoso ‘Vuoi vedere che sei tu il mostro?’ (…) Il Lotti rimase male e mi disse: ‘Cosa c’entra la mia macchina con quella che hai visto te?’. In seguito il Lotti è venuto a trovarmi con altra macchina e mi spiegò che l’aveva cambiata perché l’altra non funzionava più.

La dichiarazione risulta già utilizzata da Nino Filastò, che per screditare la teste la riportò in “Storia delle merende infami”, commentandola in questo modo:

[…] che va dicendo, Gabriella? Che dopo circa undici anni da quell'avvistamento, Lotti andrebbe ancora in giro con la medesima auto rossa? Tenendola insieme come? con lo spago e la gomma da masticare, visto che sappiamo […] che la 128 rossa davvero posseduta dal Lotti, cadeva già a pezzi nel 1985?
Si capisce bene da quest'aggiunta che la testimone è ultra-collaborativa, le piace arricchire, dettagliare.

L’avvocato non si smentisce mai, e ancora una volta dimostra tutta la propria faziosità (con la quale comunque non riuscì a risparmiare a Vanni l’ergastolo, è sempre bene tenerlo presente). Dalle parole riportate nel verbale non si evince affatto che la Ghiribelli avesse confuso l’auto del 1985 con quella del 1995, una Fiat 131, anch’essa rossiccia ma di fisionomia del tutto differente. Basti il particolare della coda tronca, al posto della quale la 131, una berlina a tre volumi, aveva un ampio bagagliaio. In realtà l’unica perplessità suscitata dalle parole della Ghiribelli riguarda semmai il pasticcio che potrebbe aver fatto sulla portiera di colore differente dal resto della carrozzeria, che sembra improbabile Lotti avesse cambiato ad entrambe le auto (sull’argomento torneremo tra breve). Al buon Frank certamente non si può attribuire la medesima faziosità di Filastò, in virtà di quest’uscita della Ghiribelli giunge però a conclusioni analoghe, postulando che sotto Scopeti la donna non avesse visto affatto una Fiat coupè 128 rossa, ma forse qualcosa di simile ad una Fiat 131, di cui non a caso riporta la foto. Ma prima di discutere dell’interpretazione di Frank è necessario introdurre un ulteriore particolare.

Le reazioni di Lotti. A proposito delle intercettazioni bisogna dire che, almeno a quanto se ne sa, non riguardarono l’utenza Ghiribelli, mai messa sotto controllo. La donna fu ascoltata soltanto nei colloqui con Filippa Nicoletti, e, a partire da metà gennaio circa, con Giancarlo Lotti, dopo l’inizio del monitoraggio dell’apparecchio del Bar Centrale di San Casciano al quale questi si appoggiava. Da un interrogatorio successivo (8 febbraio 1996) si sarebbe però venuti a sapere che quello stesso 21 dicembre la Ghiribelli aveva chiamato anche Lotti, invitandolo a vedersi a Firenze. Così avrebbe raccontato l’episodio in aula il 3 luglio 1997 (vedi):

È andata così: che a me mi son venuti gli inquirenti a casa, quelli della SAM, […] dice: “guarda, ti devi presentare” […] Mi sono presentata lì con loro, addirittura, e mi hanno detto che Giancarlo aveva fatto il mi’ nome. Perché probabilmente gli avevano domandato a Giancarlo se frequentava qualche donna e lui ha detto di me. Cioè, questo deduco io, almeno a essere coerente, no?
Senonché, quando io son tornata, io naturalmente agli inquirenti ho detto la verità. Ho detto: “sì, io quella macchina l'ho vista quella sera, era scodata” perché torno a ripeterle, signor Giudice, che io non mi intendo affatto di macchine, sicché che tipo di macchina fosse proprio non lo so. Quando son tornata a casa - visto che mi hanno fatto il nome di Giancarlo, perché si vede che gli aveva fatto il mio, io ho telefonato a Giancarlo a San Casciano e gli ho detto: “Giancarlo, puoi venire un attimo a Firenze, ti devo parlare?” Dice: “sì”. Arrivato a Firenze gli faccio: “ma che discorsi fai te nei miei riguardi?” Dice: “no, mi hanno domandato se io frequentavo qualche ragazza, ho detto che frequentavo anche te, oltre alla Filippa”, mi fa Giancarlo. Dico: “ma non è che, allora, quella macchina rossa che io ho visto, scodata, che fosse la fosse tua?”. E lui mi fa: “che, non ci si puó fermare nemmeno a pisciare?”.
Parole sue testuali, lineari. Con questo ha ammesso che la macchina era veramente sua. Ma io l'ho saputo proprio il giorno che mi hanno interrogato quelli della Squadra Anti Mostro.

Che l’episodio, collocato dalla Ghiribelli al 23 dicembre, fosse accaduto davvero non pare ci possano essere ragionevoli dubbi. In fin dei conti la donna lo raccontò anche in aula, sotto giuramento, con il rischio quindi di venire incriminata per falsa testimonianza, per di più sapendo bene che prima o poi sarebbe stato sentito anche Lotti, il quale avrebbe potuto smentirla. Ma soprattutto, a confermare la circostanza, c’è un’intercettazione telefonica del 25 gennaio, dove la Ghiribelli, chiamando Lotti al telefono del Bar Centrale, disse: “‘non ci si può neanche fermare a pisciare’, lo hai detto tu”, ricevendo in risposta un “che c’entra!”, che altri non era se non un’ammissione. Anche Frank, in ogni caso, pare crederci, anzi, inserisce l’episodio nel contesto della sua interpretazione del riconoscimento dell’auto di Lotti. Sarebbe stata infatti la “malaugurata scusante addotta dal Lotti “Non ci si può nemmeno fermare a pisciare”, un Lotti che già al suo esordio si dimostra un maestro nell’incastrarsi da solo nel ruolo di reo confesso e chiamante in correità” a dare certezza alla Ghiribelli. Il che può anche esser vero, e, postulando che nella donna i primi dubbi fossero nati proprio nell’interrogatorio di due giorni prima, quando gli uomini della SAM le avevano chiesto delle auto di Lotti, potrebbe andare a favore di un avvistamento da lei erroneamente interpretato. Però si dovrebbe accettare il fatto che Lotti non sarebbe riuscito a negare una mai avvenuta sosta a Scopeti, non soltanto di fronte ad agguerriti inquirenti forti delle precedenti rivelazioni di Fernando Pucci (Vigna e altri, 11 febbraio 1996), ma neppure di fronte ad una sua amica,  in un normale colloquio a due. Poco verosimile. In ogni caso, a confutare questa interpretazione, c’è anche altro: tutto lascia ritenere che Gabriella Ghiribelli stesse sospettando di Lotti già da molto tempo, probabilmente proprio dal momento in cui, dieci anni prima, aveva visto quell’auto rossa scodata sotto la piazzola di Scopeti.

I sospetti della Ghiribelli. Abbiamo visto che, come a rafforzare la vericidità del proprio racconto, il 27 dicembre Gabriella Ghiribelli aveva riferito a Giuttari dell’episodio di tre mesi prima in cui aveva detto a Lotti, in tono scherzoso: “Vuoi vedere che sei tu il mostro?”. Si trattava di un fatto accaduto davvero? Non si vede perché no. Anzi, rispondendo ad Aldo Colao, in aula la donna avrebbe detto anche di più:

Colao: Dunque, lei, signora, si ricorda di aver detto a Giancarlo Lotti, in qualche circostanza: “vuoi vedere che sei tu il mostro”?
Ghiribelli: Sì, più di una volta.
Colao: Ecco, ci vuole spiegare il perché?
Ghiribelli: No, perché siccome lui viaggiava sempre così, e poi parlava spesso di questa storia, una cosa e un'altra, gli faccio... Ma Giancarlo ha sempre negato, fino a quella sera famosa che io fui chiamata dagli inquirenti e allora dico: “bah, io l'avevo già vista questa macchina”. Fino a quella sera lì non ho mai saputo. Ma si deve rendere conto che io sono stata sedici anni a frequentare un essere del genere.

Dunque la Ghiribelli, poiché Lotti “viaggiava sempre così, e poi parlava spesso di questa storia, una cosa e un'altra”, si sarebbe insospettita, magari non seriamente, abbastanza comunque da pungolare lo stesso Lotti più di una volta. È fuori luogo ritenere che i suoi sospetti sarebbero nati proprio da quell’avvistamento sotto Scopeti? A chi scrive pare di no, e la precisazione con Colao, “Fino a quella sera lì non ho mai saputo”, suona come il tentativo di negare ciò che invece conseguiva da quello che era stato appena detto. E quando il 21 dicembre la Ghiribelli si era seduta davanti agli uomini di Giuttari tutto lascia pensare che temesse qualche conseguenza per il proprio silenzio durato dieci anni. Questo spiegherebbe bene il perché non avesse raccontato dell’avvistamento. Certo, al momento del processo il pericolo era ormai passato da tempo, ma è comprensibile che l’ormai personaggio Ghiribelli non avesse avuto alcuna intenzione di rovinare la propria immagine di fronte a tutti ammettendo una precedente bugia, e ricevendo almeno una censura morale per non aver parlato. In questa chiave si possono senz’altro interpretare le fin troppo numerose precisazioni della donna in aula sulla sua ignoranza riguardo le auto di Lotti (che invece l’articolo di Frank prende a riprova dell’inattendibilità dell’avvistamento).
Quando, sei giorni dopo, la donna fu interrogata da Giuttari, era ormai agli atti l’intercettazione nella quale aveva riferito l’episodio alla Nicoletti, dunque non poteva più tacere. Non si sa se il superpoliziotto gliela contestò, in ogni caso dovette fargli capire che qualcosa sapeva, e la Ghiribelli vuotò il sacco. La sua paura di possibili conseguenze è comunque dimostrata dalla bugia sull’anno in cui aveva conosciuto Lotti, guarda caso il 1986, proprio quello successivo al delitto degli Scopeti, potendo così ben giustificare che avesse sì visto l’auto rossa scodata, ma senza attribuirla a Lotti poiché, appunto, non lo avrebbe conosciuto ancora. In seguito sia Pucci che Lotti che la stessa Ghiribelli avrebbero spostato questa conoscenza ben più indietro nel tempo. Facendo due conti sulla risposta appena citata alla domanda di Colao (“sono stata sedici anni a frequentare un essere del genere”) si giunge al 1979-1980, ad esempio.
Ulteriore dimostrazione di quanto la donna temesse spiacevoli conseguenze è data dal suo silenzio con Giuttari riguardo l’incontro con Lotti di quattro giorni prima, quando lui aveva detto la citata frase “che, non ci si puó fermare nemmeno a pisciare?”. Come abbiamo già visto, avrebbe raccontato di quell’incontro soltanto l’8 febbraio, molto presumibilmente dietro sollecitazione degli inquirenti, dopo che il 25 gennaio precedente era stata intercettata mentre ne parlava al telefono con lo stesso Lotti. Sembra piuttosto difficile conciliare questo comportamento con una ricostruzione che vede la donna inventare o  comunque ingigantire per rivalsa contro Lotti.
Il fatto che l’avesse subito associata a Lotti spiega bene anche il perché, a distanza di 10 anni, la Ghiribelli ricordasse bene quell’auto vista di notte, dietro una curva, per qualche secondo appena, lei che, a suo dire, di auto non s’intendeva per nulla (in effetti neppure aveva la patente). Avendola già in mente come quella guidata in quel periodo da Lotti, anche soltanto pochi secondi le erano bastati per riconoscerla. A quel punto era rimasta nella sua memoria, dove forse anni dopo si era creata confusione sulla portiera di colore diverso, che Lotti doveva aver cambiato soltanto sul 131 del 1995, di analogo colore. Di quest’ultimo fatto si può avere ragionevole conferma dalla telefonata del 21 dicembre con la Nicoletti, dove la Ghiribelli aveva attribuito al 128 la portiera di colore diverso, ricevendo in risposta questa esclamazione: “Ma è stata quell'altra macchina che ha sostituito lo sportello! Quella che aveva prima di ora, quell'altra ancora prima era una sportiva”, dalla quale si potrebbe arguire appunto che la sostituzione avesse riguardato soltanto il 131 (la Nicoletti senz’altro conosceva molto meglio le auto di Lotti).

Il ruolo di Galli. Anche se aveva negato di aver riconosciuto l’auto di Lotti, il 27 dicembre la Ghiribelli cercò comunque di giustificarsi per non aver riferito del suo avvistamento alle forze dell’ordine, ammettendo di aver capito che avrebbe potuto essere importante. Abbiamo visto che lo fece chiamando in causa il suo protettore di allora, Norberto Galli, il quale glielo avrebbe proibito per paura di guai, dati i loro “mestieri”. Tra l’altro Galli era già stato condannato per sfruttamento della prostituzione, quindi il discorso appare accettabile.
Ne “Il Mostro” Giuttari ci racconta di un coreografico interrogatorio seduta stante, con l’uomo prelevato da casa propria in tarda serata. Stranamente Galli confermò sì l’avvistamento, ma lo raccontò in modo un po’ differente. In auto assieme a lui ci sarebbe stato Salvatore Indovino, mentre, come risulta da “Al di là di ogni ragionevole dubbio”, la presenza di Gabriella Ghiribelli non la dette per certa. Dallo stesso libro si apprende che avrebbe visto sotto la piazzola “un’autovettura di colore chiaro, di media cilindrata, dalla forma un po’ squadrata di cui non ricordava il modello”. A fine interrogatorio, secondo “Il Mostro”, a domanda diretta avrebbe comunque ammesso di aver vietato alla Ghiribelli, alla notizia del delitto, di andare dai Carabinieri.
Nell’ipotesi formulata in questa sede, quella cioè di una Ghiribelli che davvero aveva visto, o comunque era convinta di aver visto, l’auto di Lotti, come va interpretato il comportamento di Galli? Il suo interrogatorio dimostra innanzitutto che l’avvistamento riferito dalla Ghiribelli era reale. I due avevano effettivamente visto un’auto sotto la piazzola di Scopeti la domenica notte fatidica, non ci sono dubbi. Ma perché Galli non descrisse la medesima auto della Ghiribelli, soprattutto per il colore? Si potrebbe pensare che, guidando, vi avesse fatto meno caso. Aggiustando un po' il tiro, in dibattimento avrebbe così raccontato (vedi): “nel passare, io ho visto così, con la coda dell'occhio il culo di una macchina però non potrei dire di che colore era […] sembrava senza bagagliaio posteriore […] A me è sembrata una macchina piccola, di media cilindrata, come la mia, insomma”. Ma anche lui conosceva la Fiat 128 rossa di Lotti, come risulta dall’interrogatorio dell’8 febbraio (“Al di là di ogni ragionevole dubbio”, p. 148). Per di più con la Ghiribelli ci sarà stato senz’altro uno scambio d’impressioni, se non la sera stessa almeno il giorno dopo, quando avevano discusso sull’opportunità di andare dai Carabinieri. Insomma, quel che è certo è che se la Ghiribelli aveva riconosciuto l’auto di Lotti, Galli di sicuro ne era al corrente, che anche lui l’avesse riconosciuta oppure no. Quindi tutto lascia supporre che anch’egli avesse cercato di nascondere i propri o gli altrui sospetti, parlando di auto chiara e addirittura mostrandosi incerto sulla presenza della donna.
Sul ruolo assegnato a Salvatore Indovino si può invece immaginare una perversa interazione con le aspettative di Giuttari, che nel sedicente mago aveva individuato una fonte inesauribile di suggestioni. Nell’interrogatorio dell’8 febbraio la Ghiribelli lo avrebbe escluso categoricamente, e in dibattimento Galli avrebbe corretto un po’ il tiro: “Non mi ricordo di preciso questo particolare, perché in quel periodo lui stava poco bene e si andava a fargli la puntura, si faceva la puntura”.
Infine la taglia. È noto che poco dopo il delitto fu promessa una ricompensa di 500 milioni a chi avesse fornito informazioni sufficienti a far catturare il Mostro. Certo, apparirebbe ben strano se Galli e Ghiribelli, essendo sicuri della colpevolezza di Lotti, con la speranza d’incassare una somma così grande non lo avessero denunciato. Ma evidentemente sicuri non erano né potevano esserlo, e Galli, che decideva, preferì comunque non aver niente a che fare con le forze dell’ordine.

Conclusioni. Siamo arrivati in fondo. Scopo dell’articolo era quello di fornire un’interpretazione differente da quella, a parere di chi scrive profondamente sbagliata, data dal compagno d'avventura (o di sventura) Frank Powerful alle dichiarazioni di Gabriella Ghiribelli su Giancarlo Lotti. Il lettore può giudicare la bontà del risultato. Se il responso risulta negativo, come ultima mia speranza lo invito a conciliare quell’interpretazione con la risposta a queste quattro domande riassuntive:
  • Perchè la Ghiribelli aveva più volte pungolato Lotti con la domanda se era lui il Mostro?
  • Perché nell’interrogatorio del 21 dicembre la Ghiribelli aveva taciuto sul suo presunto avvistamento?
  • Perché Lotti, di fronte ai sospetti della Ghiribelli, il 23 dicembre non aveva negato di essersi fermato sotto la piazzola?
  • Perché la Ghiribelli non aveva riferito a Giuttari, il 27 dicembre, dell’ammissione di Lotti conseguente alla sua frase “Non ci si può nemmeno fermare a pisciare”?
Infine, ma questo dovrebbe far parte di un articolo apposito che mi piacerebbe molto leggere (anche se Frank già ne accenna nell’attuale), andrebbe spiegato il perché Fernando Pucci, il 2 gennaio successivo, avrebbe accampato analoga scusa per una sosta anche da lui ammessa. Coincidenza oppure versione concordata?

Addendum. Colgo l’occasione di questo articolo riguardante l’auto rossa di Lotti per riportare un elemento del quale mi ero dimenticato. Tra le testimonianze recuperate da Giuttari c’era anche quella del fotografo americano James Taylor (vedi). Da un verbale redatto nella caserma dei Carabinieri di San Casciano il 9 settembre 1985, alle ore 19.50, quindi poco dopo la scoperta dei cadaveri dei due francesi, era emerso che l’uomo, transitando la notte del delitto (0.15-0.45), aveva visto parcheggiata sotto la piazzola di Scopeti una Fiat 131 di colore argento (era quella l'auto vista anche da Galli e Ghiribelli? chi scrive, naturalmente, ritiene di no). Assieme a Taylor c’era la sua ragazza, Luisa Gracili, riguardo la quale nella medesima caserma era stato rintracciato un appunto redatto dal comandante e datato al giorno successivo, 10 settembre, con su scritte le sue generalità (nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, telefono) e la frase: “Dice di aver notato, visto spesso nel luglio e ultimamente, un'auto FIAT 128 rossa. Non ricorda la targa, con nessuno a bordo”.
Ascoltata in dibattimento (vedi), Luisa Gracili, avvocatessa, non rammentò nulla di quel biglietto, ma era sicuramente lei la persona cui esso faceva riferimento, vista la coincidenza delle generalità anagrafiche. Nessun dubbio anche sul fatto che l’avvistamento avesse riguardato la piazzola di Scopeti e un’auto parcheggiata nei pressi, considerando la data dell’appunto e la residenza della testimone a San Casciano, motivo per il quale passava sempre da lì tornando a casa dopo le proprie attività giornaliere a Firenze. Purtroppo però la mancanza di qualsiasi ricordo da parte sua impedì di aggiungere altri particolari, tra i quali il più importante sarebbe stato senz’altro il tipo di 128, se berlina o coupè. La mancanza della specifica dovrebbe far propendere per il modello berlina, senz’altro il più diffuso, e quindi far escludere che potesse essersi trattato della macchina di Lotti; c’è da dire però che il colore rosso è tradizionalmente più adatto ad un’auto sportiva piuttosto che ad una berlina. Ad ogni modo non può non tornare in mente la frase pronunciata da Lotti, di propria iniziativa, il giorno del suo interrogatorio con Vigna: “la sera prima dell'omicidio sono passato agli Scopeti da me”. Aveva messo le mani avanti a fronte di altre possibili testimonianze delle quali non sapeva?

domenica 12 giugno 2016

Una strana malattia



Ho già avuto modo di occuparmi del delitto di Signa, soprattutto nell’articolo “La scatola di cartucce”, dove ho elencato le principali ipotesi che vengono formulate per risolvere il mistero del passaggio della pistola. Secondo quella oggi forse più accreditata, non ci sarebbe stato alcun passaggio di pistola, poichè anche nel 1968 a Signa ad uccidere sarebbe stato il Mostro e quindi Stefano Mele, i suoi familiari e i suoi rivali non avrebbero avuto nulla a che fare con quel delitto. Non la pensava in questo modo il giudice Mario Rotella, il quale, nell’ambito della cosiddetta “pista sarda”, sull’uccisione di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco aveva indagato e ragionato a lungo, proponendosi non tanto di scoprirne l’autore o gli autori, quanto di trovare il serial killer che con la stessa pistola stava ancora uccidendo. Sappiamo bene che non lo trovò, e purtroppo proprio quel suo bisogno di fermarlo, del resto comprensibile, gli fece anche perdere il filo della vicenda di Signa, per la quale invece era arrivato a dei risultati molto interessanti, direi definitivi. Nella nota sentenza del 1989, pur ammettendo la propria sconfitta, Rotella ribadì però che in ogni caso il delitto di Signa era differente dagli altri.

Non è […] possibile ipotizzare la serie omicidiaria eliminando le differenze, vuoi trascurando talune variabili o forzandole in una spiegazione di comodo, vuoi creando costanti artificiali. È il modo più sicuro per allontanarsi dalla verità, per quanto quella che s'intravvede possa contrastare l'immagine maggiormente suggestiva che se ne sia fatta.
Per esempio, supponendo un solo esecutore in tutti i casi, dal 1974 in poi, non è possibile ipotizzare che fosse solo anche nel precedente del 1968. Può essere un'ipotesi di lavoro d'indagine di P.G., insomma di ricerca generica (v. la ricerca dell'origine della pistola — cfr.i volumi d'indagine agli atti), ma non può fondare alcun convincimento giurisdizionale in corso d'istruttoria, senza travisare il tema specifico della prova.
Sono in sintesi insuperabili i dati obiettivi raccolti subito dopo il fatto del 1968, per i quali esso ha caratteristiche tali da non poter essere assimilato, all'evidenza, ai delitti successivi, se non per le costanti ravvisate [di questa evidenza sono, per esempio, convinti i periti intorno al tipo d'autore nominati dal p.m. nel 1984, che definiscono la serie 'maniacale' circa i delitti dal 1974 in poi].

La sconfitta di Rotella dette modo agli investigatori che arrivarono dopo (Perugini e i magistrati della Procura), di ignorare il suo lavoro, ipotizzando il medesimo assassino anche a Signa, e quindi l’innocenza di Stefano Mele. Ecco il pensiero di Perugini espresso nel libro “Un uomo abbastanza normale”:

Anticipo subito che mi presi la libertà di considerare l'omicidio del 1968 come commesso dalla medesima mano anche se per quel fatto era già stato condannato Stefano Mele, marito della donna uccisa. E questo perché, tutto sommato, non credo alle favole: ivi compresa quella di una pistola che viene per accidente trovata (assieme alle relative munizioni) da uno sconosciuto di passaggio. Che siccome ha, vedi caso, qualche piccola mania, se ne serve per ammazzare altre sette coppiette di innamorati. Con l'aggiungere, poi, che quella di un consapevole passaggio di mano dell'arma più che un'ipotesi la considero una farneticazione, credo di aver chiaramente espresso il mio punto di vista a questo riguardo.

Come si vede un colpo di spugna assoluto sulla pista sarda, smaccatamente strumentale al fronteggiare l'indimostrabilità di legami tra i sardi e Pietro Pacciani. Pur con intenti del tutto differenti, altri si sono poi messi sulla stessa lunghezza d’onda, fino all’ultimo arrivato, Valerio Scrivo, che nel suo interessante ebook “Il Mostro di Firenze esiste ancora” riporta un ambizioso tentativo di individuare il luogo dove il serial killer fiorentino avrebbe fatto base, includendo anche il delitto del 1968 nella serie. Peccato che anche lui chiuda gli occhi di fronte al lungo elenco di pesanti indizi che impediscono di eliminare Stefano Mele e i suoi complici, chiunque fossero stati, dalla scena del crimine di Signa. In questa sede ne esaminerò soltanto un paio o tre.
È ben noto l’aforisma (del quale non sono riuscito a rintracciare l’origine) “Il diavolo si nasconde nei dettagli”. Ebbene, che Mele fosse coinvolto nel delitto viene dimostrato da un dettaglio al quale di solito non si fa troppo caso, ma che invece a mio parere risulta determinante: il tentativo da parte sua di costruirsi un ingenuo alibi. Di per sé un falso alibi non è un indizio di colpevolezza troppo significativo, poiché potrebbe essere stato originato dal tentativo di sopperire ad un alibi mancante. È insomma comprensibile che un innocente, non in grado di dimostrare di esserlo, possa anche mentire per discolparsi. È molto più sospetta, invece, la preventiva costruzione di un falso alibi, la quale dimostra che la persona era a conoscenza in anticipo di un misfatto del quale poteva essere accusata, e di conseguenza anche che vi aveva partecipato, altrimenti si sarebbe procurata un alibi vero.
Il 21 agosto 1968 Stefano Mele si recò al cantiere edile dove lavorava come manovale. Attorno alle 11 accusò un malore (conati di vomito e bruciori di stomaco) in conseguenza del quale si fece accompagnare a casa dal collega Giuseppe Barranca. Al pomeriggio passò a trovarlo uno degli spasimanti della moglie, Carmelo Cutrona, che poi testimoniò di averlo visto a letto. Quella notte la moglie e Antonio Lo Bianco furono uccisi, e quando Natalino suonò alla porta del De Felice, la prima cosa che disse fu che il babbo era ammalato a letto. E continuò a ripeterlo in seguito, allo stesso De Felice, alla moglie, al vicino di casa Manetti e anche al carabiniere Giacomini. Infine, la mattina dopo quando i carabinieri lo andarono a prendere, fu lo stesso Mele a ribadirlo: della moglie e del figlio non sapeva nulla, dopo il loro mancato rientro non era andato a cercarli perché era a letto ammalato. Però di quel terribile male che lo aveva costretto a tornare a casa dal lavoro e gli aveva impedito di cercare la moglie e il figlio non c’era più traccia!
Non è possibile ignorare la valenza probatoria di un simile comportamento. Con la sua strategica malattia Stefano Mele aveva tentato di costruirsi un alibi preventivo, quindi sapeva di sicuro che quello era il giorno del delitto, ed è quasi altrettanto sicuro che al delitto anche lui aveva partecipato. Questa seconda considerazione deriva dal fatto che, dopo aver faticato tanto per precostituirsi un alibi, avrebbe potuto completarlo facendosi vedere nell'intorno dell'ora del delitto, ad esempio suonando ad un vicino di casa per telefonare o comunque chiedere aiuto.
Chi oggi ritiene Stefano Mele innocente considera la combinazione di una malattia sopravvenuta proprio nel giorno in cui sarebbe stata uccisa sua moglie nient’altro che una coincidenza. Si tratta però di un tentativo di far tornare dei conti che non tornano, a mio parere intellettualmente disonesto. Escludendo il caso di infortunio, quante volte può essere accaduto ad una persona media, nell’arco della propria vita lavorativa, di tornare a casa dal lavoro per un sopraggiunto malore? Ognuno di noi può chiederselo, e sono sicuro che le risposte potranno andare da zero alle dita di una sola mano. Normalmente chi sta male al lavoro non ci va, e se ci va viene via soltanto per un aggravamento sostanziale della sintomatologia, che normalmente lo porta a transitare da un pronto soccorso. I problemi di stomaco accampati dal Mele non parevano certo gravi, sia perché non esiste alcuna testimonianza di colleghi di lavoro che lo avevano visto, ad esempio, in preda a convulsioni da vomito, sia perché alla mattina dopo era già guarito.
È possibile che il malore accusato da Stefano Mele fosse soltanto un modo per abbandonare il posto di lavoro a fronte di una semplice mancanza di voglia di lavorare? Questa infatti potrebbe essere una spiegazione alternativa, anch'essa in grado di giustificare una malattia inesistente. Ma la famiglia Mele versava in un grave stato d’indigenza, pertanto è poco credibile che l’uomo avrebbe rischiato di mettersi in cattiva luce in un cantiere dove aveva iniziato a lavorare appena da un paio di settimane. D’altra parte il suo principale lo avrebbe definito “buon lavoratore anche se utile per lavori non impegnativi”, quindi, per quanto gli era possibile, pareva darsi da fare. E comunque ricadremmo sempre nella soprendente e sospetta coincidenza di un evento molto improbabile accaduto proprio nel giorno in cui gli sarebbe stata uccisa la moglie.
Anche l’insistenza con la quale Natalino disse del babbo ammalato a letto agli adulti che lo soccorsero è molto sospetta. Possibile che, dopo un’esperienza traumatica come quella di aver abbandonato la propria madre morta per intraprendere un viaggio di oltre due chilometri nel buio della notte, fin dalla primissima frase pronunciata davanti al De Felice affacciato alla finestra avesse detto del padre ammalato? E poi lo avesse ribadito più volte nel corso delle ore successive? La spiegazione più logica appare quella di un adulto, e chi se non lo stesso padre, che glielo aveva raccomandato fino ad un momento prima di lasciarlo suonare.

Come si sa di lì a breve Stefano Mele avrebbe iniziato un balletto di confessioni e dichiarazioni contrastanti in mezzo alle quali gli investigatori di allora non seppero districarsi, e che in seguito furono interpretate come l'effetto di pressioni e paure. Ma non va dimenticato che esistono almeno un altro paio di indizi di colpevolezza di Stefano Mele precedenti la sua prima confessione. Si legge nel rapporto giudiziario dei carabinieri, il cosiddetto Matassino (21 settembre 1968):

Si è del parere che addirittura il Mele si è recato da solo sul posto, in bicicletta, e dopo aver lasciato il bambino, ripercorso lo stesso tratto di strada fatto per l’andata, ha ripreso la bicicletta ed è ritornato a casa.
A giustificare questa ipotesi stanno alcune macchie di grasso, tipico grasso di catena di bicicletta, che il Mele presenta su ambedue le mani al mattino del 22.8.68, quando viene accompagnato in Casermae per le quali, a nostra richiesta, non sa dare alcuna giustificazione. Le stesse infatti può essersele procurate nel rimettere in sesto la catena della bicicletta evidentemente saltata dagli appositi ingranaggi. Si precisa che il Mele non è idoneo a condurre motomezzi di sorta.

Dopo un mese di accuse, confessioni e ritrattazioni, i Carabinieri si erano convinti che Stefano Mele avesse fatto tutto da solo, e che avesse raggiunto il luogo del delitto in bicicletta, visto che non possedeva un mezzo a motore né era capace di guidarlo. Ecco quindi che i residui di grasso riscontrati sulle sue mani la mattina dopo il delitto furono interpretati come effetti dell’azione di aver rimesso in sede una catena di bicicletta saltata via. Ma si trattava di una convinzione sbagliata, per tutta una serie di ragioni che per ora non è il caso di esaminare. Piuttosto quelle tracce di grasso testimoniavano di un possibile tentativo di eliminare i residui di sparo che Mele sapeva di avere sulle mani. Ed in effetti la prova del guanto di paraffina, condotta peraltro ad un po’ troppa distanza di tempo dal momento del delitto (16 ore), evidenziò sulla sua mano destra una “colorazione azzurra in una zona di circa tre millimetri in corrispondenza della piega della pelle tra il pollice e l’indice”, e quindi una leggera positività.
Quella prova oggi non si fa più, poiché non risulta affidabile. Esistono infatti troppe sostanze (saponi, solventi, fertilizzanti) in grado di reagire allo stesso modo della polvere da sparo, e quindi risulta elevato il rischio d’incorrere in un falso positivo. Però la colorazione azzurra sulla mano destra del Mele fu riscontrata proprio nella zona lambita dai gas scaricati da una pistola semiautomatica mentre il carrello otturatore arretra per espellere il bossolo.
Dunque Stefano Mele non soltanto era stato presente al delitto, ma aveva anche sparato. Si tratta di un dato di fatto sul quale non è possibile soprassedere, neppure di fronte alla difficoltà di spiegare il mistero del passaggio della pistola. A meno di non distorcere la realtà. Anche perchè esistono molti altri indizi, alcuni assai pesanti, che collocano l'uomo sulla scena del crimine.

venerdì 13 maggio 2016

I riscontri esterni contro Vanni e Pacciani



L’imputato Lotti Giancarlo, per i quattro duplici omicidi ai quali ha partecipato ed ha assistito come complice e come “palo”, ha indubbiamente detto la verità sugli episodi, perché le sue dichiarazioni hanno trovato precisi riscontri probatori, come già sopra analizzato caso per caso.
Non è quindi pensabile che il Lotti possa aver mentito sulle persone dei suoi complici ed aver ingiustamente accusato il Vanni ed il Pacciani, per le seguenti specifiche ragioni…

Dopo la presentazione di ben 20 riscontri probatori che avrebbero reso certo il coinvolgimento di Giancarlo Lotti negli ultimi quattro duplici omicidi, la sentenza affronta un delicatissimo e niente affatto automatico passaggio: se è vero che Lotti era coinvolto, sono credibili le sue accuse a Vanni e Pacciani? Già durante l’esame dei riscontri riguardanti il presunto pentito qua e là erano emersi elementi anche contro gli altri due, ma in seguito la sentenza li riprende e li integra con altri, costruendo un capitolo apposito che nelle intenzioni dovrebbe dimostrare la loro colpevolezza. Con pessimi risultati, però.

Rancori e convenienze. Varie argomentazioni vengono dedicate a dimostrare che Lotti non avrebbe avuto motivi per accusare ingiustamente Vanni e Pacciani. Innanzitutto i giudici si dichiararono sicuri di poter escludere qualsiasi risentimento. La nipote del Vanni, Alessandra Bartalesi, aveva testimoniato che nell’estate del 1995 tra Lotti e suo zio c’era stato un rapporto di buona amicizia (vedi). Per Pacciani non esistevano testimonianze altrettanto forti, anzi, non sembra che tra lui e Lotti fosse corso buon sangue, ma i giudici confidarono su una frase di Lorenzo Nesi, secondo il quale “Lotti, il Vanni, Pucci, il maresciallo morto, Pacciani, insomma, l'era gente che stavano sempre insieme”. E per i giudici neppure il rapporto anale patito da Lotti ad opera di Pacciani, semprechè fosse avvenuto davvero, avrebbe potuto costituire motivo sufficiente per una vendetta così estrema.
La sentenza fa poi qualche ragionamento molto confuso intorno alle modalità con le quali Lotti si era deciso ad ammettere le proprie responsabilità, il che non è ben chiaro come avesse potuto dimostrare la fondatezza delle accuse a Vanni e Pacciani. Sembra invece molto più attinente al tema la questione dei vantaggi della condizione di pentito. È ben noto quanto ne pensavano gli avvocati del Vanni, per i quali Giancarlo Lotti avrebbe ritenuto preferibile la nuova gabbia dorata del programma di protezione rispetto alla vecchia vita di stenti. Però, scrive giustamente la sentenza, “il citato programma non lo esenta certo dalle conseguenze penali per i reati ai quali ha collaborato”, lasciando intendere che Lotti non avrebbe potuto non rendersene conto. Una considerazione del tutto condivisibile, in appoggio alla quale si può aggiungere il comportamento tenuto dall’individuo nel successivo processo di secondo grado, quando, con sulle spalle i trent’anni di galera rimediati nel precedente, ancora avrebbe continuato a dichiararsi colpevole.
Fin qui i ragionamenti dei giudici sono senz’altro condivisibili. Sorprende però il fatto che si dimenticarono di prendere in esame la motivazione più normale e logica che avrebbe potuto indurre un reo confesso ad accusare delle persone innocenti: il tentativo di alleggerire la propria posizione attribuendo ad altri il maggior carico di reati. E se ad uccidere fosse stato lo stesso Lotti, magari con l’aiuto o almeno la connivenza di Pucci, la cui deposizione aveva lasciato così tanti dubbi e preprlessità? Incredibilmente la sentenza neppure si pone la più che legittima domanda.

Filippo Neri Toscano. In istruttoria Giancarlo Lotti, riportando una confidenza a suo dire ricevuta dal Vanni, aveva indicato nel carabiniere Filippo Neri Toscano il fornitore delle munizioni, consegnate ai due assassini prima di ogni delitto. La circostanza appare nient’altro che l’ennesimo elemento assurdo inserito dal Lotti in uno scenario dove ne albergano mille altri. Non si capisce perché Vanni e Pacciani non si sarebbero procurati una scatola di cartucce dalla quale prelevarne alla bisogna, invece di farsene dare un po’ alla volta da Toscano, il quale peraltro avrebbe dovuto tenere da parte una vecchia confezione apposta per loro. L’uomo era un appassionato di armi, frequentava poligoni di tiro e quindi consumava molte munizioni, ma quelle di una vecchia scatola risalente a prima del 1968 no, quelle le avrebbe tenute da parte riservandole ai suoi amici Vanni e Pacciani! Più assurdo di così si muore.
Lotti aveva riferito la confidenza del Vanni nel momento in cui la propria posizione era passata da quella di testimone a quella d’indagato (12 marzo 1996), quando, come si può immaginare, la prospettiva del carcere doveva aver reso massima la sua disponibilità a soddisfare le aspettative degli inquirenti. È un fatto significativo che in aula non si fosse ricordato troppo bene di quelle dichiarazioni (vedi), a partire dal mestiere e dal nome dell’individuo (“Mah, c'era uno di San Casciano, un mi ricordo il nome come si chiama, un certo...”), per i quali il PM gli aveva dato una maliziosa imbeccata (“Lei questa persona, questo carabiniere ricorda, geograficamente, se era toscano... per l'appunto mi è venuto il nome...”). Non si ricordava poi se il Toscano era a conoscenza dell’uso che Vanni e Pacciani avrebbero fatto delle munizioni ricevute (“Mah, questo a me non me l'ha detto, questo fatto“), ma in istruttoria sì che se lo era ricordato. Stanco di ammiccamenti, alla fine Canessa aveva deciso di parlar chiaro, passando alle contestazioni a suon di verbali:

Allora, lei dice: "Ho saputo, direttamente dal Vanni, che le munizioni" - siamo all'interrogatorio del 12/03/96 - "che le munizioni per la pistola venivano fornite al Pacciani da un amico”- e che il Vanni, insistendo, gli aveva riferito che – “l'amico era l'appuntato dei Carabinieri Toscano, l'appuntato Toscano. Fornendo le munizioni era al corrente dell'uso che ne veniva fatto, così mi diceva il Vanni".[…]
Le contesto che lei dice, dichiarazioni al PM 23/03/96: "A me il Vanni disse che i proiettili il Toscano glieli aveva dati prima dell'omicidio di Vicchio. Il Vanni mi disse che gli forniva i proiettili quando c'erano omicidi da fare". E aggiunge: "Ho visto Vanni a volte parlare con il Toscano in piazza". […]
Lei dice, il 12/03/96: "Mario mi disse che il Toscano dava i proiettili a lui“ - Vanni – “e che poi li faceva avere a Pietro, perché non stava a San Casciano, come invece abitavano Toscano e Vanni. Io, Toscano, lo conoscevo di vista, ma non ci parlavo".

Il lettore converrà che dei ricordi di dieci e più anni prima svaniti dopo appena uno costituiscono un grave elemento di sospetto. Ma non per la sentenza, dove si crede a tal punto alle dichiarazioni del Lotti da ritenerle addirittura una prova della sua buona fede, e soprattutto della veridicità delle accuse a Vanni e Pacciani! Ignorati i suoi vuoti di memoria in aula, si perviene alla sorprendente conclusione attraverso ben sette pagine di contorti e illogici ragionamenti che qui sotto si tenterà di riassumere.
Il 18 marzo 1996, nel corso di una perquisizione, erano state rinvenute in casa di Toscano, oramai in pensione, numerose armi e 200 cartucce “Winchester” calibro 22 con la lettera “W” impressa sul fondello, la quale, come dice la stessa sentenza, era stata usata dal produttore dopo la “H” del Mostro a partire dal 1980-81. L’ex carabiniere aveva affermato di aver acquistato le cartucce nel 1985 da un privato, Lorenzo Mocarelli, assieme ad una “Beretta” calibro 22 usata.
Ascoltato in aula, Mocarelli aveva confermato la vendita a Toscano della pistola e la contestuale cessione di un piccolo quantitativo di munizioni (“10, 15, 6, non me lo ricordo”), le quali in ogni caso dovevano essere state contrassegnate dalla lettera “H”, visto che l’uomo aveva smesso di frequentare il poligono di tiro già dal 1978. Quasi ottantene e con difetti di memoria, Mocarelli non ricordava di aver venduto altre cartucce a Toscano, però non si era sentito di escluderlo del tutto.
Le incertezze di memoria del testimone portarono i giudici a ritenere plausibili da parte sua altre cessioni di cartucce all’ex carabiniere, che quindi ne avrebbe ricevute del tipo “H” almeno prima del delitto del 1985 (la vendita della pistola era avvenuta il 7 gennaio). Ma non si comprende come questo fatto possa aver avuto qualche rilevanza sulla disponibilità da parte dello stesso Toscano di cartucce tipo “H”, visto che l’uomo era un appassionato di armi ed un frequentatore di poligoni di tiro. Insomma, per procurarsele non aveva certo bisogno di alcun Mocarelli, la cui deposizione quindi non era servita a nulla (se non, per come ne scrive Giuttari sui propri libri, a smentire Toscano sulla provenienza delle 200 cartucce “W” trovate a casa sua, ma questo non si vede che cosa c’entri con i delitti, poiché al massimo poteva far emergere un reato di appropriazione indebita o di indebito acquisto).
Riesce difficile comprendere come l’insieme di elementi sopra citati possa costituire un riscontro alle dichiarazioni di Giancarlo Lotti su Toscano fornitore delle cartucce. Forse l’unico riscontro al quale si potrebbe riconoscere in linea di principio una pur minima validità è contenuto nella chiusura delle argomentazioni sul tema:

se non fosse(ro) andate così le cose, il Lotti non avrebbe mai potuto sapere della disponibilità da parte del Toscano di tale tipo di cartucce, non avendo mai avuto rapporti diretti con costui o comunque rapporti tali da indurre il Toscano a parlargli di un tale argomento.
Deve quindi ritenersi riscontrata la circostanza riferita dal Lotti circa la “provenienza” dal Toscano delle cartucce utilizzate nei delitti.

Quindi alla fine quel che la sentenza può mettere sul piatto è soltanto una presunzione: se non fosse stato Vanni a dirglielo, Lotti non avrebbe mai potuto sapere che Toscano aveva disponibilità di cartucce compatibili con quelle del Mostro. Ma è davvero poco, quasi nulla, anzi, e per di più il ragionamento non pare granchè condivisibile. Innanzitutto, essendo Toscano un ex carabiniere, chiunque avrebbe potuto associarlo ad armi e munizioni. Poi gli incerti ricordi di Lotti in aula (e i conseguenti maliziosi suggerimenti del PM), non lasciano molto tranquilli riguardo a quanto poteva essere accaduto durante gli interrogatori in istruttoria, dove a controllare i colloqui non soltanto non c’erano gli avvocati del Vanni, ma forse neppure quello dello stesso Lotti, lo vedremo. Quindi non c’è davvero da meravigliarsi se, a distanza di vent’anni dalla sua iscrizione nel registro degli indagati, non risulta alcun rinvio a giudizio per l’ex carabiniere Filippo Neri Toscano, la cui posizione non può che essere stata archiviata da molto tempo.

Altri riscontri esterni. Esistevano altre prove, oltre alle dichiarazioni di Giancarlo Lotti, della colpevolezza di Vanni e Pacciani? La sentenza cerca di mettere assieme quel che può pescando dalle precedenti argomentazioni, ma alla fine si ritrova con un ben misero bottino. Ci sono le accuse di Fernando Pucci, innanzitutto, il quale viene definito ancora una volta “teste oculare di totale affidamento e quindi di piena credibilità”. Presente nel documento originale, il grassetto aggiunge ulteriore enfasi agli iperbolici termini con i quali l’estensore tentò di nascondere quel che invece era a tutti risultato evidente: in aula Pucci non aveva detto nulla, evidenziando una quasi totale ignoranza del contenuto dei verbali d’istruttoria, dei quali quindi non ci si sarebbe dovuti fidare troppo.
La riciclata testimonianza Nesi sull’auto del Pacciani incrociata a Scopeti costituisce il secondo riscontro esterno, e l’avvistamento dell’auto bianca da parte di Sharon Stepman, sempre a Scopeti, il terzo. Anche di questi riscontri abbiamo già discusso, dimostrando come fossero pressochè di rilevanza nulla. Analoghe considerazioni valgono per la camaleontica auto vista a Vicchio dai coniugi Martelli-Caini, di colore scuro in istruttoria, bianca in dibattimento ed infine la “FORD FIESTA del Pacciani” in sentenza, che però a bordo aveva il solo conducente (Vanni dov’era?).
Per aggiungere ancora qualcosa allo scarnissimo panorama la sentenza riprende la già citata ammissione del Vanni sul fatto che Lotti gli avesse raccontato della coppia di Vicchio. Ulteriori parole per dimostrarne l’inconsistenza probatoria appaiono superflue.
Uno spazio ben maggiore merita invece la questione della nota lettera scritta da Pacciani al Vanni, emersa già nelle fasi istruttorie dell’inchiesta Pacciani e per la quale nel processo di cui qui si tratta era stato imputato l’incolpevole avvocato civilista Alberto Corsi, poi assolto. Ad essa vale la pena dedicare un articolo apposito. Si può intanto premettere che, per poterla utilizzare come riscontro esterno contro Vanni, con estrema disinvoltura i giudici la raddoppiarono, dovendo invalidare la devastante deposizione di Giancarlo Lotti che l’aveva resa inefficace.